Centro Studi Psicosomatica

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18/12/2021
04/11/2021

Psicosomatica del mal di stomaco

Bruciore, nausea, crampi, dolore, pesantezza, lentezza nel digerire, eruttazioni. Questi sono una serie di sintomi fastidiosi che accompagnano i mal di stomaco psicosomatici. Non è un caso che spesso, in casi di consulenza medica, i professionisti definiscano tale sintomatologia “gastrite da stress” o “mal di pancia da ansia”. Oltre a questa sintomatologia, l’apparato digestivo è spesso preso sotto assedio da dolori e malfunzionamenti psicosomatici che “migrano”, si instaurano quindi mal di stomaco o gastrite, reflusso gastrico, mal di pancia, colite, etc.

Nel Cinquecento, il filosofo Paracelso definiva il nostro stomaco un “alchimista”, spiegandone le funzioni attraverso un’analogia con un processo alchemico definito “Grande Opera”. Tale processo si proponeva di trarre la “Quintessenza” dagli elementi grezzi della natura, iniziando con uno “stadio di fuoco” che selezionava appunto gli elementi. Allo stesso modo, secondo Paracelso, lo stomaco selezionava i nutrienti dalla materia grezza della realtà. Infatti, ancora oggi lo stomaco è descritto come una parte di noi che accoglie il mondo esterno: attraverso il cibo, esso ingloba “pezzi di realtà” che, successivamente, è chiamato a digerire. In questo modo, lo stomaco trasforma la realtà accolta e la divide: una parte viene eliminata e l’altra assorbita, diventando parte di noi. In sostanza, “lo stomaco costituisce il contenitore di tutto quel che viene dal di fuori e, nello stesso tempo, diviene il “Grande Selezionatore” di questo esterno con cui entriamo in contatto. È in grado di capire se un cibo è adatto a noi (buona digestione), se lo è solo in parte (digestione laboriosa e senso di peso) o se proprio non lo è (nausea, crampi ecc)” *

Significati psicologici associati

Secondo la Psicosomatica, quindi, lo stomaco si fa carico di segnalare quando qualcosa proprio non è digeribile per noi, attraverso i sintomi. Ciò avviene soprattutto quando la situazione difficoltosa non pare avere parola o accesso alla consapevolezza. Come un secondo cervello, lo stomaco è abile a captare anche quanto una certa relazione e/o una data situazione stiano andando contro le nostre modalità “digestive” psicologiche. Per questo motivo, l’Istituto Italiano di Medicina Psicosomatica lo definisce come un organo corporeo deputato ad esprimere anche lo stato attuale delle nostre relazioni. Infatti, se nei nostri rapporti con gli altri c’è qualcosa che “non riusciamo a digerire”, lo stomaco inizierà a soffrire. In questo senso, l’espressione “Boccone amaro”che usiamo per riferirci a situazioni che “proprio non ci vanno giù” raccoglie il significato implicito dei sintomi dolorosi e fastidiosi che riguardano lo stomaco.

Secondo alcuni autori*, la gastrite, in particolare, rappresenta una difficoltà ad accettare e digerire tutte assieme alcune realtà che “proprio non vanno giù” ed esprime, talvolta, il desiderio di portare dentro e di incontrare intimamente qualcuno o qualcosa di cui si ha voglia ma che contemporaneamente contiene elementi sentiti come pericolosi e inaccettabili. Se non si riesce a risolvere questi conflitti, si crea una grande frustrazione, che a sua volta dà origine a rabbia e aggressività espresse solo parzialmente. Da un lato, infatti, esprimere la propria contrarietà è potenzialmente pericoloso: l’altra persona potrebbe non accertarci più, rifiutarci o arrabbiarsi con noi. In questo senso, “si trattiene”, cioè si tiene dentro e lì si scarica, sullo stesso stomaco, tutta la tensione accumulata (il succo gastrico che attacca la parete dello stomaco). In sostanza, i sintomi parlano chiaro, lanciando un segnale: il bruciore è il fuoco interiore che arde inespresso; i dolori, spesso in forma di crampo o di pugno, esprimono il disagio per non riuscire a manifestare se stessi in modo pieno; la nausea è un rifiuto della situazione; il vomito è un dichiarato rigetto; l’inappetenza, con la classica chiusura di stomaco, denota l’indisponibilità ad accettare più di quello che già si è accolto; il senso di tensione gastrica indica lo stato di allerta rispetto a essa; la digestione lunga e laboriosa esprime la tenacia, ma anche la difficoltà nell’accettare il cibo-ambiente o cibo-situazione che sono in quel momento fonte di problema; le eruttazioni sono il borbottio e il disappunto che esprimiamo in forma assai tortuosa. *

