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       di:Michele De MaioGino Sorbillo apre il primo fast food della pizza: in centro a Milano con menu a 9 euro e 90Die...
17/02/2026


di:Michele De Maio
Gino Sorbillo apre il primo fast food della pizza: in centro a Milano con menu a 9 euro e 90
Dietro al Duomo di Milano apre POP – People of Pizza, il nuovo format firmato Gino Sorbillo che porta la pizza napoletana (e non solo) nel mondo del fast food. Prezzo simbolo: 9,90 euro. Un’operazione popolare, mediatica e per certi versi pure politica
OP è l’abbreviazione di popolare, ma in questo caso è anche l’acronimo di People Of Pizza. Una doppia chiave di lettura che chiarisce l’impostazione del nuovo progetto di Gino Sorbillo, aperto a pochi passi dal Duomo di Milano, in Via Cappellari 3. Un format che concentra fin dall’inizio la propria identità su un messaggio semplice e immediatamente riconoscibile. Quel 9 e 90, ripetuto ossessivamente nel video di lancio diffuso sui social, ha funzionato come elemento catalizzatore della comunicazione. Tanto da uscire rapidamente dal perimetro promozionale e intrecciarsi con l’immaginario popolare: a Napoli, proprio il giorno della pubblicazione del video, sabato 14 febbraio, quei numeri sono diventati ambo vincente sulla ruota cittadina. Una coincidenza che ha sicuramente amplificato il racconto ma al di là dell’aneddoto, POP intercetta un momento preciso del mercato della ristorazione. In una fase in cui il prezzo torna a essere una variabile decisiva, il progetto di Sorbillo rimette al centro la pizza come alimento quotidiano, pensato per “tornare tra la gente”.
Dalla pizzeria di famiglia al linguaggio del fast food
La storia di Sorbillo è ormai nota, ma vale sempre la pena ricordare da dove parte per capire fino in fondo il senso dei suoi progetti più recenti. Tutto nasce da una famiglia di pizzaioli attiva dal 1935 e dalla pizzeria di via dei Tribunali a Napoli. Nel tempo, però, quel sapere artigiano si è trasformato in un sistema articolato di format, pensati per dialogare con pubblici diversi e contesti urbani lontani tra loro. In questa logica nasce Lievito Madre al Duomo e al Mare, il progetto più trasversale, concepito per portare la pizza di scuola napoletana fuori dai confini cittadini e nazionali. Con Zia Esterina – Antica Pizza Fritta l’attenzione si sposta su un solo prodotto identitario, il cibo di strada per eccellenza a Napoli. Il cambio di registro è netto con Sorbillo Gourmand, dove la pizza diventa strumento di racconto gastronomico più complesso: ingredienti selezionati, costruzioni più articolate, centralità della materia prima.
Accanto a questi progetti convivono realtà come Casa Sorbillo, che riunisce più espressioni della cucina partenopea, e collaborazioni in contesti alberghieri di fascia alta. POP – People of Pizza è l’ultimo capitolo di questo percorso ed è anche il più azzardato. Qui infatti scompare il racconto romantico dell’attesa e subentra una macchina organizzativa ispirata ai modelli americani: menu essenziali, totem per ordinare come al Mc Donald’s, servizio rapido, prezzi popolari. Un format pensato per intercettare nuovi flussi e nuove abitudini di consumo.
Cos’è POP People of Pizza di Gino Sorbillo
POP si definisce come il primo fast food della pizza napoletana in Italia, ma in realtà non è la sola tipologia di pizza che si può trovare qui. Due anime che convivono: quella partenopea e quella d’oltreoceano. Pizza napoletana classica accanto alla versione american style, fritti partenopei e bibite. Tutto pensato per essere immediato e replicabile; infatti, si sceglie, si ordina e si paga direttamente dai totem come al Mc Donald’s e nella maggior parte dei fast food. Una volta pronto l’ordine si ritira in cassa e ci si accomoda a sedere. Nel video di lancio, Sorbillo lo racconta così: “Quando vedrete questo video avrete già scoperto tutto. Benvenuti da POP, il primo fast food della pizza napoletana in Italia. Pizza sette giorni su sette, come facciamo dal 1935”.
Il menu di POP a 9,90 euro
Il cuore del progetto sembra essere nel prezzo: 9,90 euro. Per questa cifra si porta a casa un menu completo che comprende pizza margherita, fritto e bibita. Un’offerta che guarda apertamente a chi oggi fa i conti con un potere d’acquisto ridotto. “Semplifichiamo il servizio mantenendo alta la qualità dei nostri prodotti. Viva la pizza in ogni sua declinazione. We Love Pizza!”, scrivono sul post allegato al video. Il menu POP è costruito per essere rapido e leggibile: pizze classiche, ingredienti riconoscibili e poche varianti con prezzi dai 5,90 ai 7.90€.

