Dott.ssa Raffaella Mancano - Psicologa

Dott.ssa Raffaella Mancano - Psicologa Psicologa Clinica e della Salute, iscritta all’Albo degli Psicologi della Campania,n 8352. Psicoterapeuta ad orientamento sistemico relazionale familiare.

Nel mio lavoro, una delle prime domande che faccio è:“Quanti figli siete? E tu che numero di figlio sei?”E così, qualche...
07/04/2026

Nel mio lavoro, una delle prime domande che faccio è:
“Quanti figli siete? E tu che numero di figlio sei?”
E così, qualche tempo fa,
un uomo di settant’anni mi ha raccontato cosa ha significato, per lui, essere il primo figlio.
Si svegliava con i grandi.
Lavorava con il padre.
Si occupava dei fratelli.
E quando il padre è morto,
è stato lui a prendere il suo posto.
“Dovevo farlo.”
Poi ha aggiunto:
“Prima era così.”
E lì mi sono fermata.
Perché in quel “così”
non c’era solo un tempo diverso.
C’era qualcosa che, a volte,
continua a succedere anche oggi.
Il posto in cui arriviamo
non è mai neutro.
Non è solo una posizione.
È, spesso, un mandato.
Qualcosa che non viene detto chiaramente,
ma che si sente.
Il primo che deve essere grande.
Quello su cui si prova.
Quello che tiene.
Quello che deve trovare spazio.
Quello che resta più vicino.
Quello che, in qualche modo,
non smette mai davvero di essere figlio.
Non è una regola.
Non succede sempre.
Ma succede abbastanza
da lasciare tracce.
Perché quel posto, qualsiasi sia stato,
piano piano,
diventa un modo di stare.
Di scegliere.
Di rispondere.
Di esserci.
E spesso lo portiamo avanti
senza nemmeno accorgercene.
Come se fosse naturale.
Come se fosse “così”.
Perché il posto che abbiamo avuto
non spiega tutto.
Ma orienta.
E a volte si sente.
Nel modo in cui ti prendi carico.
O nel modo in cui lasci spazio.
Nel modo in cui resti.
O nel modo in cui vai via.
Come se fosse ancora così.
E forse il punto non è cambiarlo.
Ma accorgersene.
Perché da lì,
piano piano,
può nascere anche qualcosa di diverso.
E tu,
che numero di figlio sei stato?
E cosa ti porti ancora addosso,
di quel modo di essere?

Pasqua, per molti, è sinonimo di rinascita.Ma non sempre nel modo in cui immaginiamo.Non è sempre luce.Non è sempre slan...
05/04/2026

Pasqua, per molti, è sinonimo di rinascita.
Ma non sempre nel modo in cui immaginiamo.
Non è sempre luce.
Non è sempre slancio.
A volte la rinascita è silenziosa.
Ha il tempo lento di ciò che cambia dentro.
Nasce quando lasciamo andare ciò che non ci somiglia più,
quando smettiamo di forzarci,
quando troviamo il coraggio di restare.
Non si vede subito.
Ma c’è.

Che questa Pasqua possa avvicinarti, piano,
a ciò che dentro di te sta già provando a rinascere.

Buona Pasqua 🌿

Per molti anni, a casa mia si è scherzato su una cosa.Sul fatto che mia madre, quando ha scoperto di essere incinta non ...
24/03/2026

Per molti anni, a casa mia si è scherzato su una cosa.
Sul fatto che mia madre, quando ha scoperto di essere incinta non fosse entusiasta.
O almeno, non solo.
Veniva detta così.
Un po’ ridendo.
E io, per un po’, quella cosa me la sono tenuta addosso.
Non era proprio una domanda.
Più un dubbio che si infilava piano.
Forse, non voleva me?
Col tempo, però, quella frase ha iniziato a spostarsi.
Non all’improvviso.
Più lentamente.
Ho iniziato a chiedere.
Non più solo di me.
Ma di loro.
Di chi erano, in quel momento.
I miei genitori erano poco più che ragazzi.
Si erano sposati da poco.
E la casa in cui avrebbero dovuto iniziare a vivere
non era ancora pronta.
Per tutta la gravidanza sono rimasti a casa dei miei nonni.
In tanti.
Troppi, forse, per uno spazio solo.
Uno spazio che non era davvero il loro.
Dove era difficile trovare posto.
Anche per essere una coppia.
C’erano cose da finire.
Altrove.
E cose da tenere insieme.
Lì.
Un po’ come loro.
E dentro quel tempo,
mia madre è rimasta incinta.
Ha partorito una settimana dopo essere finalmente entrati nella loro casa, da soli.
In quel nuovo modo di potersi sperimentare marito e moglie.
Allora quel mancato entusiasmo ha iniziato a cambiare forma.
Non parlava più di me.
Parlava di quel momento.
Ed è lì che qualcosa si sposta e la domanda si allarga.
In che momento siamo arrivati?
Chi erano loro, mentre noi arrivavamo?
Cosa stava succedendo, intorno?
Che spazio c’era, o non c’era, per accoglierci?
Non arriviamo mai nel vuoto.
Arriviamo sempre dentro qualcosa che è già in movimento.
Nel mio lavoro, queste domande tornano spesso.
E non sempre hanno risposte precise.
E forse non è nemmeno questo il punto.
Quando iniziamo a spostare lo sguardo,
da noi a quel momento,
qualcosa cambia.
Non perché troviamo una verità definitiva.
Ma perché aggiungiamo pezzi.
Allarghiamo il racconto.
Lo rendiamo più complesso.
E, a volte, anche più gentile.
Perché non siamo solo figli di qualcuno.
Siamo figli anche di un tempo.
E di tutto quello che, in quel tempo,
c’era.
O mancava.

