07/04/2026
Nel mio lavoro, una delle prime domande che faccio è:
“Quanti figli siete? E tu che numero di figlio sei?”
E così, qualche tempo fa,
un uomo di settant’anni mi ha raccontato cosa ha significato, per lui, essere il primo figlio.
Si svegliava con i grandi.
Lavorava con il padre.
Si occupava dei fratelli.
E quando il padre è morto,
è stato lui a prendere il suo posto.
“Dovevo farlo.”
Poi ha aggiunto:
“Prima era così.”
E lì mi sono fermata.
Perché in quel “così”
non c’era solo un tempo diverso.
C’era qualcosa che, a volte,
continua a succedere anche oggi.
Il posto in cui arriviamo
non è mai neutro.
Non è solo una posizione.
È, spesso, un mandato.
Qualcosa che non viene detto chiaramente,
ma che si sente.
Il primo che deve essere grande.
Quello su cui si prova.
Quello che tiene.
Quello che deve trovare spazio.
Quello che resta più vicino.
Quello che, in qualche modo,
non smette mai davvero di essere figlio.
Non è una regola.
Non succede sempre.
Ma succede abbastanza
da lasciare tracce.
Perché quel posto, qualsiasi sia stato,
piano piano,
diventa un modo di stare.
Di scegliere.
Di rispondere.
Di esserci.
E spesso lo portiamo avanti
senza nemmeno accorgercene.
Come se fosse naturale.
Come se fosse “così”.
Perché il posto che abbiamo avuto
non spiega tutto.
Ma orienta.
E a volte si sente.
Nel modo in cui ti prendi carico.
O nel modo in cui lasci spazio.
Nel modo in cui resti.
O nel modo in cui vai via.
Come se fosse ancora così.
E forse il punto non è cambiarlo.
Ma accorgersene.
Perché da lì,
piano piano,
può nascere anche qualcosa di diverso.
E tu,
che numero di figlio sei stato?
E cosa ti porti ancora addosso,
di quel modo di essere?