Ci sono Margerita (anche senza lattosio) e Marinara, ma anche la Würstel e patatine. Accanto alla tradizione napoletana trovano spazio anche le pizze in stile americano, tra cui la Pepperoni e l’Hawaiana con l’ananas. Al posto delle patatine come nella maggior parte dei fast food, qui ci sono i simboli della friggitoria napoletana come crocchè e frittatine di pasta, ma anche arancini e ciliegine di mozzarella. Per chi non fosse sazio del menu per 3,90€ si può aggiungere un dolce a scelta tra ciambelle fritte napoletane, le tipiche graffe, e i maritozzi con la panna.
L’inaugurazione a Milano e la seconda apertura in un centro commerciale
Mercoledì 18 febbraio alle ore 18, Milano vedrà l’apertura di POP. Ma il progetto non si ferma a Milano; infatti, dopo il capoluogo lombardo, la seconda apertura è già programmata al Centro Commerciale Campania di Marcianise, in provincia di Caserta, confermando l’ambizione del brand di crescere con un modello che unisca velocità, qualità e accessibilità. POP prova così a scrivere una nuova pagina nella storia di Sorbillo, ma riuscirà a diventare un punto di riferimento o resterà una scintilla destinata a spegnersi, tra gli sguardi indignati di chi storce il naso di fronte a una pizza con l’ananas?

      Supercar da 30 milioni scomparsa, famiglia offre 100mila euro di ricompensadi:Michele De Maio Vediamo di cosa si t...
15/02/2026


Supercar da 30 milioni scomparsa, famiglia offre 100mila euro di ricompensa

di:Michele De Maio
Vediamo di cosa si tratra:

L'Alfa Romeo 33 Stradale del 1967 è una delle auto più rare e costose al mondo, con quotazioni attuali che superano facilmente i 10 milioni di dollari. Al lancio nel 1967, era l'auto più costosa sul mercato, con un prezzo di listino di 9.750.000 lire, cifra che la rendeva quasi inavvicinabile rispetto alle altre sportive dell'epoca.
Ecco i punti chiave riguardanti il valore e il prezzo della 33 Stradale:
Valore Collezionistico: Oggi, essendo prodotti solo 18 esemplari originali, il valore è inestimabile, spesso soggetto a trattative private che superano le decine di milioni.
Prezzo al lancio (1967): Con 9.750.000 lire, era estremamente costosa rispetto alla concorrenza, riflettendo la sua derivazione diretta dalle corse (Tipo 33).
Contesto storico: È considerata un capolavoro di design e ingegneria, con un motore V8 da 2 litri.

Ecco dopo aver capito di cosa parliamo gli eredi offrono:
Centomila euro a chiunque contribuirà concretamente al ritrovamento di un’auto da collezione, del valore di ben 30 milioni di euro, sparita nel nulla. Ad offire la lauta ricompensa è la famiglia del defunto proprietario dell’iconica Alfa Romeo 33 Stradale, finita al centro di un’indagine della Procura di Milano che, secondo quanto rendono noto i legali della famiglia, ipotizza i reati di estorsione e falso.
Gli eredi dell’uomo, che di recente hanno presentato una denuncia con nomi e cognomi, rivolgono ora un appello: “chiunque avesse informazioni o avvistasse l’auto può contattare i legali Angelo e Sergio Pisani di Napoli e l’avvocato Francesco Sacchetti di Milano.
La ricompensa sarà riconosciuta al momento del rientro in possesso del veicolo”.
Intanto emergono nuovi elementi dalle indagini difensive dei tre avvocati: da accertamenti eseguiti al Pubblico Registro Automobilistico risulta una denuncia di smarrimento delle targhe firmata da un noto collezionista francese.
Un dettaglio – secondo i legali – che rafforza il sospetto degli investigatori su un’operazione studiata per far perdere le tracce della supercar, dopo una contestata cessione e la successiva esportazione del veicolo all’estero.
Nella denuncia la famiglia del prorpietario parla di pressioni, minacce e di un clima di forte vulnerabilità emotiva in cui sarebbe maturata la firma.
“La speranza della famglia – sottolineano i tre legali – è che l’appello pubblico e la ricompensa possano rompere il muro di silenzio e riportare in Italia uno dei modelli più rari e preziosi al mondo”.