Psicosomatica del rifiuto:Il dolore emotivo che proviamo quando veniamo rifiutati può interferire negativamente anche co...
02/11/2021

Psicosomatica del rifiuto:

Il dolore emotivo che proviamo quando veniamo rifiutati può interferire negativamente anche con il nostro benessere psicologico più in generale. Il rifiuto infatti ha effetti non solo sulle nostre emozioni, ma anche sui nostri pensieri e comportamenti. Ecco alcuni esempi:

1. Studi di risonanza magnetica funzionale hanno mostrato come, quando sperimentiamo il rifiuto, si “accendano” nel cervello le stesse aree che sono coinvolte quando proviamo del dolore fisico. In realtà il rifiuto ha rappresentato una funzione vitale nella nostra evoluzione. Se il nostro discendente fosse stato ostracizzato dalla propria tribù infatti, il suo allontanamento avrebbe rappresentato una sorta di condanna a morte. Da solo non sarebbe sopravvissuto a lungo! Ecco perché, secondo gli psicologi evolutivi, il nostro cervello ha sviluppato un sistema di pre-allarme per allertarci quando siamo a rischio di esclusione. In questo modo infatti possiamo “correggere” il nostro comportamento, non essere più allontanati dalla nostra tribù e guadagnare così un vantaggio evolutivo. Questo spiegherebbe anche perché:

2. Riviviamo più vividamente l’esperienza del dolore sociale rispetto a quella del dolore fisico. La memoria da sola infatti non è in grado di elicitare il dolore fisico, ma se dovessimo provare a rivivere un’esperienza di rifiuto, saremmo inondati dagli stessi sentimenti che provavamo in quel preciso momento. Il nostro cervello dà una priorità alle esperienze di rifiuto, fondamentalmente perché siano “animali sociali che vivono in tribù”.

3. Il rifiuto destabilizza il nostro “bisogno di appartenenza” e proviamo un profondo dolore emotivo. Riavvicinarci a coloro che ci amano, ci accettano, con cui sentiamo forte affinità e che apprezziamo, ci permette di lenire il dolore emotivo provato. Sentirsi soli e rifiutati, ha un impatto anche sul nostro comportamento…

4. Il rifiuto crea ondate di rabbia e aggressività. Nel 2001 il Surgeon General degli Stati Uniti ha pubblicato un rapporto affermando che il rifiuto rappresenta un rischio maggiore per la violenza adolescenziale rispetto alla droga, la povertà, o l’appartenenza a bande. Sparatorie nelle scuole, la violenza contro le donne e lavoratori licenziati sono altri esempi del forte legame tra il rifiuto e l’aggressività. Tuttavia, gran parte della rabbia e dell’aggressività suscitata dal rifiuto è anche auto-diretta…

5. L’essere rifiutati mina infatti la nostra autostima: pensiamo di essere “in difetto”, “colpevoli” e inadeguati, ma ciò acuisce solo il nostro dolore emotivo rendendo più difficile reagire al rifiuto. Prima di incolpare se stessi, è bene infatti tenere a mente che…

6. Il rifiuto abbassa temporaneamente il nostro quoziente intellettivo. Uno studio ha dimostrato come basti chiedere a degli individui di ricordare una recente esperienza di rifiuto e sottoporli successivamente a dei test d’intelligenza, per ottenere punteggi significativamente inferiori, in particolare per quanto concerne la memoria a breve termine e le abilità di decision making. E’ un po’ come dire che il rifiuto non ci permette di essere mentalmente lucidi…

7. Il rifiuto non risponde alla ragione. In un esperimento, alcuni individui sono stati rifiutati da degli “estranei” che in realtà erano d’accordo con i ricercatori. Sorprendentemente, anche dopo aver spiegato ai partecipanti che gli estranei erano dei complici (e che quindi non li avevano in realtà rifiutati), ciò non alleviava il dolore emotivo provato.

