VertiLab - Centro Diagnosi e Cura del Paziente Vertiginoso

VertiLab - Centro Diagnosi e Cura del Paziente Vertiginoso Centro di Alta Specializzazione nella Diagnosi e nella Cura dei Disturbi dell’Equilibrio.

Seguiamo i nostri pazienti dalla valutazione otoneurologica, vestibolare e posturale fino all’impostazione del piano terapeutico e del percorso di riabilitazione.

Da non perdere!!!
26/01/2026

Da non perdere!!!

Vertigini, dizziness e cervicale: un’associazione frequente, ma spesso interpretata in modo semplicistico.

Quante volte il sintomo vertiginoso viene attribuito automaticamente “alla cervicale”? In realtà il sistema dell’equilibrio è il risultato di una complessa integrazione tra sistemi, di cui l'orecchio è parte integrante. Un’alterazione di uno solo di questi anelli può generare instabilità persistente, dizziness cronica o sensazioni di sbandamento, anche in assenza di una vera patologia strutturale cervicale.

Durante questa diretta Instagram affronteremo il tema con un approccio rigorosamente clinico: quando la cervicale è davvero coinvolta, quando è solo un fattore concomitante, quali esami sono realmente utili e perché la sinergia tra valutazione medica specialistica e riabilitazione mirata rappresenta oggi la strategia più efficace.

Lo faremo insieme al dott. Erasmo Galeno, fisioterapista specializzato nella riabilitazione dell’equilibrio e nei disturbi vestibolari, mio compagno di viaggio in questo progetto di divulgazione, nato per rendere comprensibili a tutti temi complessi ma fondamentali per chi soffre di instabilità e vertigini.

Un podcast pensato per fare chiarezza, superare i falsi miti e offrire strumenti concreti per orientarsi tra diagnosi e terapia.

📅 Venerdì 30 gennaio
🕖 Ore 19.00
📍 In diretta su Instagram

Vi aspettiamo per parlarne insieme, rispondere alle vostre domande e costruire un po’ di buona divulgazione.

Non è “tutto nella testa”: capire i disturbi dell’equilibrio senza lesione e cosa fare quando gli esami risultano normal...
24/01/2026

Non è “tutto nella testa”: capire i disturbi dell’equilibrio senza lesione e cosa fare quando gli esami risultano normali

Uno dei grandi equivoci che ancora oggi accompagna i disturbi dell’equilibrio è l’idea che, in assenza di una lesione chiaramente documentabile, il sintomo perda in qualche modo di “dignità clinica”. In realtà il sistema dell’equilibrio è uno dei sistemi più complessi del nostro organismo: non è un organo isolato, ma il risultato dell’integrazione continua tra vestibolo, vista, propriocezione, controllo posturale e sistemi centrali di modulazione e adattamento.

Quando uno di questi anelli si altera in modo sottile o disarmonico, il risultato può essere un disequilibrio persistente, una sensazione di instabilità, di testa leggera, di disorientamento spaziale, anche in assenza di un danno strutturale evidente. Questo accade perché il cervello non si limita a “registrare” informazioni: le pesa, le confronta, le filtra, le anticipa. Se questi meccanismi di integrazione o di compenso funzionano male, il sintomo è reale, continuo e spesso invalidante.
In questi casi parliamo di condizioni funzionali o di cattivo adattamento centrale. Non si tratta di diagnosi di esclusione intese come “non sappiamo cosa sia”, ma di quadri clinici in cui il problema risiede nel modo in cui il sistema nervoso sta funzionando, non nella presenza di una lesione anatomica. È un concetto che la neurologia e la vestibologia moderne conoscono bene, ma che spesso fatica a passare nella comunicazione con il paziente.