   di:Michele De MaioCos’è questa storia dell’angelo con la faccia di Giorgia Meloni in una chiesa di RomaL'autore nega ...
03/02/2026


di:Michele De Maio
Cos’è questa storia dell’angelo con la faccia di Giorgia Meloni in una chiesa di Roma
L'autore nega di aver ritratto la presidente, ma i funzionari del ministero della Cultura hanno comunque organizzato un sopralluogo
Nella basilica di San Lorenzo in Lucina, una chiesa a pochi passi dal mausoleo di Augusto, nel centro storico di Roma, è stato da poco restaurato un dipinto che raffigura, tra le altre cose, due angeli. Uno dei due, però, sembra essere stato ridisegnato con un volto molto simile a quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Dopo la prima segnalazione del quotidiano la Repubblica, la notizia ha iniziato a circolare sui giornali e sui social suscitando molte ironie e le critiche dei partiti d’opposizione. Alla fine è intervenuta anche la stessa Meloni, che ha pubblicato un post sui social media scrivendo: «No, decisamente non somiglio a un angelo».
L’intervento è stato fatto da Bruno Valentinetti, un restauratore autodidatta di 83 anni che vive nella sagrestia e apre la basilica tutte le mattine. Ha detto di averlo fatto «da volontario» su richiesta del parroco, monsignor Daniele Micheletti, per ripagarlo della sua ospitalità, di aver impiegato due anni per il restauro e di averlo concluso l’anno scorso. Ha anche negato di aver ritratto Meloni e ha detto di aver semplicemente ricalcato le fattezze del dipinto precedente, che dice di aver fatto sempre lui diversi anni fa.

Don Micheletti ha detto all’agenzia Ansa che aveva chiesto a Valentinetti di riprodurre i dipinti esattamente com’erano prima. Ha ammesso di vedere anche lui una certa somiglianza con la presidente del Consiglio, che però non ha saputo spiegare.

Nella polemica sono quindi intervenuti anche i partiti di opposizione. Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico nella commissione Cultura della Camera, ha chiesto che il ministro della Cultura Alessandro Giuli faccia intervenire la Soprintendenza di Roma e che eventualmente venga disposto il ripristino dell’affresco alle sue condizioni originali. Manzi ipotizza una violazione del codice dei beni culturali e del paesaggio, che secondo lei vieta alterazioni arbitrarie, personalizzazioni o interventi non in linea con criteri scientifici, storici e artistici su beni tutelati. Tuttavia c’è anche chi ritiene che gli affreschi, essendo contemporanei, non siano nemmeno soggetti alla tutela della Soprintendenza.
Anche i parlamentari del Movimento 5 Stelle delle commissioni Cultura di Camera e Senato hanno chiesto che il ministero accerti le responsabilità del restauro, diffondendo una nota nella quale si sono detti «allibiti» per l’accaduto. Dopo queste polemiche, il ministero della Cultura ha detto che la Soprintendenza di Roma ha chiesto ad alcuni tecnici di fare un sopralluogo nella basilica, per accertare la natura dell’intervento.

Il dipinto si trova in una ca****la a destra dell’altare, su una parete dedicata ai Savoia, la famiglia regnante in Italia prima della nascita della Repubblica. In particolare i due angeli sono stati raffigurati ai lati di un busto di Umberto II di Savoia.

    di:Michele De MaioFu ideata nel 1967 dal catanese Saro Balsamo, che ebbe diverse disavventure giudiziarie mentre con...
02/02/2026

di:Michele De Maio
Fu ideata nel 1967 dal catanese Saro Balsamo, che ebbe diverse disavventure giudiziarie mentre conduceva una battaglia contro la censura: i primi tempi, in diverse città la magistratura ordinava ogni mese un ritiro di massa della rivista, la quale veniva quindi acquistata dai lettori nelle prime ore dopo il suo arrivo in edicola.[2] Nel 1971, a meno di quattro anni dalla sua prima uscita, Playmen raggiunse una circolazione di 450 000 copie.