Nonostante il forte impatto del rifiuto è tuttavia possibile alleviare le ferite inflitte dall’esperienza del rifiuto, questi processi non sono sempre facili da compiere, se una persona ha sperimentato il rifiuto fin dall’infanzia si può trovare in difficoltà nel gestire le relazioni, i distacchi e i momenti di disaccordo e di allontanamento emotivo. Per affrontare le ferite causate dal rifiuto in modo efficace dobbiamo affrontare nel tempo ciascuna delle nostre difficoltà psicologiche, ad esempio: lenire il nostro dolore emotivo, ridurre la nostra rabbia e aggressività, proteggere la nostra autostima e stabilizzare il nostro bisogno di appartenenza.

DM

29/09/2021

La PSICOSOMATICA
…una forma di linguaggio sovente più espressiva delle parole, più chiaramente significativa, e al tempo stesso un linguaggio corporale, il “gergo degli organi” (Adler A., 1933).

Alfred Adler aveva apportato attraverso le sue teorie delle anticipazioni alle teorizzazioni psicosomatiche. Nell’introduzione alla versione italiana di What life should mean to you Francesco Parenti (1983), sottolinea la concezione unitaria dell’uomo della Psicologia Individuale di Adler. Esiste una correlazione “aperta o segreta” tra psiche e soma, che tiene conto del finalismo psicologico. Questo è interdipendente con le finalità biologiche proprie del corpo a tal punto che anche le determinanti obiettive dei fattori biologici di una situazione patologica divengono solo le possibilità e le opportunità che un individuo utilizza. Tutto ciò avviene in quella maniera unica e irripetibile che è lo stile di vita di ognuno.
Secondo queste teorizzazioni i sintomi che si manifestano attraverso il corpo, possono avere un significato psicologico profondo, gli organi colpiti possono quindi assumere uno specifico significato simbolico secondo la loro funzione.

La medicina psicosomatica

Secondo le concettualizzazioni della medicina Psicosomatica i sintomi fisici, che si manifestano attraverso delle alterazioni delle funzioni fisiologiche (per es. enuresi, dolore, vomito, diarrea psicogeni) o delle alterazioni strutturali (asma bronchiale, ulcera gastro-duodenale, ipertensione essenziale, ecc.) possono essere determinati anche da una causa psichica.
Resta, tuttavia, difficile la dimostrazione della causalità diretta o del meccanismo attraverso il quale l’influenza si manifesta. Secondo delle classificazioni diagnostiche come l’ICD-10 si parla di fattori di ordine psicologico o comportamentale che possono aver giocato un ruolo significativo nel provocare sindromi o malattie somatiche (asma, eczema, ulcera gastrica, ecc.).
Alcuni autori sono partiti dall’osservazione che il paziente psicosomatico appare caratterizzato da: incapacità a descrivere con parole i propri sentimenti e incapacità a localizzare nel corpo le sensazioni affettive e distinguerle tra loro. Inoltre, benché abitualmente non sembri sperimentare affetti, può avere periodiche esplosioni emozionali (di pianto, di rabbia) ma senza adeguati e corrispettivi stati interni (di tristezza o di irritazione).
Attuali orientamenti in medicina psicosomatica considerano ogni malattia ad eziologia multifattoriale: biologica, psicologica e sociale.
I sintomi psicosomatici coinvolgono il sistema nervoso autonomo e forniscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o stress. Le emozioni negative, come il risentimento, il rimpianto, e la preoccupazione possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di eccitazione e il corpo in una condizione di emergenza continua. I pensieri troppo angoscianti, quindi, possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di attivazione persistente fino a provocare dei danni agli organi più deboli.
Disturbi di tipo psicosomatico possono verificarsi nell’apparato gastrointestinale (gastrite, colite ulcerosa, ulcera peptica), nell’apparato cardiocircolatorio (tachicardia, aritmie, cardiopatia ischemica, ipertensione essenziale), nell’apparato respiratorio (asma bronchiale, sindrome iperventilatoria), nell’apparato urogenitale (dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce, anorgasmia, enuresi), nel sistema cutaneo (la psoriasi, l’acne, la dermatite atopica, il prurito, l’orticaria, la secchezza della cute e delle mucose, la sudorazione profusa), nel sistema muscoloscheletrico (la cefalea tensiva, i crampi muscolari, il torcicollo, la mialgia, l’artrite, dolori al rachide, la cefalea nucale) e nell’alimentazione (anoressia nervosa, bulimia nervosa, obesità).
I sintomi psicosomatici sono comuni nelle varie forme di depressione e in quasi tutti i disturbi d’ansia, ma esistono dei disturbi psicosomatici veri e propri in assenza di altri sintomi natura psicologica, che rendono più difficile, per il soggetto, imputare il malessere fisico ad un problema psicologico piuttosto che ad un malfunzionamento organico (disturbi di somatizzazione, disturbo di conversione, disturbo algico, ipocondria, dismorfofobia).