Un altro aspetto cruciale riguarda il rapporto con l’ansia. È vero che ansia e disequilibrio si influenzano reciprocamente, ma questo non significa che l’ansia sia la causa primaria di tutto ciò che non riusciamo a misurare. Molto spesso è l’instabilità cronica a generare ipervigilanza, paura del movimento, evitamento e progressiva perdita di fiducia nel proprio corpo. In questi casi l’ansia è una conseguenza, non l’origine del problema.
Ecco perché ridurre queste condizioni a un semplice “è tutto nella testa” è non solo scorretto dal punto di vista scientifico, ma anche dannoso sul piano clinico. Il paziente si sente non creduto, smette di cercare aiuto o, al contrario, inizia una rincorsa infinita a esami sempre nuovi, senza una reale strategia terapeutica.
La vera svolta, in questi quadri, è cambiare la domanda. Non chiedersi solo “qual è la lesione?”, ma “come sta funzionando oggi questo sistema di equilibrio?”.

Da qui nasce un approccio terapeutico che non è rinunciatario, ma estremamente attivo. La riabilitazione vestibolare, quando ben indicata, lavora proprio sul riapprendimento centrale e sulla ricalibrazione dei segnali sensoriali. La terapia farmacologica, se utilizzata con criterio, può modulare i circuiti coinvolti nel controllo del movimento, della percezione spaziale e della risposta emotiva al sintomo. Il percorso di cura diventa così dinamico, adattabile, progressivo.

Il messaggio che è importante trasmettere è che l’assenza di una diagnosi strutturale “pulita” non equivale a un vicolo cieco. Significa piuttosto trovarsi in un’area in cui la medicina deve essere più fine, meno automatica, più attenta alla funzione che alla lesione. Ed è proprio in queste zone grigie che il lavoro specialistico, se ben orientato, può fare la differenza tra un paziente che resta prigioniero dei sintomi e uno che, pur non avendo tutte le risposte, riesce a tornare a vivere meglio.

VertiLab, per me, non è semplicemente un centro. È una creatura viva. È una figlia nata da un’intuizione e cresciuta gio...
23/01/2026

VertiLab, per me, non è semplicemente un centro. È una creatura viva. È una figlia nata da un’intuizione e cresciuta giorno dopo giorno con cura paziente, dedizione ostinata e un amore silenzioso ma tenace.

La vera ricchezza di questo percorso è stata incontrare le persone giuste. Professionisti di altissimo profilo, certo, ma prima ancora compagni di viaggio con cui condividere visione, responsabilità, entusiasmo e quella tensione costante verso il miglioramento che non concede tregua all’abitudine.

Questa fotografia racchiude il cuore pulsante di VertiLab: chi opera in prima linea e chi, con discrezione e rigore, lavora dietro le quinte perché ogni paziente possa ritrovare orientamento, equilibrio, fiducia nel proprio corpo e nel proprio futuro.
A Napoli si dice “’a rrobba belle se fa avvedè”. Le cose belle vanno mostrate. E io oggi sono orgogliosa di mostrare la mia squadra. Esploratori del labirinto, interpreti dei riflessi, studiosi di nistagmi enigmatici, fisioterapisti che trasformano la tecnica in cura e rimettono letteralmente in piedi chi temeva di non riuscirci piú.

Non abbiamo forse ancora molti capelli bianchi sulle tempie, e certamente c’è chi ha più anni di esperienza e una preparazione più ampia della nostra. Ma mettiamo in questo lavoro una cura, una pazienza e una dedizione che (ne sono certa) hanno pochi eguali.

Loro sono il “mio” team. Li chiamo “miei” non per possesso, ma per appartenenza. Come membri di una famiglia o di una squadra che non si costruisce per caso: si sceglie, si forma, si custodisce. Non so se sia stato più il rigore della ricerca o la fortuna dell’incontro. So che senza di loro questo progetto non avrebbe identità.

VertiLab siamo noi!
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A beneficio di chi ci segue e desidera conoscerci meglio, condividiamo alcune informazioni su VertiLab – Centro di Diagn...
17/01/2026

A beneficio di chi ci segue e desidera conoscerci meglio, condividiamo alcune informazioni su VertiLab – Centro di Diagnosi e Cura per il Paziente Vertiginoso.

