10/03/2026
Qualche settimana fa, durante una seduta, ho chiesto a una paziente:
“Che sogni aveva tuo padre a vent’anni?”
La paziente mi ha guardata un attimo, poi ha detto:
“Non lo so. Non l’ho mai immaginato prima di me.”
Quella risposta ha risuonato.
E mi ha riportata a un ricordo preciso.
Avevo ventisei anni quando, nella mia terapia di allora, mi venne chiesto quanti anni avessero i miei genitori quando sono nata.
Mio padre ne aveva da poco compiuti ventotto.
Mia madre venticinque.
È stato quel venticinque a fermarmi.
Era più giovane di me, in quel momento.
Fino ad allora non l’avevo mai pensata così.
Non come una figlia di qualcuno.
Non come una giovane donna con una storia che non iniziava con me.
Da quel momento è come se avessi iniziato a guardare con occhiali un po’ più puliti.
Non migliori.
Diversi.
Oggi, nel mio lavoro, queste domande tornano spesso.
E ogni volta mi ricordano quanto non siano affatto scontate.
Forse perché non nascono da un dovere,
ma da una curiosità che, a un certo punto, si affaccia.
Chi erano mamma e papà prima di me?
Che figli sono stati?
Che genitori hanno avuto?
Che sogni avevano, quando io non c’ero ancora?
Conosciamo i nostri genitori
dentro la storia che include noi.
𝐌𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐞𝐫𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚?
Forse non ce lo chiediamo perché non serve subito.
Forse perché, per molto tempo, è bastato che fossero genitori.
Eppure, a un certo punto, la domanda può affacciarsi.
Non per spiegare.
Non per giudicare.
Solo per allargare.
Perché la nostra vita non è una storia sola.
È un intreccio di storie, di persone, di tempi.
E questa, a volte, è una buona domanda da tenere aperta.