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Fibromialgia: 25 sintomi "invisibili" Se hai una diagnosi di fibromialgia, o se sospetti di averla, probabilmente ti ric...
20/02/2026

Fibromialgia: 25 sintomi "invisibili"

Se hai una diagnosi di fibromialgia, o se sospetti di averla, probabilmente ti riconosci in almeno la metà dei sintomi che vedi nell'immagine.

E probabilmente hai anche vissuto quella frustrante trafila: dolore diffuso, visite, esami, risposte vaghe, tentativi di cura che non funzionano, e alla fine quella sensazione di "ma allora cos'ho davvero?".

Partiamo da una cosa importante: la fibromialgia non è una malattia immaginaria, ma non è nemmeno una malattia nel senso classico del termine.

Non è autoimmune, non è infiammatoria in senso stretto, e soprattutto non ci sono danni anatomici reali nelle zone che fanno male.

Il modo migliore per capirla è pensare al nostro sistema nervoso come a una rete elettrica.

In chi soffre di fibromialgia, questa rete è diffusamente irritata: una sorta di cortocircuito permanente che manda segnali di dolore, bruciore, stanchezza e confusione, anche se le "strutture" sotto sono perfettamente integre.

Ed è proprio per questo che i sintomi sono così tanti e così diversi tra loro.

Dolore alle braccia, bruciore ai piedi, stanchezza cronica, nebbia mentale, sensibilità alla luce, problemi digestivi, dolore al cuoio capelluto... sembra impossibile che derivino tutti dalla stessa cosa, eppure è così: sono tutti modi diversi in cui una rete elettrica irritata si fa sentire.

Il cuoio capelluto fa male?

Ha senso: è una delle zone più ricche di terminazioni nervose.
Gli occhi sono stanchi e la vista sembra appannata?
Anche quello ha senso: i centri visivi sono strettamente collegati al sistema nervoso.
Il bruciore è diffuso e non corrisponde a nessuna struttura precisa?

Non esiste una cura definitiva o la pillola magica ma esiste qualcosa che funziona molto bene, e che è alla portata di tutti: l'attività fisica mirata.

Muovere le articolazioni, allungare i muscoli, rinforzarli gradualmente.

Attenzione però: qui c'è una regola d'oro fondamentale.

La quantità deve essere quella giusta.

Troppo poco non basta, troppo è peggio di niente.

Molte persone con fibromialgia hanno scoperto quasi per caso che l'attività fisica li aiuta, ma hanno anche scoperto che se esagerano stanno peggio di prima.

Si parte dalle mobilizzazioni: muovere tutte le articolazioni nel loro arco di movimento, con dolcezza.
Questo lo può fare chiunque, anche chi ha molto dolore.
Poi si aggiunge lo stretching, che è un lavoro estremamente dolce e accessibile.

Quando il corpo risponde bene, si passa a rinforzi leggeri, che poi diventano via via più complessi.
Non è una ricetta segreta.
È semplicemente il rispetto della fisiologia del corpo: dare stimoli graduali, ascoltare le risposte, aggiustare il tiro.

E qui c'è la cosa più importante di tutte: non limitarti a lavorare solo dove hai dolore.

Se hai male alla spalla, non fare solo esercizi per la spalla. Se brucia il piede, non concentrarti solo sul piede.

Ricorda: il problema è la rete elettrica nel suo complesso, quindi il lavoro deve essere globale.

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Hai presente l’ultima discesa della giornata? Quella in cui “ormai vado”, ma le gambe sono pesanti, la pista è più segna...
20/02/2026

Hai presente l’ultima discesa della giornata? Quella in cui “ormai vado”, ma le gambe sono pesanti, la pista è più segnata, la luce cambia e ti sorprende una riga dura o un cumulo.
Ecco: il punto non è solo che sei meno forte. Uno studio su The American Journal of Sports Medicine mostra che con la fatica peggiorano anche attenzione e tempi di reazione, e questo si associa a cambiamenti della meccanica del ginocchio durante movimenti non anticipati. Ed è esattamente la situazione dello sci: non anticipi tutto, devi reagire.

