Dott.ssa Rita Marinelli Psicoterapeuta

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PSICOLOGA- PSICOTERAPEUTA FUNZIONALE
DISTURBI DELL'APPRENDIMENTO
TERAPIE DI COPPIA
SOSTEGNO, BENESSERE PSICOLOGICO, PREVENZIONE
CENTRO ANTIVIOLENZA- DONNE VITTIME DI VIOLENZA PSICOLOGA-PSICOTERAPEUTA FUNZIONALE
disturbi dell'apprendimento
terapia di coppia
sostegno psicologico, attività di prevenzione e riabilitazione
operatrice Centro antiviolenza a sostegno delle donne vittime di violenza

22/02/2026

Tutti vogliono eliminare l'ansia. "Dottore, mi dia qualcosa per spegnerla". Ma in 15 anni non ho mai visto un'ansia che non avesse ragione.

Perché non è un difetto del sistema.

È la spia dell'olio che si accende sul cruscotto. Ti sta dicendo: "Ehi! Stai facendo una vita che non è la tua! Stai dicendo sì quando vuoi dire no! Stai con una persona che non ti valorizza" o "Sei in un lavoro che non desideri".

Curare l'ansia senza ascoltare il messaggio che porta è come rompere la spia dell'olio perché la luce ti dà fastidio. La macchina fonderà il motore comunque.

Ringrazia la tua ansia: è l'unica parte di te che ha il coraggio di dirti che continua a vivere una vita (o una storia) che non fa per te.

Cit

20/02/2026

Ti svelo 5 verita su cosa succede quando mettiamo fretta ai bambini:
- La strategia che funziona davvero: anticipa. Se devi uscire alle 8, inizia la routine alle 7. Usa timer visivi (non verbali). Invece di “sbrigati” di’ “è il momento delle scarpe”. Trasforma la fretta in gioco: “Vediamo se riesci a vestirti prima che finisca questa canzone!” Funziona meglio perché bypassi lo stress e attivi la motivazione.
- Il loro cervello NON ha il concetto di tempo come il nostro: sotto i 7 anni i bambini vivono nel presente assoluto. “Tra 5 minuti” o “dobbiamo andare ORA” sono concetti astratti che non sanno processare. Quando gli metti fretta, stai chiedendo qualcosa che neurologicamente non possono capire. Per loro esiste solo ADESSO.
- La fretta degli adulti crea ansia nei bambini: quando ti vedono stressato, agitato, che ripeti “sbrigati!”, il loro sistema va in allerta. Non capiscono perché, ma sentono il pericolo. Risultato? Si bloccano ancora di più, si muovono più lenti, fanno opposizione. È una reazione di difesa, non è un dispetto.
- Più metti fretta, più rallentano: è un paradosso neurologico. La pressione temporale attiva il loro sistema di stress che RALLENTA le funzioni cognitive. II bambino sotto stress fa fatica a vestirsi, allacciarsi le scarpe, ricordare cosa deve fare. Stai ottenendo esattamente l’opposto di quello che vuoi.
- Il prezzo nascosto della fretta cronica: bambini cresciuti con la costante pressione del tempo diventano adulti ansiosi, incapaci di rilassarsi, sempre in modalità emergenza. A volte, arrivare in ritardo ma sereni, può alutarli a crescere.
Quante volte al giorno dici “sbrigati”?

18/02/2026

C’è una parola che negli ultimi anni è diventata una scorciatoia comoda: hikikomori.
La usiamo per indicare ragazzi che non escono, che si chiudono, che spariscono. La usiamo come se spiegasse tutto. In realtà spesso serve solo a tranquillizzarci: se ha un nome, allora è “un problema loro”.

I numeri oggi dicono che in Italia i giovani in ritiro sociale sono molti di più di quanto si pensasse. Ma fermarsi ai numeri è l’ennesimo modo per non guardare la questione vera. Perché il punto non è quanti sono. Il punto è perché restare in casa, per tanti ragazzi, è diventata l’opzione meno dolorosa.

Nel mio lavoro incontro adolescenti che non escono più da mesi, a volte da anni. Non li incontro spaventati dal mondo. Li incontro stanchi. Stanchi di sentirsi costantemente inadeguati, osservati, valutati. Stanchi di dover dimostrare qualcosa prima ancora di capire chi sono. Quando raccontano il loro ritiro non parlano di paura, parlano di sollievo. Ed è questo il dato che dovrebbe preoccuparci.

