09/03/2026
Mi chiamo Elena. Ho 39 anni.
Mio marito, Alessandro, è ai fornelli. Ha un grembiule sporco di farina e sta facendo i pancake per i nostri due bambini, che ridono seduti al bancone.
Tre anni fa, ho scoperto che Alessandro andava a letto con una personal trainer della sua palestra.
È stato il classico copione squallido: messaggi trovati per caso, lacrime, lui in ginocchio in salotto, la promessa di cambiare. E io, invece di fargli le valigie e sbatterlo fuori di casa, ho fatto "la donna forte".
Abbiamo fatto terapia di coppia. Lui ha cancellato i social, mi ha dato tutte le sue password, ha installato l'app per la geolocalizzazione sul suo telefono per farmi stare tranquilla. Si è umiliato, si è fatto a pezzi e si è ricostruito esattamente come volevo io.
Oggi, Alessandro è il marito perfetto. È trasparente, devoto, quasi servile. La mia famiglia e le mie amiche mi guardano come una santa. Mi dicono: "Sei stata coraggiosa a tenere unita la famiglia, hai ingoiato il rospo. E guarda che brav'uomo è diventato grazie a te".
Il suo smartphone si illumina sul piano della cucina. Un messaggio su WhatsApp.
Non lo tocco nemmeno. Lui si gira dai fornelli, vede lo schermo illuminato, prende il telefono, lo sblocca subito con il Face ID e me lo allunga.
«Amore, è mia madre che chiede a che ora veniamo per pranzo. Rispondile tu, ho le mani sporche di pastella,» mi dice.
Mi sorride. Ha gli occhi puliti, sereni. L'espressione di un cane bastonato che ha finalmente imparato a non sporcare sul tappeto e aspetta il biscottino.
Prendo il telefono. Fisso il vetro freddo.
E all'improvviso, guardando quest'uomo domato che gira le frittelle per dimostrarmi quanto è bravo, il mio stomaco si contrae in una morsa di nausea fisica e feroce.
Non sento il trionfo della moglie che ha ripreso il controllo. Non sento amore. Sento una repulsione totale, viscerale e incurabile.
Per tre anni ho recitato la parte della moglie ferita e magnanima. Ho speso energie titaniche per controllarlo, per perdonarlo, per fare da guardia carceraria al mio stesso matrimonio.
Ma la verità inconfessabile, quella che mi fa tremare le mani mentre scrivo a mia suocera, è che nel preciso istante in cui lui si è messo a piangere in ginocchio tre anni fa, ha smesso di essere un uomo ai miei occhi.
Io non lo amo più. Non provo un singolo, briciolo di attrazione per lui.
Fare l'amore in questi anni è stato un esercizio meccanico, perché non puoi desiderare qualcuno che compatisci. Non puoi eccitarti per un uomo che hai dovuto castrare emotivamente per poterti fidare di nuovo.
Ho vinto la battaglia. Ho salvato la famiglia. Ma ho condannato me stessa.
Se tre anni fa, nel pieno del dolore e della rabbia, lo avessi buttato fuori di casa, sarei stata la vittima. Avrei avuto il diritto sacrosanto di piangere, di incazzarmi col mondo, di rifarmi una vita, magari di innamorarmi di qualcuno che non avesse bisogno di essere addestrato per portarmi rispetto.
Oggi, invece, sono intrappolata. Non posso lasciarlo adesso.. Mi direbbero: "Ma perché? Ora che è così bravo? Ora che ha capito l'errore ed è un padre perfetto?". Sarei io la strega insensibile e capricciosa che sfascia una famiglia guarita.
Appoggio il suo telefono sul tavolo. Mi alzo, vado verso i fornelli e gli do un bacio falso sulla guancia, elogiando l'odore dei suoi pancake.
Ho passato gli ultimi tre anni a ricostruire questo matrimonio pezzo per pezzo, sfinendomi per fare la cosa giusta, solo per accorgermi stamattina che ho faticosamente eretto , non avrò mai più la scusa per scappare.
(Fonte: Diario di un ipocondriaco)