E tu,
ti sei mai chiesto in che momento sei nato?

Qualche settimana fa, durante una seduta, ho chiesto a una paziente:“Che sogni aveva tuo padre a vent’anni?”La paziente ...
10/03/2026

Qualche settimana fa, durante una seduta, ho chiesto a una paziente:
“Che sogni aveva tuo padre a vent’anni?”
La paziente mi ha guardata un attimo, poi ha detto:
“Non lo so. Non l’ho mai immaginato prima di me.”
Quella risposta ha risuonato.
E mi ha riportata a un ricordo preciso.
Avevo ventisei anni quando, nella mia terapia di allora, mi venne chiesto quanti anni avessero i miei genitori quando sono nata.
Mio padre ne aveva da poco compiuti ventotto.
Mia madre venticinque.
È stato quel venticinque a fermarmi.
Era più giovane di me, in quel momento.
Fino ad allora non l’avevo mai pensata così.
Non come una figlia di qualcuno.
Non come una giovane donna con una storia che non iniziava con me.
Da quel momento è come se avessi iniziato a guardare con occhiali un po’ più puliti.
Non migliori.
Diversi.
Oggi, nel mio lavoro, queste domande tornano spesso.
E ogni volta mi ricordano quanto non siano affatto scontate.
Forse perché non nascono da un dovere,
ma da una curiosità che, a un certo punto, si affaccia.
Chi erano mamma e papà prima di me?
Che figli sono stati?
Che genitori hanno avuto?
Che sogni avevano, quando io non c’ero ancora?
Conosciamo i nostri genitori
dentro la storia che include noi.

𝐌𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐞𝐫𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚?

Forse non ce lo chiediamo perché non serve subito.
Forse perché, per molto tempo, è bastato che fossero genitori.
Eppure, a un certo punto, la domanda può affacciarsi.
Non per spiegare.
Non per giudicare.
Solo per allargare.
Perché la nostra vita non è una storia sola.
È un intreccio di storie, di persone, di tempi.
E questa, a volte, è una buona domanda da tenere aperta.

In psicologia si parla spesso di 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢: esperienze e relazioni che aiutano una persona a crescere e a regge...
06/03/2026

In psicologia si parla spesso di 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢: esperienze e relazioni che aiutano una persona a crescere e a reggere anche momenti difficili della vita.

Per questo persone cresciute in contesti simili possono sviluppare storie molto diverse.
Negli anni mi è capitato spesso di osservare una cosa.

Nella vita delle persone, quasi sempre, da qualche parte c’è stata un’esperienza di amore che ha fatto da protezione.
Il problema è che non sempre la riconosciamo.

Perché spesso cerchiamo l’amore solo in alcune forme:
in una relazione romantica,
nei genitori,
o nel modo in cui pensiamo che si debba amare.

E così rischiamo di non vedere altri amori che, in certi momenti della vita, sono stati fondamentali.

Un amico che a un certo punto è diventato un fratello.
Una zia che, senza accorgersene, è diventata un po’ madre.
Un’insegnante che ha visto qualcosa in noi prima ancora che riuscissimo a vederlo.
Una persona che è rimasta, che ha detto qualcosa che serviva, che ha fatto spazio.

Riconoscere questi legami, a volte anche solo ricordarli, può avere un effetto importante.
Può aiutarci a vedere che nella nostra storia non ci sono state solo mancanze o ferite, ma anche relazioni che hanno protetto, sostenuto, tenuto.

