Gianfranco Ricci - Psicologo

Gianfranco Ricci - Psicologo Benvenuta/o nella mia pagina. Qui potrai trovare contenuti sulla psicologia e la psicoanalisi

IL GIUDIZIO DI RE SALOMONEL’episodio biblico del “giudizio del Re Salomone” rappresenta una delle vicende più note dell’...
22/01/2026

IL GIUDIZIO DI RE SALOMONE

L’episodio biblico del “giudizio del Re Salomone” rappresenta una delle vicende più note dell’Antico Testamento (Libro dei Re).

Il re di Israele viene chiamato a svolgere il ruolo di giudice in una contesa che divide due donne, Anna e Basemah. Le due donne sono diventate madri nella stessa casa e negli stessi giorni; tuttavia, durante la notte, il figlio di Basemah morì. La donna, disperata, prese il figlio di Anna, affermando che fosse il proprio.

Lo scontro furioso tra le due donne non poteva che essere risolto dall’intervento del sovrano.

Salomone individuò una soluzione per svelare chi delle due donne fosse davvero la madre del neonato superstite: egli ordinò ad una guardia di dividere, con una spada, il corpo del bambino a metà, così da consegnarne una parte a ciascuna delle due donne.

Se Basemah accettò la proposta del sovrano, la disperazione di Anna fu tale da risolvere l’intricato conflitto: pur di veder salva la vita del proprio figlio, Anna accettò di cederlo alla rivale. Tuttavia, era proprio questo l’intento di Salomone: svelare l’intima natura della maternità.

Anna ha assunto fino in fondo la propria funzione di madre: la rinuncia ad ogni forma di padronanza rispetto alla vita del figlio la colloca come una madre giusta. Per questo Salomone riconosce in lei la vera madre del bambino, assegnandolo e decidendo di punire invece Basemah per il proprio gesto.

Come possiamo interpretare questo racconto biblico alla luce della psicoanalisi?

Le due donne descritte nell’episodio biblico rappresentano due facce dell’esperienza della maternità: se Anna costituisce il prototipo di una maternità che assume in sé il lutto rispetto alla padronanza del figlio, Basemah invece incarna un materno che nel figlio vede solo un oggetto di godimento, l’estensione del proprio narcisismo.

Preservare la vita del figlio significa infatti accettarne l’assoluta eterogeneità, facendo i conti con l’impossibilità di decidere della sorte del figlio stesso.

Dall’altra, possiamo vedere nel gesto di Basemah l’effetto drammatico del lutto per la perdita del figlio: vedere l’alleanza vitale tra Anna e il proprio bambino deve essere stato insopportabile per la povera Basemah, appena colpita dalla morte del proprio figlio neonato.

Per questo il gesto della donna rappresenta il culmine dell’espressione del sentimento invidioso: davanti alle possibilità di gioire della maternità, allora anche l’altro deve soffrire come il soggetto, venendo privato a sua volta del figlio, fonte di gioia.

La dimensione speculare dell’invidia emerge con chiarezza: la radicale ingiustizia subita da Basemah troverebbe un proprio equilibrio solo nella morte del figlio di Anna per mano della guardia del re Salomone.

Il mal comune della vicendevole perdita dei figli rappresenterebbe un’illusoria compensazione per la perdita subita. Piuttosto l’unica verità della vicenda è la tragica ingiustizia insita nell’esperienza umana: se il figlio di Anna non merita di morire per mano della guardia e perché nessun bambino merita di morire.

Il dramma di Basemah rappresenta quindi un vivido esempio dell’impossibile lutto della madre per il figlio a cui ha dato la vita.

Infine, il re Salomone si erge come “terzo simbolico” della legge: il sovrano è chiamato in causa come arbitro per superare il conflitto inestinguibile tra le due donne; solo apparentemente Salomone evoca l'illusoria pacificazione tra le due donne nell'uguale divisione del bene (la vita del bambino). Il taglio che il sovrano evoca fa emergere invece la verità del desiderio materno.

Da una parte abbiamo quindi il taglio accettato da Basemah, taglio reale e mortifero sul corpo del figlio; dall’altra il taglio simbolico di Anna, che separa la creatura dal suo creatore, accettando la sua libertà.

Questo secondo taglio simbolico, invece di distruggere la vita del figlio, la rende possibile.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Nell’immagine: Raffaello Sanzio – “Giudizio di Salomone” (1508).