La rivista cominciò imitando la più nota Pl***oy, anche se la prima «Ragazza del mese», Brigitte Bardot, si copriva il seno con le mani. In seguito Playmen prese uno stile tutto suo, riflettendo il gusto europeo e non sovraesponendo seni come la rivista statunitense. In un'intervista concessa al settimanale Time, Adelina Tattilo disse: «Gli Stati Uniti sono un matriarcato. Penso che sia questa la ragione per cui gli uomini americani preferiscono le donne con seni esagerati, voluminosi, vere calde bambinaie con un rassicurante aspetto materno». Le donne scelte dalla Tattilo erano più magre e più mature rispetto a quelle predilette da Hefner.
Molte celebrità cominciarono la loro carriera apparendo sulla copertina di Playmen o utilizzarono la rivista per un rilancio: Pamela Villoresi, Patty Pravo, Brigitte Bardot, Ornella Muti, Amanda Lear e molte altre. Ursula Andress comparve nuda per l'ultima volta a 45 anni sulla copertina di Playmen nel marzo 1982. La rivista ospitò le immagini di celebri attrici e modelle come Teresa Ann Savoy, Lilli Carati e Camille Keaton. Nel 1972 Playmen ottenne uno scoop internazionale pubblicando le foto di Jacqueline Kennedy, allora moglie di Aristotele Onassis, mentre si abbronzava nuda ai bordi della piscina nella loro villa nell'isola di Skorpios.[3][4] Diretta da Luciano Oppo, figlio del pittore Cipriano Efisio Oppo, oltre alle foto di celebrità svestite la rivista conteneva articoli di esponenti della cultura del tempo, e interviste a personaggi che operavano nell'ambito di letteratura, cinema, arte, politica e sport; in tal senso, sulla rivista apparve un'intervista al filosofo tradizionalista Julius Evola e, sempre di questi, una parte del saggio Cavalcare la tigre,[5] mentre nel luglio 1968 pubblicò un articolo di Henry Miller.

Negli anni 90, con la massiccia esplosione del mercato delle videocassette erotiche e p**nografiche, la rivista accusò una grave flessione delle vendite, cui si sommò la sempre più facile diffusione di materiale audiovisivo erotico e gratuito tramite la rete, che pose l'impero della Tattilo definitivamente in crisi, fino alla chiusura di Playmen sopraggiunta nel 2001. Il figlio di Adelina Tattilo e di Saro Balsamo, dopo la conclusione dell'epopea della rivista fondata dai genitori, ha pubblicato alcune edizioni del Calendario Playmen: in particolare per gli anni 2004 e 2005, dedicati a Loredana Bontemp

    leggi questo articolo ora...di:Michele De MaioBuen Camino, la targa della Ferrari di Checco Zalone era una profezia?...
31/01/2026

leggi questo articolo ora...di:Michele De Maio
Buen Camino, la targa della Ferrari di Checco Zalone era una profezia? L'assurda teoria

Il successo di Buen Camino continua a crescere, con incassi che superano i 71 milioni di euro a meno di un mese dall'uscita. Un fenomeno che va anche oltre il cinema stesso: in queste ore, ad esempio, una curiosa teoria sulla targa della Ferrari Portofino di Checco Zalone sta alimentando il folklore intorno al film.

Nel film, la Ferrari non è solo un oggetto di scena, ma uno status symbol e un importante espediente comico. La Portofino utilizzata dal protagonista diventa il veicolo della trasformazione del personaggio e ridicolizza l’ostentazione del lusso, anche quando non è necessario. Ciò che ha suscitato l'interesse degli spettatori, però, è la targa della Ferrari, su cui compaiono le lettere C e Z (le iniziali di Checco Zalone) e i numeri 710.