L’apparato gastroenterico: rappresenta il nostro modo di "digerire" e "mandare giù" esperienze o situazioni esistenziali, di assimilarle o eliminarle; la capacità di gestire la rabbia e l'aggressività; di "trattenere" e di lasciare andare; di vivere paure e insicurezze.
La funzione digestiva è coinvolta nello sviluppo precoce delle emozioni, nel lattante le sensazioni di insoddisfazione-bisogno e sicurezza-fiducia sono rispettivamente connesse con fame e sazietà e l’apparato gastrointestinale è interessato primariamente nel rapporto precoce con la madre. Per cui le sensazioni orali-gastriche, digestive ed escretive sono intensamente investite da un punto di vista affettivo e simbolico.
Colite ulcerosa: la malattia, di tipo infiammatorio, colpisce mucosa e sottomucosa provocando crampi, coliche, dolore, perdite ematiche, diarrea, stipsi, febbre. Le cause di questo disturbo possono essere: fattori allergici, infettivi, virali e batterici, genetici, neurogeni, nutrizionali, immunologici, psicosomatici.
Dal punto di vista psicologico sono state sottolineate le caratteristiche simbiotiche dell’intenso attaccamento del paziente ad una figura di riferimento, generalmente la madre. Anche quando il paziente riesce a trasferire tale attaccamento ad altre persone significative, il rapporto è sempre vissuto in termini di estrema dipendenza. Eventi esterni (morte, malattia, separazione) o fantasie che minacciano il mantenimento della relazione possono scatenare la malattia e determinare la ricaduta.
Ulcera peptica: Affezione cronica del tratto gastroenterico superiore (stomaco e duedeno) che deriverebbe da un’eccessiva secrezione acido-peptica.
I fattori emotivi giocherebbero un ruolo molto importante nell’insorgenza dell’ulcera. L’ansia, la paura, sono le principali emozioni riscontrabili in questo disturbo. Da un punto di vista psichico è probabile che gli stress esistenziali riattivino uno stato di insicurezza in cui la persona fin dall’infanzia ha associato una risposta neurovegetativa dello stomaco. Uno stato cronico di ansia e lo stress psichico possono determinare una riacutizzazione della malattia: pazienti con ulcera peptica possono affrontare lo stress più negativamente.

L’apparato cardiocircolatorio: esprime la capacità di gestione dei nostri affetti più profondi, degli istinti e delle emozioni, la capacità di dare e ricevere amore; di permettere la libera "circolazione" della gioia, delle passioni, dell'amore nella nostra vita.
Cardiopatia ischemica: L’infarto miocardico, l’angina pectoris sono le più comuni manifestazioni della cardiopatia ischemica. Le emozioni che caratterizzano questa patologia sono la paura, la rabbia e l’ansia. L’ipotesi multifattoriale dei disturbi attribuisce un ruolo determinate oltre al fumo, colesterolo, diabete, ipertensione, obesità, vita sedentaria, anche a una serie di fattori psicosociali quali: - le differenze tra status sociale dell’infanzia e quello acquisito nell’età media; mobilità sociale che comporta conflitti e cambiamenti di abitudini e cultura; sradicamento dall’ambiente con perdita della protezione fornita dalla comunità etnica e religiosa di appartenenza; - ansia, insoddisfazione esistenziale (perdita di prestigio, di persone care, fallimento lavorativo, stress prolungato).
Tendenzialmente questi pazienti possono manifestare tratti di personalità caratterizzati da un’eccessiva dedizione e responsabilità sul lavoro, un’incessante ricerca di migliorare rendimento, status sociale, prestigio professionale, tendenza a raccogliere la sfida di nuovi impegni e incalzanti scadenze. L’infarto sembra intervenire in occasione di conflitti interpersonali ai quali la persona reagisce con un comportamento “di resistenza a denti stretti”, negando la tensione interna, senza poter ricorrere allo scarico dell’aggressività, né ad un’accettazione della situazione, né alla depressione.