Per approfondire:
-Angelo Villa – “Che cosa vuole una madre?”;
-Serge Lebovici – “Il neonato, la madre e lo psicoanalista”;
-Massimo Recalcati – “Le mani della madre”.

LA MELANCONIALa perdita è una delle più frequenti e dolorose esperienze umane. Nel corso della vita, l’esistenza è coste...
19/01/2026

LA MELANCONIA

La perdita è una delle più frequenti e dolorose esperienze umane. Nel corso della vita, l’esistenza è costellata da una serie di lutti che siamo chiamati ad elaborare. Il processo di elaborazione del lutto è centrale per tenere insieme il tessuto della realtà e sopravvivere a queste perdite.

Si tratta di un vero e proprio processo simbolico che porta a riorganizzare l’esperienza del soggetto, facendo i conti con il posto vuoto lasciato da ciò che è venuto meno (una persona, un animale, un’esperienza, un luogo).

Freud sottolinea come questo processo richieda due ingredienti fondamentali: tempo e lavoro.
Attraverso questo processo simbolico, da una parte avviene una riorganizzazione dell’esperienza e del mondo nel quale il soggetto vive; dall’altra la pulsione trova nuove vie per legarsi a nuovi oggetti.

Ciò che viene perso è quindi simbolizzato, trattato attraverso dispositivi che ne richiamano alcuni elementi così da offrire un senso di continuità nella perdita (tramite forme religiose o civili di ricordo e di legame, ad esempio).

Tuttavia, nella psicosi melanconica il processo di elaborazione del lutto è impossibile. Da una parte il soggetto fatica a comprendere quale sia l’elemento perduto che suscita dolore, poiché la perdita appare enigmatica e difficile da spiegare; dall’altra, come sottolinea Freud:

“emerge in primo piano, rispetto alle altre rimostranze, la riprovazione morale nei confronti del proprio Io; la valutazione di sé si basa assai più raramente su imperfezioni fisiche, bruttezza, debolezza, inferiorità sociale; solo l’impoverimento assume una posizione di rilievo fra i timori o le dichiarazioni del malato“

L’impossibilità di elaborare simbolicamente il lutto determina una scissione interna alla psiche del soggetto: una parte dell’io attacca l’altra; questo rimprovero appare avere origine nel mondo esterno per poi rivolgersi verso quello interno.

Cosa è accaduto?
La perdita dell’oggetto mette in crisi l’investimento pulsionale; secondo Freud, la libido rimasta libera finisce con il tornare sull’Io; tuttavia ciò determina identificazione dell’Io stesso con l’oggetto perduto.

Commenta Freud: “l’ombra dell’oggetto cade così sull’Io”

È questa identificazione, il sovrapporsi dell’oggetto perduto con l’io, a scatenare il conflitto interno che si traduce in autocritica e autodistruttività.

Conclude Freud:
“Quando l’amore per un oggetto si è rifugiato nell’identificazione narcisistica –ma si tratta di un amore a cui non si può rinunciare nonostante si sia rinunciato all’oggetto stesso – accade che l’odio si metta all’opera contro questo oggetto sostitutivo oltraggiandolo, denigrandolo, facendolo soffrire e derivando da questa sofferenza un sadico soddisfacimento”.

Che effetto ha questo processo sulla psiche del soggetto melanconico? Lo vediamo bene nel racconto della sua esperienza: nella melanconia il mondo è solo al passato, svuotato di senso e di ogni possibile futuro.

Il melanconico è un soggetto che ha terminato di vivere, ma che nonostante ciò non muore. Una spirale depressiva senza fine cattura il soggetto, trascinandolo in un’esistenza nella quale il passato prende il posto del futuro.

L’impasto sempre presente tra pulsioni di vita e pulsione di morte lascia posto al prevalere senza argini della pulsione di morte. Per questo per il soggetto l’unica via d’uscita è il suicidio come modo per, distruggendo l’Io, distruggere anche l’oggetto perduto che non tramonta mai.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Sigmund Freud – “Lutto e melanconia”;
-Roberto Cavasola – “Bipolare? La melanconia, la mania, il suicidio e Lacan”;
-Massimo Recalcati – “Lavoro del lutto, melanconia e creazione artistica”.

LA PARANOIALa clinica psicoanalitica nasce per il trattamento della nevrosi. Secondo Freud, infatti, non era possibile s...
16/01/2026

LA PARANOIA

La clinica psicoanalitica nasce per il trattamento della nevrosi. Secondo Freud, infatti, non era possibile sottoporre a trattamento analitico i casi di psicosi. La ragione di questa esclusione risiedeva nella convinzione che i soggetti psicotici non potessero sviluppare il transfert nei confronti dello psicoanalista.