Restare in casa non è una scelta contro la vita sociale. È una scelta contro una vita sociale percepita come ostile. Fuori c’è una pressione continua: essere performanti, interessanti, pronti, resilienti. A scuola, nelle relazioni, online. Ogni errore resta, ogni inciampo diventa pubblico, ogni fragilità rischia di essere ridicolizzata. In questo contesto il ritiro non è follia. È una strategia di contenimento del dolore.

Noi adulti tendiamo a chiederci come “farli uscire”. Molto meno spesso ci chiediamo che tipo di mondo trovano fuori. Un mondo che parla di benessere ma vive di urgenze. Che invita all’espressione ma tollera poco la lentezza. Che chiede autenticità ma punisce chi non regge il confronto.

C’è poi un altro elemento che sta emergendo con forza: il legame emotivo con strumenti che non giudicano. Non perché siano migliori, ma perché non sospirano, non interrompono, non correggono. È inquietante, certo. Ma prima di demonizzarlo dovremmo avere l’onestà di chiederci che tipo di ascolto umano stiamo offrendo. Perché se un ragazzo trova più accoglienza in qualcosa che non è vivo, il problema non è solo tecnologico.

Il ritiro sociale non nasce nel vuoto. Nasce dentro un patto educativo fragile. Chiediamo ai ragazzi di essere forti, ma mostriamo poco come si attraversa una difficoltà. Diciamo “parlane”, ma poi siamo i primi a minimizzare, correggere, aggiustare.

Gli hikikomori non sono un’anomalia da correggere. Sono un segnale. Ci stanno dicendo che per una parte delle nuove generazioni vivere è diventato troppo costoso emotivamente. E che, tra soffrire fuori o soffrire meno dentro, scelgono la seconda opzione.

Continuare a leggerli come fragili serve solo a salvare la nostra coscienza.
La domanda vera, quella scomoda, è un’altra: che tipo di adulti siamo diventati, se crescere nel nostro mondo porta così spesso a desiderare di sparire in silenzio?

14/02/2026

Quando un bambino prende due pupazzetti e li fa parlare, litigare, aiutarsi, perdersi, ritrovarsi… sta facendo una cosa che per noi adulti sembra “giochicchiare”.

In realtà sta facendo la forma più avanzata di apprendimento che esiste in età evolutiva.

Sta simulando la vita.

E la sta simulando in un ambiente totalmente sicuro, dove può provare tutto senza conseguenze.



🧠 Allenamento sociale e relazionale

Quando inventa dialoghi tra i pupazzi, il bambino:
• prova a capire come parlano le persone
• sperimenta conflitti, scuse, aiuto, collaborazione
• mette in scena ciò che vede fare agli adulti

Sta letteralmente studiando le dinamiche umane, ma da regista.



🎭 Elaborazione emotiva (anche di cose che non sa spiegare)

Spesso i pupazzi:
• si fanno male
• hanno paura
• litigano
• vengono salvati

Queste scene non sono casuali.
Sono il modo con cui il bambino mette fuori emozioni che dentro non sa nominare.

È una forma di auto-terapia naturale.



🧩 Sviluppo cognitivo e narrativo

Quando crea ambientazioni diverse:
• casa
• foresta
• ospedale
• scuola
• castello

Sta costruendo strutture narrative: inizio, problema, soluzione, finale.
È la base del pensiero logico e della futura capacità di scrivere, raccontare, comprendere storie.



🛡️ Controllo e sicurezza

Nel gioco con i pupazzi il bambino è onnipotente:
• decide cosa succede
• decide chi vince
• decide chi si salva

In un mondo dove lui è piccolo e spesso subisce decisioni, qui sperimenta potere, controllo, competenza.

Questo aumenta tantissimo l’autostima.



🗣️ Linguaggio e pensiero astratto

Parlando per conto dei pupazzi, il bambino:
• usa parole che magari non usa mai nella vita reale
• costruisce frasi complesse
• prova registri emotivi diversi

Sta allenando linguaggio, empatia e pensiero simbolico tutto insieme.

Quello che per un adulto è “gioca coi pupazzetti”, per un bambino è: simulare la vita, capire le persone, elaborare emozioni, allenare il cervello e sentirsi forte.

08/02/2026

Giornata Nazionale contro il Bullismo e il Cyberbullismo

In questa giornata dedicata a un fenomeno così complesso e multifattoriale scegliamo di fermarci a riflettere su un aspetto determinante e spesso trascurato: l’esempio degli adulti e la cultura diffusa che avvolge i nostri bambini e adolescenti molto prima che si parli esplicitamente di bullismo.

