Gianfranco Ricci - Psicologo

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Grazie per i messaggi di auguri!Oggi festeggio il mio compleanno al Louvre di Parigi, davanti all' "Edipo" di Ingres che...
28/02/2026

Grazie per i messaggi di auguri!

Oggi festeggio il mio compleanno al Louvre di Parigi, davanti all' "Edipo" di Ingres che risolve l'enigma della Sfinge!

Buona giornata a tutti!

PICASSO E IL MINOTAURO“Se tutte le tappe della mia vita potessero essere rappresentate come punti su una mappa e unite c...
27/02/2026

PICASSO E IL MINOTAURO

“Se tutte le tappe della mia vita potessero essere rappresentate come punti su una mappa e unite con una linea, il risultato sarebbe la figura del Minotauro”
(Pablo Picasso)

Il rapporto tra Pablo Picasso e il Minotauro è profondo e carico di valore simbolico. La creatura mitologica è un vero e proprio “alter ego” dell’artista, uno specchio in cui Picasso ha proiettato per decenni pulsioni, colpe, desideri, violenza e fragilità.

Il Minotauro diviene protagonista nella produzione di Picasso tra il 1933 e il 1937, durante il periodo della “Suite Vollard” e delle “grandi incisioni”.

In quegli anni l'artista rappresenta il Minotauro in molteplici di varianti: come amante tenero, come essere brutale, come figura ebbra; persino morente, cieco oppure guidato da una bambina, aggressore di donne addormentate.

Cosa rappresenta il Minotauro per Picasso?

L’artista stesso era consapevole di incarnare la dualità insanabile della creatura mitologica: la parte animale, istintiva, sensuale e distruttiva (il toro) e la parte umana, razionale, creativa e tormentata dal senso di colpa (il corpo umano).

Il toro era da sempre nel suo immaginario: legato alla corrida sp****la, all'infanzia a Málaga, al sangue, alla morte rituale e alla virilità esibita.

Il Minotauro è un mostro ibrido, condannato al labirinto, escluso dalla società, simbolo dell’unione tra umano ed animale. Nel mostro mitologico l’artista trova il conflitto eterno tra natura e cultura. Afferma Picasso:
“non si può andare contro la natura, essa è più forte dell'uomo, più forte! Ci conviene andare d'accordo con la natura.”

Picasso si riconosceva in questa condizione di esilio interiore, di forza che attrae e terrorizza allo stesso tempo.

In opere come “Minotauromachia” (1935) l’artista condensa tutto: il Minotauro cieco che avanza verso una bambina innocente con una candela (forse la ragione, forse Marie-Thérèse), la donna-matador morta sul cavallo agonizzante, le figure che osservano impotenti dalla finestra.

Un anno dopo arriverà “Guernica”, dove il toro/Minotauro tornerà come testimone muto dell’orrore della guerra.

Nel simbolo del Minotauro Picasso pare dare forma al ritratto di un uomo che sa di essere abitato da qualcosa di mostruoso e che per questo cerca redenzione nell’arte.

Picasso diventa mostro per raccontarsi: la violenza erotica, il senso di colpa, la dipendenza dal desiderio diventano visibili e nominabili.

L’arte diventa strumento di risoluzione dei conflitti psichici; attraverso le sue opere l’artista cerca di vincere una battaglia contro le sue contraddizioni.

Conclude Picasso:
“La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. È uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico”

Forse il grande artista aveva ragione: unendo le tappe del suo percorso artistico, non può che emergere la figura inquietante ed affascinante del Minotauro.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Drakulic – “Dora e il Minotauro. La mia vita con Picasso”;
-Bignardi – “Le stanze del minotauro. Scritture su Picasso”;
-Widmaier-Picasso – “Picasso. Ritratto intimo”.

15000!Cari Amici e Amiche, grazie di rendere ogni giorno questo spazio di confronto vivo e così attivo!
24/02/2026

15000!

Cari Amici e Amiche, grazie di rendere ogni giorno questo spazio di confronto vivo e così attivo!

