23/01/2026
In Giappone il pranzo scolastico non è una semplice pausa tra una lezione e l’altra, né un servizio accessorio pensato solo per “sfamare” gli studenti. È roba seria, parte integrante del sistema educativo ed è trattato come una vera politica di salute pubblica.
Nelle scuole non trovi fast food, merendine o pasti industriali serviti ogni giorno. Non perché il Paese segua una moda salutista o perché “i giapponesi sono fatti così”, ma perché esiste un modello nazionale che considera l’alimentazione infantile una responsabilità collettiva.
I pasti vengono cucinati sul posto, quotidianamente, utilizzando ingredienti semplici. I menu sono pianificati da nutrizionisti e devono rispettare criteri nutrizionali stabiliti per legge, con l’obiettivo di coprire una parte significativa del fabbisogno giornaliero dei bambini. La responsabilità resta in capo alle scuole, non a grandi fornitori esterni o a logiche di puro risparmio.
Questo sistema non vieta formalmente i cibi ultra-processati con un bando esplicito. Fa qualcosa di più efficace: non li rende parte della normalità quotidiana. E quando certi alimenti non diventano “la base”, il loro impatto sulla salute cambia drasticamente.
I dati lo mostrano chiaramente. Nei giorni in cui i bambini mangiano a scuola, la qualità della loro alimentazione è migliore, le differenze legate al reddito familiare si riducono e, nel lungo periodo, i tassi di sovrappeso e obesità risultano più bassi rispetto a Paesi in cui il pranzo scolastico è un compromesso di bilancio o un vero e proprio business.
In Europa spesso si cerca di risparmiare. Negli Stati Uniti, in molti casi, si cerca di guadagnare. In Giappone si cerca di prevenire. Non è genetica. Non è solo cultura. È una scelta politica precisa: intervenire prima, quando il problema è ancora gestibile.
Perché quello che dai da mangiare ai bambini oggi non riguarda solo il loro pranzo. Riguarda la salute della società di domani.
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