Cosa hanno fatto (e perché assomiglia allo sci)

Gli autori hanno testato 22 atleti in un compito tipo “salto–atterraggio–salto” guidato da stimoli visivi imprevedibili: quindi non un gesto “preparato”, ma una situazione in cui devi decidere e reagire rapidamente (come quando nello sci cambia la neve o lo sci “aggancia” all’improvviso).
Poi hanno indotto fatica progressiva fino a quando la performance del salto scendeva sotto soglie prefissate (90% e poi 85% del massimo), ripetendo sia il compito motorio sia i test cognitivi.

Cosa succede al ginocchio quando sei stanco

Con l’aumentare della fatica, l’atterraggio diventa più “rigido”: la flessione di ginocchio diminuisce in modo progressivo (da ~61,8° a ~60,1°). Sembra poco, ma è un segnale coerente con una strategia meno “assorbente” quando la stanchezza sale.

La parte che dovrebbe farci accendere una lampadina nello sci

La cosa interessante è che non si parla solo di muscoli: i cambiamenti legati alla fatica in controllo attentivo e reaction time erano associati a cambiamenti dell’abduzione del ginocchio (il tema del controllo sul piano frontale, quello che ci preoccupa quando pensiamo al rischio LCA).
Tradotto: quando sei stanco/a, non è solo “meno forza”: prendi decisioni un filo più lentamente e controlli peggio i dettagli, e quel filo può contare quando la situazione è improvvisa.

Quindi perché l’ultima discesa può essere più rischiosa (in parole semplici)

Nello sci, l’imprevisto è continuo: micro-perdita di equilibrio, neve che cambia, spigolo che “morde”, correzioni rapide. Se la fatica ti rallenta cervello + corpo, aumenta la probabilità di:

fare correzioni tardive, irrigidirti, finire in posizioni “brutte” per il ginocchio proprio mentre lo sci ti chiede una reazione immediata.

Spunto pratico
Se stai lavorando su prevenzione/ritorno allo sport (o semplicemente vuoi sciare più “safe”):
le esercitazioni non dovrebbero essere solo “pulite” e a freddo, ma includere gradualmente anche compiti reattivi (stimoli visivi/sonori, scelte rapide) e un po’ di fatica controllata, perché è lì che emergono gli errori.

Fonte (PMID 37345283): Bertozzi F, et al. Influence of Fatigue on Cognitive-Motor Function During Unanticipated Landings. The American Journal of Sports Medicine (2023).

Psoas: il muscolo che assorbe lo stress e lo "scarica" sulla schienaLo sapevi che esiste un muscolo che fa letteralmente...
12/02/2026

Psoas: il muscolo che assorbe lo stress e lo "scarica" sulla schiena

Lo sapevi che esiste un muscolo che fa letteralmente da "ponte" tra le tue emozioni e il tuo mal di schiena?

Si chiama psoas, ed è un muscolo grande e potente che parte dalla parte anteriore delle vertebre lombari e arriva fino all'interno della coscia.

Lo psoas è probabilmente il muscolo più "connesso" del corpo, un vero nodo autostradale dove convergono collegamenti insospettabili: è in contatto diretto con l'intestino, che ci sta letteralmente appoggiato sopra.

Confina col diaframma, il principale muscolo respiratorio. Nella donna ha rapporti funzionali con utero e ovaie. E origina direttamente dai dischi vertebrali lombari.

Ed è proprio per queste connessioni che lo psoas diventa una vera e propria "spugna" dello stress.

Quando sei sotto pressione, il diaframma si blocca e inizi a respirare in modo superficiale: lui, da buon vicino di casa, si irrigidisce di riflesso.

Se l'intestino è irritato (e con lo stress succede spesso), la tensione si trasferisce direttamente allo psoas, che ci è appoggiato sopra.

Ma la cosa più affascinante è questa: lo psoas è il muscolo che ti "piega in avanti", quello che si attiva quando ti rannicchi in posizione fetale.

Esattamente lo schema di protezione che il corpo adotta quando percepisce un pericolo. Sotto stress, si contrae come per prepararti a chiuderti a riccio, solo che oggi il pericolo non è fugace: sono preoccupazioni che restano lì per ore.