RECALCATI VS SADENel 2016, in occasione della pubblicazione del volume “Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: strutt...
23/02/2026

RECALCATI VS SADE

Nel 2016, in occasione della pubblicazione del volume “Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto”, Massimo Recalcati ha tenuto tre lectio magistralis presso il Teatro Franco Parenti di Milano, dal titolo “La lezione clinica di Jacques Lacan. Follia, nevrosi e perversione”.

Il valore di queste lezioni è oggi evidente, dopo 10 anni: le registrazioni di questi eventi risultano tra i contenuti più visti su YouTube in ambito psicoanalitico.

La terza di queste tre lectiones è stata dedicata al concetto clinico di “perversione”, una delle tre strutture fondamentali della clinica psicoanalitica di Jacques Lacan.

In cosa consiste la “perversione”?

SI tratta di un concetto che affonda le proprie radici nella morale? Nel buon costume? Nel rispetto dell’etichetta?

La “perversione” di cui si occupa la psicoanalisi ha due sfaccettature: una prima, “ordinaria”, legata alla natura della pulsione. L’uomo è infatti privo di istinto: la sessualità umana non segue delle leggi fisse e l’eros trova casa nel corpo in modi unici per ciascuno soggetto.

Il “modo di godere” varia in ogni individuo; per questo Lacan sottolineava come l’esperienza della sessualità umana assomigliasse ad un “collage surrealista”, ad un “montaggio” originale per ciascuno. Non esisterebbe quindi “norma”, universale nella sessualità.

Il genio di Freud è di cogliere la dimensione ordinaria della perversione fin nel bambino, che definisce “perverso polimorfo”: l’esperienza del piacere è già presente nel neonato, che prova soddisfazione tramite il contatto con la pelle, nell’allattamento, attraverso il gioco, lo sguardo e il controllo degli orifizi; le forme nelle quali il bambino fa esperienza della soddisfazione, diverse per ciascuno nel suo incontro con l’Altro, saranno il nucleo della sessualità adulta.

Citando Freud, Recalcati afferma: “la sessualità infantile non finisce mai”.

L’esperienza della soddisfazione costituisce un punto di eccedenza nella sessualità rispetto all’istinto; nell’esperienza della sessualità umana interviene poi il desiderio e l’insieme di scenari, parole e immagini che accompagnano l’esperienza dell’eros.

La pulsione è sempre parziale ed è singolare nel modo in cui si lega ai suoi oggetti, diversi per ciascuno. Ognuno trova soddisfazione a modo proprio!

La perversione clinica quindi non avrebbe a che fare con le “acrobazie” che ciascuno fa con il proprio partner, né con la perversione “ordinaria” del bambino nel rapporto con la madre. A questa massima generale fa ovviamente eccezione la pedofilia, nella sua dinamica e nella sua pratica.

La dimensione clinica, non ordinaria, della perversione avrebbe piuttosto a che fare con il rapporto con il Simbolico e con la Legge. È Lacan, nella lettura di Recalcati, ad esplorare il nucleo profondo della perversione.

Se il soggetto nevrotico fa la dolorosa esperienza della castrazione da parte della Legge simbolica, il perverso invece nega lo statuto simbolico della Legge. In gioco non è la trasgressione o il superamento del limite. Anzi, sottolinea Recalcati, il soggetto perverso farebbe della propria volontà di godimento l’unica forma possibile della Legge.

Ecco il cuore oscuro della perversione: se il nevrotico è una figura della nostalgia e della mancanza, dell’impossibile soddisfazione integrale, il perverso invece si pone come un padrone, un “maître” della pulsione e del godimento.

In questo senso, il Marchese de Sade è l’assoluto riferimento.

Non vi è senso di colpa, vergogna o dubbio nel soggetto perverso; è la “forza della pulsione”, la “spinta della pulsione a godere” l’unica “bussola” che guida il soggetto perverso. Il perverso odia il desiderio (perché implica la mancanza) e l’amore (perché implica il legame).

Il perverso evoca una “nuova legge”; il suo scopo è fondare una nuova legge che dimostri che la Legge simbolica, da tutti riconosciuta e sulla quale si fondano patti, codici, accordi, scambi, altro non sarebbe che un vincolo ipocrita, finto, senza consistenza.

Lo sforzo del perverso è di negare valori e ideali, così da elevare la pulsione al rango di Legge.

Per questo, in questo mondo sadiano, l’unico diritto di tutti è di “godere fino alla morte”.