Secondo alcuni fan, la sequenza numerica nasconderebbe un messaggio profetico: il 71 sarebbe il riferimento ai 71 milioni di euro incassati dal film entro il 21 gennaio. La cifra 0 sarebbe da interpretare come una O, collegata a una lettura più ampia che, abbinata alle Q e T finali, potrebbe suggerire “Otteremo Questo Risultato”. Che si tratti (con ogni probabilità) di una pura coincidenza o di una scelta consapevole del regista Gennaro Nunziante, la teoria ha subito conquistato il pubblico, aggiungendo un ulteriore strato di mito alla pellicola che sta facendo parlare di sé. In queste ore, intanto, gli autori di Zelig hanno inviato un messaggio a Checco Zalone.

    Di:La redazioneNapoli, si mette ordine a Largo Maradona: ecco come il Comune trasformerà uno dei luoghi più visitati...
29/01/2026


Di:La redazione
Napoli, si mette ordine a Largo Maradona: ecco come il Comune trasformerà uno dei luoghi più visitati
La giunta comunale ha approvato il progetto pubblico-privato per una nuova pavimentazione e l'installazione di arredi urbani in uno dei posti più iconici della città. La Camera di Commercio: accolta l'impostazione suggerita da noi

Napoli, si mette ordine a Largo Maradona: ecco come il Comune trasformerà uno dei luoghi più visitati
Napoli, si mette in ordine a Largo Maradona: ecco come il Comune trasformerà uno dei luoghi più visitati
Largo Maradona com'è e come diventerà nei programmi del Comune

La giunta comunale ha approvato il progetto pubblico-privato per una nuova pavimentazione e l'installazione di arredi urbani in uno dei posti più iconici della città. La Camera di Commercio: accolta l'impostazione suggerita da noi

Superamento delle barriere architettoniche con una nuova pavimentazione uniforme in pietra lavica; installazione di arredi urbani tra cui panchine, fioriere, pergolati ombreggianti e chioschi amovibili; interventi di ripristino dei muri perimetrali e del cancello storico, oltre all'installazione di un nuovo impianto di illuminazione.
Il Comune di Napoli vuol ridisegnare del tutto Largo Maradona, nei Quartieri Spagnoli, quella sorta di santuario laico nato e sviluppatosi negli anni in onore di Diego Armando Maradona e vuole farlo attraverso «una iniziativa privata ma assoggettata a uso pubblico».

I commercianti e gli ideatori dell'iniziativa erano stati ricevuti dal sindaco Gaetano Manfredi nelle passate settimane dopo le manifestazioni di protesta che avevano tenuto il luogo chiuso al pubblico.
In quell'occasione, anche per superare una serie di abusi da sempre esistenti, si era convenuto che al più presto si sarebbe trovata una soluzione che mettesse tutti d'accordo, ente locale e privati, a garanzia delle migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo che ogni giorno si arrampicano per visitare il celebre murale dedicato al Pibe de Oro. E ora la giunta comunale, su proposta della vicesindaca Laura Lieto, ha approvato un progetto «per la realizzazione di un'attrezzatura di quartiere ad uso pubblico».
L'intervento interesserà l'area scoperta di circa 197 metri quadrati situata all'angolo tra via Emanuele De Deo e vico Concordia. L'accordo nello specifico prevede: accesso libero e gratuito per tutti i cittadini per l'intera giornata; gestione e manutenzione (pulizia, custodia e utenze) a totale carico dei privati proponenti, senza alcun onere per l'Amministrazione Comunale; uso pubblico perpetuo, garantendo al quartiere un nuovo polmone sociale regolamentato in modo analogo ai parchi pubblici cittadini.

Il Comune fa sapere che il provvedimento «ha ricevuto i pareri favorevoli della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio e di tutti i servizi tecnici comunali competenti». E che una volta ultimati i lavori, «la Municipalità 2 avrà il compito di vigilare sul rispetto degli obblighi della convenzione e di collaborare alla definizione delle attività sociali e culturali che potranno essere ospitate nello spazio».