VertiLab è un centro di alta specializzazione dedicato ai disturbi dell’equilibrio. L’attività clinica comprende la valutazione otoneurologica e vestibolare, l’inquadramento posturale e funzionale e la definizione di percorsi diagnostico-terapeutici personalizzati. Il lavoro è svolto da un team di vestibologi, otoneurologi e fisioterapisti altamente specializzati, coordinato dalla dott.ssa Fabrizia de Falco, fondatrice del centro insieme al dott. Antonio D’Angelo, fisioterapista e posturologo, e dalla dott.ssa Daniela Nizzardelli, fisioterapista.

Accanto alla fase diagnostica, VertiLab propone percorsi mirati di riabilitazione vestibolare e rieducazione dell’equilibrio, oltre a trattamenti fisioterapici per le patologie del sistema muscoloscheletrico e funzionale, anche non strettamente vestibolari.

VertiLab è un centro privato non convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale: l’accesso avviene in regime di consulenza privata. La sede è unica, a Napoli, in via Gabriele Jannelli 220; non sono presenti altre sedi. Per i pazienti che risiedono lontano è disponibile anche un servizio di telemedicina, per consulenze online.

Tutti i servizi e le modalità di accesso sono consultabili su www.vertilab.net
oppure contattando la nostra segreteria al 351 4061830, attiva dal lunedì al venerdì dalle 09.00 alle 19.00 e il sabato dalle 09.00 alle 13.00.

Oggi parliamo di ... IPERACUSIA !Il confine sottile tra udito e ipersensibilitàL’ipersensibilità ai rumori è un sintomo ...
16/01/2026