E forse l’amore che ci ha aiutato a crescere non è sempre quello che immaginavamo.
Ma quello che, a un certo punto della nostra vita, siamo riusciti a riconoscere, a vedere e a sentire.

Ripensando alla tua storia:
c’è stata una relazione che, in qualche modo,
ti ha fatto sentire amato
e ti ha protetto?

Oggi è San Valentino.Una di quelle date che non passano inosservate,anche quando si fa finta di niente.C’è chi festeggia...
14/02/2026

Oggi è San Valentino.
Una di quelle date che non passano inosservate,
anche quando si fa finta di niente.
C’è chi festeggia San Valentino perché si fa.
C’è chi lo celebra ogni giorno e non sente il bisogno di una data.
C’è chi lo evita.
C’è chi lo aspetta.
C’è chi oggi si sentirà improvvisamente più solo.

Le ricorrenze fanno questo: amplificano.
Non inventano emozioni, le rendono più visibili.
E quando le emozioni diventano visibili,
ci chiedono di prestare attenzione.

E se San Valentino ci chiedesse proprio questo:
di guardare all’amore?
Di fermarci un attimo e pensare:
Chi amo?
Da chi mi sento amato?
Di chi sono grato?

Siamo abituati a usare la parola “amore”
quasi esclusivamente in riferimento alla relazione di coppia.
E così rischiamo di non vedere
la famiglia,
gli amici che sentiamo ogni giorno,
quelli che sentiamo poco ma sappiamo che ci sono,
anche quando non li incontriamo da tempo.
L’amore è anche lì.

L’amore, a volte, non è un gesto eclatante.
È riconoscere i legami che abitano la propria vita.

E tu,
di chi ti senti grato oggi?

Capodanno è uno di quei momenti che invitano a fermarsi.A guardare l’anno che passae a chiederci cosa vogliamo portare c...
31/12/2025

Capodanno è uno di quei momenti che invitano a fermarsi.
A guardare l’anno che passa
e a chiederci cosa vogliamo portare con noi
e cosa, forse, è tempo di lasciare.

Da anni, quando arrivo qui,
c’è una parola che scelgo:
responsabilità.
E la scelgo anche quest’anno.

Non come dovere,
non come giudizio su se stessi,
ma come possibilità.
Perché la responsabilità è il luogo
in cui possiamo avere voce,
scelta,
movimento.
Finché qualcosa è mia responsabilità,
posso osservarlo,
posso interrogarlo,
posso trasformarlo.
Non tutto, certo.
Ma qualcosa sì.
E quel qualcosa spesso fa la differenza.

Per questo, se penso a un augurio per l’anno che viene,
è questo:
avere meno paura della responsabilità.
Meno paura di guardarci con onestà.
Meno paura di cambiare ciò che non ci somiglia più,
in noi e nelle relazioni che abitiamo.
Cambiare non significa distruggere.
Spesso significa crescere.
Ridisporre.
Fare spazio a una versione di sé più allineata
a ciò che siamo diventati.

Un anno in cui la responsabilità
non sia un peso da evitare,
ma una risorsa da abitare.
Un anno in cui scegliere se stessi
possa diventare un atto di cura,
non una colpa.

Buon anno.

❣️

Mi sono chiesta spesso se esista un modo giusto di amare.Credo di no.Credo che ognuno impari ad amare come può.Da ciò ch...
24/12/2025

Mi sono chiesta spesso se esista un modo giusto di amare.
Credo di no.
Credo che ognuno impari ad amare come può.
Da ciò che ha ricevuto,
da ciò che gli è mancato,
da ciò che ha osservato,
da ciò che ha dovuto inventarsi.
Ognuno costruisce il proprio modo di esserci.
E non è detto che coincida con quello degli altri.
Non è detto, soprattutto, che sia subito riconoscibile come “amore”.
A volte ci sentiamo poco amati
non perché l’amore non ci sia,
ma perché non arriva nella forma che sappiamo leggere.
C’è chi ama con i gesti.
Chi con una presenza silenziosa.
Chi facendo spazio.
Chi restando.
Chi lasciando andare.
E allora mi sono chiesta questo:
quanto siamo capaci di riconoscere l’amore
nel linguaggio dell’altro?
Forse non esiste un modo giusto di amare.
Esiste, semmai, la possibilità di incontrarsi
a metà strada
tra ciò che diamo
e ciò che l’altro sa offrire.