Il bullismo non nasce all’improvviso. È lo specchio di un clima sociale in cui la forza sembra contare più della delicatezza, la rapidità più dell’ascolto, la competizione più della cooperazione. Anche la scuola, a volte suo malgrado, assorbe questa impostazione: tutto corre veloce, tutto si misura, tutto sembra richiedere di “stare al passo”. Chi ha ritmi diversi, chi porta fragilità, sensibilità particolari o neurodivergenze, rischia di percepire la propria differenza come un errore. E in quel terreno si insinua facilmente l’esclusione. Chi vive in un contesto dove regnano violenza, prevaricazione, solitudine affettiva e trascuratezza emotiva rischia di farsi forte con la forza e con la sopraffazione del più debole. E in questo terreno possono attecchire gli atti di bullismo.

I ragazzi osservano gli adulti in ogni spazio della loro vita: nelle famiglie, nelle piazze digitali, nel dibattito pubblico. E in questo tempo storico, segnato da conflitti e guerre che ridisegnano il mondo, da una preoccupante deriva antidemocratica, da narrazioni polarizzate e da diffuse manifestazioni di intolleranza, il modello degli adulti non sempre è un approdo rassicurante. Basta scorrere i social per vedere come gli stessi adulti si parlino spesso con rabbia, odio, disprezzo, alimentati dall'invisibilità dietro uno schermo, con quella logica del “prevalere” che poi ritroviamo amplificata nelle relazioni tra i ragazzi.

In un clima simile, la gentilezza sembra quasi fuori moda, scambiata per fragilità. E invece è proprio lì che sta la vera forza: nella capacità di restare umani anche quando intorno si alimenta la durezza; nella scelta di non ferire quando sarebbe più facile farlo; nel riconoscere valore a chi procede diversamente da noi. La gentilezza è un atto adulto, consapevole e profondamente coraggioso.

Non si può negare che il primo terreno di prevenzione è proprio quello che costruiamo noi adulti, tutti: il modo in cui ci esprimiamo, le parole che scegliamo, la capacità di dissentire senza distruggere, la disponibilità a vedere l’altro senza incasellarlo. È questo che permette ai ragazzi di crescere in un contesto capace di rispetto, e non soltanto di giudizio. Fondamentale la presenza di adulti capaci di ascoltare autenticamente e di osservare in profondità, quello che uno sguardo, un gesto può dire a scuola e in famiglia.

Ma gli adulti, genitori ed insegnanti, non possono essere lasciati soli in questo difficile ruolo. Occorre un'intera comunità educante di adulti, inclusi i decisori politici, responsabili. Ed è per questo che l’educazione emotiva e sessuo-affettiva nelle scuole, sin dalla prima infanzia, deve essere affidata a professionisti competenti, a psicologi opportunamente formati. Perché aiutare i bambini a riconoscere le emozioni, i confini, le differenze, il senso delle relazioni, è forse l’investimento più importante che possiamo immaginare per il loro, e per il nostro, futuro.


07/02/2026
Che la tua giornata sia illuminata dalla diversità e dall’amicizia, proprio come un armadio pieno di calzini spaiati, tu...
06/02/2026

Che la tua giornata sia illuminata dalla diversità e dall’amicizia, proprio come un armadio pieno di calzini spaiati, tutti uniti nella loro unicità...

Oggi 6 Febbraio,( come sapete ogni anno cambia giorno ) si festeggia la "Giornata dei calzini spaiati" L'idea, nata undici anni fa in una scuola primaria, ha lo scopo di sensibilizzare le bambine e i bambini (e non solo!) al tema della diversità.
Proprio come ci insegna il detto: il mondo è bello perché è vario!
Sono infatti le diversità il valore aggiunto alle nostre vite, da cui impariamo sempre qualcosa di nuovo. L'importante è trattare gli altri con rispetto e non lasciare nessuno da solo.

03/02/2026

"La famiglia è la prima scuola di vita. Non serve scomodare Freud o manuali di pedagogia: il bambino impara da lì tutto quello che poi userà nel mondo esterno. Se in casa ci sono rispetto, amore e libertà, c’è speranza di crescere adulti sani."

(Maria Rita Parsi, Psicologa e Psicoterapeuta Roma, 5 agosto1947 –Roma,2 febbraio2026)

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