31/03/2026
SE SEI FEROCE ESISTI.
I recenti fatti di Perugia e Trescore, con giovanissimi intenti a progettare atti di estrema violenza tra le mura delle loro camerette, non sono episodi isolati. Non sono "folli" coincidenze, né trame da film. Sono, purtroppo, la punta dell'iceberg di un fenomeno profondo che noi professionisti della salute mentale e le istituzioni non possiamo più permetterci di ignorare.
I dati parlano chiaro: le perquisizioni legate a contesti di radicalizzazione e terrorismo tra i minori sono decuplicate in soli due anni, da 9 casi a 100 nell'ultimo anno. Ma cosa sta succedendo davvero ai nostri ragazzi?
1. Dalla solitudine alla fascinazione per il male.
Come evidenziato anche dalle recenti relazioni dell’Intelligence, il punto di partenza raramente è l'ideologia politica o religiosa. Il motore è psicologico. Parliamo di ragazzi che si sentono "scarti genetici", invisibili agli occhi dei coetanei, schiacciati da una competizione sociale che non sanno gestire. Sono i cosiddetti "fantasmi" delle nostre città.
2. Il "Dark Social" e il vuoto di senso.
Nel buio delle loro stanze, questi adolescenti cercano una risposta alla loro rabbia. La trovano nel Dark Social (gruppi Telegram, forum nichilisti, estetiche della violenza), dove la fragilità viene trasformata in potere distruttivo. L'ideologia diventa solo un vestito, un "packaging" che dà un senso nobile a un impulso violento nato dal senso di esclusione. Più sei feroce, più esisti. E' possibile che certi nuclei violenti e terroristici utilizzino online forme di condizionamento per indurre dipendenza.
3. Un sistema che arriva in ritardo.
Mentre paesi come Francia o Inghilterra hanno programmi nazionali di prevenzione strutturati, noi spesso restiamo spettatori attoniti. Non è una questione di colpevolizzare il singolo genitore o l'insegnante, spesso privi degli strumenti per decodificare ciò che accade dietro lo schermo di uno smartphone a dieci anni. È un fallimento sistemico.
Cosa serve davvero?
Non possiamo più accontentarci di interventi sporadici o di "sportelli d'ascolto" aperti poche ore al mese. La prevenzione non si fa nell'emergenza. Servono psicologi strutturati all'interno delle scuole, ogni giorno.
Occorre una formazione specifica. Dobbiamo imparare a leggere i segnali del ritiro sociale e della radicalizzazione online prima che diventino irreversibili.
Dobbiamo arrivare a quei ragazzi quando sono ancora nel "buco" della solitudine, prima che qualcuno offra loro un manuale per costruire ordigni come soluzione al loro dolore.
Dobbiamo smettere di essere sorpresi. La violenza di oggi è il risultato del silenzio di ieri. Interve**re ora non è solo una scelta professionale, è un dovere civile per evitare che il prossimo "caso di cronaca" diventi una tragedia irreparabile.