Ilaria Rosati psicologa

Ilaria Rosati psicologa Psicologa a Parma, con esperienza pluridecennale in consulenza psicologica, formazione e orientamento

A un certo puntodevi capireche il dolore che hai subitonon lo devi subireall'infinito.Mettiti in vacanza,la povera vita ...
08/02/2026

A un certo punto
devi capire
che il dolore che hai subito
non lo devi subire
all'infinito.
Mettiti in vacanza,
la povera vita adulta
non può pagare a oltranza
i debiti dell'infanzia.
Dichiara finite le tue colpe,
scontata la pena.
D'ora in poi ogni giornata
sarà come prima
ma dentro di te
più netta e vera, più limpida
e sincera.
Tu devi solo la più grande dolcezza possibile
a chi verrà e a chi andrà via.
È festa nel tuo cuore,
festeggia in qualche modo
il cuore degli altri.
Franco Arminio

Non sono una content creator. Non ho una strategia.Sono una boomer che ama scrivere e spippolare sui social, con curiosi...
04/02/2026

Non sono una content creator. Non ho una strategia.
Sono una boomer che ama scrivere e spippolare sui social, con curiosità e un certo stupore
Eppure un post che ho pubblicato sul cammino di un gruppo di monaci tibetani del "Huong Dao Vipassana Bhavana Center" di Fort Worth è stato visto da oltre 6000 persone, con più di un centinaio di interazioni e commenti.
Come mai tanta condivisione?
Forse la risposta è più semplice – e più profonda – di quanto sembri.
Il 26 ottobre 2025 questi monaci sono partiti da Fort Worth, in Texas, diretti a Washington D.C. attraversando 10 Stati per più di 4000 km e 100 giorni di cammino, fino a fine Febbraio.
Perché camminano?
Camminano come atto di meditazione in movimento.
Come pellegrinaggio spirituale.
Come forma di protesta non violenta contro la violenza.
Tradizionalmente, i monaci si muovono così solo quando “le cose si mettono male”.
E qualcosa, in questo tempo, evidentemente si è messo male abbastanza.
Ciò che colpisce non è solo il cammino, ma ciò che accade attorno a loro.
Le persone li attendono ai bordi delle strade. Le reazioni sono scritte sui volti prima ancora che nelle parole.
I monaci si fermano. Guardano. Ascoltano.
Hanno uno sguardo e una presenza per ciascuno.
Con i malati si fermano più a lungo, recitando mantra di guarigione e di pace interiore.
Come è possibile una risposta così intensa in una popolazione con radici culturali, religiose e spirituali tanto diverse?
Forse possiamo avvicinarci a una spiegazione se spostiamo lo sguardo verso ciò che oggi viene chiamato la scienza del cuore.
Non new age. Non “fuffa”. Non suggestione.
Negli ultimi decenni, la ricerca scientifica ha iniziato a confermare ciò che molte tradizioni spirituali antiche sapevano già, il cuore non è solo una p***a.
Il cuore genera un campo elettromagnetico molto ampio, ed è profondamente influenzato da parole, emozioni e pensieri.
E ogni campo elettromagnetico, per sua natura, interagisce con quelli che incontra.
L’Institute of HeartMath di Boulder Creek, in California, collegato all’Università di Stanford, ha prodotto dati particolarmente interessanti in questa direzione.
Il ricercatore Dr. J. Andrew Armour ha dimostrato che il cuore è un vero e proprio organo sensoriale: un sofisticato centro di codifica ed elaborazione delle informazioni, dotato di un sistema nervoso intrinseco tanto complesso da poter essere definito un “cervello del cuore”.
Nel suo libro Neurocardiology descrive come i nervi che dal cuore raggiungono il cervello trasmettano informazioni relative a ormoni, sostanze chimiche, frequenza, pressione, dolore e sensazioni, influenzando a loro volta i segnali che dal cervello tornano al cuore o vengono inviati ad altri organi.
Il cuore umano inizia a ba***re prima ancora che il cervello si sia formato.
Possiede un piccolo “cervello” composto da circa 40.000 cellule nervose.
Ed emana il campo elettromagnetico più ampio di tutto il corpo.
Il campo elettrico del cuore, misurato tramite elettrocardiogramma (ECG), è circa 60 volte più ampio di quello generato dalle onde cerebrali rilevate dall’elettroencefalogramma (EEG).
La componente magnetica del campo cardiaco è circa 5000 volte più potente di quella prodotta dal cervello.
Non è schermata dai tessuti e può essere misurata anche a distanza dal corpo, grazie a strumenti ad altissima sensibilità come lo SQUID, basato su magnetometri a superconduttività.
Forse è anche da qui che nasce ciò che le persone percepiscono lungo la strada.
Non da ciò che i monaci dicono.
Ma da ciò che emanano.
E forse, in un tempo rumoroso, frammentato e accelerato, una presenza coerente, silenziosa e pacifica diventa immediatamente riconoscibile.
Il cuore, prima ancora della mente, lo sa.
E risponde.