E se penso a un augurio, per questo Natale, è questo:
vi auguro di concedervi di sentire l’amore che c’è.
Anche quando non arriva
esattamente come lo avevate immaginato.

Concedetevi un po’ più di ascolto anche nell’amore.
Un po’ meno traduzioni affrettate.
Un po’ più curiosità
per come l’altro sa esserci.

Buon Natale.
❣️

È stato mentre decoravo l’albero nel nuovo studio che il limite si è fatto sentire più forte.Quest’anno dicembre è arriv...
19/12/2025

È stato mentre decoravo l’albero nel nuovo studio che il limite si è fatto sentire più forte.

Quest’anno dicembre è arrivato con molte cose in movimento.
Un nuovo studio che prende forma,
nuovi ritmi da creare,
spazi che chiedono tempo per essere abitati.

In questi giorni ho scritto una rubrica sul limite.
E forse è stato proprio lì che ho iniziato a percepirlo,
a dargli una forma più chiara.

C’è un momento, a volte,
in cui il limite non chiede di essere capito meglio,
ma semplicemente rispettato.

In questo momento sento il bisogno di rallentare.
Di essere presente a ciò che sta cambiando:
nella vita,
nelle cose che abitano le mie giornate,
nello spazio che sto costruendo e che voglio sentire davvero mio.

Per questo, per un po’,
sospendo le rubriche
e mi tolgo la scadenza settimanale.

Qui resto.
Con altri tempi.

Tornerò alle rubriche quando sentirò
che il ritmo è di nuovo quello giusto per me.

Non sparisco.
Mi fermo un attimo.

Con gratitudine.

Grazie a chi passa,
a chi legge,
a chi resta.

❣️

Questa settimana mi è tornata in mente una frase antica.Una di quelle che restano nel fondo della memoria,come se aspett...
16/12/2025

Questa settimana mi è tornata in mente una frase antica.
Una di quelle che restano nel fondo della memoria,
come se aspettassero il momento giusto per risalire.

“Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.”
Sbagliare è umano,
perseverare è diabolico.

Non so se sia questo il significato “giusto” di quella frase.
So solo che, rileggendola,
mi ha fatto pensare al limite.
A quel punto sottile in cui non è più questione di sbagliare,
ma di continuare.
Di restare.
Di insistere.

Perché il limite, molto spesso, non arriva all’improvviso.
Non ci sorprende.
Non ci coglie impreparati.

Lo sentiamo.
Nel corpo che si contrae.
Nel fastidio che ritorna.
In quella sensazione sottile che dice:
qui mi sto facendo male.

Succede nelle relazioni, certo.
Ma succede anche nel lavoro,
quando restiamo in un posto che non ci somiglia più
come se non avessimo alternative.
Succede nei ruoli che continuiamo a occupare
perché “è sempre stato così”.
Succede nei ritmi che sopportiamo
anche quando sappiamo che ci stanno svuotando.

Il punto non è riconoscere il limite.
Quello, spesso, lo riconosciamo benissimo.

Il punto è scegliere cosa farne.

Perché tra sapere che qualcosa ci ferisce
e decidere di proteggerci
c’è uno spazio enorme.
Uno spazio fatto di paura, abitudine, lealtà,
senso del dovere,
o dell’idea che non possiamo fare diversamente.

E invece, a volte, possiamo.
Possiamo spostarci.
Possiamo cambiare modo.
Possiamo rallentare.
Possiamo ridisegnare.

Non sempre subito.
Non sempre facilmente.
Ma possiamo.

Ed è qui che quella frase antica, almeno per me,
diventa una domanda.

Non: ho sbagliato?
Ma:
quanto a lungo scelgo di restare
in qualcosa che so che mi ferisce?

Perché il confine, quello vero,
non lo stabilisce l’altro.
Non lo stabilisce il contesto.
Non lo stabilisce il tempo.

Lo scegli tu.

🟡 E tu?
C’è un limite che senti da tempo,
ma che stai ancora sopportando
come se non avessi scelta?
Cosa cambierebbe se iniziassi a considerarlo davvero una tua responsabilità?

Ieri era l’Immacolata.E per molti di noi l’8 dicembre ha sempre avuto un significato preciso:il giorno dell’albero.A cas...
09/12/2025

Ieri era l’Immacolata.
E per molti di noi l’8 dicembre ha sempre avuto un significato preciso:
il giorno dell’albero.
A casa mia era così.
Un rito che non si toccava: le scatole, le luci, la casa che cambiava respiro.
Poi, qualche anno fa, senza quasi accorgermene,
ho iniziato a farlo prima.
Prima dell’8.
Prima della tradizione.
Prima “del solito”.
E la cosa curiosa è che non ero l’unica.
In tanti, negli ultimi anni, hanno anticipato l’albero.
Come se quel gesto, piano piano, avesse cambiato posto
senza che ce ne accorgessimo davvero.

