04/02/2026
Le parole per dirlo – Racconto n. 2
FARSI PIACERE CIÒ CHE NON PIACE
DI MIMMO CIAVARELLI
Il racconto tocca il tema dei conflitti caratteriali. La soluzione proposta, solo apparentemente paradossale, mostra come favorire il processo di ristrutturazione, spontaneo e istantaneo, del campo in cui il conflitto si muove, condizione essenziale per la sua dissoluzione.
Qualche tempo fa, durante un viaggio in treno piuttosto noioso, m'imbattei in un curioso personaggio, un uomo di una certa età dall'aria gioviale. Seppur silenzioso, non dava l'idea di voler stare sulle sue, così, per passare il tempo, attaccai bottone. Come accade a volte con gli estranei disponibili, ci trovammo a parlare di argomenti di un certo tipo. "La felicità, caro Signore - gli dissi - sta tutta nel riuscire sempre a fare quel che ci piace". Lui mi guardò sorridendo come si fa con un bimbo che ha appena scoperto com'è il mondo: "Caro Signore - mi rispose con distaccata condiscendenza - Seppure ci riuscisse potrebbe sì essere felice, ma non completamente". "Perchè mai? -gli chiesi" Mi rispose prontamente: "Perché la sua presunta felicità sarebbe solo la dimostrazione che Lei non è libero. - Poi, abbassando la voce, fin quasi ad un sussurro - Chi non è libero non potrà mai essere veramente felice." Lo guardai sorpreso, e gli chiesi una spiegazione, che lui condensò in una frase che mi colpì oltremodo: "Vede, se Lei vuol essere felice, deve imparare a farsi piacere ciò che non Le piace." Sbigottito, mi lanciai in reiterate richieste di chiarimento di quello che mi sembrava lì per lì uno scherzetto, un paradosso. Per essere felice avrei dovuto imparare a non esserlo. Ma il brav'uomo, sempre con gentilezza, evase tutte le successive domande, rifiutandosi di fornire alcuna spiegazione alla sua affermazione. La mia stazione era ormai in vista e lo salutai raccattando il mio piccolo bagaglio. Scesi un po' turbato, ma fui ben presto catturato dalla mia vita quitidiana, scordando quell'incontro così inusuale. Solo tempo dopo mi ritrovai a ripensare a quelle parole che mi sembrarono nascondere qualcosa di meno banale di quel che sembravano. Stavo rincasando, quando sentii lungo le scale qualcuno che canticchiava allegramente. Era l'uomo delle pulizie intento a lavare i gradini, uno dopo l'altro, seguendo un ritmo evidente, con maestria ed efficacia. Un lavoro sicuramente faticoso e noioso, che tuttavia, e per me del tutto immotivatamente, mi sembrava gradire. Era questo che il mio compagno di viaggio voleva intendere? Ma no, mi risposi, a lui questo compito piaceva, non ne capivo il perchè, ma era evidente che stava solo seguendo la sua inclinazione e il suo diletto. Non avrebbe mai sofferto mentre eseguiva quel compito. Io invece non mi immaginavo affatto di poter fare quelle cose allegramente. Entrai a casa e mi diressi lentamente nel mio studio dove mi aspettava il solito disordine di carte e libri che affollavano senza motivo la mia scrivania. Ecco una cosa che assolutamente non mi piaceva: riordinare tutto quel trambusto. Non lo avevo mai voluto fare, né mi piaceva che altri lo facessero per me. Anche io in fondo seguivo la mia natura, sopportandone con malanimo e con lamenti, tutte le conseguenze. Mentre fissavo tutto quel disordine fui colto da uno strano e nuovo desiderio. Mi stava venendo voglia di riordinare tutto, ma non come una ineluttabile necessità, il cui unico esito, lo sapevo, sarebbe stato il procrastinare o il farlo solo superficialmente, o peggio di malavoglia. No, stavolta il desiderio di metter mano al caos che dilagava sullo scrittoio ingoiando con tenacia ogni angolo ancora libero non retrocedeva, anzi diventava ancor più grande. Cosa mi succedeva? Stavo desiderando ciò che non mi piaceva con una forza sconosciuta. Ogni resistenza sembrava svanita e, senza quasi accorgermene, cominciai a metter ordine. Dapprima timidamente, quasi toccando a caso gli oggetti, poi, con sempre più lena. Il desiderio non retrocedeva, anzi aumentava man mano che il lavoro procedeva, fino a trasformarsi in un vero piacere. Cominciai anche a canticchiare, proprio come l'uomo delle pulizie mentre lavava le scale. Passai molte ore, scordandomi del tempo che scorreva, e quando ebbi finito, mi allontanai dalla scrivania per ammirare l'opera compiuta. Mi sentivo un'artista che finalmente ha completato la sua creazione e la contempla soddisfatto. Una strana gioia mi prese e sentivo lacrime di commozione affacciasi ai miei occhi. Avevo compreso. Come era tutto semplice e ovvio: ero libero. Uscii dallo studio che era sera. Andai nel salotto e uscii sul balcone per prendere una boccata d'aria. Respirai a fondo e in silenzio ringraziai il mio sconosciuto compagno di viaggio. Mi aveva fatto dono della chiave della vita.