Tuttavia, le generazioni successive di psicoanalisti hanno lavorato molto nell’ambito della psicosi, declinando la tecnica e facendo passi avanti nella teoria.

Possiamo individuare tre principali tipologie di psicosi: la melanconia, la schizofrenia e la paranoia.

Con melanconia si intende la forma psicotica che può assumere la depressione; la schizofrenia invece si concentrerebbe su una profonda alterazione del rapporto del soggetto con il corpo, con le percezioni e i propri pensieri; infine la paranoia avrebbe a che fare con lo strutturarsi di una radicale contrapposizione tra l’Io del soggetto psicotico ed un Altro malvagio che lo perseguita.

Secondo Freud, nella lettura che ne fa Lacan, queste tre diverse forme di psicosi sarebbero caratterizzate dalla prevalenza di un medesimo meccanismo, chiamato “preclusione” o “forclusione”.

Vi sono tre struttura di personalità, ciascuna organizzata intorno ad un certo meccanismo difensivo che regola il rapporto tra pulsione e realtà: la “nevrosi” si strutturerebbe attorno al prevalere della “rimozione”; la “perversione” sarebbe invece basata sul meccanismo di “negazione”; infine la “psicosi”, come abbiamo detto, sarebbe legata alla “preclusione”.

Con “preclusione” si intende l’assenza della “rimozione simbolica del moto pulsionale”; mancando il trattamento simbolico della pulsione, il soggetto si trova travolto dallo strapotere dell’Es, che ritorna direttamente nel reale nella forma persecutoria dell’Altro onnipotente, dell’allucinazione o della percezione di disgregazione del corpo.

Ciò determina la perdita di confini tra interno ed esterno, tra soggetto e oggetto, alterando la percezione della realtà.

Un effetto generale della preclusione è la perdita della dimensione ordinaria del senso nel mondo: il soggetto si trova disorientato, davanti ad un mondo enigmatico che suscita in lui prima perplessità poi angoscia.

La paranoia è un modo di trattare questo strapotere dell’Es, cercando nel mondo colui che incarna l’Altro maligno che perseguita senza sosta il soggetto con l’obiettivo di distruggerlo.

Il mondo del paranoico è “sovraccarico di senso”: tutto prende la forma di una persecuzione. Il soggetto colloca quindi integralmente “il godimento nel campo dell’Altro”, come direbbe Lacan.

Il paranoico cerca di porre un freno al godimento di questo Altro malvagio, creando un delirio: in questo delirio di “innocenza” e “purezza” il paranoico crea un sistema che può essere molto persuasivo e capace di contagiare un’intera collettività, come la storia del secolo scorso dimostra.

Attraverso il delirio, il paranoico cerca di trovare un nuovo equilibrio e di limitare l’invadenza distruttiva ed irresistibile dell’Altro.

Nella paranoia, il soggetto si coagula integralmente intorno al suo Io, rifiutando radicalmente ogni forma di ambiguità, di divisione ed incertezza; possiamo dire che a scomparire, nella paranoia, è la possibilità stessa che esista l’inconscio.

Il paranoico, quindi è una figura della certezza: la certezza delirante che un altro malvagio (il vicino, una minoranza, lo straniero, Dio) perseguiti il soggetto, innocente e chiamato a difendersi.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Massimo Recalcati – “Il colloquio clinico”;
-Luigi Zoja – “La paranoia”;
-AAVV – “Frontiere della Psicoanalisi – Paranoia”.

LA BISTECCA DI FREUDLa cura psicoanalitica è molto complessa. Già Freud aveva scoperto le insidie dell’“amore di traslaz...
12/01/2026

LA BISTECCA DI FREUD

La cura psicoanalitica è molto complessa. Già Freud aveva scoperto le insidie dell’“amore di traslazione”, meglio noto come “transfert”. Il suo maestro, Breuer, aveva sottovalutato il potere di questo fattore, rimanendo “scottato” nel corso della cura della celebre paziente Anna O.

Freud capisce che l’analista per operare, deve mantenere una posizione simbolica; dalla simmetria dei rapporti ordinari, come quelli di coppia o di amicizia, è necessario passare ad una posizione asimmetrica.

