14/01/2026
EVITAMENTO RELAZIONALE
Una giovane donna arriva portando una domanda che non è teorica, è vissuta. Vuole capire perché, nel tempo, si ritrova a interrompere relazioni — amicali e sentimentali — anche quando sono buone, nutrienti, persino desiderate. Racconta le sue scelte con argomentazioni lucide, coerenti, apparentemente inattaccabili. Motivi sensati, ben costruiti. Eppure, qualcosa non torna. Quelle ragioni non bastano a spiegare perché legami in cui stava bene debbano, a un certo punto, essere lasciati andare.
Per questo il lavoro non può fermarsi alla superficie. Occorre guardare la storia familiare, il modo in cui ha imparato a stare al mondo, come ha costruito la propria identità e, soprattutto, come ha imparato a stare in relazione. Lei è confusa, inquieta. A un certo punto teme di essere narcisista. È l’effetto collaterale di una ricerca solitaria e spaventata, quando si interroga “Dott. Google” senza gli strumenti per orientarsi davvero.
La rassicuro. Non è narcisista. E no, non è nemmeno dipendente affettiva. Quello che emerge, con delicatezza ma con precisione, è un assetto evitante. Un modo di proteggersi che, un tempo, è stato necessario. E che oggi le porta solo insoddisfazione e solitudine.
L’evitamento non va letto come un difetto da correggere né come un’etichetta clinica da spiegare. È, prima di tutto, una postura di sopravvivenza. In un momento della vita ha protetto qualcosa di essenziale.
Per questo, qui non si chiede di cambiare, ma di fermarsi. Di sostare abbastanza da accorgersi di dove ci si ritira. Non per giudicarsi, ma per non continuare a passare oltre se stessi.
Alla base di molte di queste dinamiche c’è una carenza nella strutturazione delle funzioni genitoriali. Non un trauma eclatante, ma l’assenza di un luogo interno dove tornare quando si è in difficoltà. Il limite vissuto come rifiuto, il bisogno come vergogna, l’autonomia come abbandono. La relazione diventa allora qualcosa da cui dipendere o da cui difendersi. Clinicamente questo si manifesta in oscillazioni estreme: dipendenza o evitamento, difficoltà a dire no, relazioni vissute come salvezza o minaccia, vuoti profondi, angosce di disintegrazione più che di perdita. Non è immaturità. È una mancanza strutturale.
Chi evita non è freddo. Evita perché sente molto, spesso troppo e troppo presto, senza protezioni adeguate. L’evitamento non è assenza di bisogno, ma un modo sofisticato di non esporsi alla perdita, alla dipendenza, al rischio di crollare. Non si scappa dall’altro: si scappa dal punto in cui l’altro diventa reale, presente, continuativo. L’evitante sa desiderare, sa iniziare. La soglia critica arriva quando la relazione chiede di restare, senza controllo, senza via di fuga. Lì non c’è incapacità, ma memoria: in passato restare, in relazioni genitoriali o familiari, ha avuto un prezzo troppo alto.
Per questo l’amore può apparire intermittente, a impulsi. Avvicinamenti intensi seguiti da distanze improvvise o tradimenti. Non è manipolazione, è un tentativo di regolare una vicinanza che non ha mai avuto una misura sicura. Il nodo non è il movimento, ma il fatto che non venga riconosciuto come difesa e quindi si ripeta. Risolvere, per una struttura evitante, non significa buttarsi nella relazione, ma restare un istante in più quando il corpo vorrebbe chiudere. Senza spiegarsi, senza sparire. Restare con il disagio, con il bisogno che spaventa, con la paura di essere visti e di non potersi più ritirare.
L’evitante non teme l’amore. Teme di non poter più tornare indietro. Teme che la vicinanza diventi invasione, perché un tempo, nell'infanzia o adolescenza, non è stata libertà, ma confusione, richiesta, perdita di sé. In questo senso l’evitamento è anche una forma di dignità difensiva: meglio la distanza che l’annullamento. La vera difficoltà non è l’intimità, ma la permanenza. Non l’aprirsi, ma il non chiudersi subito. Quando accade, anche una sola volta, qualcosa si riorganizza: si scopre che si può restare senza essere inghiottiti. Non è romanticismo. È un assetto interno che cambia.
Il lavoro psicologico non restituisce ciò che non c’è stato. E non lo sostituisce. Fa qualcosa di più lento e più onesto; aiuta a costruire dentro ciò che non si è mai potuto interiorizzare, senza negarne l’assenza. Questo implica attraversare un lutto, tollerare il dolore senza colpa, fare esperienza nel tempo di una relazione che non invade e non abbandona, interiorizzare gradualmente una funzione regolativa nuova. Non è una riparazione rapida. È una strutturazione.
Riconoscere questa mancanza non serve a spiegare tutto, ma a smettere di pretendere da sé ciò che non si è mai ricevuto. E a smettere di chiederlo disperatamente agli altri. Quando questo accade, il vuoto non scompare, ma smette di governare la vita.
Anche le scelte relazionali diventano leggibili in questa luce. Non ci si lega “per caso” a evitanti o narcisisti. È una coerenza inconscia. Ci si lega a qualosa che si conosce, che ci è familiare, anche se ci ha fatto del male. L’evitante incarna una figura familiare: presente a tratti, emotivamente distante. Il narcisista, all’inizio, offre all'evitante o al dipendente affettivo direzione, intensità, valore riflesso. Per chi non ha interiorizzato una funzione che autorizza all’esistere, questo appare come sostegno, non come controllo. Il problema emerge quando la relazione chiede reciprocità e realtà. Lì la promessa si ritira.
Questi legami non sono stabili, ma attivanti. Tengono in allerta, danno una sensazione di esistenza intensa. Quasi una ubriacatura, una overdose di adrenalina che per qualche momento fa credere di poter stare in una relazione. Meglio il dolore che il vuoto. Relazioni più equilibrate possono sembrare spente, perché non toccano la ferita. In queste dinamiche si rinuncia ai limiti, alla voce, al desiderio. Non per debolezza, ma perché la relazione viene vissuta come condizione di sopravvivenza psichica. Quando il legame si spezza, il dolore è antico: non riguarda solo l’altro, ma il crollo dell’illusione di poter colmare, finalmente, ciò che mancava all’origine.
Il percorso terapeutico fa sì che si cambi profondamente. L’evitante non appare più affascinante, ma frustrante. Il narcisista non più forte, ma fragile e pericoloso. L’amore smette di essere una lotta per esistere. Non perché si diventa migliori, ma perché non si ha più bisogno di essere scelti per sentirsi vivi.
E quando questo accade, anche il desiderio cambia direzione, senza sforzo, come fanno le cose che finalmente trovano casa.
(Dipinto di Margarita Sikoskaia)