Oggi parliamo di ... IPERACUSIA !
Il confine sottile tra udito e ipersensibilità
L’ipersensibilità ai rumori è un sintomo estremamente comune e, allo stesso tempo, profondamente frainteso. Molti pazienti la descrivono come “non sopporto più i rumori”, “mi danno fastidio suoni che prima tolleravo”, “alcuni suoni mi fanno quasi male”. Spesso questa esperienza viene genericamente etichettata come iperacusia, ma in realtà sotto questa parola convivono fenomeni diversi, con meccanismi fisiopatologici e implicazioni cliniche non sovrapponibili. Mettere ordine è già, in parte, terapia.
In senso stretto, l’iperacusia è una riduzione della soglia di tolleranza ai suoni: stimoli acustici di intensità normale vengono percepiti come eccessivamente forti, sgradevoli o addirittura dolorosi. Non si tratta di “avere l’udito più fine”, né di una maggiore sensibilità uditiva in senso positivo. È un’alterazione del rapporto tra intensità sonora e percezione soggettiva di comfort, spesso accompagnata da evitamento dei suoni e da un impatto significativo sulla qualità di vita.
È però fondamentale chiarire che non tutta l’intolleranza ai rumori è iperacusia. La letteratura distingue infatti condizioni diverse che vengono spesso confuse. Nell’iperacusia il problema riguarda prevalentemente la percezione del volume: il suono è avvertito come “troppo forte”. Nella fonofobia, invece, domina una risposta di paura o di allarme anticipatorio nei confronti del suono, spesso legata a esperienze precedenti di dolore, vertigine o malessere; qui la componente emotiva e di evitamento è centrale. La misofonia, infine, è caratterizzata da una reazione intensa e selettiva verso specifici suoni – spesso a bassa intensità, come masticare o respirare – che evocano rabbia o disgusto più che fastidio uditivo in senso stretto. Confondere queste condizioni porta facilmente a errori di inquadramento e a strategie terapeutiche inefficaci.
Dal punto di vista fisiopatologico, uno dei modelli più accreditati per spiegare l’iperacusia è quello dell’aumento del cosiddetto guadagno centrale. In presenza di un input uditivo alterato o ridotto, anche in modo lieve o non sempre evidente agli esami audiometrici convenzionali, il sistema uditivo centrale può reagire amplificando il segnale per compensare. Questa amplificazione, che in teoria ha una funzione adattativa, può diventare disfunzionale e tradursi in una percezione abnorme dell’intensità sonora. Non si parla necessariamente di una lesione strutturale, ma di una disregolazione funzionale dei circuiti centrali dell’udito.
L’ipersensibilità ai suoni è frequentemente associata ad altre condizioni otoneurologiche. È molto comune nei pazienti con acufene, tanto che le due condizioni spesso coesistono e si influenzano reciprocamente. Può comparire dopo un trauma acustico, anche in assenza di un calo uditivo clinicamente significativo. È descritta in alcune patologie neurologiche e, soprattutto, è un elemento centrale nel mondo dell’emicrania. Nell’emicrania, la fonofobia rappresenta uno dei criteri diagnostici ufficiali ed esprime una più ampia ipersensibilità sensoriale che può coinvolgere anche luce, odori e movimento. Nei pazienti con emicrania vestibolare non è raro che l’intolleranza ai suoni persista anche al di fuori dell’attacco doloroso, assumendo un andamento fluttuante e difficile da interpretare se non si considera il quadro di base.
Un capitolo a parte riguarda il fenomeno di recruitment, spesso confuso con l’iperacusia ma concettualmente distinto. Il recruitment è tipico delle ipoacusie neurosensoriali di origine cocleare ed è particolarmente caratteristico della malattia di Ménière. In questa condizione, la crescita della sensazione sonora è anomala: i suoni deboli possono essere percepiti poco o per nulla, mentre piccoli incrementi di intensità vengono avvertiti come improvvisamente molto forti. Il risultato soggettivo può essere un marcato fastidio per i suoni intensi, ma il meccanismo non è una ridotta tolleranza globale al rumore; è piuttosto una compressione dinamica patologica legata al danno cocleare. È quindi corretto dire che il paziente con Ménière può riferire “ipersensibilità”, ma spesso ciò che sperimenta è recruitment e non iperacusia in senso stretto.
Questa distinzione non è solo teorica, perché ha ricadute diagnostiche concrete. Esistono infatti test audiologici oggettivi che aiutano a orientarsi nella valutazione dell’ipersensibilità sonora. Il test di Metz, ad esempio, consente di identificare il recruitment attraverso il riscontro di riflessi stapediali presenti a soglie insolitamente basse rispetto alla soglia uditiva. La misurazione delle soglie di fastidio (Loudness Discomfort Levels, LDL) permette inoltre di quantificare la tolleranza ai suoni e di distinguere, almeno in parte, tra iperacusia vera e alterazioni della percezione dell’intensità secondarie a danno periferico. Nessun test, da solo, consente una diagnosi definitiva: la letteratura è concorde nel sottolineare come l’inquadramento corretto derivi sempre dall’integrazione tra dati oggettivi, profilo audiologico, contesto clinico e vissuto del paziente.
Una domanda frequente è se l’ipersensibilità ai rumori debba spaventare. Nella maggior parte dei casi non si tratta di un sintomo pericoloso in sé, ma è comunque un segnale che merita attenzione clinica. È corretto non minimizzare quando l’esordio è improvviso e marcato, soprattutto se monolaterale, o quando si associa a calo uditivo, vertigine acuta, dolore, acufene pulsante, autofonia importante o altri segni neurologici: in questi casi è necessario un inquadramento specialistico tempestivo.
Un ruolo cruciale è svolto dalla connessione tra ansia, stress, sonno e ipervigilanza. Parlare di questo aspetto non significa affermare che “sia tutto psicologico”. La letteratura mostra chiaramente come i sistemi sensoriali ed emotivi siano strettamente interconnessi. Quando un suono viene associato a un’esperienza negativa, il cervello può imparare a reagire in anticipo, mantenendo uno stato di allerta costante. Questa ipervigilanza sensoriale abbassa ulteriormente la soglia di tolleranza e alimenta un circolo vizioso fatto di anticipazione, evitamento e progressiva riduzione dell’esposizione sonora. Con il tempo, paradossalmente, il sistema uditivo diventa ancora meno tollerante.
Per questo motivo, l’uso indiscriminato e continuativo di protezioni acustiche nella vita quotidiana, se non specificamente indicato, può risultare controproducente. L’isolamento sonoro cronico favorisce la disabituazione e può rinforzare il problema invece di risolverlo. Gli approcci moderni alla gestione dell’ipersensibilità sonora prevedono una valutazione accurata del tipo di intolleranza, dell’eventuale patologia associata e del peso della componente emotiva, integrando quando necessario strategie di rieducazione alla tolleranza sonora, esposizione graduale e interventi mirati sui meccanismi di paura e ipervigilanza.
Il messaggio finale è questo: l’ipersensibilità ai rumori non va né drammatizzata né banalizzata. Non è un capriccio, non è “nella testa” in senso riduttivo, ma neppure è solo un problema dell’orecchio. È un sintomo di confine tra orecchio e cervello, tra percezione sensoriale e regolazione centrale, tra stimolo e risposta emotiva. Capire che cosa intende davvero il paziente quando dice “non sopporto i rumori” è il primo passo per costruire un percorso terapeutico efficace e realmente personalizzato.