L’analista opera a partire da una posizione simbolica: con simbolico non si intende solo il riferimento ad un insieme di leggi e di logiche, ma al concetto greco di “simbolo”, inteso come sostituto, oggetto che prende il posto di un altro assente.

Freud infatti capisce che l’amore e l’odio dei pazienti non sono semplicemente legati alla relazione nel “qui ed ora”, con l’uomo Freud: nei confronti dell’analista i pazienti proiettano tutta una serie di vissuti che hanno a che fare con figure significative del loro passato che hanno occupato la stessa posizione ora rivestita dall’analista.

Cosa fare davanti a questi sentimenti così forti?

Freud sottolinea la necessità di far valere la legge della frustrazione: non è possibile rispondere alla domanda d’amore e alle provocazioni aggressive come si farebbe in un contesto ordinario; piuttosto la mancata risposta simmetrica dell’analista, spesso incarnata dal suo silenzio, risponde alla logica che Freud evoca citando il poeta Heine:

“logica della polenta… alla tesi della bistecca”

Freud coglie nella ripetizione di questi vissuti inconsci del passato, una resistenza al trattamento. Il paziente vorrebbe vivere davvero l’amore (o l’odio) che prova nei confronti dell’analista come se fosse uno degli amanti (o dei nemici) che incontra nella sua vita.

Il paziente vuole consumare subito, secondo la “logica della polenta”; ma l’analista sa cosa è in gioco e, con la frustrazione, spinge il paziente nella direzione della elaborazione, della simbolizzazione.

Se il paziente “mangiasse la polenta”, verrebbe meno il senso stesso del trattamento analitico, ridotto al mero agito. L’analista invece punta “alla bistecca”, a lavorare le insidie del transfert, senza inciampare, per raggiungere la vera soddisfazione che è possibile raggiungere nel trattamento analitico: far emergere la verità inconscia del soggetto.

Questo obiettivo è possibile solo se l’analista riesce a mantenere il transfert lungo il sottile crinale tra negazione e pieno accoglimento della domanda transferale del paziente.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Sigmund Freud – “Osservazioni sull’amore di traslazione” (1915);
-Glen O. Gabbard – “Introduzione alla psicoterapia psicodinamica”;
- Jean-Paul Hiltenbrand – “Transfert oggetto a identificazione. Concetti fondamentali della psicoanalisi”.

LACAN SUL TITANICIl Titanic è stato un celebre transatlantico, considerato la punta di diamante del progresso tecnologic...
09/01/2026

LACAN SUL TITANIC

Il Titanic è stato un celebre transatlantico, considerato la punta di diamante del progresso tecnologico e scientifico di inizio Novecento. Tuttavia, come tutti sappiamo, la nave subì un drammatico naufragio proprio durante il viaggio inaugurale, nell’aprile del 1912.

Ironia della sorte vuole che il soprannome della nave fosse “l’inaffondabile”.

Quasi 100 anni dopo, il regista James Cameron ha diretto un kolossal che racconta il viaggio della nave. Protagonista della pellicola sono Jack Dawson, interpretato da un giovane Leonardo DiCaprio, e Rose DeWitt Bukater, interpretata da Keith Winslet.

La pellicola è ambientata nel 1996 e ripercorre i ricordi dell’ormai anziana Rose. Rose si trova coinvolta in un fidanzamento privo d’amore con un giovane arrogante ma molto ricco, Cal. Questa unione, voluta dalla madre di Rose, ha lo scopo di risolvere i problemi finanziari della famiglia.

Nel corso del viaggio, Rose incontra Jack, un giovane artista che ha vinto giocando a poker due biglietti per la traversata inaugurale del Titanic.

Appartenenti a due mondi diversi, i due si innamorano e progettano di scappare insieme. Quando ormai il lieto fine pare già scritto, un grosso iceberg, solo parzialmente visibile, viene avvistato dalla vedetta ma l’impatto è inevitabile.

Le nuvole numerose falle nello scafo provocano l’ingresso nella nave di grandi quantità d’acqua: la nave è destinata ad affondare.

L’evacuazione totale ha inizio e, nel rispetto della legge del mare, il capitano Smith dà ordine di imbarcare sulle poche scialuppe disponibili, donne e bambini.
Rose si indigna perché la madre se le scialuppe sono riservate solo ai viaggiatori delle prime classi; la giovane, disperata decide di rinunciare al proprio posto sicuro per cercare Jack. Tra alterne vicende, Cal si dimostrerà codardo e penserà a salvarsi, fingendo di essere il padre di una bambina smarrita. Jack e Rose invece rimangono sul ponte della nave, ormai prossima ad affondare.

