14/03/2026
QUANDO IL SINTOMO SERVE : le resistenze inconsce alla guarigione
Di Rino Mastromauro
Nella pratica clinica è relativamente frequente osservare pazienti che, pur dichiarando il desiderio di migliorare, mettono in atto comportamenti che ostacolano il processo terapeutico. Questo fenomeno non indica necessariamente una volontà conscia di rimanere malati; più spesso riflette dinamiche psicologiche complesse in cui il sintomo svolge una funzione adattiva o protettiva. In letteratura tali dinamiche sono descritte attraverso concetti come resistenza terapeutica, guadagno secondario della malattia e funzione difensiva del sintomo.
La tradizione psicoanalitica ha introdotto il concetto di resistenza, intesa come l’insieme dei processi inconsci che impediscono al paziente di confrontarsi con contenuti emotivi conflittuali o dolorosi. Secondo Freud, i sintomi psicologici rappresentano spesso un compromesso tra impulsi, emozioni e difese interne (Freud, 1926). In questo senso il sintomo non è soltanto un segno di patologia, ma anche un meccanismo che protegge l’individuo da un’angoscia percepita come più minacciosa.
Un altro concetto rilevante è quello di guadagno secondario, che indica i benefici indiretti che una persona può ottenere dalla propria condizione di malattia. Tali benefici possono includere maggiore attenzione da parte degli altri, riduzione delle responsabilità sociali o lavorative, oppure la possibilità di evitare situazioni percepite come stressanti (American Psychiatric Association, 2022). Anche quando questi vantaggi non sono consapevoli, possono contribuire al mantenimento del disturbo.
Sebbene questi concetti siano stati sviluppati principalmente nell’ambito della psicologia e della psichiatria, fenomeni simili sono osservabili anche in altri contesti clinici. Professionisti della riabilitazione, della fisioterapia e dell’osteopatia riportano talvolta situazioni in cui il miglioramento fisico del paziente incontra resistenze implicite. In tali casi, il sintomo corporeo può assumere un ruolo nella regolazione di dinamiche personali o relazionali. Ad esempio, un dolore cronico può diventare, inconsciamente, una modalità per legittimare il riposo, ottenere supporto sociale o evitare attività percepite come eccessivamente impegnative.
Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, questi fenomeni possono essere interpretati anche attraverso il rinforzo negativo. Un individuo che evita una situazione che gli provoca dolore o ansia sperimenta un sollievo immediato; tale sollievo rafforza il comportamento di evitamento, contribuendo alla persistenza del problema nel tempo (Beck, 2011). Questo meccanismo può essere presente sia nei disturbi psicologici sia nelle condizioni dolorose croniche.
Un ulteriore fattore riguarda l’identità personale. Quando un disturbo o un sintomo persiste per lunghi periodi, può integrarsi nella rappresentazione che la persona ha di sé. L’idea della guarigione implica allora un cambiamento identitario e relazionale che può generare incertezza o timore.
Comprendere queste dinamiche è fondamentale per tutti i professionisti della salute. Piuttosto che interpretare la mancata adesione al trattamento come semplice opposizione, molti approcci clinici contemporanei suggeriscono di esplorare la funzione che il sintomo svolge nella vita del paziente. Solo quando emergono strategie psicologiche e relazionali alternative diventa possibile ridurre la necessità del sintomo e favorire un cambiamento stabile.
Dott Rino Mastromauro
Osteopata - LM51 in Psicologia Clinica e della Salute - Tirocinante di Psicologia - Posturologo - Personal Trainer Professionista -Docenza trentennale nei corsi di formazione
Bibliografia
American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed., text rev.; DSM-5-TR).
Beck, J. S. (2011). Cognitive behavior therapy: Basics and beyond (2nd ed.). Guilford Press.
Freud, S. (1926). Inhibitions, symptoms and anxiety.
Gabbard, G. O. (2014). Psychodynamic psychiatry in clinical practice (5th ed.). American Psychiatric Publishing.