Oggi parliamo di ... IPERACUSIA !
Il confine sottile tra udito e ipersensibilità

L’ipersensibilità ai rumori è un sintomo estremamente comune e, allo stesso tempo, profondamente frainteso. Molti pazienti la descrivono come “non sopporto più i rumori”, “mi danno fastidio suoni che prima tolleravo”, “alcuni suoni mi fanno quasi male”. Spesso questa esperienza viene genericamente etichettata come iperacusia, ma in realtà sotto questa parola convivono fenomeni diversi, con meccanismi fisiopatologici e implicazioni cliniche non sovrapponibili. Mettere ordine è già, in parte, terapia.

In senso stretto, l’iperacusia è una riduzione della soglia di tolleranza ai suoni: stimoli acustici di intensità normale vengono percepiti come eccessivamente forti, sgradevoli o addirittura dolorosi. Non si tratta di “avere l’udito più fine”, né di una maggiore sensibilità uditiva in senso positivo. È un’alterazione del rapporto tra intensità sonora e percezione soggettiva di comfort, spesso accompagnata da evitamento dei suoni e da un impatto significativo sulla qualità di vita.

È però fondamentale chiarire che non tutta l’intolleranza ai rumori è iperacusia. La letteratura distingue infatti condizioni diverse che vengono spesso confuse. Nell’iperacusia il problema riguarda prevalentemente la percezione del volume: il suono è avvertito come “troppo forte”. Nella fonofobia, invece, domina una risposta di paura o di allarme anticipatorio nei confronti del suono, spesso legata a esperienze precedenti di dolore, vertigine o malessere; qui la componente emotiva e di evitamento è centrale. La misofonia, infine, è caratterizzata da una reazione intensa e selettiva verso specifici suoni – spesso a bassa intensità, come masticare o respirare – che evocano rabbia o disgusto più che fastidio uditivo in senso stretto. Confondere queste condizioni porta facilmente a errori di inquadramento e a strategie terapeutiche inefficaci.

Dal punto di vista fisiopatologico, uno dei modelli più accreditati per spiegare l’iperacusia è quello dell’aumento del cosiddetto guadagno centrale. In presenza di un input uditivo alterato o ridotto, anche in modo lieve o non sempre evidente agli esami audiometrici convenzionali, il sistema uditivo centrale può reagire amplificando il segnale per compensare. Questa amplificazione, che in teoria ha una funzione adattativa, può diventare disfunzionale e tradursi in una percezione abnorme dell’intensità sonora. Non si parla necessariamente di una lesione strutturale, ma di una disregolazione funzionale dei circuiti centrali dell’udito.