23 GENNAIO GIORNATA MONDIALE DELLA SCRITTURA.Non è un moto nostalgico, ma un modo per preservare una attività che coinvo...
23/01/2026

23 GENNAIO GIORNATA MONDIALE DELLA SCRITTURA.
Non è un moto nostalgico, ma un modo per preservare una
attività che coinvolge memoria, attenzione e identità personale, in un rapporto diretto tra pensiero e corpo che nessun dispositivo digitale riesce a replicare pienamente.
Numerosi studi hanno dimostrato come la scrittura manuale favorisca la concentrazione, migliori la capacità di apprendimento e rafforzi la memoria a lungo termine. Il ritmo più lento rispetto alla digitazione obbliga a selezionare le parole, a riflettere sul significato di ciò che si scrive, trasformando l’atto in un esercizio di consapevolezza. Non a caso, la scrittura a mano resta uno strumento fondamentale nei percorsi educativi, soprattutto nelle prime fasi dell’apprendimento.
Anche in psicologia la scrittura è un metodo molto utilizzato, serve a esternare pensieri ed emozioni che altrimenti rimarrebbero in una baraonda interiore difficilmente interpretabile. Serve anche, opportunamente guidata, ad approcciare i problemi alla giusta distanza per osservarli con obiettività. Serve ad annotare i sogni, che presto si dimenticano lungo il corso della giornata, pur essendo lo strumento principale di comunicazione del nostro inconscio. Serve a allenare l'autoconsapevolezza e l'autosservazione, indispensabili per il buon esito di un percorso di crescita personale, annotando emozioni e reazioni agli eventi che altrimenti non sarebbero presi in considerazione.
Io sono di parte, adoro la carta, quella color pergamena, le penne, le stilografiche, le lettere (qui in foto gli ultimi quaderni che ho riempito e uno nuovo appena cominciato🙂).

EVITAMENTO RELAZIONALEUna giovane donna arriva portando una domanda che non è teorica, è vissuta. Vuole capire perché, n...
14/01/2026

EVITAMENTO RELAZIONALE
Una giovane donna arriva portando una domanda che non è teorica, è vissuta. Vuole capire perché, nel tempo, si ritrova a interrompere relazioni — amicali e sentimentali — anche quando sono buone, nutrienti, persino desiderate. Racconta le sue scelte con argomentazioni lucide, coerenti, apparentemente inattaccabili. Motivi sensati, ben costruiti. Eppure, qualcosa non torna. Quelle ragioni non bastano a spiegare perché legami in cui stava bene debbano, a un certo punto, essere lasciati andare.
Per questo il lavoro non può fermarsi alla superficie. Occorre guardare la storia familiare, il modo in cui ha imparato a stare al mondo, come ha costruito la propria identità e, soprattutto, come ha imparato a stare in relazione. Lei è confusa, inquieta. A un certo punto teme di essere narcisista. È l’effetto collaterale di una ricerca solitaria e spaventata, quando si interroga “Dott. Google” senza gli strumenti per orientarsi davvero.
La rassicuro. Non è narcisista. E no, non è nemmeno dipendente affettiva. Quello che emerge, con delicatezza ma con precisione, è un assetto evitante. Un modo di proteggersi che, un tempo, è stato necessario. E che oggi le porta solo insoddisfazione e solitudine.