Rose ha più volte rifiutato la possibilità di una facile via di fuga, pur di rimanere accanto a Jack.

Quando ormai la nave è affondata, i due riescono a trovare un pannello di legno tra i detriti e a salirvi sopra. Tuttavia il pannello può reggere il peso di una sola persona; per questo, Jack decide di sacrificarsi, lasciando che sia Rose a rimanere sulla scialuppa di fortuna.

Diverse ore dopo, Rose verrà salvata dall’arrivo dei soccorsi.

La pellicola, divenuta un successo commerciale e di pubblico, ci offre un’immagine potente precisa dell’amore per come lo definisce Lacan; secondo lo psicoanalista francese, l’amore non sarebbe un dono di una cosa che si possiede; l’amore non avrebbe a che fare con il regalo di un oggetto o con il soddisfare un bisogno dell’altro.

Piuttosto, per Lacan, amare significa “donare quello che non si ha”. Fare cioè dono della propria mancanza di ciò che a noi manca. Questa definizione appare paradossale ma il tragico finale del film di James Cameron ci aiuta a fare luce.

Come sottolinea lo psicoanalista Massimo Recalcati:
“il protagonista, che non ha niente, deve scegliere se dare all’altro il pezzo di legno che lo sta salvando dall’annegamento nelle acque gelide dell’oceano o tenerselo per sé. L’amore lo spinge a dare il suo pezzo di legno: un niente che è tutto. In questo modo sacrificherà la sua vita per quella dell’altro…”

La rinuncia di Jack diviene quindi segno d’amore. Se dare quello che si ha è semplice, facendo parte delle logiche dello scambio e del consumo, l’amore che Lacan evoca ha piuttosto a che fare con il segno, con la testimonianza di quanto la vita dell’altro possa divenire più preziosa della propria.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Massimo Recalcati – “la pratica del colloquio clinico”;
-Lorenzini – “la sindrome del Titanic”;
-Behe – Titanic. Psychic Forewarnings of a tragedy”.

Grazie agli Amici della "Carl Gustav Jung Foundation for Analytical Psychology" di New York per aver messo sulla coperti...
08/01/2026

Grazie agli Amici della "Carl Gustav Jung Foundation for Analytical Psychology" di New York per aver messo sulla copertina della loro rivista un'immagine tratta da un mio articolo.

BUON ANNO DA NIETZSCHE!“Oggi ognuno si permette di esprimere il suo augurio e il suo più caro pensiero: ebbene, voglio d...
31/12/2025

BUON ANNO DA NIETZSCHE!

“Oggi ognuno si permette di esprimere il suo augurio e il suo più caro pensiero: ebbene, voglio dire anch'io che cosa oggi mi sono augurato da me stesso e quale pensiero quest'anno, per la prima volta, m'è venuto in cuore - quale pensiero deve essere per me fondamento, garanzia, dolcezza di tutta la vita futura!
Voglio imparare sempre di più a vedere il necessario nelle cose come fosse quel che v'è di bello in loro: cosi sarò uno di quelli che rendono belle le cose.

Amor fati: sia questo d'ora innanzi il mio amore!

Non voglio muover guerra contro il brutto.
Non voglio accusare, non voglio neppure accusare gli accusatori.
Guardare altrove sia la mia unica negazione!
E, insomma: quando che sia, voglio soltanto essere, d'ora in poi, uno che dice sì!”

Nietzsche, “La gaia scienza”, 1882

Questo è l’augurio che Nietzsche formula: “essere uno che dice sì!”

Il filosofo dell’eterno ritorno indica nel “sì” al fato e al futuro la più grande forma di coraggio e di speranza: affrontare quello che il destino porta con sé, non fuggire, dire sì alla vita e alle sue sfide.

L’ “Amor fati” di Nietzsche si intreccia con il suo “eterno ritorno dell’uguale”: siamo disposti a rivivere ogni scelta, ogni atto compiuto come se fosse di nuovo la prima volta?
Siamo pronti a dire di nuovo sì alle venture e alla sventure, agli slanci e agli inciampi?

Il calendario torna questa notte al suo punto di partenza, incomincia un nuovo anno: cosa domandiamo?
Che sia ancora lo stesso? Che sia tutto diverso?

