28/02/2026
I SEGNALI CARDIACI MODELLANO LA PERCEZIONE
Di Rino Mastromauro
Quando pensiamo alla percezione, immaginiamo il cervello come un sistema che riceve informazioni dal mondo esterno e le interpreta. Tuttavia, le neuroscienze hanno dimostrato che questa visione è incompleta. Il cervello non elabora soltanto segnali provenienti dall’esterno, ma integra continuamente anche informazioni provenienti dall’interno del corpo, in particolare dal cuore. Questo processo, noto come interocezione, consente al sistema nervoso di monitorare lo stato fisiologico dell’organismo e di utilizzarlo per modulare percezione, emozioni e comportamento (Craig, 2002; Critchley & Garfinkel, 2018).
Ogni battito cardiaco genera segnali meccanici che vengono rilevati da recettori specializzati, i barocettori, situati nelle arterie. Questi recettori inviano informazioni al cervello riguardo alla pressione sanguigna e al ritmo cardiaco. Durante la sistole, la fase in cui il cuore si contrae e spinge il sangue nel sistema circolatorio, questi segnali aumentano e influenzano direttamente l’attività di regioni cerebrali coinvolte nella percezione, come l’insula e la corteccia cingolata anteriore (Craig, 2009).
Uno degli effetti più sorprendenti di questo meccanismo riguarda la sensibilità agli stimoli esterni. Esperimenti hanno dimostrato che durante la sistole le persone hanno una minore probabilità di percepire stimoli deboli, come un leggero tocco sulla pelle o un segnale visivo appena percepibile (Garfinkel et al., 2014). In termini pratici, questo significa che il cervello “abbassa temporaneamente il volume” delle informazioni esterne mentre elabora i segnali provenienti dal corpo.
Questo fenomeno è evidente anche nella vita quotidiana. Ad esempio, durante uno sforzo fisico intenso, come correre o salire rapidamente le scale, il battito cardiaco accelera e la percezione dell’ambiente può diventare meno precisa. È più difficile notare dettagli visivi sottili o stimoli deboli, perché il cervello sta dando priorità alla regolazione dello stato fisiologico interno.
Tuttavia, esiste un’importante eccezione: gli stimoli associati al pericolo. In questi casi, il cervello mostra l’effetto opposto. Studi sperimentali hanno dimostrato che i volti con espressioni di paura o altri segnali minacciosi vengono percepiti come più intensi durante la sistole (Azevedo et al., 2017). Questo suggerisce che il cervello utilizza i segnali cardiaci come un contesto fisiologico per aumentare la sensibilità alle potenziali minacce.
Un esempio concreto si verifica quando una persona cammina da sola di notte e sente un rumore improvviso. Se il cuore sta già battendo velocemente, il cervello interpreta più facilmente lo stimolo come pericoloso, anche se potrebbe trattarsi semplicemente di un oggetto caduto o di un movimento innocuo. In questo modo, il corpo contribuisce attivamente alla costruzione della percezione della realtà.
Questo meccanismo può essere spiegato attraverso il modello del cervello predittivo, secondo cui il cervello genera continuamente previsioni sugli eventi futuri e utilizza i segnali corporei per aggiornare queste previsioni (Friston, 2010; Seth & Friston, 2016). Il battito cardiaco fornisce informazioni sullo stato fisiologico generale, aiutando il cervello a stimare il livello di rischio dell’ambiente.
Questa interazione tra cuore e cervello ha implicazioni importanti per la comprensione dei disturbi d’ansia. In questi individui, una maggiore sensibilità ai segnali cardiaci può portare a interpretare più facilmente gli stimoli come minacciosi, contribuendo a stati di ipervigilanza e paura persistente (Paulus & Stein, 2010). Ad esempio, una persona con ansia può interpretare un semplice aumento del battito cardiaco come un segnale di pericolo imminente, innescando un circolo vizioso tra attivazione fisiologica e percezione della minaccia.
Nel complesso, queste scoperte dimostrano che la percezione non è un processo puramente cerebrale, ma emerge dall’interazione continua tra cervello e corpo. Il cuore non si limita a rispondere alle emozioni, ma contribuisce attivamente a modellarle. La realtà che percepiamo è quindi il risultato di una costruzione dinamica, influenzata non solo dal mondo esterno, ma anche dal ritmo interno del nostro organismo.
Riferimenti
Craig, A. D. (2002). Nature Reviews Neuroscience, 3(8), 655–666.
Craig, A. D. (2009). Nature Reviews Neuroscience, 10(1), 59–70.
Critchley, H. D., & Garfinkel, S. N. (2018). Current Opinion in Behavioral Sciences, 19, 13–18.
Friston, K. (2010). Nature Reviews Neuroscience, 11(2), 127–138.
Garfinkel, S. N., et al. (2014). Journal of Neuroscience, 34(19), 6573–6582.
Paulus, M. P., & Stein, M. B. (2010). Brain Structure and Function, 214, 451–463.
Seth, A. K., & Friston, K. J. (2016). Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 69, 242–253.
www.rinomastromauro.it