L’apparato respiratorio: può raccontare dei problemi che si vivono nell'ambiente familiare o lavorativo e dei conflitti, disagi, dolori o frustrazioni che vi si "respirano"; del bisogno o della mancanza, metaforici, di spazio e di "aria", di indipendenza o di autonomia.
Asma bronchiale: allergia, infezione, emozione sono ritenuti alla base della situazione asmatica. E’ presente una base immunofisiologica predisponente su cui si innesta il meccanismo scatenante allergico ed emozionale.
E’ stata sostenuta l’importanza, come fattore predisponente, di esperienze della prima infanzia con una figura materna iperprotettiva, di un condizionamento prematuro all’autocontrollo, di una precoce soppressione del pianto e delle manifestazioni di aggressività comportamentale.

L’apparato urinario: può manifestare problemi legati al contatto, alla comunicazione, a conflitti interpersonali o a paure profonde, mentre l'apparato genitale esprime spesso conflitti legati alla sessualità, ai rapporti di coppia, a rabbia, collera, frustrazioni o aggressività represse.
Enuresi: è un disturbo transitorio che consiste nell’incapacità (dopo i 3-4 anni di età) di inibire il riflesso urinario: il bambino bagna i vestiti durante il giorno o, più frequentemente, il letto durante il sonno notturno senza risvegliarsi per urinare.
Nonostante il disturbo cessi di solito entro i 7 anni (ed entro i 17 per quasi tutti i soggetti) esso persisterebbe saltuariamente nell’1% della popolazione adulta.
L’eziologia di origine psicologica osserverebbe nella persistenza del sintomo il risultato di un atteggiamento familiare permissivo o di costellazioni conflittuali che consentirebbero lo stesso comportamento regressivo. L’enuresi è stata considerata espressione di aggressività e ostilità così come mezzo per richiedere l’attenzione familiare.
Impotenza: la caratteristica principale del disturbo maschile dell'erezione o impotenza è una persistente o occasionale incapacità di raggiungere, o di mantenere un'adeguata erezione fino al completamento del rapporto sessuale.
Se l'uomo non è mai riuscito ad ottenere un'erezione per poter portare avanti un amplesso si tratta di una disfunzione definita primaria; se invece egli ha sperimentato uno o più rapporti sessuali completi prima che l'impotenza insorgesse, si parla di disfunzione secondaria.
La presenza allora di erezioni spontanee notturne e/o al risveglio e la capacità di raggiungere e mantenere l'erezione durante la masturbazione sono prove dirette e inconfutabili del fatto che non vi siano in realtà cause organiche, ma piuttosto che il problema sia di natura psicologica.
In tal modo episodi isolati e/o sporadici possono rientrare nella norma, se invece aumentano, apportando disagio e menomazione personale e di coppia, allora si tratta di un vero e proprio disturbo dell'erezione, dietro al quale vi sono: ansia da prestazione, paura di fallire, eccessiva fissazione sulle proprie reazioni-prestazioni fisiologiche, scarsa o bassa autostima, blocchi psicologici, paura delle proprie stesse sensazioni e/o emozioni, ipersensibilità, stress, tensioni, incomprensioni, malumori di coppia.
Il disturbo dell'erezione può allora avere tra le sue cause, anche problemi psicologici a livello relazionale ed affettivo con la partner, i quali non fanno che rinforzare negativamente gli altri fattori causali personali.
Dunque conflitti, rancori, divergenze, incomprensioni, incapacità pratiche e psicoemotive, etc. con la propria compagna supportano ulteriormente le dinamiche mentali disfunzionali alla base del problema erettivo, e l'impotenza diviene così sempre più cronica e problematica.