E qui arriva il problema: tutta questa tensione accumulata, lo psoas la scarica esattamente dove è attaccato. Cioè sui dischi lombari.

Più lo psoas è rigido e contratto, più aumenta la pressione sulla colonna, più la bassa schiena diventa quel blocco di legno che molti conoscono fin troppo bene.

La buona notizia è che trattandosi di un muscolo, ci possiamo lavorare.
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Diastasi addominale: un problema non solo estetico, ma molto "funzionale".La diastasi dei retti è qualcosa che disturba ...
10/02/2026

Diastasi addominale: un problema non solo estetico, ma molto "funzionale".

La diastasi dei retti è qualcosa che disturba prima di tutto allo specchio: si presenta come "separazione" degli addominali, ma anche con una caratteristica prominenza nel basso addome (legata alla debolezza del trasverso)

Ma c'è un aspetto che viene sottovalutato quasi sempre, ed è quello che conta di più: la diastasi si porta dietro una inevitabile DEBOLEZZA ADDOMNIALE.

Il nostro core funziona come una lattina: diaframma sopra, pavimento pelvico sotto, addominali davanti, muscoli lombari dietro. Tutti insieme creano una pressione interna che ci tiene stabili, forti e protetti.

Quando i retti addominali si separano e la parete cede, è come se la lattina si bucasse: la pressione non viene più distribuita bene, e a pagarne le conseguenze non è solo l'estetica.

Spesso chi ha una diastasi si ritrova anche con mal di schiena che non passa, problemi al pavimento pelvico (come piccole perdite o sensazione di pesantezza), una generale sensazione di debolezza del tronco, e una schiena che sembra non avere mai abbastanza "sostegno".

È tutto collegato, perchè fa parte dello stesso sistema.

La buona notizia è che fino a un certo livello di separazione (indicativamente 2-3 dita), la soluzione più indicata non è il chirurgo, ma l'allenamento mirato. Il principio è semplice da capire: rinforzare le pareti senza forzarle, lavorando con esercizi che attivano la muscolatura profonda dell'addome mantenendo la pressione interna al minimo.

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Ecco i danni che l'ANSIA fa alla tua CERVICALE (e il circolo vizioso che pochi conoscono)È vero che l'ansia può "logorar...
05/02/2026

Ecco i danni che l'ANSIA fa alla tua CERVICALE (e il circolo vizioso che pochi conoscono)

È vero che l'ansia può "logorare" le strutture cervicali?
Assolutamente sì: più siamo ansiosi, più il tratto cervicale si infiamma. 😡

Ma c'è una cosa che non tutti sanno, ed è forse la parte più interessante: spesso è vero anche il contrario.
Più il tratto cervicale si infiamma, più siamo ansiosi.

Insomma, un bel circolo vizioso dal quale non è facile uscire.
Il fatto che non sia facile non significa che sia impossibile, ma occorre capire bene il meccanismo e sapere come muoversi.

Come l'ansia attacca la cervicale

Lo fa fondamentalmente attraverso due strade.

La prima è l'aumento della tensione muscolare.
Più siamo ansiosi, più i muscoli si irrigidiscono, e questo è qualcosa che tutti sperimentiamo: dopo una giornata pesante, il collo è un blocco di marmo.

Il muscolo che paga il prezzo più alto è il trapezio, il famoso "cordone" ai lati del collo.
Ma non è il solo.

Ci sono anche i muscoli anteriori del collo (scaleni, sternocleidomastoideo, platisma) che sono muscoli particolarmente "emotivi".
Pensa a cosa succede quando vai sotto stress: una delle prime cose che cambia è la tua espressione facciale.
Quei muscoli si attivano immediatamente.

E poi c'è la mandibola, altro punto nevralgico di accumulo dello stress.
Non è un caso che nel linguaggio comune, quando siamo in difficoltà, diciamo che dobbiamo "stringere i denti".

Molti lo fanno letteralmente, anche di notte, e la tensione mandibolare si trasferisce dritta al collo.

La seconda strada è più sottile e meno conosciuta: l'infiammazione del tessuto nervoso.