Quest’anno, invece, sono tornata all’8 dicembre.
E lì mi si è aperta una domanda:
da quando ho iniziato ad anticipare?
E soprattutto: perché?

Mi è tornato alla mente il 2020.
La pandemia, le distanze, la difficoltà di tornare a casa.
Ricordo bene quella sensazione di lontananza, fisica ed emotiva,
e la ricerca di qualcosa che tenesse compagnia in un tempo che faceva silenzio.
Forse per questo, allora, l’albero è arrivato prima:
un modo per portare luce in anticipo,
per sentire un po’ di calore,
per ricreare un’idea di casa quando la casa era altrove.
Ma questo è il mio “forse”.
La mia ipotesi.
Non una verità valida per tutti.
Per altri, il motivo potrebbe essere stato un altro.
O nessun motivo preciso.
Solo il bisogno di stare bene un po’ prima.
E poi ci sono altri riti, quelli che ognuno si porta dietro:
chi la domenica non cominciava davvero senza il profumo del ragù,
chi apre i regali il 24 sera e chi il 25 mattina,
chi ha sempre fatto l’albero tutti insieme
e chi, da un certo punto in poi, lo fa da solo o in due.
Piccoli gesti che cambiano forma mentre cambiamo noi.

E allora penso che i riti siano così:
si muovono con noi.
Si anticipano quando qualcosa chiede calore,
ritornano quando ritroviamo fiato per aspettare.
E senza fare rumore, raccontano come stiamo
prima ancora che ce ne rendiamo conto.

🟡 E tu?
Negli ultimi anni hai cambiato il giorno in cui fai l’albero?
Lo anticipi, lo fai l’8 dicembre, lo rimandi?
Che storia racconta oggi questo rito per te?

Questa settimana mi è arrivato un pensiero strano, di quelli che ti sfiorano piano… e poi cominciano ad allargarsi.È ini...
02/12/2025

Questa settimana mi è arrivato un pensiero strano, di quelli che ti sfiorano piano… e poi cominciano ad allargarsi.

È iniziato tutto guardando un programma in tv.
Mostravano un Lego degli anni ’70: una scatola semplice, bellissima, ma quello che mi ha colpita davvero è stato l’ordine.
Ogni pezzo diviso per colore, ogni forma al suo posto.
Guardarlo dava una sensazione di quiete.
E mentre osservavo quell’ordine così “di altri tempi”, mi è venuto da pensare a come i giochi raccontano il mondo in cui siamo cresciuti.
Quelli di ieri chiedevano lentezza, pazienza, costruzione.
Quelli di oggi, spesso, sono più veloci, più immediati, quasi fatti per non farti perdere tempo.
E da lì il pensiero si è allargato ancora.
Perché poco dopo mi sono imbattuta in un confronto tra Cenerentola degli anni ’50 e un cartone del 2025.
E mi ha colpito una cosa: la velocità.
Prima le scene duravano di più, l’inquadratura respirava, ti dava il tempo di stare.
Oggi le immagini scorrono rapide, si susseguono come se avessero paura di annoiarti.
E allora la domanda è diventata più grande:

Come cambia il nostro modo di crescere quando cambiano i giochi?
Quando cambia la velocità dei cartoni?
Quando cambia il ritmo delle cose che ci formano da piccoli?

Non è nostalgia.
È curiosità.
È il chiedersi cosa succede dentro di noi quando cambiano gli oggetti che ci hanno formati.
Cosa resta quando i pezzi sono ordinati…
e cosa succede quando sono tutti mescolati.
Perché i giochi educano.
I cartoni educano.
Il ritmo educa.
I Lego ordinati ti allenavano alla calma, alla precisione, al “costruire piano”.
Le scene lente ti insegnavano ad aspettare, a stare dentro un’emozione.
Oggi tutto è più rapido, più pieno, più “subito”.
Non è giusto o sbagliato.
È diverso.
E noi cambiamo insieme a quello che tocchiamo, guardiamo, ascoltiamo.
Ed è incredibile a quante cose può farci pensare un semplice lego degli anni 70.

🟡 E tu?
C’è un gioco o un cartone della tua infanzia
che, riguardandolo oggi, capisci che qualcosa te lo stava insegnando?

Scrivimelo, se vuoi.
O porta con te la domanda, è già abbastanza.

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