Buon anno a Voi, cari amici!

Cari Amici, colgo l'occasione per ringraziarvi della vostra costante compagnia e per augurare a tutti voi...Buone feste!...
23/12/2025

Cari Amici,
colgo l'occasione per ringraziarvi della vostra costante compagnia e per augurare a tutti voi...

Buone feste!

La pubblicazione di articoli riprenderà regolarmente a gennaio.

A presto e Auguri!

LA FAMIGLIA DEL BOSCO E IL SENSO DEL LIMITEL’opinione pubblica in queste settimane è stata integralmente catturata dalla...
21/12/2025

LA FAMIGLIA DEL BOSCO E IL SENSO DEL LIMITE

L’opinione pubblica in queste settimane è stata integralmente catturata dalla vicenda della cosiddetta “famiglia del bosco”; molti si sono spesi in riflessioni sull’appropriatezza di metodi di vita ed educativi alternativi ma una questione resta centrale ma trascurata: dov’è il senso del limite?

Partiamo da una breve riepilogazione dei fatti.

A seguito di un accesso al pronto soccorso per una intossicazione alimentare, tre bambini di una coppia anglo australiana vengono allontanati dalla loro casa nel bosco. I bambini vengono affidati ad una casa famiglia, accessibile alla madre.

La relazione dei servizi sociali sottolinea l’inadeguatezza e la mancata agibilità della casa nel bosco, priva di servizi igienici, di elettricità e di acqua corrente. Inoltre si denuncia l’isolamento sociale al quale i minori sono costretti anche a causa del regime educativo di “home schooling” scelto dai genitori.

In questa faccenda, lo Stato interviene nell’ottica della tutela dei minori, attraverso l’intervento di istituzioni, come gli assistenti sociali e il tribunale, che tecnicamente tentano di dirimere la questione. Tuttavia, la situazione sfugge di mano.

Potremmo indicare nella grande attenzione mediatica e quindi nell’inevitabile svolta pubblica della faccenda il momento decisivo di questa storia per il ruolo dei media tradizionali e social. La politica, la stampa e i commentatori si sono azzuffati nel tentativo di attaccare, giustificare, offrire pareri sulla faccenda.

Al centro del dibattito, abbiamo il primato dei genitori sull’educazione dei figli, sulle scelte di vita e di crescita.

Si tratta di un tema secolare, con al centro il confine tra dimensione singolare e privata e il ruolo dello Stato.

Non voglio entrare nel merito della questione, proprio in virtù del senso di questo articolo; mi limito a sottolineare un punto: dov’è il senso del limite?

Come abbiamo visto, si tratta di una vicenda che mescola aspetti tecnici e legali con altri politici, filosofici e sociali. Per questo è necessario capire dove sia il confine tra questi, facendo riferimento al senso del limite.

Il nostro rapporto con il sapere con la realtà è di per sé insufficiente: non possiamo sapere tutto, non possiamo intervenire su tutto, non possiamo capire tutto.

A questa insufficienza spesso si risponde con la sindrome della “tuttologia”, cioè la convinzione difensiva di poter, invece, intervenire su qualsiasi ambito della realtà.

Ecco allora che i media tradizionale moderni diventano l’arena nella quale si combatte una battaglia politica e sociale che dimentica l’unica questione davvero importante.

Ovvero: qual è il bene dei bambini?

Chi deve intervenire? L’impossibilità emotiva di fare i conti con i limiti del sapere dell’azione si scontra con la distanza emotiva che la dimensione della tecnica porta con sé.

La vicinanza il calore familiare vincono su la fredda e dura dimensione della legge. La mobilitazione sociale a tutela della famiglia riguarda proprio questo aspetto;

l’idea stessa che la famiglia in quanto tale sia luogo di calore vince sul freddo sapere della legge e della scienza, condannata a rimanere emotivamente distante.

Accettare il limite implica uno sforzo mentale e una consapevolezza di sé che l’emotività spesso rifiuta. Intervenire riflette infatti una primitiva ma efficace strategia per tamponare l’angoscia che l’impotenza determina.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

FREUD E IL “PADRE DELL’ORDA”Sigmund Freud ha più volte sottolineato come la psicoanalisi non sia solo un trattamento per...
18/12/2025

FREUD E IL “PADRE DELL’ORDA”

Sigmund Freud ha più volte sottolineato come la psicoanalisi non sia solo un trattamento per la sofferenza psichica. Il metodo analitico infatti può essere applicato in una molteplicità di contesti. Freud stesso ha scoperto delle singolari continuità tra i sintomi nevrotici e i fenomeni culturali.

