21/04/2026
In seduta, c’è una domanda che torna spesso.
“Se qui ci fosse tua madre, o tuo padre,
cosa direbbero del bambino che eri?”
Arriva quasi sempre un attimo di silenzio.
Poi qualcuno dice:
“Ero quello che dove lo mettevi stava.”
“Ero difficile.”
“Capriccioso.”
“Quello bravo.”
“Quella che non dava problemi.”
E mentre lo raccontano,
sembra finire lì.
Ma non è mai solo quello.
Perché, a volte,
quel bambino che “non dava problemi”
diventa l’adulto che i problemi
se li tiene.
Quello che prova a sistemarseli da solo. Sempre.
Che chiede poco.
Che disturba poco.
Quello “difficile”, magari,
diventa qualcuno che si sente sempre un po’ troppo.
Troppo emotivo.
Troppo intenso.
Troppo da gestire.
Quello “bravo”
impara presto dove passa l’approvazione.
E rischia di continuare a cercarla,
anche quando non serve più.
E poi ci sono quelli che tengono insieme.
Quelli che reggono.
Quelli che, in qualche modo,
parlano anche per quello che intorno non si dice.
Non iniziano come ruoli.
Sono modi intelligenti di stare dentro una famiglia.
Di adattarsi.
Di restare.
Solo che poi cresciamo.
E quel modo di stare
ce lo portiamo fuori.
Nel modo in cui stiamo nelle relazioni.
Nel modo in cui chiediamo.
O nel modo in cui non chiediamo.
Come se fosse naturale.
Come se fosse noi.
E forse, a volte,
più che chiederci chi siamo,
potrebbe valere la pena chiederci
in che modo abbiamo imparato a esserlo.