22/11/2025
Dal mio primo grande amore, la genetica.
Quando si parla di plusdotazione, una delle domande più ricorrenti è: «Da dove viene?» È una curiosità comprensibile: vedere un bambino ragionare in modo rapido, creare connessioni originali o mostrare una sensibilità fuori scala porta naturalmente a chiedersi se questa complessità “si erediti”.
La risposta breve è: sì, la genetica conta molto. Ma da sola non basta. L'intelligenza ha una forte base genetica, ma non un destino immutabile. Gli studi internazionali su gemelli, famiglie e adozioni concordano: l’intelligenza ha una componente ereditaria significativa.
La quota attribuibile ai fattori genetici cresce con l’età:
40–50% nella prima infanzia,
55–65% nell’adolescenza,
fino a 70–80% in età adulta.
Non significa che le abilità siano “fisse”: significa che le differenze cognitive fra le persone sono in larga parte legate alla genetica.
Eppure non esiste un “gene della plusdotazione”. Esistono, piuttosto, molte varianti genetiche, ciascuna con un effetto minimo, che insieme contribuiscono a costruire le basi del potenziale.
Uno dei dati più affascinanti è la correlazione tra i livelli cognitivi dei familiari:
gemelli monozigoti: 0,80–0,85,
gemelli dizigoti: 0,50–0,60,
fratelli biologici: 0,40–0,50,
genitore–figlio: 0,35–0,45,
fratelli adottivi: ≈ 0,00.
In pratica, i familiari condividono una parte significativa del potenziale cognitivo, mentre chi non ha legami genetici non mostra questa somiglianza.
E per la plusdotazione in senso stretto? I dati indicano che:
Se un genitore ha un QI ≥ 130, la probabilità che un figlio rientri nella stessa fascia aumenta di 4–8 volte rispetto alla popolazione generale.
Nelle famiglie dove c’è già una persona con alto potenziale, la probabilità di trovarne un’altra sale fino al 10–25%, contro il 2–3% della popolazione.
Non numeri assoluti, ma incrementi di probabilità significativi. La genetica prepara il terreno. Ma ciò che davvero permette al potenziale di emergere è l’ambiente: la qualità delle relazioni, la libertà di esplorare, l’attenzione emotiva, il contesto scolastico, l’assenza di stress tossico. Alcune predisposizioni genetiche rendono i bambini più sensibili all’ambiente, nel bene e nel male: reagiscono in modo più intenso sia agli stimoli positivi che alle esperienze negative.
Per questo molte bambine e molti bambini plusdotati mostrano:
grande vitalità cognitiva, ma anche difficoltà (come preferisci chiamarle) emotive o comportamentali, profili cognitivi molto disomogenei, oppure co-occorrenze con DSA o ADHD. Non è un paradosso: è neurodiversità, non fragilità.
La plusdotazione ha quindi una base genetica forte, documentata da decenni di ricerche.
Non esiste un gene unico: è un tratto costruito da molti fattori, piccoli ma cumulativi.
La familiarità è alta: il potenziale tende a “correre in famiglia”.
L’ambiente resta decisivo: è ciò che permette al talento di esprimersi, crescere, trasformarsi.
La genetica dà la possibilità.
L’ambiente dà la forma.
La relazione dà il senso.