27/02/2026
Le parole per dirlo - Racconto n. 4
Gentile come uno scorpione
di Guido Ferra
Capita, a volte, che uno specchio risolva questioni, con un giudizio che non prende parte, ma dissolve le questioni, restituendo a ciascuno ciò che gli spetta per ciò che è, piuttosto che per ciò che crede di essere.
Odio la mia paziente. Ho i miei buoni motivi. È aggressiva e vuole controllare tutto. Mette bocca su come conduco la psicoterapia, critica
cosa dico, come parlo; dubita delle “recensioni professionali” presenti sul web che mi riguardano, insinuando che siano state scritte da amici compiacenti. Addirittura, alla fine dell’ultima seduta, mi ha detto che non voleva andar via, sostenendo che come terapeuta non avrei dovuto guardar l’orologio. Ha poi iniziato a farmi i conti in tasca, avendo da ridire sull’onorario, a suo parere esoso in rapporto alla mia esperienza: converrete, un vero incubo. Soffre d’ansia e si sente oppressa, non si concede nessuna emozione al di fuori di quelle che ha rigidamente previsto, e l’angoscia la assale sin dal mattino. Dopo la prima seduta, già avevo voglia di mollarla. Nell’ultima, come vi ho raccontato, gli attacchi sono arrivati, un vero colpo basso, a incontro finito. Così non mi sono trattenuto ed ho sbottato: “Mi devi rispettare, non mi puoi trattare così! Ora basta! ” Senza scomporsi e con fare sardonico, lei mi ha risposto: “Beh, ora che fai? Perdi il controllo? Urli? Non sei più auto-ironico come al solito?” Torno a casa con una br**ta sensazione. Lei è pessima, ha torto. Io anche, perché ho sbagliato a cedere alla rabbia. Io ho ragione, e ho diritto di mollarla. Tuttavia, sento che la dovrei tenere, perché se mi infastidisce così tanto, mi da l’opportunità di esplorare il mio coinvolgimento. Certamente ho avuto le mie ragioni a sbroccare, e sono stato autentico a mostrare la mia frustrazione, ma dubito che l’autenticità possa essere considerata un valore, se non serve a migliorare una relazione. Un po mi co***lo con questi argomenti, e un po’ mi tormento. Tenerla mi sembra f***e, mollarla mi appare vigliacco. Mah, ne parlerò in supervisione. Prima, magari, proverò un altro sistema: apro un libro di aforismi a me caro a caso, e nello sceglierne il primo che capita, deciderò che quello sarà la risposta al mio dilemma. Mi capita questo: “Il vero giudizio non è mai una misura che da ragione o torto, ma una luce che dissolve.” Là per là non lo capisco, per cui decido di meditarlo un pochino. La mia paziente ha la natura di uno scorpione. Mi sovviene la storia in cui proprio uno scorpione chiede aiuto ad una tartaruga per attraversare il fiume, ma poi la punge velenosamente, e alle sue rimostranze gli risponde che ognuno ha la sua natura, lui quella di pungere e l'altro quello di essere votato alla solidarietà gentile. Ecco, io avrei la natura di una tartaruga paziente e generosa, lui quella velenosa e cattiva. Non posso cambiare natura io, né lei può cambiare la sua. Bene, ma il giudizio basato sulla professionalità dedita alla cura e comprensione del paziente, e ancor meno quello sulle diverse nature riesce a dissolvere il conflitto del mio non saper che fare: la mollo contraddicendo i doveri professionali e la mia natura, o la tengo, sopportando l'insopportabile?
Occorre un nuovo giudizio che dissolva il conflitto, mi suggerisce l'aforisma, ma non so quale. Mi alzo dalla poltrona in cui sono sprofondato in meditazione, e passo davanti allo specchio che mi rimanda la mia immagine corrucciata. Mi fermo, la guardo e vedo uno scorpione. Esprimo un nuovo giudizio, ancora in forma ipotetica: "E se fossi anche io uno scorpione? E se non volessi ammetterlo?" Ripercorro, in un moto di sincerità, la mia vita da bastian contrario, e mi scopro invidioso di chi, senza bisogno di argomenti e giustificazioni, sfacciatamente si concede il disprezzo e la vendetta immotivata. Capisco di colpo perché mi impedisco una reazione verso chi mi attacca, perché argomento giudizi che mi bloccano, e mi irretiscono e mi trattengono nel conflitto, anziché risolverlo. Motivi professionali o di presunte nature. Ma qui si tratta solo di comportamenti! Semplicemente non mi va di non essere dalla parte di chi mi somiglia. Voglio essere per lui quello che vorrei che altri fossero per me: delle docili vittime. Ma lo specchio non perdona e mi costringe ad un nuovo giudizio: "Se mi chiedi aiuto, lo farò, professionalmente e umanamente, alle mie condizioni. E se chiedo aiuto, lascerò all'altro il porre condizioni." La luce dello specchio ha dissolto il dilemma.