02/02/2026
Sei figlia unica?
La prima volta che questa domanda mi è rimbombata dentro erano passati tre mesi dalla sua scomparsa.
Ero nella mensa del carcere in cui da poco mi avevano trasferita. Si parlava del più e del meno tra colleghe che conoscevo da poco e per una serie di collegamenti nel discorso del tutto casuali arriva dritta.
No. Rispondo d’istinto.
È un no malinconico ma anche di determinazione per quello che è sempre stata la mia relazione profonda e senza tempo con lui.
Sento dei secondi trascorrere prima che possa trovare le parole per proseguire e tutto d’un fiato decido di interrompere l’attesa al tavolo.
Avevo un fratello. Da tre mesi non c’è più.
Non mi pesa, mi libera da un bisogno di esprimere questa mia parte d’identità, ma nel frattempo mi rendo conto forse di aver creato dell’imbarazzo e senso di indiscrezione.
Ricordo il mio dispiacere nell’aver rovinato il momento del pranzo che voleva essere un tempo leggero in un luogo di lavoro già impattante e disperato.
Poi di nuovo. Altre volte.
L’ultima pochi giorni fa di ritorno dal Guatemala, all’aeroporto, quasi ai saluti finali, esce un discorso di quotidianità con uno dei partecipanti del mio gruppo durante un caffè in piedi tutti insieme. E arriva inaspettata.
Sei figlia unica?
Sì, cioè no.
Tante ore di viaggio, stanchezza, voglia di andare a casa, un rapporto con queste persone principalmente legato al viaggio che hanno conosciuto “Giulia coordinatrice di viaggi” e non di certo “Giulia psicoterapeuta dei Sibling”, in più un contesto frettoloso al bancone di un bar accanto al gate che ci avrebbe separato di lì a breve e così una gran voglia di essere sbrigativa e chiudere rapidamente il discorso.
Ma una parte di me non ce la fa. Si sente in colpa, pensando di rinnegarlo, e così mi correggo e aggiungo.
Avevo un fratello, non c’è più.
I giorni successivi ripenso a quella domanda. E a quante volte ho risposto “prima” e “dopo” la sua esistenza.
Negli anni credo di averci pensato a tal punto da averci scritto un libro, in particolare dedicato ai bambini, perché ciascuno possa trovare il proprio modo per rispondere al mondo, per parlare di diversità, per farla conoscere, per condividere quando lo riteniamo, per nutrire le nostre relazioni di autenticità e profondità.
La verità è che alle volte non lo so ancora se rispondo nel modo giusto, nonostante abbia dedicato parte della mia vita a questo.
E anche se oggi sono due anni esatti che i miei occhi hanno intercettato per l’ultima volta i suoi stanchi e sofferenti so con certezza che il nostro sguardo d’amore é impresso senza tempo nel mio cuore.
Tante volte non avrò ancora le risposte “giuste” da dare ma di certo rimarrò per sempre la sua sorellina rompi scatole e lui il mio tenero insegnante, cui devo tutto quello che sono.