19/12/2025
Oggi in treno ho assistito all’invio di un messaggio vocale whatsapp di un ragazzo, probabilmente di 14-15 anni, che si rivolgeva alla mamma in questo modo molto infastidito e con una rabbia plateale:
“AH MA, A MA, MAMMAMIA, SEI PROPRIO UNA R******A COME AL SOLITO NON CAPISCI UN C****! TI AVEVO DETTO CHE ERO ALL’ASSEMBLEA D’ISTITUTO ALLA SCUOLA DEL MIO AMICO”
Dopo poco la mamma evidente risponde e lui ancora:
“AO MA PERCHÉ ME ROMPI SEMPRE ER C****, LO SAPEVA PAPÀ QUINDI LASCIAME PERDE TORNO QUANDO ME PARE”
Mi sono messa nei panni di questo adolescente che urla fuori ciò che non riesce a dire dentro: la fatica di separarsi senza sentirsi colpevole, il bisogno di affermarsi senza sapere ancora come farlo in modo sano, la rabbia che diventa linguaggio perché altri linguaggi non sono stati appresi o non sono stati accolti.
In quel messaggio non c’è solo maleducazione: c’è una richiesta confusa di spazio, di riconoscimento, di fiducia. C’è un “lasciami andare” che esce come un pugno perché la paura di essere controllato si mescola alla paura, ancora più profonda, di non essere visto davvero.
Ma mi sono messa anche nei panni di questa madre, probabilmente già stanca, forse in colpa, forse impaurita. Una madre che controlla perché ama, che chiede perché ha paura, che insiste perché non ha altri strumenti. Una madre che, messaggio dopo messaggio, viene spinta fuori dal ruolo educativo e scivola in una posizione di bersaglio emotivo, fino quasi ad abituarsi all’insulto pur di mantenere un filo di contatto.
E allora il punto non è “chi ha torto” — perché qui stanno soffrendo entrambi.
Il punto è che questa relazione sembra aver perso il suo centro regolativo: l’adulto non è più percepito come base sicura, e l’adolescente non ha ancora costruito un Sé abbastanza saldo da reggere la libertà che chiede.
Quando il confine non è chiaro, l’adolescente lo attacca.
Quando l’adulto ha paura di perdere il legame, rincorre.
E in questo rincorrersi e respingersi, il rispetto diventa la prima vittima.
Quello che ho ascoltato in treno non è solo un messaggio vocale:
è il suono di una relazione che chiede aiuto,
di un passaggio evolutivo non accompagnato,
di un adulto lasciato solo nel suo ruolo
e di un ragazzo lasciato solo nel suo caos.
E forse la vera domanda non è:
“Perché i ragazzi parlano così ai genitori?”
Ma piuttosto:
chi sta insegnando oggi agli adulti a restare autorevoli senza diventare nemici,
e ai ragazzi a separarsi senza distruggere il legame?
E voi cosa ne pensate?
Dott.ssa Marta Mazzoni