Quando siamo costantemente ansiosi, il sistema nervoso diventa più sensibile, come un motore che si surriscalda.
E dato che molti centri nervosi importanti sono vicinissimi al tratto cervicale (parliamo di pochi centimetri dalla base del cranio), anche le strutture cervicali diventano più reattive e irritabili.

È lo stesso meccanismo che puoi osservare durante un'emicrania:
se tocchi il collo di una persona in fase acuta, le darai molto fastidio.

La stessa manovra fatta a crisi finita non provocherebbe assolutamente nulla.
Non è cambiato il collo, è cambiato il livello di sensibilità del sistema nervoso.

I sintomi che ti dicono che l'ansia sta colpendo la cervicale

Qui viene una distinzione importante.

Se come sintomi hai "soltanto" un dolore localizzato in un punto preciso, magari che compare con un movimento specifico, è poco probabile che ansia e stress siano i protagonisti della storia.
Quello è più un problema meccanico puro.

Quando invece c'è una forte componente emotiva, i sintomi vanno ben oltre il semplice dolore.
Anzi, a volte il dolore non c'è nemmeno.

Compaiono invece quelli che chiamo sintomi "pseudo neurologici", e sono quelli che spesso spaventano di più:

➡ sensazione di sbandamento,
➡ difficoltà di concentrazione,
➡ disturbi della vista,
➡ f***e alla testa,
➡ ovattamento delle orecchie,
➡ nausea,
➡ formicolii al volto,
➡ debolezza a braccia e gambe,
➡ e a volte sensazioni difficili anche solo da descrivere.

Sono sintomi che fanno pensare a chissà cosa, ma che in realtà derivano dal fatto che l'infiammazione non è rimasta confinata a muscoli e vertebre:
ha coinvolto anche il sistema nervoso.

Quando è la cervicale a far ve**re l'ansia

Questa è la parte che sorprende sempre.

Circa il 30% delle persone ha la sensazione opposta:
non è l'ansia che gli irrigidisce il collo, ma è il collo rigido che li rende ansiosi.

Ed è assolutamente possibile.

Le prime vertebre cervicali sono vicinissime a centri cerebrali importanti, tronco dell'encefalo in primis.
Quando la zona è infiammata, l'irritazione può trasmettersi a questi centri nervosi e produrre un senso di ansia e agitazione, anche quando razionalmente non c'è nessun motivo per essere agitati.

Ed ecco il circolo vizioso completo, quello che rende il problema così ostico.
Funziona più o meno così:

➡ Siamo sotto stress emotivo.
➡ Irrigidiamo i muscoli e infiammiamo il tratto cervicale.
➡ Questo irrita le strutture nervose e fa partire i sintomi.
➡ Ci agitiamo a causa dei sintomi.
➡ Ci irrigidiamo di più.
➡ E si ricomincia.

Il punto di partenza può variare, ma il meccanismo è sempre lo stesso.

Come uscirne

“Diventare meno ansiosi", ma ci sono due problemi:
spesso non è possibile, e spesso non è neanche sufficiente, perché una volta che i meccanismi si sono innestati, servono stimoli attivi per invertirli.

C'è però una distinzione importante da fare.

Se il tuo tratto cervicale è molto delicato, al punto che qualsiasi spiffero d'aria o minimo stress aumenta i sintomi, stimolarlo direttamente sarebbe controproducente.
In questi casi il corpo percepirebbe l'esercizio cervicale più come un attacco che come un aiuto.

Cosa fare allora?

Partire da lontano:
attività fisica generale (camminata, bici, corsa leggera) per abbassare il tono del sistema nervoso attraverso la fatica,
ed esercizi di respirazione per sciogliere diaframma e muscoli respiratori, che sono tra i principali "depositi" delle tensioni emotive.

Quando invece la situazione è meno delicata (i sintomi ci sono, ma non siamo al limite dell'intoccabile), si può aggiungere il lavoro diretto:
mobilità delle spalle, stretching, e soprattutto massaggi curativi decontratturanti e allenamento specifico dei muscoli cervicali per renderli più forti, meno tesi e meno suscettibili a questi meccanismi automatici.

Perché il punto è questo:
non possiamo sempre eliminare l'ansia dalla nostra vita.
Ma possiamo fare in modo che i muscoli cervicali smettano di reagire irrigidendosi ad ogni minimo stimolo.