Molte di queste osservazioni sono contenute in un saggio del 1913 intitolato “Totem e tabù”.

In quest’opera, Freud applica il metodo della psicoanalisi all’antropologia, all’archeologia e allo studio della religione.

Freud si chiede come possa essere nata la società e l’idea stessa di Dio. Come nasce la famiglia? Perché avvertiamo il senso di colpa? Come nasce il complesso di Edipo?

Per rispondere a queste domande, Freud cerca sostegno nelle ricerche di molti esperti del suo tempo, come James Frazer e Charles Darwin.

Scrive Darwin:
“se rivolgiamo lo sguardo sufficientemente addietro nel fiume del tempo, ... giudicando in base alle abitudini sociali dell'uomo che esiste attualmente… l'opinione più plausibile è che ogni uomo primitivo vivesse in origine in piccole comunità insieme a tante donne quante ne poteva mantenere e ottenere, e che egli le difendesse gelosamente contro tutti gli altri uomini. Oppure può darsi che vivesse con più donne per sé solo, come il gorilla; perché tutti gli indigeni concordano nel dire che in ogni gruppo si vede soltanto un maschio adulto; quando il giovane maschio è cresciuto, ha luogo un combattimento per il dominio, e il più forte, dopo aver ucciso e cacciato gli altri, s'impone come capo della comunità. I maschi più giovani, cacciati in tal
modo e vaganti di luogo in luogo, allorché saranno finalmente riusciti a trovare una compagna, impediranno unioni consanguinee troppo strette entro la cerchia di una stessa famiglia."

Su questa ipotesi darwiniana, Freud costruisce la sua teoria circa la nascita della civiltà basata sulla figura del “Padre dell’orda”: vi sarebbe stato un tempo nel quale l’orda sarebbe stata dominata da un solo uomo, l’unico che poteva liberamente accedere alle donne.

I suoi figli, unendo le loro forze, sarebbero stati capaci di ribaltare il suo potere, uccidendolo. Tutti insieme, accomunati dallo stesso crimine, avrebbero fondato un nuovo legame di comunità basato sul comune rifiuto della violenza e della reciproca sopraffazione. Allo stesso tempo, spinti dal senso di colpa, avrebbero elevato il padre ucciso a divinità, puro simbolo protettivo da adorare.

Così Freud immagina il passaggio dall’epoca prima della storia alla nascita della civiltà. Il padre dell’orda sarebbe, a livello logico, l’elemento esterno su cui si fonda l’uguaglianza tra gli uomini che appartengono all’orda.

L’unità dell’orda sarebbe garantita dal rifiuto di tutti di ripetere il crimine commesso insieme contro il padre.

Così, in ogni uomo, Freud coglie il conflitto tra il desiderio edipico di spodestare il padre e il senso di colpa legato al compiere un’azione proibita. Su questa stessa radice, Freud coglie la nascita del sentimento religioso come sublimazione dell’amore per il padre.
In questo consiste la dimensione più radicale della psicoanalisi: alla radice di tutte le vicende umane, tanto quelle culturali quanto la sofferenza nevrotica, vi sarebbero gli stessi processi, basati sul conflitto tra desideri, pulsioni e istanze psichiche.

L’articolo è completo disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Sigmund Freud – “Totem e tabù”;
-James Frazer – “Il ramo d’oro”;
-Charles Darwin – “L’origine delle specie”.

Intervento ad Aversa, ISISS E. MatteiProgetto "Nelle parole degli adolescenti" con Jonas Napoli
15/12/2025

Intervento ad Aversa, ISISS E. Mattei

Progetto "Nelle parole degli adolescenti" con Jonas Napoli

LA SINDROME DEL PRINCIPE CARLOLe evoluzioni sociali, economiche e politiche degli ultimi decenni hanno trasformato profo...
15/12/2025

LA SINDROME DEL PRINCIPE CARLO

Le evoluzioni sociali, economiche e politiche degli ultimi decenni hanno trasformato profondamente gli equilibri e le dinamiche familiari. L’aumento significativo dell’aspettativa di vita ha fatto sì che i rapporti familiari coinvolgessero non più solo due generazioni, bensì almeno tre.