L’ipersensibilità ai suoni è frequentemente associata ad altre condizioni otoneurologiche. È molto comune nei pazienti con acufene, tanto che le due condizioni spesso coesistono e si influenzano reciprocamente. Può comparire dopo un trauma acustico, anche in assenza di un calo uditivo clinicamente significativo. È descritta in alcune patologie neurologiche e, soprattutto, è un elemento centrale nel mondo dell’emicrania. Nell’emicrania, la fonofobia rappresenta uno dei criteri diagnostici ufficiali ed esprime una più ampia ipersensibilità sensoriale che può coinvolgere anche luce, odori e movimento. Nei pazienti con emicrania vestibolare non è raro che l’intolleranza ai suoni persista anche al di fuori dell’attacco doloroso, assumendo un andamento fluttuante e difficile da interpretare se non si considera il quadro di base.

Un capitolo a parte riguarda il fenomeno di recruitment, spesso confuso con l’iperacusia ma concettualmente distinto. Il recruitment è tipico delle ipoacusie neurosensoriali di origine cocleare ed è particolarmente caratteristico della malattia di Ménière. In questa condizione, la crescita della sensazione sonora è anomala: i suoni deboli possono essere percepiti poco o per nulla, mentre piccoli incrementi di intensità vengono avvertiti come improvvisamente molto forti. Il risultato soggettivo può essere un marcato fastidio per i suoni intensi, ma il meccanismo non è una ridotta tolleranza globale al rumore; è piuttosto una compressione dinamica patologica legata al danno cocleare. È quindi corretto dire che il paziente con Ménière può riferire “ipersensibilità”, ma spesso ciò che sperimenta è recruitment e non iperacusia in senso stretto.

Questa distinzione non è solo teorica, perché ha ricadute diagnostiche concrete. Esistono infatti test audiologici oggettivi che aiutano a orientarsi nella valutazione dell’ipersensibilità sonora. Il test di Metz, ad esempio, consente di identificare il recruitment attraverso il riscontro di riflessi stapediali presenti a soglie insolitamente basse rispetto alla soglia uditiva. La misurazione delle soglie di fastidio (Loudness Discomfort Levels, LDL) permette inoltre di quantificare la tolleranza ai suoni e di distinguere, almeno in parte, tra iperacusia vera e alterazioni della percezione dell’intensità secondarie a danno periferico. Nessun test, da solo, consente una diagnosi definitiva: la letteratura è concorde nel sottolineare come l’inquadramento corretto derivi sempre dall’integrazione tra dati oggettivi, profilo audiologico, contesto clinico e vissuto del paziente.

Una domanda frequente è se l’ipersensibilità ai rumori debba spaventare. Nella maggior parte dei casi non si tratta di un sintomo pericoloso in sé, ma è comunque un segnale che merita attenzione clinica. È corretto non minimizzare quando l’esordio è improvviso e marcato, soprattutto se monolaterale, o quando si associa a calo uditivo, vertigine acuta, dolore, acufene pulsante, autofonia importante o altri segni neurologici: in questi casi è necessario un inquadramento specialistico tempestivo.

Un ruolo cruciale è svolto dalla connessione tra ansia, stress, sonno e ipervigilanza. Parlare di questo aspetto non significa affermare che “sia tutto psicologico”. La letteratura mostra chiaramente come i sistemi sensoriali ed emotivi siano strettamente interconnessi. Quando un suono viene associato a un’esperienza negativa, il cervello può imparare a reagire in anticipo, mantenendo uno stato di allerta costante. Questa ipervigilanza sensoriale abbassa ulteriormente la soglia di tolleranza e alimenta un circolo vizioso fatto di anticipazione, evitamento e progressiva riduzione dell’esposizione sonora. Con il tempo, paradossalmente, il sistema uditivo diventa ancora meno tollerante.

Per questo motivo, l’uso indiscriminato e continuativo di protezioni acustiche nella vita quotidiana, se non specificamente indicato, può risultare controproducente. L’isolamento sonoro cronico favorisce la disabituazione e può rinforzare il problema invece di risolverlo. Gli approcci moderni alla gestione dell’ipersensibilità sonora prevedono una valutazione accurata del tipo di intolleranza, dell’eventuale patologia associata e del peso della componente emotiva, integrando quando necessario strategie di rieducazione alla tolleranza sonora, esposizione graduale e interventi mirati sui meccanismi di paura e ipervigilanza.