In Sade, il riferimento su cui rifondare la Legge è la “natura”: la legge della natura è idealizzata come riferimento incorrotto e puro. L’innocenza della natura deve sostituire la corruzione della Civiltà.

La natura susciterebbe ogni forma di volontà di godimento che il perverso incarna e assume senza limiti; la nuova virtù è nel vizio, nel rifiuto di ogni limite.

Abbiamo solo queste opzioni? L’esilio nevrotico o la maîtrise del perverso? Per Recalcati esiste una via d’uscita. Quale? Trovate la risposta nel libro e nella registrazione della conferenza!

L'articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Massimo Recalcati - “Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto”;
-Massimo Recalcati – “Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione”;
-Sigmund Freud – “Ossessione, paranoia, perversione”.

AUGURI, ARTHUR SCHOPENHAUER!“Tutta la mia filosofia si lascia riassumere in una frase: il mondo è la volontà che conosce...
22/02/2026

AUGURI, ARTHUR SCHOPENHAUER!

“Tutta la mia filosofia si lascia riassumere in una frase: il mondo è la volontà che conosce se stessa”

Nato a Danzica il 22 febbraio del 1788, Arthur Schopenhauer è un pilastro della filosofia tedesca e mondiale.

In perenne polemica con il lavoro di Hegel, suo contemporaneo di maggior fama e successo accademico, Schopenhauer venne poi riconosciuto come il pensatore in grado di osservare la natura insufficiente (se non del tutto ingannevole) del rapporto umano con la realtà.

Secondo Schopenhauer infatti, l’uomo sarebbe, senza esserne consapevole, profondamente influenzato dalle rappresentazioni che egli stesso costruisce; tali rappresentazioni influenzerebbero il modo nel quale egli sceglie di vivere la propria vita e il rapporto con il mondo.

Dietro a questo “velo di Maya”, Schopenhauer scorgerebbe l’azione universale della vita come volontà di affermare se stessa, spinta da una fame cieca ed insaziabile.

Fu Otto Rank il primo a stabilire un parallelismo tra l’opera freudiana e il pensiero di Schopenhauer.

Freud (1914) riconobbe la validità delle osservazioni del suo allievo; scrive Freud:

“Molti filosofi possono esser citati quali precursori, e sopra tutti Schopenhauer, la cui "volontà" inconscia può essere equiparata alle pulsioni psichiche di cui parla la psicoanalisi. Si tratta del resto dello stesso pensatore che, con enfasi indimenticabile, ha anche rammentato agli uomini l'importanza, tuttora misconosciuta, delle loro aspirazioni sessuali.”

(Sigmund Freud – Una difficoltà della Psicoanalisi)

in occasione dell'ottantesimo compleanno di Freud, Thomas Mann sottolineò la connessione tra l'opera del filosofo tedesco e quella di Freud in una dissertazione, tenuta a Vienna nel 1936.

Secondo Mann la convergenza è tale che “si rimane stupiti nel vedere in che misura il complesso dei suoi pensieri [di Schopenhauer] preannuncia le concezioni di una psicologia più profonda e come ne anticipa filosoficamente i risultati”.

Nella sua “Autobiografia”, Freud affermò:

“Io ho letto Schopenhauer molto tardi nella mia vita, e per un lungo periodo di tempo ho evitato di leggere Nietzsche, l'altro filosofo le cui intuizioni e scoperte coincidono spesso, in modo sorprendente, con i risultati faticosamente raggiunti dalla psicoanalisi; più che la priorità mi importava di conservarmi libero da ogni influsso esterno.”

Il pensiero di Schopenhauer ha influenzato profondamente la nostra visione dell’uomo e della sua psiche, invitandoci a fare spazio al dubbio, accogliendolo non come una fonte d’angoscia, bensì come un vecchio e prezioso amico.

Per approfondire:
-Arthur Schopenhauer – “Il mondo come volontà e rappresentazione”;
-Arthur Schopenhauer – “L’arte di conoscere se stessi”;
-Arthur Schopenhauer – “Aforismi sulla saggezza del vivere”.