Per il sindaco Manfredi «con questa delibera restituiamo ordine a un luogo diventato iconico: la riqualificazione di Largo Maradona non è solo un atto urbanistico, ma un segnale di attenzione verso la vivibilità dei Quartieri Spagnoli. Trasformiamo un'area privata in uno spazio collettivo curato e sicuro, dove l’identità popolare di Napoli incontra una gestione moderna e rispettosa del decoro urbano».
La vicesindaca Lieto aggiunge: «Questo intervento rappresenta un modello virtuoso di collaborazione tra pubblico e privato. Attraverso lo strumento della convenzione, recuperiamo un vuoto urbano che per decenni è rimasto irrisolto, dotandolo di arredi, zone d’ombra e accessibilità totale. È un tassello fondamentale della nostra strategia per Napoli: rigenerare i micro-spazi del centro storico per migliorare la qualità della vita quotidiana dei residenti».
Teresa Armato, assessora al turismo, conclude: «Largo Maradona è ormai una tappa obbligatoria per migliaia di turisti da tutto il mondo. Era fondamentale intervenire per gestire i flussi in modo armonioso e offrire un’accoglienza all'altezza della fama internazionale di questo luogo. Con queste nuove attrezzature, la 'piazzetta' diventerà un biglietto da visita ancora più accogliente, capace di conciliare la devozione sportiva con il rispetto del territorio e delle sue tradizioni».

«Grazie alla mediazione della Camera di Commercio, che dal primo momento si è fatta carico di suggerire i percorsi amministrativi, si avvia alla definitiva soluzione la vicenda del cosiddetto Largo Maradona», è invece il commento del presidente dell'ente camerale Ciro Fiola.
«Nell'ottica di una proficua intesa istituzionale, il Comune di Napoli ha approvato un'importante delibera che definisce il futuro di quell'area e che consente agli operatori di potersi riorganizzare assumendo tutte le caratteristiche per agire nel solco della legalità e del rispetto delle regole. Una impostazione, quella orientata alla riqualificazione di un'area che sarà a uso pubblico ma completamente gestita da privati, che avevamo suggerito e che è stata accolta. Anche in questa seconda fase la Camera di Commercio sarà disponibile a fornire la propria assistenza amministrativa alle imprese».

    di: Michele de MaioLapo Elkann mette all’asta la sua Ferrari FF 2013: perché è un pezzo unico al mondo e quanto vale...
14/01/2026

di: Michele de Maio
Lapo Elkann mette all’asta la sua Ferrari FF 2013: perché è un pezzo unico al mondo e quanto vale
La FF 2013 di Lapo Elkann è stata messa all’asta per collezionisti ed estimatori che potranno contendersi una delle auto più iconiche di Maranello. La scelta dei tessuti interni insieme al colore della carrozzeria, uniti ad un modello storico per il Cavallino Rampante ne fanno un pezzo unico.

La Ferrari FF 2013 di Lapo Elkann è finita all'asta. Una notizia che farà impazzire estimatori e collezionisti vicini alla Casa di Maranello che potranno provare a contendersi una delle più iconiche vetture di sempre, la prima Ferrari "wagon" e a trazione integrale resa pezzo unico dalle intuizioni e dalle scelte effettuate dallo stesso Lapo che, in tempi non sospetti, l'allestì con una personalizzazione esclusiva. Il valore di partenza? Stimato tra i 220 mila e i 320 mila euro.

La FF 2013 di Lapo Elkann all'asta: perché è un pezzo da collezione
Già parlare semplicemente di FF per gli appassionati significa confrontarsi con un modello che ha segnato una svolta storica nella Ferrari grazie ad una linea unica, un'abitabilità 2+2 e la trazione integrale 4RM, per una familiare ad altissime prestazioni. A tutto ciò si deve aggiungere la personalizzazione voluta da Lapo Elkann che ha reso la FF ancora più particolare di quanto già rappresenta: carrozzeria full "Novo Blu" e soprattutto un abitacolo rivestito interamente in stoffa, dal cruscotto ai pannelli porta fino ai sedili e al volante, coordinando il tutto alla tinta esterna e creando un effetto che a distanza di oltre un decennio è ancora pura tendenza. Non è un caso che ultimamente molti scelgono proprio il rivestimento in stoffa rispetto ai classici interni in pelle.