Il messaggio finale è questo: l’ipersensibilità ai rumori non va né drammatizzata né banalizzata. Non è un capriccio, non è “nella testa” in senso riduttivo, ma neppure è solo un problema dell’orecchio. È un sintomo di confine tra orecchio e cervello, tra percezione sensoriale e regolazione centrale, tra stimolo e risposta emotiva. Capire che cosa intende davvero il paziente quando dice “non sopporto i rumori” è il primo passo per costruire un percorso terapeutico efficace e realmente personalizzato.

oggi parliamo di... Cervicale!Chi si occupa di vestibologia e otoneurologia si confronta quasi quotidianamente con un gr...
15/01/2026

oggi parliamo di... Cervicale!

Chi si occupa di vestibologia e otoneurologia si confronta quasi quotidianamente con un grande “mito” dell’immaginario collettivo: la cervicale come origine di tutti i mali. Vertigini, instabilità, nausea, senso di testa vuota, oscillazioni… molto spesso tutto viene ricondotto, in modo automatico, al collo. La realtà clinica e scientifica è più complessa, e merita alcune precisazioni.

È vero che esistono vie di comunicazione ben documentate tra vestibolo, collo e tronco. La letteratura scientifica descrive in modo chiaro i riflessi vestibolo-collici e vestibolo-spinali, cioè quei circuiti neurofisiologici attraverso cui il sistema vestibolare dialoga con la muscolatura cervicale e con la muscolatura assiale per stabilizzare capo e postura nello spazio. Il vestibolo non serve solo a “sentire la vertigine”, ma contribuisce in modo fondamentale al controllo del tono muscolare, dell’equilibrio e dell’orientamento corporeo.
Quando si parla della cosiddetta “vertigine cervicogenica”, però, è necessario essere molto cauti. Le evidenze disponibili suggeriscono che, nella maggior parte dei casi, non si tratti di una vera vertigine rotatoria, ma piuttosto di una forma di dizziness: una sensazione di instabilità, di disorientamento spaziale, di testa leggera o di difficoltà nel controllo posturale. Non a caso, anche nelle revisioni più accreditate, la diagnosi di vertigine cervicogenica è considerata una diagnosi di esclusione e rimane oggetto di dibattito.

Dal punto di vista otoneurologico, uno dei motivi principali per cui il paziente associa la vertigine alla cervicale è un fraintendimento fisiologico comprensibile. Quando muoviamo il collo, ruotiamo o incliniamo la testa, non stiamo “attivando la cervicale” in senso causale, ma stiamo stimolando i recettori vestibolari dei canali semicircolari. È il movimento della testa nello spazio a generare l’informazione vestibolare. Se questo movimento scatena una vertigine rotatoria, la causa è vestibolare, non cervicale. La cervicale entra in gioco come struttura che accompagna il movimento, non come generatore primario del sintomo. Ma il paziente che avverte la vertigine nel muovere capo e collo chiaramente interpreta la sensazione di "giramento di testa" come conseguenza diretta della sollecitazione della cervicale, senza ovviamente pensare al fatto che in realtà "sta muovendo" il labirinto (anche perchè in pochi sanno che è cosí)... ed ecco il tranello: "Dottoressa, quando giro la testa, quando mi stendo, quando mi giro e muovo il collo...mi gira, tutto, ma io lo so...si è infiammata la cervicale!".

Un altro aspetto fondamentale riguarda la postura e la propriocezione. In presenza di qualsiasi disturbo dell’equilibrio, inclusi quelli di origine vestibolare, il corpo mette in atto strategie di evitamento. Il paziente impara, spesso inconsapevolmente, a ridurre i movimenti che percepisce come pericolosi. Nel tempo questo porta a rigidità, riduzione della mobilità cervicale e del tronco, aumento delle tensioni muscolari e alterazione degli schemi posturali. È un adattamento difensivo del sistema nervoso, non la causa iniziale del problema.