Il sistema cutaneo – La pelle: manifesta problemi legati al contatto, alla comunicazione, all'espressione emotiva, alle relazioni, rappresenta la superficie su cui si possono manifestare le emozioni più profonde (tra cui rabbia, irritazione, rifiuto, senso di ingiustizia, aggressività repressa) o stati di stress.
Alcuni disturbi dermatologici risultano causati da una combinazione di fattori organici e psichici anche se è poco conosciuta la relazione tra essi.
Psoriasi: è una malattia ad eziologia ignota, tendenzialmente cronica, ricorrente, imprevedibile. Colpisce cuoio capelluto, ginocchia, gomiti, torace, pieghe dei glutei, unghie, con chiazze rotonde, ispessite, rossicce, coperte di grosse scaglie. Tra i fattori responsabili dell’aggravamento è riferito lo stress emotivo.
Dermatite atopica: ereditaria, ad eziologia multipla, è associata con asma, rinite allergica, febbre da fieno. Consiste in un’infiammazione cronica e pruritica della pelle. Tale disturbo interessa: piega del gomito, ginocchio, cuoio capelluto, faccia, dorso. Causa prurito ed ispessimento cutaneo.
Prurito: Il prurito è una sensazione localizzata sulla pelle che causa l’urgente e ripetuto stimolo a grattare e strofinare. L’origine psichica del prurito viene presa in considerazione quando si possono escludere disturbi dermatologici (scabbia, orticaria, dermatite da contatto) o internistici (diabete, allergie alimentari, epatopatia), che possono esserne responsabili.
Nella genesi e mantenimento del prurito generalizzato psicogeno, sono presenti importanti componenti psichiche ed emotive: colpa, rabbia, irritazione, noia, eccitamento sessuale.

Il sistema muscoloscheletrico: esprime disagi legati al sostegno, alla flessibilità, alla rigidità, alla capacità di "portare pesi", alla libertà di movimento, di indipendenza o di autonomia.
Cefalea tensiva: è causata da contrazione muscolare e sono presenti sentimenti di rabbia repressa.
Torcicollo: in assenza di segni fisici, è stato ipotizzato che ci siano impulsi inconsci aggressivi rivolti dal paziente verso se stesso in una condizione di depressione.

Il disturbo di somatizzazione: caratterizzato dalla associazione di dolore e sintomi gastro-intestinali, sessuali e pseudo-neurologici non riconducibili però a una o più condizioni mediche.

Il disturbo di conversione: caratterizzato da sintomi ingiustificati di deficit riguardanti le funzioni motorie volontarie e sensitive, i quali potrebbero suggerire una condizione neurologica o medica generale; in realtà fattori psicologici appaiono collegati con i sintomi o i deficit.

Il disturbo algico: caratterizzato dal dolore come punto focale principale della alterazione clinica dove un qualche fattore psicologico ha un importante ruolo nell'esordio, gravità, esacerbazione e/o mantenimento. L'ipocondria: caratterizzata dalla preoccupazione legata al timore o alla convinzione di avere una grave malattia, basata sulla erronea interpretazione di sintomi o funzioni corporee.
La dismorfofobia o disturbo di dismorfismo corporeo : caratterizzato dall'eccessiva preoccupazione riguardante un difetto fisico presunto tale o fortemente sopravvalutato.

Trattamento dei disturbi di origine psicosomatica secondo l’orientamento biopsicosociale

Il trattamento può richiedere una collaborazione interdisciplinare tra medico, psicologo, dietista/nutrizionista, esperti in terapie alternative, fisioterapista, a seconda dell’apparato colpito, della specifica valutazione del caso e dei bisogni emersi. Diventa utile l’inquadramento diagnostico.
La psicoterapia ad orientamento psicodinamico può prevedere diverse fasi con alternanza di interventi supportivi, volti a fornire alla persona uno spazio d’ascolto e chiarificazione, e interventi maggiormente espressivi, in cui sono favoriti approfondimenti analitici sul significato psicologico, relazionale e sociale che può sottendere il disturbo, favorendo e mantenendo un clima incoraggiante e collaborativo all’interno della relazione terapeutica, che promuova la salute ed il benessere del paziente.

Qualsiasi forma di cura è in fondo un viaggio nell’imprevisto, nell’ignoto. Qualsiasi forma di cura ci appare il più sovente come un itinerario ben programmato, ma si rivela in generale come un’avventura, piena di rischi e di sorprese.
Quali che siano i risultati ottenuti, quali che siano le speranze realizzate, il paziente e il suo terapeuta hanno fatto un cammino insieme e questa esperienza comune li avrà influenzati reciprocamente, molto più di quanto essi hanno o avessero potuto pensare
©Barbara Mellino