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04/02/2026

Massofisioterapisti: TAR conferma posizione del Ministero e FNOFI.

Il TAR LAZIO, con l’odierna sentenza n. 2129/2026, ha confermato la piena legittimità della nota della Direzione Generale delle Professioni Sanitarie del Ministero della Salute dell’11 dicembre 2024 e chiarito, inequivocabilmente, che: “la figura del massofisioterapista non rientra tra le professioni sanitarie, ma deve essere considerato un operatore di interesse sanitario, figura che si connota per la mancanza di autonomia professionale con funzioni accessorie e strumentali, tuttavia, rispetto alle mansioni proprie delle professioni sanitarie riconosciute in via esclusiva dall’ordinamento statale.
La conseguenza è che i massofisioterapisti non possono aprire autonomamente un proprio studio professionale ove esercitare attività proprie delle professioni sanitarie senza la supervisione di un professionista sanitario, o ove utilizzare dispositivi medici”.
È personalmente il Presidente FNOFI Piero Ferrante a darne notizia a nome di tutto il Comitato centrale, esprimendo innanzitutto un profondo ringraziamento al Ministero della Salute per la sensibilità mostrata, ancora una volta, verso temi così nodali per i cittadini, con vivo apprezzamento per la decisione espressa dal Tribunale Amministrativo, a conferma dell’impegno continuo della Federazione e di tutto il Comitato centrale per la promozione della professione, in primis a tutela della salute individuale e collettiva.
Il TAR Lazio, con la sentenza indicata, conferma quindi la correttezza della posizione ministeriale, concludendo che “Nel caso in esame, l’istanza avanzata dal ricorrente è diretta a costituire uno studio di massofisioterapia attraverso l’utilizzo di dispositivi medici (quali la tecar, la magnetoterapia etc.), con la conseguenza della legittimità del rifiuto opposto dall’ASL, proprio in quanto, come sopra detto, questi dispositivi non possono essere utilizzati in modo autonomo da chi non è professionista sanitario”.

La notizia integrale sul sito della FNOFI: https://www.fnofi.it/blog/massofisioterapisti-tar-conferma-posizione-del-ministero-e-fnofi/

Liquido sinoviale: il "lubrificante" che funziona solo se ti muoviHai presente quando un'auto sta ferma troppo a lungo e...
04/02/2026

Liquido sinoviale: il "lubrificante" che funziona solo se ti muovi

Hai presente quando un'auto sta ferma troppo a lungo e poi, quando la accendi, senti che "fatica" un po'?

Ecco, le tue articolazioni funzionano in modo simile.

Dentro ogni articolazione c'è un liquido trasparente e viscoso che si chiama liquido sinoviale. È il tuo lubrificante naturale: permette alle ossa di scivolare una sull'altra senza attrito, ammortizza gli impatti e nutre la cartilagine.

Ma c'è un dettaglio che pochi conoscono: questo liquido cambia consistenza a seconda di quanto ti muovi.

Quando stai fermo a lungo, il liquido sinoviale diventa più denso, quasi "gelatinoso". È il motivo per cui dopo ore sul divano o una lunga dormita ti alzi e senti le articolazioni rigide, come se avessero bisogno di "scaldarsi".

Quando invece ti muovi, il liquido diventa più fluido, scorre meglio, e l'articolazione lavora come deve.

È un sistema geniale, ma ha un prezzo: funziona solo se lo usi.

Meno ti muovi, più il liquido resta denso. Più resta denso, meno nutre la cartilagine, meno lubrifica, meno protegge. E l'articolazione inizia a protestare.

Ecco perché "riposare" una articolazione dolorante funziona solo quando il dolore è molto acuto. Appena l'infiammazione cala, ha bisogno di movimento regolare per far circolare il suo lubrificante interno.

Non serve correre una maratona. Basta movimento dolce, controllato, che porti l'articolazione in tutto il suo arco. Esattamente quello che fa un buon lavoro di stretching e mobilità.

