27/01/2026
Oggi, nella Giornata della Memoria, vogliamo ricordare le vittime della Shoah attraverso un oggetto semplice e quotidiano: le scarpe.
Nel campo di Auschwitz-Birkenau sono ancora conservate migliaia di calzature sottratte ai deportati al momento dell’arrivo. Scarpe da lavoro, scarpe eleganti, sandali, scarpe da bambino. Venivano accumulate in magazzini e poi selezionate per essere riutilizzate o rivendute. Non era solo una pratica economica: era un gesto di spoliazione totale, che privava le persone anche dell’ultimo segno della propria identità.
Nel ghetto di Łódź, molti deportati furono impiegati come calzolai e addetti alla riparazione delle scarpe per l’esercito tedesco. Lavoravano con materiali di fortuna, spesso su calzature appartenute ad altri prigionieri già deportati o uccisi. In diversi casi, la possibilità di lavorare nella produzione di scarpe significò sopravvivere qualche mese in più.
Durante le marce della morte del 1944 e del 1945, le scarpe divennero una questione di vita o di morte. Chi non riusciva a camminare perché le suole si consumavano o perché le scarpe si rompevano veniva abbandonato lungo la strada o ucciso. Nei racconti dei sopravvissuti ricorre spesso l’immagine dei piedi feriti, delle scarpe legate con stracci, dei passi trascinati sulla neve.
Ricordare anche questi dettagli significa ricordare che dietro ogni numero c’era una persona reale, con una storia, una famiglia, una vita quotidiana fatta anche di piccoli gesti come scegliere un paio di scarpe.
La Memoria serve a questo: restituire umanità alle vittime e responsabilità a chi vive oggi. Perché nessuno debba mai più essere privato della propria dignità, neppure delle proprie scarpe.