20/09/2021

Facciamo chiarezza: IL NARCISISTA IN PAROLE SEMPLICI

Che cos'è un narcisista?
Un narcisista patologico è una persona che, per motivi che affondano nella sua primissima infanzia e nelle relazioni disfunzionali con le figure primarie di attaccamento (solitamente i genitori), ha sviluppato un senso di Sé Grandioso a coprire fortemente un senso di Sé invero molto fragile e precario, di cui vergognarsi (mantenuto a livello inconscio): c'è una sorta di dissociazione interiore fra l'immagine di sé che si vuole proiettare all'esterno (e di cui vogliono a tutti i costi autoconvincersi) e la percezione di un sé invalido (che si mantiene sepolto nel profondo della psiche, a livello inconscio, ma che nondimeno continua ad essere dolorosamente vivo e attivo in loro). Applica schemi distorti (maladattivi) nell'interpretazione della realtà: non si fida di nessuno (neanche di se stesso) e, anche se non lo ammette e anzi si promuove come essere solare e superiore e autosufficiente, vive perennemente alla ricerca di conferme esterne ma, contemporaneamente, come se dovesse autodifendersi dall'esterno, che quindi cerca di controllare attraverso modalità manipolative e proiettive. Tutta la sua vita relazionale è orientata a mantenere in vita questa immagine del Sé fittizia. Per vivere così, è necessario staccare il filo che unisce ai propri sentimenti e bisogni profondi, che vengono disconosciuti per dar spazio soltanto all'alimentazione di questo Falso Sé (e per questo non riescono a sedimentare sentimenti profondi). Ovviamente, il Falso Sé Grandioso non riesce ad annullare totalmente il Vero Sé Fragile misconosciuto, la cui percezione si affaccia costantemente (non appena il riflesso della propria immagine si incrina: ad esempio, quando gli altri non concordano con loro o esprimono propri bisogni che non coincidono con i loro) e condiziona le loro scelte e i loro comportamenti, pur se in modo inconsapevole. Si tratta di personalità emotivamente infantili, che non hanno potuto o saputo sviluppare un Io identitario stabile in grado di contenere in sé l'integrazione di elementi positivi e negativi (= scissione o dissociazione interna), e per questo rigettano all'esterno (con il meccanismo inconscio della proiezione) le parti indesiderabili di sé, non riconoscendole come proprie e non accettandole.

Naturalmente, tutto questo non significa che, come persone umane, non possano avvertire malessere, ma che, con questa sovrastruttura difensiva, difficilmente riescono a comprenderne la reale natura, preferendo, come strategia difensiva di elezione, proiettare la colpa all'esterno di sé o rimuovere il dolore negandolo (e applicandosi altrove, per ricominciare da un'altra parte e illudersi di salvarsi: si illudono di non fallire in ogni nuova relazione che intrecciano, salvo poi cominciare a sabotarla loro stessi con dinamiche insane).

Un narcisista patologico (o perverso) è dunque narcisista perché vive esclusivamente per regolare la propria (precaria) autostima, ed è patologico (o perverso) perché fa pagare agli altri il prezzo (salato) per evitare il crollo di sé. Il risultato è una personalità che vive perennemente sul crinale tra l'esaltazione di sé e la caduta nel vuoto di sé: di fuori la maschera della grandiosità, di dentro il tarlo dell'impotenza.

Poiché il campo del disturbo si esplica prevalentemente nell'ambito delle relazioni umane, è sconsigliabile averci a che fare, perché applicheranno sempre schemi autodifensivi che non possiamo aiutare a disinnescare in quanto, entrando in relazione con loro, qualsiasi cosa noi facciamo, diveniamo inevitabilmente "parte integrante del problema" e saremo posti nella condizione di dover pagare un costo altissimo (in termini di energia e salute mentale) senza ricavare nulla di positivo per noi e senza riuscire a modificare la loro condizione disturbata.

Daniele Marchionni

12/01/2021

Lettera di un figlio mai amato:

Ai figli non amati non è stato assegnato un posto nel mondo come diritto di nascita, i figli non amati un posto nel mondo devono guadagnarselo ogni giorno. –

«Mi hanno insegnato l’incuria, il disamore, l’anestesia emotiva, la critica, la rabbia, il senso di colpa e l’ingiustizia. Mi hanno lasciato in eredità dei fardelli emotivi indicibili. Ho passato molti anni della mia vita a sentirmi sbagliato, inadeguato, inadatto all’amore, alle amicizie, a tutto… inadatto alla vita. Solo dopo ho compreso che questo mio sentire non parlava di me, non rifletteva un mio “essere” ma era il frutto di come mi avevano fatto sentire per anni. Era il frutto di un trauma irrisolto, le conseguenze della ferita che mi era stata inflitta, la ferita del rifiuto.