Se vuoi consigli chiamami e prenota un appuntamento 349 846 9433

L’ischio è un punto di ancoraggio fondamentale per alcuni dei muscoli più importanti della catena posteriore. Situato ne...
27/01/2026

L’ischio è un punto di ancoraggio fondamentale per alcuni dei muscoli più importanti della catena posteriore. Situato nella parte inferiore del bacino, è l’origine di muscoli potenti come i muscoli ischiocrurali (hamstrings) e il grande adduttore, che svolgono ruoli chiave nella stabilità e nel movimento.

Muscoli che si inseriscono sull’ischio

- Semimembranoso: parte degli ischiocrurali, ha un ruolo nella flessione del ginocchio e nell’estensione dell’anca.

- Semitendinoso: collabora con il semimembranoso nel movimento dell’anca e del ginocchio, ma ha un tendine lungo che partecipa alla formazione della zampa d’oca (insieme al sartorio e al gracile), un punto chiave per la stabilità del ginocchio.

- Tendine congiunto (semitendinoso + capo lungo del bicipite femorale + semimembranoso): struttura cruciale per la stabilità del ginocchio e dell’anca, soggetta a lesioni soprattutto negli sport di sprint e cambi di direzione.

- Grande adduttore (porzione ischiocondilare e pubofemorale): lavora sia come adduttore che come estensore dell’anca, con un ruolo essenziale nell’equilibrio muscolare tra anca e bacino.

Perché l’ischio è importante?

- Tendinopatia degli ischiocrurali: una delle condizioni più comuni negli atleti, dovuta a sovraccarichi ripetuti, specialmente nei movimenti esplosivi come scatti e salti.

- postura sedentaria e dolori lombari: una compressione prolungata sull’ischio (ad esempio, stare seduti per molte ore) può creare tensioni e disfunzioni nella catena posteriore.

- rotture o distacchi tendinei: eventi traumatici o sollecitazioni eccessive possono portare a lesioni gravi nei muscoli ischiocrurali, con tempi di recupero lunghi.

Come prendersi cura dell’ischio?

Stretching degli ischiocrurali e del grande adduttore, per mantenere flessibilità e preve**re tensioni.

Esercizi di rinforzo progressivo, come il Nordic Hamstring Curl, per migliorare la resistenza dei muscoli ischiocrurali.

Mobilità del bacino e controllo del core, per preve**re squilibri che possono portare a sovraccarichi.

Attivazione della zampa d’oca con esercizi specifici per semitendinoso, sartorio e gracile, fondamentali nella stabilizzazione del ginocchio.

Conclusione

L’ischio è una cerniera biomeccanica fondamentale per il movimento e la stabilità del corpo. Comprendere il suo ruolo e lavorare sulla sua salute può fare la differenza tra prestazioni ottimali e dolore cronico! 💪

Problemi ai DISCHI VERTEBRALI: si possono guarire?Molte persone conoscono, loro malgrado, i nomi dei più comuni problemi...
25/01/2026

Problemi ai DISCHI VERTEBRALI: si possono guarire?

Molte persone conoscono, loro malgrado, i nomi dei più comuni problemi delle vertebre, ovvero:

* protrusione
* bulging
* discopatia degenerativa
* ernia discale
* compressione del disco

Questi problemi vengono spesso etichettati come LA causa del dolore, ma in realtà è da decenni che si sa che... non è così!

Nella maggior parte dei casi, le discopatie sono soltanto un piccolo pezzo del puzzle.

Un dato che sorprende sempre: studi su persone completamente sane hanno mostrato che oltre il 70% degli over 40 (e più vai su, più il numero sale) ha qualche forma di discopatia, senza avere il minimo sintomo. Camminano, corrono, sollevano pesi... e non sanno nemmeno di averla.

Questo significa una cosa importante: avere un disco "imperfetto" non equivale automaticamente ad avere dolore.

E anche quando il problema dovesse essere effettivamente il disco, il ruolo principale di "guaritore" è quello dei MUSCOLI, che se ben allenati distribuiscono i carichi in modo ottimale, togliendo pressione alle strutture e riducendo le infiammazioni.

C'è di più: i dischi hanno capacità di guarigione che pochi conoscono. Ernie anche importanti mostrano processi di riduzione spontanea nel tempo, soprattutto quando l'ambiente circostante (leggi: muscoli) funziona bene.

