23/04/2026
Li ha vestiti con cura, nel cuore della notte, mentre tutto intorno dormiva. Li ha vestiti come per un momento importante, come se quel gesto potesse dare un senso a ciò che nella sua mente era già deciso da tempo.
Poi il vuoto.
Non è in quell’istante che nasce una tragedia così. È lì che diventa visibile.
La sofferenza esistenziale può arrivare a un punto in cui vivere non è più percepito come una possibilità, ma come un peso insostenibile.
Sembrava che nulla lo facesse presagire.
Ma la depressione non è solo tristezza. È una trasformazione profonda del modo di percepire l’esistenza: ciò che prima aveva significato lo perde, ciò che era sopportabile diventa insostenibile. E proprio perché spesso resta invisibile, ci mette di fronte a un limite difficile da accettare: non possiamo capire tutto, non possiamo prevedere tutto.
Davanti a tragedie come questa, cerchiamo cause semplici, responsabilità chiare. È un bisogno umano: dare ordine al caos. Ma il dolore psichico non segue logiche lineari, e ridurlo a una spiegazione rischia di tradirne la complessità.
Forse la domanda più onesta non è “di chi è la colpa?”, ma “quanto spazio reale diamo, ogni giorno, alla fragilità umana?”
Non si tratta di giustificare, né di giudicare. Si tratta di riconoscere che esistono punti dell’esistenza in cui una persona può smarrirsi completamente, fino a non vedere più alternative.
E allora ciò che resta è una responsabilità più sobria e concreta: imparare a stare accanto, creare contesti in cui il dolore possa emergere senza vergogna, senza paura, prima che diventi insopportabile.
Un pensiero va a chi sta ancora lottando tra la vita e la morte, e a chi, ogni giorno, prova a tenere insieme ciò che dentro sembra spezzarsi.
Se vogliamo davvero rendere il mondo un posto migliore, forse dobbiamo iniziare da qui: riconoscere che l’esistenza può ferire, e che nessuno dovrebbe affrontare quella ferita da solo.