05/02/2026
Nella tradizione degli Yoga Sūtra, lo Yoga è descritto come una via di comprensione delle cause dell’esperienza.
Patañjali parla di karma-āśaya:
il deposito sottile delle azioni, radicato negli stati mentali (kleśa), da cui prendono forma le esperienze vissute.
In questo contesto, le pratiche sul corpo e sul respiro sono parte di un sistema più ampio, attraverso cui ciò che è sottile diventa osservabile.
Questo post si muove in quella prospettiva:
lo Yoga come indagine sulla mente, sulle impronte che precedono il gesto e sulle condizioni che rendono possibile la trasformazione.
Lo Yoga non dipende dalla forma della postura, ma dalla consapevolezza che accompagna ogni tipo di azione, sul tappetino o fuori.
La pratica fisica, statica o dinamica, è uno strumento per osservare le impressioni sottili e riconoscere le afflizioni, se l’intenzione è questa stiamo praticando quell’aspetto dello Yoga, al contrario stiamo muovendo solo muscoli, articolazioni, ossa, ottimo alla buona salute.
Non è la postura che “fa Yoga”, ma la qualità dell’attenzione e della percezione coltivata mentre la si pratica.
In questo senso, la pratica diventa ponte tra ciò che è sottile e ciò che si manifesta: un gesto che riflette la mente e le sue cause.
Questa riflessione nasce da una recente lunga lettura di , grazie 🙏🏽
Questo post, semplificato e riduttivo, è una buona lettura da condividere qui e ci invita a domandarci: quale yoga?
Come il libro scritto dal mio amico che mi ha ispirato tantissimo✨