26/02/2026
“…. la domanda stessa è il luogo dove avviene la relazione. Non nell'illusione di capirsi perfettamente, ma nel tentativo continuo, paziente, curioso di avvicinarsi all'altro - sapendo che l'altro resterà sempre un territorio da scoprire …”
- Cit. -
È il dilemma ancestrale delle anime che si cercano senza sosta - protese l'una verso l'altra con ogni parola disponibile, eppure sempre ferme a una soglia che nessun linguaggio riesce davvero ad attraversare.
Pirandello non ci sta descrivendo un fallimento comunicativo occasionale - un malinteso, una svista, un'incomprensione risolvibile con un po' più di chiarezza. Ci sta dicendo qualcosa di strutturale: che ogni volta che parliamo, mandiamo nel mondo parole che portano dentro di sé un intero universo soggettivo, e che quell'universo - per definizione - non è mai identico a quello di chi ci ascolta.
La parola, nella sua illusione più comune, viene pensata come un contenitore. Io ci metto un senso, lo passo all'altro, lui lo riceve. Ma Pirandello - e con lui gran parte della psicologia moderna - ci mostra che questo modello è una finzione confortante. La parola non è un contenitore neutro: è un guscio vuoto che ciascuno riempie con la propria storia, le proprie ferite, le proprie attese, i propri fantasmi e le proprie intenzioni, per fare del bene o ferire.
Dire "casa" non è la stessa cosa per chi è cresciuto in una famiglia affettuosa e per chi ha vissuto l'infanzia nella paura. Dire "amore" non suona uguale per chi lo ha conosciuto come dono e per chi lo ha sperimentato come dipendenza. Dire "successo", "libertà", "fedeltà" - ogni parola porta con sé un bagaglio invisibile, personalissimo, che non possiamo allegare al messaggio come fosse un file.
Questo è il nucleo psicologico della riflessione pirandelliana: non comunichiamo con le parole, comunichiamo attraverso le parole. E ciò che passa attraverso è sempre filtrato, trasformato a volte, più spesso interpretato.
La psicologia cognitiva chiama questo fenomeno bias di proiezione: la tendenza inconscia a credere che gli altri pensino, sentano e interpretino le cose come le pensiamo, sentiamo e interpretiamo noi. In pratica, si tratta della struttura ordinaria del nostro funzionamento mentale, non è necessariamente malafede.
Quando parliamo, attiviamo nella mente una rappresentazione dell'altro - un modello interno costruito a partire dai nostri schemi, dalla nostra storia. L'altro reale resta parzialmente fuori fuoco. E chi ci ascolta non riceve le nostre parole in uno spazio vergine: le riceve in un territorio già abitato, con geografie proprie, con confini tracciati dalla sua esperienza.
È qui che nasce l'incomunicabilità di cui parla Pirandello - non nell'incapacità di articolare ùil pensiero, ma nell'impossibilità di trasferire il vissuto che lo abita. Posso scegliere le parole con cura, posso ripeterle mille volte: ma il peso specifico che hanno per me, il paesaggio interiore da cui vengono - tutto questo rimarrà, in parte, intraducibile.
UNA PRECISAZIONE NECESSARIA
Quello di cui parliamo è qualcosa di diverso rispetto alle ombre di Carl Jung: non riguarda l'incomprensione tra due persone, ma il rapporto che abbiamo con le parti di noi stessi che non vogliamo riconoscere - gli impulsi, i desideri, le qualità che abbiamo rimosso perché incompatibili con l'immagine che abbiamo di noi. È un concetto intrapsichico, che vive all'interno del singolo.
Il tema di Pirandello è invece intersoggettivo: parla di ciò che si perde nel passaggio tra due menti, non di ciò che si nasconde dentro una sola. Ed è qui che la psicologia contemporanea - in particolare quella relazionale e quella ispirata alla tradizione fenomenologica - ci offre qualcosa di prezioso: la distinzione tra sentire e ascoltare.
Sentire è automatico, fisiologico. Le parole dell'altro arrivano e vengono immediatamente elaborate dentro il nostro sistema di significati. È un processo che avviene quasi prima che ce ne accorgiamo. Ascoltare davvero significa sospendere temporaneamente il proprio universo di senso per fare spazio a quello dell'altro. Non si tratta di annullare sé stessi. È una forma di attenzione che mantiene aperta una domanda fondamentale: cosa intende lui, con questa parola? Cosa porta lei, dentro questo silenzio?
L'arte del mettersi in ascolto
Rallentare prima di rispondere Il primo nemico dell'ascolto è la risposta prematura. Mentre l'altro parla, la nostra mente prepara già la replica, cerca analogie, valuta.
Questo movimento ci sottrae all'unica cosa di cui l'altro ha bisogno: essere accolto nel proprio significato, non tradotto nel nostro. Basta una pausa. Abbastanza per chiedersi: ho capito cosa voleva dire, o solo le parole che ha usato?
Fare domande che aprono, non che confermano Invece di chiedere “Quindi sei arrabbiato?”, prova con "Cosa provi, esattamente?"; invita l'altro a restare nella propria esperienza. Le domande aperte - quelle che iniziano con cosa, come, in che modo - creano lo spazio in cui l'altro può trovare le proprie parole, invece di adattarsi alle nostre.
Riconoscere la propria risonanza emotiva Quando le parole dell'altro ci attivano una reazione forte, è spesso il segnale che stiamo ascoltando con i nostri occhiali. Quella reazione parla di noi, non necessariamente di ciò che l'altro intendeva. Nominarla internamente - senza reprimerla - permette di tenerla in conto senza lasciarle prendere il controllo.
Restituire, non interpretare “Se ho capito bene, stai dicendo che..." è un atto di umiltà cognitiva. Apre la porta alla correzione, alla sfumatura. L'interpretazione, al contrario, aggiunge qualcosa che l'altro non ha detto - e rischia di sostituire il suo significato con il nostro.
Tollerare il non capire L'incomunicabilità non si risolve mai del tutto. Tra due mondi interiori rimarrà sempre uno scarto, qualcosa che non passa completamente. Accettarlo significa rinunciare all'illusione della comprensione totale - e scoprire che chi dice "non capisco ancora, aiutami" offre all'altro qualcosa di raro: il senso che la sua unicità vale la pena di essere esplorata..
Pirandello ci lascia con una domanda aperta, non con una risposta. E forse è questo il suo dono più grande: la domanda stessa è il luogo dove avviene la relazione. Non nell'illusione di capirsi perfettamente, ma nel tentativo continuo, paziente, curioso di avvicinarsi all'altro - sapendo che l'altro resterà sempre un territorio da scoprire (almeno in parte).
Il mettersi in ascolto è una postura esistenziale: quella di chi ha rinunciato a fare del mondo uno specchio di sé, riconosce nell'altro un mondo interiore altrettanto vasto e legittimo del proprio, e sceglie di fare un passo verso di esso, anche senza la certezza di arrivarci. Da questa “postura” ne deriveranno gesti imperfetti, ma è proprio in questa imperfezione che risiede la loro umanità; e forse è questa l'unica forma di intimità che ci è davvero concessa.
“Il confine del mio linguaggio è il confine del mio mondo.“
Lo sapeva anche Ludwig Wittgenstein, che al linguaggio riconosceva un confine invalicabile - e tuttavia, è proprio lì che due mondi si toccano.
E lo intuivano anche i sei personaggi di Pirandello, alla ricerca di qualcuno che li capisse.