Nella prima metà del XX secolo, conoscere i propri nonni era un’esperienza ancora relativamente rara. Dopo la seconda guerra mondiale, con la grande crescita economica in Occidente, i nonni sono diventati una fondamentale risorsa nell’accudire i bambini piccoli.

Nel corso dei decenni è invece divenuta sempre più frequente la possibilità di essere nipoti e figli fino alla tarda età.

Nel tempo sono cambiate le metafore che descrivono i rapporti familiari: il complesso di Edipo è prezioso per descrivere il conflitto tra genitori e figli e il passaggio di testimone tra le generazioni. Oggi invece sarebbe importante anche conoscere i nonni di Edipo!

Queste profonde trasformazioni hanno portato a inevitabili assestamenti all’interno delle dinamiche familiari. In particolare, l’aumento delle aspettativa di vita tocca il modo nel quale la società si trasforma e il concetto di eredità.

In quest’ottica appare molto utile la riflessione sociologica e filosofica di Chiar Saraceno.

Che influenza ha la coesistenza di più generazioni sull’evoluzione della società?
Ciascuna generazione infatti crea i propri costrutti e le pratiche che costituiscono tanto un vincolo quanto un’opportunità per coloro che verranno.
Da una parte la cultura costituisce una base di partenza per costruire il nuovo; dall’altra diviene una sorta di limite alla possibilità di concepire qualcosa di radicalmente diverso rispetto all’esistente.

Siamo di fronte ad un letto di Procuste, che vincola tutti ad una sola misura, o è possibile aprirsi al “nuovo”?

Nella pratica clinica si osserva sempre più spesso il fenomeno di genitori in difficoltà nel rapporto coi figli perché profondamente vincolati, nonostante un’età sempre più avanzata, al loro ruolo di “figli” dei propri genitori.
Per questo possiamo osservare come molte madri e padri siano intrappolati in una sorta di “sindrome del principe Carlo”: eterni eredi, destinati a non succedere simbolicamente mai ai loro genitori, con un inevitabile effetto di svilimento sul piano simbolico e dell’autorevolezza.

La successione tra le generazioni, una volta favorita dalla maggiore brevità della vita, è un processo insieme biologico e simbolico: da una parte chi scompare lascia concretamente spazio a chi rimane; dall’altra è in gioco un processo simbolico di occupazione di un certo ruolo.

I genitori di oggi non assomigliano al forte Enea, che prende sulle proprie spalle il debole Anchise e conduce per mano, lontano dalle rovine della Patria in fiamme, il piccolo Ascanio. Piuttosto assomigliano ad adulti screditati e in difficoltà nel far valere un’identità alternativa a quella di figli dei propri genitori.

Spesso incontriamo genitori completamente assorbiti dal lavoro e sostituiti dai nonni nella loro funzione educativa. Tutto questo si traduce spesso in un salto di generazione, che porta i nonni a screditare i propri figli e i nipoti a non vedere nei propri genitori dei punti di riferimento. Anzi, spesso i genitori di oggi assomigliano a dei “fratelli/sorelle” maggiori dei propri figli, con tutta l’autorità simbolica in capo ai nonni, “genitori di tutti”.

I genitori quindi diventano figure eternamente “in panchina”, in attesa di assumere pienamente quel ruolo per cui a lungo hanno aspettato. Un certo eccesso di accondiscendenza e un deferente rispetto delle consuetudini nascondono in realtà una fatica nel separarsi, accettando la fatica di divenire adulti sul piano simbolico e non solo su quello cronologico.

Sicuramente è in gioco la capacità delle generazioni precedenti di “saper tramontare”, riconoscendo le legittime ambizioni delle generazioni successive. Dall’altra per i genitori si tratta di saper far valere il proprio desiderio, assumendo quindi pienamente il proprio ruolo simbolico.

Quali sono le possibili vie per superare questo conflitto tra le generazioni?

Lo vediamo nell’articolo completo, disponibile al link nel primo commento.

Per approfondire:
- Björn Salomonsson – “Terapia psicoanalitica con bambini e genitori. Pratica, teoria e risultati”;
-Massimo Recalcati – “Il complesso di Telemaco”;
-Chiara Saraceno – “La famiglia naturale non esiste”.

Indirizzo

Naples

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Gianfranco Ricci - Psicologo pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Gianfranco Ricci - Psicologo:

Condividi

Share on Facebook Share on Twitter Share on LinkedIn
Share on Pinterest Share on Reddit Share via Email
Share on WhatsApp Share on Instagram Share on Telegram

Digitare