04/09/2021
🔸 “Non dovrei sentirmi così”, “non dovrei lasciarmi spaventare per così poco”, “non dovrei prendermela per queste sciocchezze”, “gli altri penseranno che sono un debole”, “perché sono così?”. Questi sono solo alcuni esempi di pensieri che possono attraversare la nostra mente quando proviamo una forte ansia, sentimenti di rabbia, di vergogna o una qualsiasi altra emozione spiacevole. Quando pensiamo questo, avvertiamo anche un forte impulso a risolvere o scacciare queste emozioni e iniziamo a lottare duramente contro di esse. Senza questa lotta, quello che proveremmo sarebbe un livello ‘naturale’ di distress psicologico. Nell’ambito dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) gli psicologi usano il termine ‘dolore pulito’ per riferirsi a questa quota naturale di sofferenza. Quando decidiamo di lottare contro queste emozioni, invece, quello che accade è che i nostri livelli di stress aumentano rapidamente, mentre le nostre energie nervose crollano a picco. Questa quota ulteriore (e non necessaria) di malessere viene invece definita ‘dolore sporco’.
PERCHÉ LOTTIAMO CONTRO CERTE EMOZIONI?
Spesso non sono le emozioni negative in sé ad essere dannose o tossiche, bensì le idee e le convinzioni che nutriamo su di esse, che ci portano a pensare che siano sbagliate o che ci sia qualcosa che non va in noi. Forse perché ci fanno sentire simili a persone che disprezziamo o detestiamo, perché contrarie a ciò che vorremmo essere, o perché entrano in conflitto con gli insegnamenti derivanti dalla cultura o dalla famiglia che ci ha educati e cresciuti. Abbiamo un brutto rapporto con certe emozioni poiché crediamo, ad esempio, che le emozioni forti siano segno di perdita di controllo, che piangere sia segno di debolezza e che le emozioni negative siano sempre dannose per la salute. Sono proprio queste convinzioni che ci spingono ad avere paura della nostra ansia, a sentirci ancora più tristi di fronte alla nostra depressione, a provare colpa per la nostra rabbia e, addirittura, a sentirci in colpa o a vergognarci per la nostra gioia.
COSA POSSIAMO FARE?
Quando ci rendiamo conto di lottare contro i nostri stati d’animo, possiamo ricordare a noi stessi che forse proviamo questa antipatia a causa di alcune nostre convinzioni e possiamo imparare a sospendere il giudizio negativo che ne deriva, lasciando loro spazio. Le emozioni negative sono ospiti indesiderati con i quali dobbiamo convivere, di tanto in tanto. Cercare di evitarle o di scacciarle non fa che procurare ‘dolore sporco’ e sottrae energie che potrebbero essere messe a disposizione dei nostri obiettivi e valori.
UN PAIO DI PRECISAZIONI
1) Accettare un’emozione negativa come l’ansia, la rabbia o la paura, non significa rassegnarsi ad esse, né ha lo scopo di attenuarle o risolverle: semplicemente impedisce che si aggiunga una quota ulteriore e non necessaria di malessere. Anche quando certe emozioni raggiungono un’intensità tale da risultare oggettivamente problematiche, amplificare il tutto aggiungendo ‘dolore sporco’ peggiora la situazione e contribuisce a mantenere i nostri problemi.
2) Mostrare disponibilità ad accogliere le emozioni negative non significa assecondare necessariamente gli impulsi che ne derivano. Se proviamo collera possiamo avvertire un forte impulso, ad esempio, a fare a pezzi qualcosa o a criticare aspramente chi abbiamo di fronte. Se proviamo ansia, invece, potremmo avvertire un forte impulso a fuggire dalla situazione in cui ci troviamo. Se questi impulsi non sono in linea con i nostri valori e obiettivi, e sono contrari a ciò che vogliamo essere, assecondarci finirà per farci sentire peggio con noi stessi, finiremo per sentirci in colpa e per detestarci. Di fronte agli impulsi abbiamo sempre la possibilità di fermarci e scegliere di non agire in un certo modo; possiamo decidere di accogliere la sensazione che proviamo, le ragioni per cui la stiamo vivendo e trasformare le energie in azioni che incontrino i nostri valori e che risultino funzionali ai nostri obiettivi.
FONTI
Harris, R. (2016). La trappola della felicità. Come smettere di tormentarsi e iniziare a vivere. Edizioni Centro Studi Erickson.
Harris, R. (2011). Fare act. Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy. Milano: FrancoAngeli.