09/04/2026
Le parole per dirlo - Racconto n. 7
Mi manchi
Di Mimmo Ciavarelli
Le parole d’amore nascondono insidie di cui gli amanti sono poco consapevoli. Un pensatore affronta la questione della mancanza della persona amata da una prospettiva inusuale. Seguirlo in questa storia non mancherà di stupirci.
Piero era un gran pensatore. Si muoveva tra i concetti come un pesce nell'acqua. Disinvolto, senza mai essere banale, era capace di guizzi improvvisi e sempre molto acuti. A patto di non lesinare il tempo e non aver fretta, era sempre stimolante ascoltarlo e ragionare con lui. Quella mattina, mentre si parlava di comunicazione, cacciò all'improvviso un concetto nuovo: la manipolazione linguistica degli affetti. "Le frasi d'amore che ci si scambia tra innamorati - disse - spesso non sono che mosse di scacchi. Prendi la classica apertura amorosa del 'mi sei mancato', in genere seguita dalla scontata risposta difensiva 'anche tu', o talvolta da quella più aggressiva 'tu a me di più'. Invece che dichiarazioni d'amore, non ti sembrano più una schermaglia di sottili rimproveri per non essere dove si dovrebbe, o dove desidereremmo che l'altro fosse? Il desiderio, trasformato in mancanza, perde il protagonismo del soggetto, e diviene un passivo complemento di termine. Un ambiguo gioco di prestigio intellettuale che trasferisce la responsabilità della frustrazione, adombrando la necessità di un risarcimento. Questo la dice lunga sull'amore mercantile, non trovi?" Ero sul punto di perdermi, come tutti, avevo sempre usato certe espressioni senza vederci nulla di male e mi sembrava eccessiva tanta attenzione, quando un provvidenziale squillo del telefono mi diede modo di congedarmi senza sembrare scortese. Qualche giorno dopo, però, la conversazione con Piero si rivelò qualcosa di più di un mero gioco intellettuale. Il mio anziano padre, che ero andato a trovare al rientro da una mia trasferta di qualche giorno, con fare commosso, mi disse: "Mi sei mancato moltissimo" che, anziché intenerirmi, mi disturbò, anche se gli risposi: "Anche tu papà." Quelle mie parole, così appropriate, mi suonarono però false: in realtà ero stato benissimo nella lontananza. Pur essendogli affezionato, non mi era mancato davvero. Mi sentii doppiamente colpevole, e in più, la sua reazione mi sconcertò, perchè alla mia risposta si illuminò tutto, e la soddisfazione gli comparve in viso. Mi incuriosii e gli chiesi cosa lo facesse star bene. "Mi sono sentito importante per te."
Anche se non ne aveva l'aria, mi fu chiaro che mi stava rimproverando per avergli procurato il dolore della mancanza con la mia assenza. Il mio disagio colpevole davanti a questa accusa era la sua vendetta; e l'importanza che mi aveva estorto costringendomi a mentire, era il suo trofeo. Ecco perché avevamo avuto due reazioni diverse davanti alla stessa frase pronunciata da entrambi: lui era felice, mentre io turbato. 'Mi sei mancato', non era infatti nelle sue intenzioni una dichiarazione d'amore, ma di risentimento; era una richiesta di risarcimento, più che un'espressione sentimentale.
Che farne di tutto questo? Alzai le spalle rinunciando a ogni spiegazione. Mi bastava aver capito. Non avrei mai più usato o accettato quelle parole alla leggera: Piero aveva ragione.