08/01/2026
Il verbo greco θεραπεύω (therapeúō) significa principalmente curare, guarire.
Denota attenzione e premura: quindi "occuparsi di", "prendersi cura di", "rivolgere pensieri a".
Tutto è diventato "terapeutico"? Il rischio della reificazione in psicologia clinica.
Dallo sport al giardinaggio, dalla preghiera alla musica: nel linguaggio comune — e sempre più spesso anche in quello professionale — l'aggettivo "terapeutico" viene associato a qualsiasi attività che generi benessere.
Ma se tutto è terapeutico, cosa lo è davvero?
Nel numero di Scienze dell'Interazione, la professoressa Elena Faccio ci guida in un’analisi critica del termine “terapeutico” partendo da una domanda scomoda: stiamo trasformando la terapia in un "oggetto" standardizzato?
Descriverla come “basato sulle evidenze” vuol dire celebrare la ripetibilità del “trattamento” e contemporaneamente adombrare la rilevanza del significato con cui le esperienze vengono vissute. Siamo davvero disposti a questo sacrificio?
🔍 La ricerca presentata nell’articolo analizza i siti web delle 14 comunità per consumatori di sostanze più importanti del web e individua 4 narrazioni dominanti che definiscono cosa viene venduto come "cura". Dall’indagine emergono quattro narrazioni principali, caratterizzate rispettivamente da: presupposti biomedici, principi pedagogici, precetti religiosi e valori morali.
Le attività presentate nei siti web sono considerate “terapeutiche” di per sé piuttosto che sulla base di presupposti teorici relativi al cambiamento o sulla base dell’effetto benefico riconosciuto, del quale non si fa cenno.
Alla luce dei risultati emersi, l'aggettivo “terapeutico” è diventato un dominio del senso comune, il che comporta il rischio di un'indebita reificazione del gioco linguistico che lo esprime così trasformato in una “cosa”.
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