LA STORIA DI HANS ASPERGERIl suo nome è sulla bocca di tutti: la sindrome che ha descritto, la “sindrome di Asperger”, è...
18/02/2026

LA STORIA DI HANS ASPERGER

Il suo nome è sulla bocca di tutti: la sindrome che ha descritto, la “sindrome di Asperger”, è tra le forme di autismo più note e studiate, resa familiare da molteplici film e serie televisive.

Ma chi è stato Hans Asperger? Si tratta di una figura controversa, ricordata per un’importante conquista medica ma segnata da colpe terribili. Lo ricordiamo nel giorno della sua nascita, il 18 febbraio.

Hans Asperger (1906-1980) è stato un pediatra e ricercatore austriaco, noto soprattutto per aver descritto per primo, nel 1944, una forma particolare di disturbo dello sviluppo che oggi rientra nello spettro autistico.

Nacque il 18 febbraio 1906 a Vienna, in una famiglia cattolica di classe medio-alta. Asperger racconta di essere stato un bambino timido, amante della lettura e dello studio solitario, dotato di un vocabolario precocissimo e interessi intensi (soprattutto per la letteratura e la lingua tedesca).

Ammise in seguito di riconoscersi in alcuni dei profili che avrebbe descritto nei suoi pazienti. Studiò medicina all’Università di Vienna, laureandosi nel 1931. Si specializzò in pediatria e, a partire dal 1932, lavorò presso la Clinica Pediatrica Universitaria di Vienna.
Qui entrò in contatto con bambini che presentavano difficoltà evolutive atipiche, non spiegabili con le categorie psichiatriche dell’epoca (schizofrenia infantile, oligofrenia, ecc.).

Già nel 1938 tenne una conferenza pubblica in cui parlò per la prima volta di un gruppo di bambini con caratteristiche peculiari che definì “autistische Psychopathen” (psicopatici autistici).
Asperger descrisse quattro casi principali (ma ne osservò molti di più) di bambini maschi (prevalentemente) che presentavano:
Difficoltà marcate nelle relazioni sociali e nell’empatia reciproca; Linguaggio formalmente ricco e grammaticalmente corretto, ma spesso pedante, monotono, privo di prosodia emotiva o usato in modo egocentrico; Interessi ristretti, intensi e insoliti (spesso enciclopedici e astratti); Buone o eccellenti capacità cognitive in aree specifiche; Goffaggine motoria (clumsiness); Resistenza al cambiamento e rigidità comportamentale.

Asperger sottolineò alcuni aspetti funzionali dei suoi pazienti: molti di questi bambini mostravano originalità di pensiero, talento in campi intellettuali, una certa “maturità” estetica o filosofica.

Ai suoi occhi apparivano come “piccoli professori” o figure con un “aspetto quasi aristocratico”.

Riteneva che la condizione che aveva individuato fosse di origine congenita e con una forte componente ereditaria, e che migliorasse con l’età, soprattutto nelle abilità sociali.

A differenza di Leo Kanner (che nel 1943 descrisse l’autismo “classico” con grave ritardo del linguaggio e isolamento più marcato), Asperger mise in evidenza il polo “ad alto funzionamento” dello spettro, con intelligenza nella norma o superiore e linguaggio preservato.

Durante l’occupazione tedesca e gli anni della guerra, Asperger firmò documenti in cui lodava le politiche di igiene razziali e in alcuni casi inviò bambini con gravi disabilità o comportamenti “non educabili” alla clinica Am Spiegelgrund (dove operava il programma di eutanasia infantile).

Non risulta che abbia partecipato direttamente al programma di uccisione, ma la sua collaborazione con il regime (almeno passiva o opportunistica) è oggi considerata provata da documenti d’archivio.

Dopo la fine del conflitto continuò ad insegnare e nella pratica di pediatra.

Morì a Vienna il 21 ottobre 1980, senza sapere che il suo nome sarebbe diventato famoso a livello mondiale.

Il lavoro di Asperger rimase quasi sconosciuto fino agli anni ’80: nel 1981 Lorna Wing coniò il termine “Asperger’s syndrome” per descrivere un sottogruppo di persone autistiche “ad alto funzionamento”. Nel 1994 la sindrome entrò nel DSM-IV come diagnosi distinta. Dal 2013, la sindrome, intesa come categoria isolata, non esiste più, riunita ad altre tipologie di neurodivergenze, sotto il nome di disturbi dello spettro autistico.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Robison – “Siate diversi. Storie di una vita con l’Asperger”;
-Sheffer – “I bambini di Asperger: la scoperta dell’autismo nella Vienna na-zista”;
-Klin – “La sindrome di Asperger”.

