03/03/2026
La Dannazione come metafora del banco farmacia
Nel Giudizio Universale non c’è ordine rassicurante ma tensione continua, corpi che salgono e che cadono, forze contrapposte, giudizio e ambiguità. È una rappresentazione perfetta del conflitto quotidiano tra fatturato ed etica, tra mercato e appropriatezza, tra domanda e utilità clinica.
Il farmacista o chimico farmaceutico vive in una zona grigia normativa e culturale dove la classificazione giuridica non coincide sempre con il peso farmacologico reale. Esistono medicinali omeopatici iniettabili soggetti a prescrizione e integratori con razionale biochimico robusto. Esistono prodotti mutuati non indispensabili ed altri a pagamento clinicamente sensati. Il simeticone obbligatorio di detenzione non è meno “utile” solo perché OTC, e non tutto ciò che è ricettabile acquisisce dignità terapeutica per decreto.
La prescrizione stessa è ambivalente: per molti è vincolo solo se rimborsato, mentre la ricetta bianca viene percepita come formalità negoziabile. OTC e SOP si sovrappongono culturalmente, e la differenza tra consiglio professionale e acquisto d’impulso si assottiglia sotto la pressione del marketing.
Nel frattempo aziende nate nell’omeopatia si riposizionano nella fitoterapia, realtà omotossicologiche adottano linguaggi biochimici moderni, e il confine tra evidence based e storytelling commerciale diventa sempre più sottile. Da farmacologi si potrebbe effettivamente aprire un vaso di Pandora sulla variabilità dell’efficacia, sull’appropriatezza prescrittiva e sulla coerenza regolatoria.
Il punto cruciale resta uno solo: la responsabilità professionale non coincide con la categoria amministrativa del prodotto. Non tutto ciò che è mutuato è necessario, non tutto ciò che è a pagamento è superfluo. La bussola non può essere né il rimborso né il margine, ma il rapporto rischio/beneficio nel contesto clinico reale.
In questo “Giudizio Universale” quotidiano il farmacista non è né dannato né salvato per ciò che vende, ma per come decide. E la differenza la fa la capacità di distinguere tra domanda di mercato e bisogno di salute, mantenendo coerenza tecnica anche quando il sistema normativo è tutt’altro che lineare.
Il punto critico è proprio l’equivoco culturale che si è sedimentato negli anni: integratori e omeopatici vengono percepiti come la stessa cosa quando in realtà giuridicamente, farmacologicamente e regolatoriamente non lo sono affatto. La sovrapposizione nasce perché il pubblico guarda quasi esclusivamente al luogo di vendita, cioè la farmacia, e non alla categoria normativa del prodotto. In realtà l’ossimoro è evidente. Gli omeopatici sono medicinali secondo la normativa europea e italiana anche quando privi di dimostrazione di efficacia clinica secondo i criteri EBM. Possono quindi avere AIC, regime prescrittivo e perfino forme iniettabili soggette a ricetta non perché abbiano necessariamente dimostrato efficacia farmacologica classica ma perché rientrano nella categoria giuridica di medicinale omeopatico. Gli integratori alimentari invece sono alimenti disciplinati dalla direttiva 2002/46/CE e dal sistema di notifica al Ministero della Salute. Non sono medicinali e non possono vantare indicazioni terapeutiche, tuttavia possono contenere sostanze con attività farmacologica reale purché entro dosaggi considerati nutrizionali o fisiologici. Da qui nasce il paradosso operativo: si possono avere omeopatici iniettabili con prescrizione medica mentre dall’altra parte esistono integratori con sostanze di forte razionale farmacologico. Alcuni di questi pur rimanendo formalmente integratori sono di detenzione obbligatoria in farmacia come ad esempio il Simeticone o il Carbone attivo utilizzati anche in contesti di urgenza come adsorbenti intestinali o antidoti nelle intossicazioni. Questo dimostra che la categoria regolatoria non coincide automaticamente con la rilevanza clinica. Un prodotto può essere classificato come integratore ma avere una funzione farmacologica concreta mentre un medicinale omeopatico può avere un regime prescrittivo senza un corrispettivo peso farmacodinamico. Il vero problema nasce quando questa ambiguità normativa viene sfruttata commercialmente: l’integratore diventa talvolta un medicinale implicito venduto senza vincoli prescrittivi mentre l’omeopatia sfrutta la cornice regolatoria del farmaco per acquisire una legittimazione percepita. In mezzo rimane il farmacista chiamato a mediare tra norma, evidenza scientifica, mercato ed aspettativa del paziente. In altre parole il caos non è tanto farmacologico quanto regolatorio e comunicativo perché il sistema mescola categoria giuridica, luogo di dispensazione e percezione pubblica creando una zona grigia in cui prodotti molto diversi finiscono per sembrare equivalenti quando in realtà non lo sono affatto.
La questione reale, se la si vuole portare fino in fondo, è che la dignità di una sostanza come farmaco non dovrebbe dipendere dalla categoria amministrativa in cui il legislatore l’ha collocata nel tempo ma dal suo reale valore farmacologico e clinico. Se si seguisse davvero questa logica bisognerebbe ripensare una parte consistente dell’impianto normativo che negli anni ha separato medicinali, integratori, dispositivi e altri prodotti secondo criteri spesso più storici, commerciali e regolatori che scientifici. In un modello razionale il farmacista e il chimico farmaceutico si occuperebbero in farmacia di ciò che è realmente farmaco in senso sostanziale, cioè sostanze con attività farmacologica valutate per efficacia, sicurezza e appropriatezza d’uso. Alcune verrebbero consigliate direttamente nell’ambito della competenza professionale, altre prescritte dal medico, mentre il farmacista vigilerebbe sulla qualità della dispensazione, sulla coerenza terapeutica e sull’integrazione con il resto della terapia del paziente. Sarebbe un sistema lineare e coerente. Probabilmente però è anche un’utopia. Il sistema reale è costruito su equilibri diversi in cui diritto sanitario, economia del farmaco, produzione industriale, distribuzione commerciale e vendita multicanale al pubblico seguono logiche che raramente coincidono con la linearità della farmacologia. Il risultato è un ecosistema complesso dove categorie diverse convivono, si sovrappongono e talvolta si confondono non tanto per necessità scientifica quanto per compromesso economico e regolatorio. In questo senso il richiamo a un sistema più razionale assomiglia a certi appelli universali alla pace: quando si dice viva la pace e abbasso la guerra tutti sono d’accordo perché è una posizione moralmente evidente, ma il mondo reale continua a muoversi secondo altre forze, interessi e dinamiche e il risultato raramente coincide con quell’ideale così chiaro e così semplice enunciato in teoria. Tant’è. “Testo di proprietà intellettuale di Andrea Grasso. È vietata qualsiasi riproduzione, anche parziale, utilizzo o diffusione con qualsiasi mezzo senza autorizzazione dell’autore.”