Ho trascorso un’intera vita nell’affanno. Ho sanguinato e poi ho pianto, ho sorriso a tutti e pianto ancora di nascosto. A cosa sarebbe servito chiedere aiuto? Nessuno avrebbe potuto comprendere ciò che mi portavo dentro. A stento io riuscivo a capirlo, più che capirlo, però, lo sentivo, eccome se lo sentivo.

Sentivo il senso di colpa per ogni errore, per ogni volta che non capivo quale fosse la cosa giusta da fare, per ogni volta che non ero abbastanza. Sentivo una distanza abissale tra me e gli altri, io ero così diverso. Quasi non sentivo di appartenere a questo mondo e di certo non appartenevo alla mia famiglia, alla mia classe delle scuole elementari o più avanti, all’aula universitaria. Non ho mai scoperto cosa significasse davvero appartenere a qualcosa, avere una famiglia; la famiglia dovrebbe supportare ed io di supporto non ne avevo mai avuto.
Certo, c’erano stati sorrisi e qualche carezza, ma anche io sorridevo mentre dentro avevo il vuoto. L’affetto della mia famiglia era inconsistente mentre la solitudine che provavo era totalizzante. E da qui che ho iniziato a riflettere davvero. Forse non ero io sbagliato, forse dovevo guardarmi meglio alle spalle e iniziare davvero a conoscermi. In fondo io ero ciò che mi sentivo e fino a quel momento mi avevano fatto sentire superfluo, il nulla, anzi, quasi di peso.

Così mi ero convito che dovevo per forza fare grandi cose per meritare un posto nel mondo, come se “un posto” non mi spettasse di diritto alla nascita, dovevo guadagnarmelo: e da qui è nato il mio perfezionismo patologico, l’ansia da prestazione, l’ansia per ciò che non è puro, pulito, in ordine, perfetto. Soffrivo perché nulla di ciò che facevo si avvicinava lontanamente alla perfezione… almeno non ai miei occhi. Faceva tutto schifo, non era mai abbastanza. Poi, per fortuna l’ho capito: tutti, tutti compreso me, hanno diritto a una fetta di felicità. Tutti, me compreso, hanno diritto all’amore incondizionato.

Purtroppo mi hanno insegnato il disamore, l’amore con la condizionale. Agli occhi dei miei genitori ero accettabile solo se riuscivo a soddisfare le loro aspettative, i loro bisogni. Non c’era cura, non c’era amore nel nostro legame ma c’erano solo pretese, controllo e ricatti emotivi.

I miei genitori confondevano il controllo, il possesso con l’amore ed è ciò che hanno insegnato anche a me. Solo dopo ho capito che amare non vuol dire possedere ne’ tantomeno controllare. Solo dopo ho capito che non ero responsabile di niente di ciò che mi stava succedendo.

Il pretendere troppo da me stesso non mi dava tregua e mi ha invalidato i primi anni della mia età adulta. La rabbia non mi ha fatto conoscere la spensieratezza dell’adolescenza e la colpa ha afflitto ogni giorno della mia infanzia. E’ con l’età adulta che ho iniziato a pormi le domande giuste. E’ con l’età adulta che mi sono riappropriato della mia “funzione riflessiva”, così da comprendere pienamente ciò che avevo dentro e ciò che mi era stato negato: semplicemente nessuno si era mai preso davvero cura di me e io non avevo imparato a farlo. E’ con l’età adulta che ho iniziato finalmente ad accudirmi e vivere.

Un figlio mai amato inizia la vita con un grosso svantaggio: è costretto ad affrontare più sfide e se non riesce a superarne anche solo una, resta in trappola. Così mi sono impegnato al massimo e questa volta non l’ho fatto per raggiugnere un risultato impossibile ma per “sistemare” le cose nella mia vita. Non mentirò dicendo che il “non amore” mi ha reso una persona speciale anche perché ciò che ho sempre desiderato è stato essere normale. Finalmente alla fine ci sono riuscito. Sono normale, come tutti. Questa paradossalmente è stata la mia conquista più ardua.

Ci sono riuscito quando ho capito che non potevo essere diverso da ciò che ero diventato. Ci sono riuscito quando ho potuto accettarmi. Ho iniziato a prendere consapevolezza delle origini del mio senso di vuoto, della mia solitudine, di quell’inquietudine che mi accompagnava. Erano tutti fardelli emotivi che mi trascinavo dall’infanzia ma che a un certo punto non mi appartenevano più. Ero finalmente libero.

Daniele Marchionni

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