10/01/2026
Nel 1973 otto persone mentalmente sane entrarono volontariamente in ospedali psichiatrici. Ne uscirono con una constatazione inquietante: una volta etichettati come “malati”, essere riconosciuti come sani diventava estremamente difficile.
L’esperimento, condotto dallo psicologo David Rosenhan, nasceva da una domanda allora poco problematizzata: quanto è affidabile la diagnosi psichiatrica quando viene formulata in un contesto istituzionale?
Otto “pseudopazienti”, tutti senza psicopatologia, si presentarono in ospedale riferendo un unico sintomo: l’ascolto di voci indistinte (“vuoto”, “cavo”, “tonfo”).
Non mostrarono altri comportamenti anomali. Furono tutti ricoverati.
Dopo il ricovero smisero di simulare. Si comportarono in modo coerente, collaborativo, orientato. Comunicarono che le voci erano cessate. Questo non portò a una revisione della diagnosi.
Ogni comportamento venne reinterpretato alla luce dell’etichetta diagnostica: prendere appunti divenne “scrittura compulsiva”, attendere il pasto “ansia orale”, la calma “affettività congrua al quadro clinico”.
Le diagnosi, sette di schizofrenia e una di psicosi maniaco-depressiva rimasero invariate.
La degenza media fu di 19 giorni, ma uno dei volontari restò ricoverato 52 giorni.
Medici e infermieri non misero mai formalmente in discussione il quadro diagnostico. Le cartelle cliniche restituivano una lettura patologizzante di comportamenti ordinari. A cogliere l’incongruenza furono invece diversi pazienti, che riconobbero i volontari come sani.
Lo studio suggerì che la diagnosi fosse fortemente influenzata dal contesto e dal setting istituzionale: una volta assegnata un’etichetta, la normalità tendeva a diventare invisibile.
Alla pubblicazione di “On Being Sane in Insane Places”, la psichiatria reagì con forza.
In una successiva sfida, un ospedale dichiarò di aver individuato numerosi “impostori” tra i nuovi ricoveri, ma Rosenhan non ne aveva inviato nessuno!
L’esperimento contribuì ad aprire un dibattito profondo sull’affidabilità diagnostica, sul potere delle etichette e sui limiti dei sistemi istituzionali, influenzando nel tempo l’evoluzione dei criteri diagnostici.
La lezione, però, (soprattutto per chi si occupa di benessere bio-psico-sociale) va oltre la psichiatria: quando l’etichetta precede l’ascolto, l’individuo rischia di scomparire dietro la diagnosi.
E per ogni istituzione, l’ipotesi più difficile da tollerare resta sempre la stessa: poter sbagliare.
Il nostro compito professionale non si esaurisce quindi nella competenza tecnica: richiede vigilanza critica, capacitĂ di rivedere le ipotesi e rispetto per la complessitĂ della Persona.
E aggiungo che la vera responsabilità clinica non è l’assenza di errore, ma la disponibilità costante a rimettere in discussione ciò che crediamo di sapere.