11/04/2020
LA STORIA DI UN LUTTO ESISTENZIALE
È così che tante, troppe, persone, dopo aver assistito alla privazione forzata della propria socialità, hanno rinunciato ad esercitare la ragione, si sono rifiutate di pensare, di riflettere, di interrogarsi ed hanno aderito in modo acritico, rigido, fideistico, totalitario, ai dettami di chi, travolto da responsabilità troppo grandi, ha abbozzato ripetuti, goffi e confusi tentativi di tamponare una tragica emergenza sanitaria.
Ed è così che l altro essere umano diviene potenziale untore da tenere almeno a un metro di distanza, è così che si prende a ricercare compulsivamente i colpevoli, i disobbedienti, i sovversivi del sistema, additandoli come capri espiatori, senza sapere nulla di chi si ha di fronte.
È così che si urlano invettive dai terrazzi, dai finestrini delle auto, contro chi ancora sente il bisogno ancestrale, sano, inalienabile, di respirare aria, nella natura, per riflettere, per ritrovarsi, per piangere il proprio dolore, solo, lontano dagli occhi, ingenui ma vigili, dei propri bambini. È così che si sputano giudizi privi di fondamento e ci si lascia andare, quasi orgogliosi, ad affermazioni ignobili come "le regole sono uguali per tutti", "siamo tutti sulla stessa barca", ignorando, ciechi e sordi, tutte quelle condizioni di vita, di per sè al limite del sopportabile: patologie psichiche invalidanti, malattie croniche, malattie autoimmuni che necessitano di movimento per non peggiorare definitivamente, relazioni conflittuali, violenze domestiche, parenti malati psichiatrici, da accudire senza il sollievo indispensabile che abitualmente i servizi offrono, bambini autistici, nuclei familiari al collasso.
E no.. non "siamo tutti sulla stessa barca": non per tutti la casa è un luogo sicuro, nido sereno di affetti, oasi di benessere; non per tutti ha un senso sfornare teglie di pizza e torte fragranti da fotografare e postare prontamente sui social; non tutti hanno spazi di decompressione sufficienti: la quarantena non ha i medesimi effetti in un bilocale in periferia di una città morta e nelle ville spaziose in collina. Il tragico prolungato arresto delle attività produttive non ha lo stesso sapore per gli imprenditori che si tormentano per pagare fornitori, spese e tutelare i propri dipendenti o per tutti i lavoratori autonomi che guadagnano solo se lavorano e possono contare esclusivamente sulle proprie forze. E quindi, no, le regole non possono e non devono essere uguali per tutti.
Quello che invece dovrebbe unirci è il buon senso, l'umanità, la volontà di esercitare, lucidi e consapevoli, il proprio potere decisionale, se pur entro i circoscritti spazi concessi dall'emergenza.
E invece troppi di noi, come fanno gli animali in pericolo, si imbestialiscono, stigmatizzano, insultano, immortalano per calunniare, pubblicano invettive estremiste che non ammettono replica alcuna.
E poi ecco calare un pesante, soffocante velo di ipocrisia sulle masse; ecco che si fanno religiosi, cattolici, pregano il Signore, senza conoscere la pietà, nè la misericordia; eccoli mostrare bandiere dai balconi, gli stessi balconi da cui insultano e feriscono il prossimo, senza sapere, senza interrogarsi.
E allora vi dico, ciò che mi dispiace immensamente è che questo incubo lascerà una ferita profonda nei pochi o molti che avranno vissuto in coscienza questo periodo: un persistente senso di estraneità, una durevole distanza protettiva nei confronti dell'altro che ha così superficialmente abdicato al dovere, etico e morale, di ricercare con forza e coraggio la ragione e si è lasciato affascinare dal tanto rassicurante quanto pericoloso ruolo dell'aggressività che cela, camuffa, senza mai sconfiggere, la paura.