Ieri presso FOQUS insieme alle Colleghe di Jonas Napoli
17/02/2026

Ieri presso FOQUS insieme alle Colleghe di Jonas Napoli

OTTO KERNBERG ANALIZZA DON GIOVANNI“È legge eterna dell’amore che le creature nascano l’una per l’altra solo nel primo i...
16/02/2026

OTTO KERNBERG ANALIZZA DON GIOVANNI

“È legge eterna dell’amore che le creature nascano l’una per l’altra solo nel primo istante d’amore”.
(Kierkegaard, “Diario di un seduttore”)

La figura di Don Giovanni, resa immortale dall'opera di Mozart e Da Ponte, ma radicata nel mito del “Don Juan” spagnolo, rappresenta l'archetipo del seduttore per eccellenza. Capace di conquistare innumerevoli donne, le abbandona senza rimorso e si sottrae ad ogni forma di legame, sparendo dalla vita delle sue amate.

Otto Kernberg è uno dei più influenti psicoanalisti contemporanei, noto per i suoi contributi sull' “organizzazione borderline” della personalità e sul “narcisismo patologico”. Nel suo lavoro sulle relazioni amorose, esplora come il narcisismo interferisca con la capacità di amare in modo maturo, mostrando come nella seduzione sia sempre in gioco una “domanda d’amore” e un “bisogno di potere”.

La teoria psicoanalitica di Kernberg è basata sul concetto di “relazioni oggettuali”, integrando in una sintesi originale il modello di Freud e di Melanie Klein. Al centro del suo pensiero vi è l'idea che la personalità si organizzi intorno a “rappresentazioni interne di sé e degli altri” (oggetti), influenzate da esperienze precoci.
Nei disturbi narcisistici, questi oggetti interni sarebbero “distorti”: il sé si fonderebbe quindi con immagini idealizzate mentre gli aspetti "cattivi", legati ad esperienze dolorose e traumatiche, verrebbero proiettati, attraverso meccanismi primitivi come lo splitting (scissione) e l'identificazione proiettiva; così facendo, l’individuo costruirebbe un’immagine positiva di sé, coerente ma fragile e parziale.

Nel contesto delle relazioni, Kernberg distingue tra amore maturo e patologico.
Nell'amore maturo, gli individui integrano aspetti “buoni” e “cattivi” del partner, sviluppando una relazione basata su reciprocità, empatia e impegno a lungo termine.
Al contrario, nei soggetti narcisisti, l'amore è ostacolato dall’incapacità di tollerare l'ambivalenza: il partner è idealizzato inizialmente per gratificare il sé grandioso, ma presto svalutato e scartato.

In "Relazioni d’amore: normalità e patologia", Kernberg sottolinea come l’amore maturo richieda l’integrazione dell’erotismo orale in infanzia (nel rapporto con la madre) e la capacità di reciprocità nel rapporto con l’altro.

Inoltre il concetto di “narcisismo maligno” di Kernberg è cruciale per analizzare figure come il Don Giovanni, che usa l'amore come “arma di dominio” piuttosto che di legame.

Il catalogo di conquiste di Don Giovanni– 1003 in Spagna, come cantato da Leporello – non è mera vanteria, ma un vero e proprio sintomo. Ogni seduzione gratifica il suo Sé grandioso, confermando un'onnipotenza illusoria: Don Giovanni non ama le donne, ma le usa come “oggetti parziali” per rinforzare la sua immagine di invincibile conquistatore e placare l’angoscia della morte e dell’impossibilità di amare.

Dietro ad un’apparenza coerente, brillante e seducente, nel seduttore si nasconde il baratro della frammentazione, un vuoto angosciante dal quale il seduttore fugge per darsi una consistenza.