Per questo motivo il paziente vertiginoso o instabile beneficia quasi sempre, in parallelo alla riabilitazione vestibolare, di un lavoro sulla postura e sul recupero del range of motion, cioè dell’ampiezza e della qualità del movimento articolare. Recuperare il range of motion significa restituire al corpo la possibilità di muoversi in modo fluido, simmetrico e sicuro nello spazio.

Esiste però un timing preciso. Pretendere di lavorare sulla mobilità cervicale in una fase acuta di vertigine è spesso improponibile e, in alcuni casi, controproducente. In quella fase il sistema nervoso è in allarme, ipersensibile, e forzare il movimento può amplificare i sintomi. Prima è necessario correggere gli schemi corporei disfunzionali, rieducare il sistema vestibolare e centrale a riconoscere il movimento come non pericoloso, ridurre la risposta di allarme.

Quando questo passaggio è avvenuto, il fisioterapista trova finalmente un terreno fertile per intervenire anche sulla mobilità cervicale e globale. A quel punto il lavoro posturale non solo è tollerato, ma diventa estremamente efficace. Il paziente recupera sicurezza nel movimento, riduce rigidità e tensioni e sperimenta un beneficio reale e globale, a 360 gradi.

In vestibologia la cervicale non è un capro espiatorio, ma una parte di un sistema complesso. Capirne il ruolo, senza semplificazioni né scorciatoie, è ciò che fa la differenza tra spiegazioni rassicuranti ma fuorvianti e un percorso terapeutico realmente efficace.

In conclusione, è proprio da questa visione complessa e integrata che nasce il modo di lavorare di VertiLab. L’equilibrio non viene mai ridotto a un singolo distretto né a una spiegazione semplificata: lo studiamo come un senso a tutti gli effetti, diffuso, sofisticato, che coinvolge vestibolo, sistema nervoso centrale, postura, propriocezione, visione e movimento. Inquadrare un paziente vertiginoso o instabile significa osservare questo sistema da ogni prospettiva possibile, comprendere come i diversi segnali dialogano tra loro e intervenire nel momento giusto, con gli strumenti giusti. È solo così che l’equilibrio smette di essere un sintomo isolato e torna a essere ciò che dovrebbe sempre essere: una funzione integrata, silenziosa e stabile al servizio della vita quotidiana.

Equilibrio e postura non sono due mondi separati. Al contrario, dialogano continuamente attraverso un sistema complesso ...
10/01/2026

Equilibrio e postura non sono due mondi separati. Al contrario, dialogano continuamente attraverso un sistema complesso che coinvolge apparato vestibolare, vista, propriocettori muscolo-articolari e sistema nervoso centrale. Quando uno di questi elementi perde armonia, l’equilibrio ne risente, anche in assenza di vere vertigini.

Una postura alterata può modificare le informazioni propriocettive che arrivano al cervello, generando instabilità, senso di insicurezza nella deambulazione, affaticamento e compensi inefficaci. Allo stesso modo, un disturbo dell’equilibrio protratto nel tempo induce adattamenti posturali disfunzionali, creando un circolo vizioso che va riconosciuto e trattato in modo mirato.

È qui che la figura del posturologo diventa determinante. La valutazione posturale non è una semplice “analisi dell’appoggio”, ma uno studio globale dell’organizzazione del corpo nello spazio, delle catene muscolari e delle strategie di compenso. In ambito vestibolare, questo approccio è fondamentale per completare l’inquadramento clinico e impostare un percorso riabilitativo realmente efficace.

Nel team VertiLab, coordinati dal dott. Antonio D’Angelo e dalla Dott.ssa Daniela Nizzardelli, fisioterapisti e posturologi lavorano in stretta integrazione con il vestibologo. La collaborazione tra competenze diverse consente di affrontare i disturbi dell’equilibrio in modo globale, personalizzato e basato su evidenze cliniche.

Indirizzo

Via Gabriele Jannelli N. 220
Naples
80131

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 13:00

Telefono

+393514061830

Sito Web

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