Il valore della FF di Lapo e il precedente di John Elkann
C'è anche un prezzo di riferimento per la FF di Lapo Elkann che verrà battuta all'asta dei collezionisti del settore. La base di partenza è stimata tra i 220 e i 320mila euro, cifra che riflette il valore di un modello storico grazie al suo V12 aspirato, ma soprattutto la rarità del pezzo, grazie alla configurazione personalizzata e all'ulteriore appeal legato al nome del proprietario, appartenente ad una famiglia che recentemente ha già messo all'asta altri pezzi da collezione: un'altra FF, di proprietà di John Elkann, all'asta per 400 mila euro.

      di: Michele De MaioFabrizio Corona su Netflix pagato con 793mila euro di fondi pubblici: il tax credit del MiC die...
14/01/2026


di: Michele De Maio
Fabrizio Corona su Netflix pagato con 793mila euro di fondi pubblici: il tax credit del MiC dietro “Io sono notizia”
La docuserie di Fabrizio Corona su Netflix ha ricevuto 793mila euro di tax credit dal Ministero della Cultura di Alessandro Giuli, nonostante il film sia uscito in abbonamento su Netflix. Lo rivela La Verità. Ecco come funziona il sistema dei fondi pubblici.
La docuserie di Fabrizio Corona su Netflix, Io sono notizia, disponibile sulla piattaforma dal 9 gennaio, è stata finanziata con 793.629 euro di tax credit erogati dal Ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli. A rivelarlo è il quotidiano La Verità, che ha ricostruito i dettagli economici dell'operazione.
I cinque episodi che ripercorrono la parabola dell'uomo più chiacchierato del momento sono costati in tutto circa 2,5 milioni di euro. Di questi, quasi 800.000 euro sono arrivati dalle casse pubbliche sotto forma di credito d'imposta per la produzione cinematografica e audiovisiva.

I numeri dietro la produzione
La docuserie è stata prodotta da Bloom media house, società a responsabilità limitata guidata da Marco Ch***pa e Alessandro Casati. Secondo quanto riportato da La Verità, quindi l'investimento totale ammonta a 2.493.762 euro, di cui il 31,8% coperto dal tax credit ministeriale
Francesco Costabile: "Complimenti a Netflix per aver pagato Corona che si vanta di aver imposto l’aborto alla sua compagna"
Come è noto, questo è progetto che arriva con un timing molto particolare per Fabrizio Corona. Arriva, infatti a quasi un mese di distanza dalla prima puntata di Falsissimo sul caso Signorini che ha prodotto due indagini, una per revenge p**n nei confronti proprio dell'imprenditore e un'altra per violenza sessuale e estorsione ai danni del conduttore.

Come funziona il tax credit del Ministero della Cultura
Il credito d'imposta per la produzione audiovisiva è uno strumento previsto dalla normativa italiana per sostenere l'industria cinematografica e televisiva nazionale. Il meccanismo, gestito dalla Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del MiC, prevede che le società di produzione possano recuperare una percentuale delle spese sostenute per opere considerate di interesse culturale.
Per accedere ai fondi, le produzioni devono rispettare specifici requisiti tecnici e culturali, valutati attraverso un sistema a punteggio che considera elementi come la presenza di maestranze italiane, location nazionali, contenuti legati alla cultura e alla storia italiana. Il credito d'imposta può coprire fino al 40% dei costi di produzione per opere cinematografiche e fino al 30% per produzioni televisive e web, con massimali variabili a seconda della tipologia di progetto.

Le società richiedenti devono presentare domanda prima dell'inizio delle riprese, dimostrando la sostenibilità economica del progetto e il rispetto dei parametri culturali previsti dalla normativa. Il contributo viene erogato dopo la verifica delle spese effettivamente sostenute e la valutazione dell'opera finita da parte di una commissione tecnica.

Ovviamente, questo sistema è stato più volte al centro del dibattito pubblico. Si è parlato tanto dei criteri di assegnazione e della reale efficacia di questi fondi a promuovere produzioni di qualità culturale. Nel caso specifico della docuserie su Corona, i fondi pubblici hanno sostenuto un'opera destinata a una piattaforma internazionale privata come Netflix: è giusto sollevare un interrogativo sull'utilizzo delle risorse dello Stato per progetti che finiscono su circuiti commerciali chiusi dietro abbonamento.

Buona Epifania
06/01/2026

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01/01/2026

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