L’evitamento non va letto come un difetto da correggere né come un’etichetta clinica da spiegare. È, prima di tutto, una postura di sopravvivenza. In un momento della vita ha protetto qualcosa di essenziale.
Per questo, qui non si chiede di cambiare, ma di fermarsi. Di sostare abbastanza da accorgersi di dove ci si ritira. Non per giudicarsi, ma per non continuare a passare oltre se stessi.
Alla base di molte di queste dinamiche c’è una carenza nella strutturazione delle funzioni genitoriali. Non un trauma eclatante, ma l’assenza di un luogo interno dove tornare quando si è in difficoltà. Il limite vissuto come rifiuto, il bisogno come vergogna, l’autonomia come abbandono. La relazione diventa allora qualcosa da cui dipendere o da cui difendersi. Clinicamente questo si manifesta in oscillazioni estreme: dipendenza o evitamento, difficoltà a dire no, relazioni vissute come salvezza o minaccia, vuoti profondi, angosce di disintegrazione più che di perdita. Non è immaturità. È una mancanza strutturale.
Chi evita non è freddo. Evita perché sente molto, spesso troppo e troppo presto, senza protezioni adeguate. L’evitamento non è assenza di bisogno, ma un modo sofisticato di non esporsi alla perdita, alla dipendenza, al rischio di crollare. Non si scappa dall’altro: si scappa dal punto in cui l’altro diventa reale, presente, continuativo. L’evitante sa desiderare, sa iniziare. La soglia critica arriva quando la relazione chiede di restare, senza controllo, senza via di fuga. Lì non c’è incapacità, ma memoria: in passato restare, in relazioni genitoriali o familiari, ha avuto un prezzo troppo alto.
Per questo l’amore può apparire intermittente, a impulsi. Avvicinamenti intensi seguiti da distanze improvvise o tradimenti. Non è manipolazione, è un tentativo di regolare una vicinanza che non ha mai avuto una misura sicura. Il nodo non è il movimento, ma il fatto che non venga riconosciuto come difesa e quindi si ripeta. Risolvere, per una struttura evitante, non significa buttarsi nella relazione, ma restare un istante in più quando il corpo vorrebbe chiudere. Senza spiegarsi, senza sparire. Restare con il disagio, con il bisogno che spaventa, con la paura di essere visti e di non potersi più ritirare.
L’evitante non teme l’amore. Teme di non poter più tornare indietro. Teme che la vicinanza diventi invasione, perché un tempo, nell'infanzia o adolescenza, non è stata libertà, ma confusione, richiesta, perdita di sé. In questo senso l’evitamento è anche una forma di dignità difensiva: meglio la distanza che l’annullamento. La vera difficoltà non è l’intimità, ma la permanenza. Non l’aprirsi, ma il non chiudersi subito. Quando accade, anche una sola volta, qualcosa si riorganizza: si scopre che si può restare senza essere inghiottiti. Non è romanticismo. È un assetto interno che cambia.
Il lavoro psicologico non restituisce ciò che non c’è stato. E non lo sostituisce. Fa qualcosa di più lento e più onesto; aiuta a costruire dentro ciò che non si è mai potuto interiorizzare, senza negarne l’assenza. Questo implica attraversare un lutto, tollerare il dolore senza colpa, fare esperienza nel tempo di una relazione che non invade e non abbandona, interiorizzare gradualmente una funzione regolativa nuova. Non è una riparazione rapida. È una strutturazione.
Riconoscere questa mancanza non serve a spiegare tutto, ma a smettere di pretendere da sé ciò che non si è mai ricevuto. E a smettere di chiederlo disperatamente agli altri. Quando questo accade, il vuoto non scompare, ma smette di governare la vita.
Anche le scelte relazionali diventano leggibili in questa luce. Non ci si lega “per caso” a evitanti o narcisisti. È una coerenza inconscia. Ci si lega a qualosa che si conosce, che ci è familiare, anche se ci ha fatto del male. L’evitante incarna una figura familiare: presente a tratti, emotivamente distante. Il narcisista, all’inizio, offre all'evitante o al dipendente affettivo direzione, intensità, valore riflesso. Per chi non ha interiorizzato una funzione che autorizza all’esistere, questo appare come sostegno, non come controllo. Il problema emerge quando la relazione chiede reciprocità e realtà. Lì la promessa si ritira.
Questi legami non sono stabili, ma attivanti. Tengono in allerta, danno una sensazione di esistenza intensa. Quasi una ubriacatura, una overdose di adrenalina che per qualche momento fa credere di poter stare in una relazione. Meglio il dolore che il vuoto. Relazioni più equilibrate possono sembrare spente, perché non toccano la ferita. In queste dinamiche si rinuncia ai limiti, alla voce, al desiderio. Non per debolezza, ma perché la relazione viene vissuta come condizione di sopravvivenza psichica. Quando il legame si spezza, il dolore è antico: non riguarda solo l’altro, ma il crollo dell’illusione di poter colmare, finalmente, ciò che mancava all’origine.
Il percorso terapeutico fa sì che si cambi profondamente. L’evitante non appare più affascinante, ma frustrante. Il narcisista non più forte, ma fragile e pericoloso. L’amore smette di essere una lotta per esistere. Non perché si diventa migliori, ma perché non si ha più bisogno di essere scelti per sentirsi vivi.
E quando questo accade, anche il desiderio cambia direzione, senza sforzo, come fanno le cose che finalmente trovano casa.

(Dipinto di Margarita Sikoskaia)

13/01/2026

Per ricostruire devi trovare il coraggio di guardare il vuoto lasciato dal crollo.
IR

Pronti, ma non pronti 🙄 sono decenni che si aspetta.
11/01/2026

Pronti, ma non pronti 🙄 sono decenni che si aspetta.

