03/02/2026
Non diremmo mai a una persona cieca: “guarda meglio”.
Né a una persona sorda: “ascolta meglio”.
Né a una persona muta: “parla bene”.
Eppure, a scuola spesso, continuiamo a dirlo ogni giorno.
Al bambino con ADHD: “stai fermo”.
All’alunno nello spettro autistico: “guardami negli occhi”.
Al dislessico: “leggi meglio”.
Al disgrafico: “scrivi meglio”.
A chi ha un disturbo del linguaggio: “parla bene”.
A chi ha difficoltà attentive: “stai attento”.
Queste non sono strategie educative, rappresentano richieste che colpiscono il punto di maggiore fragilità.
La ricerca pedagogica e neuroscientifica è chiara:
👉 senza benessere psicologico non c’è apprendimento.
La sicurezza emotiva genera fiducia.
La fiducia alimenta la motivazione.
La motivazione apre alla didattica.
A volte, quindi, non serve “fare più scuola”. Servirebbe fare scuola meglio.
Una scuola inclusiva non chiede agli studenti di adattarsi a un modello unico. Si trasforma per accogliere le differenze.
Perché non è la scuola a essere viva o morta.
Sono le persone che la abitano a fare la differenza.