Una volta sedotta, la partner è svalutata e abbandonata, secondo il modello dello “splitting” kernberghiano: inizialmente idealizzata (durante la seduzione), l’amata diviene persecutoria o incapace di suscitare qualsiasi interesse.
Kernberg sottolinea come i soggetti narcisisti evitino l'intimità profonda per paura di sviluppare un vissuto di dipendenza minaccioso per l’integrità del sé. In “Don Giovanni”, questo si manifesta nella fuga costante del seduttore: egli non si lega mai, preferendo passare da una conquista alla successiva.

Il seduttore, in questa prospettiva, non è un romantico ribelle, ma un individuo con una "limitazione alla capacità di amare", incapace di integrare amore e odio in una relazione stabile.

Alla luce della teoria di Kernberg, la figura di Don Giovanni assume i tratti del seduttore inteso non nella forma dell’eroe libertino; piuttosto, facciamo i conti una figura tragica, intrappolata in un vortice narcisistico che preclude ogni possibilità di amore autentico.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Mozart – “Don Giovanni”;
-Kierkegaard – “Diario di un seduttore”;
-Otto Kernberg – “Relazioni d’amore. Normalità e patologia”.

BUON COMPLEANNO, DOTTOR EKMAN!Nasceva oggi, il 15 febbraio del 1934, Paul Ekman, psicologo americano pioniere nella rice...
15/02/2026

BUON COMPLEANNO, DOTTOR EKMAN!

Nasceva oggi, il 15 febbraio del 1934, Paul Ekman, psicologo americano pioniere nella ricerca delle emozioni e nello studio delle espressioni facciali.

Paul Ekman è scomparso recentemente, il 17 novembre 2025.

Ekman è riuscito a dimostrare la dimensione universale delle espressioni facciali connesse alle cosiddette emozioni di base: rabbia, disgusto, tristezza, gioia, e sorpresa.

In ogni uomo e donna della terra, queste emozioni sono espresse in modo estremamente simile, attraverse modalità sovrapponibili.

L'universalità di queste manifestazioni umane sono un segnale non solo della loro valenza evolutiva, ma della vicinanza possibile tra gli uomini di ogni cultura e di ogni luogo e tempo.

BUON SAN VALENTINO!L'esistenza umana dipende da 3 economie: i bisogni del corpo, le dinamiche del desiderio e quelle del...
14/02/2026

BUON SAN VALENTINO!

L'esistenza umana dipende da 3 economie: i bisogni del corpo, le dinamiche del desiderio e quelle del godimento.

I bisogni del corpo si realizzano, come nel caso della fame e della sete, attraverso modalità definite e uguali per tutti; ma la soddisfazione del bisogno non rende di per sé la vita "umana", piena e completa.

Il godimento invece risponde ad una logica diversa, quella del fantasma, cioè il modo nel quale l'azione dell'Altro ha toccato il corpo, plasmandolo. Il godimento ha a che fare con la soddisfazione della pulsione così come Freud l'ha descritta. Spesso l'esperienza del godimento mette l'individuo in posizione di difficoltà, di passività, nella forma della ripetizione.

Infine il desiderio ha a che fare con la mancanza che ci abita e con la domanda rivolta all'Altro; il desiderio va interpretato, assunto e realizzato dall'individuo.

L'amore ha a che fare con l'incontro l'incontro tra queste ultime due economie: non c'è esperienza compiuta dell'amore senza desiderio e senza godimento.

Anzi, l'amore pieno sarebbe il frutto dell'"incontro felice" tra desiderio e godimento.

IN DIFESA DI FRANCESCA ALBANESE "Gli attacchi alla persona di Francesca Albanese e ad altre figure titolari di mandati i...
13/02/2026

IN DIFESA DI FRANCESCA ALBANESE

"Gli attacchi alla persona di Francesca Albanese e ad altre figure titolari di mandati indipendenti preoccupano molto perché rischiano di minare l'integrità dei meccanismi internazionali fondamentali per i diritti umani attualmente sotto attacco. Invitiamo i leader mondiali a impegnarsi per rompere il sistema di impunità che sta consentendo il genocidio israeliano contro nella Striscia di Gaza, l'occupazione illegale del Territorio palestinese e il crudele sistema di apartheid contro la popolazione palestinese. Nel ribadire il nostro sostegno al lavoro della Relatrice speciale, ricordiamo che da tempo molti soggetti, tra i quali la nostra organizzazione, hanno denunciato il crimine contro l'umanità dell'apartheid e l'illegalità dell'occupazione, oltre al genocidio."