Una costellazione familiare vissuta il giorno di Natale — dies natalis, giorno simbolico di rinascita — mi ha permesso d...
04/01/2026

Una costellazione familiare vissuta il giorno di Natale — dies natalis, giorno simbolico di rinascita — mi ha permesso di toccare con mano una verità profonda, antica, custodita negli antichi testi Vedici.
Non l’ho capita, l’ho attraversata.
È stato un istante che va oltre l’intelletto e oltre l’emozione. Come se, per la durata di un respiro, tutto si fosse allineato. Una verità semplicissima, e proprio per questo difficilissima da abitare davvero.
Un dies natalis autentico. Di quelli che non fanno rumore, ma spostano l’asse interno.
C’è un tempo — e forse è proprio questo — in cui le grandi forze che tengono in equilibrio l’Universo sembrano essersi allontanate.
Non spezzate. Non perdute. Solo… disallineate.
Il femminile e il maschile, nati per muoversi insieme, oggi appaiono separati, come se avessero dimenticato l’antica danza che li rendeva completi. Eppure restano complementari: è dal loro incontro che nasce l’armonia, è nel loro dialogo che gli opposti smettono di combattersi e iniziano a comprendersi. Solo se queste due energie contrapposte e complementari, Shiva e Shakti nei Veda, si integrano perfettamente, manifestano in questo modo la loro massima potenzialità, il potere della Creazione.
L’Umanità, in questo momento storico, sembra aver smarrito il proprio centro.
Si è fatta quasi solo maschile: agisce, spinge, corre, conquista. Misura il valore nel fare continuo, nella prestazione, nel controllo.
E intanto trascura il femminile — la Shakti — quella forza silenziosa che accoglie, nutre, contiene, genera. Quella che non ha bisogno di imporsi per guidare.
Ma esiste un’energia capace di rimettere ogni cosa al suo posto.
Un’energia che non divide, non schiera, non forza.
È l’Amore. Non solo come sentimento umano fondamentale, ma come energia, l'elemento che nella fisica quantistica influenza e interconnette ogni cosa.
Quando l’Amore torna al centro, il maschile e il femminile smettono di opporsi e iniziano a riconoscersi. Shiva e Shakti tornano a unirsi, non per dominarsi, ma per sostenersi.
Ed è lì che l’Umanità ricorda chi è davvero: non chi controlla, ma chi ascolta. Non chi spinge, ma chi sente. Non chi forza, ma chi si fida.
Fermarsi diventa un atto sacro.
Lasciare fluire diventa saggezza.
Ascoltare queste energie più grandi di noi diventa una forma profonda di verità.
Perché il collante invisibile di ogni equilibrio, di ogni guarigione, di ogni ritorno all’ordine naturale, è sempre lo stesso.
L’Amore.
E forse la vera rinascita non è diventare qualcosa di nuovo,
ma ricordare chi siamo quando torniamo, finalmente, al nostro centro.






Buon Inizio.
04/01/2026

Buon Inizio.




Christmas blues.No, non è un nuova canzone natalizia.È una sindrome che colpisce nel periodo natalizio e in quello immed...
24/12/2025

Christmas blues.
No, non è un nuova canzone natalizia.
È una sindrome che colpisce nel periodo natalizio e in quello immediatamente precedente.
Se in questo periodo hai umore depresso, affaticamento, perdita di piacere e interesse nelle attività quotidiane, difficoltà di concentrazione, irritabilità, disturbi del sonno, aumento o riduzione dell’appetito...può essere Christmas blues.
Il Natale, con le sue luci e il clima "forzatamente" festoso accentua per contrasto le difficoltà interiori che possiamo vivere, per esempio a causa di lutti, malattie, solitudine. Oppure possiamo essere vittime di quel perfezionismo che ci spinge oltre le nostre forze per essere all'altezza di standard predefiniti.
Poi ci sono famiglie conflittuali o con dinamiche disfunzionali che tutto ispirano eccetto una riunione conviviale intorno a un tavolo, corredata da sorrisi sfoggiati per l'occasione.
E poi c'è il fatto che il Natale è diventato consumistico e fa sentire inadeguato chi non riesce a stare al passo.
Che fare?
🌲Prendersi degli spazi personali
🌲Selezionare i momenti da passare insieme agli altri, imparando a porre dei sani limiti
🌲Dedicare tempo a se stessi facendo le cose che si rimandano sempre
🌲Rallentare per pensare e pianificare
🌲Meditare
🌲Chiedere aiuto se la situazione persiste.
Questo è il periodo in cui la terra riposa dopo l'estate e i contadini usavano questo tempo per riposare, raccontarsi attorno al fuoco, immagazzinare le scorte per l'inverno.
Così dovremmo fare, preparare il terreno per far sì che le nostre radici trovino nutrimento e ci diano stabilità nei mesi a ve**re.
Buona Rinascita ✨️🙏





Indirizzo

Via Trento N°57
Parma
43122

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 17:00

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