Il disco è un po' come un dipendente oberato di lavoro: se i colleghi (i muscoli) fanno la loro parte, lui respira e si riprende. Se invece deve fare tutto da solo... protesta! 😅

Ecco perché quando si hanno problemi ai dischi, la priorità è rieducare i muscoli del tronco, addominali e lombari in primis.

Ecco perchè gli ADDOMINALI ti proteggono la SCHIENAHai presente quella sensazione di sicurezza che provi quando sollevi ...
23/01/2026

Ecco perchè gli ADDOMINALI ti proteggono la SCHIENA

Hai presente quella sensazione di sicurezza che provi quando sollevi qualcosa di pesante e "blocchi" l'addome?

Non è suggestione: in quel momento stai attivando uno dei meccanismi più affascinanti del corpo umano.

I muscoli addominali non proteggono la schiena perchè "tengono su" qualcosa, anzi: volendo, loro tirano la colonna in avanti...

La proteggono perchè creano PRESSIONE.

Funziona così: quando contrai l'addome, i muscoli "spingono" verso l'interno, comprimendo gli organi e i liquidi che si trovano nella cavità addominale.

Questi liquidi e organi, non potendo andare da nessuna parte, generano una pressione che va in tutte le direzioni, proprio come quando schiacci un palloncino pieno d'acqua.

Questa pressione intra-addominale diventa un vero e proprio "cuscinetto pneumatico" che sostiene la colonna dall'interno.

È come se avessi un airbag permanente intorno alle vertebre. 💪

Ecco perchè una colonna con muscoli deboli è come una lattina vuota: basta poco per schiacciarla.

Una colonna con muscoli efficaci invece ha sempre quel "gonfiaggio" interno che la rende molto più resistente ai carichi.

In questo caso però non servono i "1000 addominali a 100 all'ora" che spesso si vedono fare, anche perchè quelli non servono in NESSUN caso.

Il rischio silenzioso dell'artrite reumatoide che va ben oltre le articolazioniL'artrite reumatoide è spesso riconosciut...
15/01/2026

Il rischio silenzioso dell'artrite reumatoide che va ben oltre le articolazioni

L'artrite reumatoide è spesso riconosciuta da ciò che appare: dolore, rigidità mattutina, infiammazione e deformità progressiva delle mani. Tuttavia, il suo vero pericolo non è sempre nelle articolazioni, ma in ciò che accade silenziosamente in tutto l'organismo.

Si tratta di una malattia autoimmune sistemica, caratterizzata da un'infiammazione cronica persistente. Quest'infiammazione non rimane confinata alle articolazioni: circola costantemente nel corpo e colpisce vasi sanguigni, metabolismo e organi vitali.

Con il tempo, questo stato infiammatorio sostenuto:

- Accelera i danni alle arterie
- Favorisce la aterosclerosis
- Aumenta in modo significativo il rischio di infarto, ictus e malattie cardiovascolari

Inoltre, l'artrite reumatoide è associata a:

- Maggiore resistenza all'insulina
- Alterazioni del profilo lipidico
- Aumento del rischio di sindrome metabolica

Tutto questo può accadere anche nelle persone senza fattori classici come fumo obesità marcata. Per questo motivo oggi si riconosce che i pazienti affetti da artrite reumatoide presentano una mortalità cardiovascolare maggiore rispetto alla popolazione generale, direttamente correlata all'infiammazione mal controllata.

Il trattamento adeguato non mira solo a ridurre il dolore o a evitare la deformità articolare. Controllare l'infiammazione precocemente e sostenuta è una strategia fondamentale per proteggere il cuore, i vasi sanguigni e l'equilibrio metabolico.

L'artrite reumatoide non è solo un problema di mani, polsi o ginocchia. È una malattia sistemica che richiede una visione completa del paziente e del suo rischio cardiovascolare globale.

Rilevarla e trattarla tempestivamente anche con la Fisioterapia può fare la differenza tra una vita con controllo e qualità, o la comparsa di gravi complicazioni a lungo termine.

12/01/2026

Indirizzo

Via Giovanni Ciceri Num. 6
Passo Di Treia
62010

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 19:00

Telefono

+393498469433

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