Così commenta i fatti di questi giorni Amnesty International.

Da oramai due anni gli attacchi, scomposti e basati su palesi distorsioni, alla figura di Francesca Albanese non smettono di intensificarsi.

La colpa? Mantenere alta l'attenzione sul massacro della popolazione di Gaza da parte di Israele.

Questa dinamica, il tentativo di silenziare una verità scomoda, appare simile all'atteggiamento del nevrotico davanti ai propri conflitti; non a caso Lacan individuava nel nevrotico una forma di "viltà morale".

Così, le grandi potenze si dimostrano "vili", preferendo silenziare il problema invece di affrontare le proprie contraddizioni, come il continuare a vendere armamenti ad Israele e il mancato arresto di Netanyahu, più volte richiesto dalla Corte Penale Internazionale.

TANTI AUGURI, LOU VON SALOMÉ!Il 12 febbraio 1861 nasceva a San Pietroburgo, nell'Impero Russo, una delle figure femminil...
12/02/2026

TANTI AUGURI, LOU VON SALOMÉ!

Il 12 febbraio 1861 nasceva a San Pietroburgo, nell'Impero Russo, una delle figure femminili più affascinanti della cultura europea: Lou Von Salomé.

Figlia di un generale russo di origine tedesca e francese, Lou crebbe in un ambiente colto e multilingue (parlava russo, francese e tedesco fin da bambina).

Da adolescente mostrò un'intelligenza acuta e una sete insaziabile di sapere. A soli 17 anni convinse il pastore olandese Hendrik Gillot a istruirla in teologia, filosofia, letteratura e religioni mondiali, rompendo con la rigida educazione femminile dell'epoca. Quando Gillot le propose il matrimonio, Lou rifiutò: non voleva legarsi a nessuno, neppure al suo mentore.

Questo episodio segnò l'inizio di una vita segnata dall'indipendenza e dalla libertà.

Nel 1880, dopo un periodo di crisi personale, si trasferì in Svizzera per studiare all'Università di Zurigo (dove le donne potevano seguire corsi come uditrici), poi viaggiò in Italia.

Fu proprio a Roma, nel 1882, che iniziò la sua leggendaria amicizia con Friedrich Nietzsche e Paul Rée.

A 21 anni Lou incontrò Nietzsche, che ne rimase folgorato. Insieme a Paul Rée formarono una sorta di "trinità" intellettuale: vivevano insieme, discutevano filosofia giorno e notte, condividevano idee radicali. Nietzsche propose a Lou il matrimonio (più volte), ma lei rifiutò, proponendo invece un'unione platonica e paritaria.La relazione con Nietzsche si interruppe bruscamente nel 1882; ispirò in parte "Così parlò Zarathustra" e Lou scrisse nel 1894 un saggio pionieristico su di lui, "Friedrich Nietzsche nei suoi scritti", uno dei primi studi sulla sua filosofia.

Nietzsche la definì "acuta come un'aquila e coraggiosa come un leone".

Nel 1897 Lou conobbe il giovane Rainer Maria Rilke (allora René), di 14 anni più giovane. Fu lei a convincerlo a cambiare nome in Rainer, a esplorare la Russia e a sviluppare la sua poetica. La loro relazione appassionata durò anni; Rilke la considerava musa e maestra. Lou lo introdusse alla spiritualità e alla libertà creativa. Anche dopo la fine della passione fisica, rimasero legati da un profondo legame intellettuale fino alla morte di Rilke nel 1926.

A 50 anni, Lou si avvicinò alla psicoanalisi.

Nel 1911 partecipò al Congresso di Weimar e divenne amica e allieva di Freud.

Fu la prima donna psicoanalista e lavorò attivamente come terapeuta fino a tarda età. Scrisse saggi fondamentali sulla sessualità femminile, sul narcisismo, sulla creatività e sulla nevrosi. Freud la stimava enormemente e la definì "una mente eccezionale".

Per approfondire:
LVS - "Eros e conoscenza";
LVS - "L'umano come donna";
Susanna Mati - "Lou Salomé, amare la vita"

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Naples

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