D.ssa Silvia Caproni - Ostetricia e Ginecologia

D.ssa Silvia Caproni - Ostetricia e Ginecologia Sono un Medico Chirurgo, specialista in Ostetricia e Ginecologia, vicina alle donne in tutti i momenti importanti. Esercito la professione dal 1995.

Silvia riceve anche nello Studio medico di San Nicolo' di Celle il venerdì (per appuntamenti 075/9750067)
oppure alla Clinica Liotti il martedì (per appuntamenti 075/5721647)
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Silviacaproni.it Mi dedico da sempre all'Universo Donna", convinta che la sensibilità femminile sia sicuramente un mezzo più diretto per "capirci tra di noi". Attività: Consulenze ostetriche e ginecologiche. Esami: Amniocentesi, biopsie, ecocolordoppler, ecografia ostetrica 4d, ecografia ostetrico-ginecologica, ecografia pelvica, ecografia transvaginale, pap test. Specializzazioni: Menopausa, ostetricia e ginecologia,trattamento Papilloma virus. Terapie e trattamenti: Cura della menopausa, terapia ormonale sostitutiva per menopausa. Contatti:
Dott.sa Silvia Caproni cell.338/3418303

Oggi parliamo di S*X AND THE CITY: ovvero, l’arte di camminare su tacco 12 mentre la vita ti pesta con gli anfibi. E ora...
30/01/2026

Oggi parliamo di S*X AND THE CITY: ovvero, l’arte di camminare su tacco 12 mentre la vita ti pesta con gli anfibi. E ora… sigla mentale con le bolle rosa e Carrie che viene quasi investita da un autobus mentre sfoggia una gonna di tulle.
Ebbene sì. Siamo negli anni d’oro delle minigonne a vita bassa, dei cosmopolitan bevuti alle 11 del mattino e dei cellulari grandi quanto un tostapane. E lì, tra le strade piene di taxi gialli di New York, spunta lei: la serie più iconica mai esistita per chi ha creduto almeno una volta che un paio di scarpe potesse cambiarti la vita. Se non hai mai guardato S*x and the City o sei stato rapito dagli alieni oppure nel 1998 avevi una vita sociale.
Ecco in breve i personaggi principali:
Carrie Bradshaw:
la protagonista con la chioma leonina di chi ha appena litigato col phon ma esce lo stesso ed è pure f**a.
Romantica cronica, con la profondità emotiva di una playlist anni '90 e la lucidità di chi si compra scarpe da 700 dollari lavorando da giornalista freelance. Ogni problema della vita lo trasforma in un interrogativo filosofico alla Kant:
“Può una donna avere tutto? Scarpe, uomini, e un’anima?”
E lo dice con la faccia seria, in tulle, mentre fuma disperata la sua Marlboro light.
Carrie Bradshaw è l’unica donna sulla faccia della Terra che riesce a vivere a Manhattan scrivendo UNA rubrica a settimana e mantenendo un guardaroba di alto livello, anche se si veste come se avesse fatto shopping bendata in un negozio vintage in fiamme. Scrive una colonna sulle relazioni sentimentali da vera esperta di disastri sentimentali.Viene tradita, ghostata, lasciata con un post-it. Se l’avesse ricevuto Miranda, l’avrebbe incorniciato accanto alla laurea in giurisprudenza.
Eppure Carrie si stupisce ogni volta come se fosse la prima.
“Ma perché succede a me?” Si chiede, affranta.
Carrie, cara, forse perché indossi una gonna di tulle per buttare la spazzatura.
Ama Mr. Big, un uomo sfuggente e allergico all’impegno, che dice “ti amo” solo sotto tortura e che ha l’affettività di un frigorifero. Ciononostante, Mr. Big è l’uomo della sua vita. Ricco, affascinante, emotivamente indisponibile come il Wi-Fi nei rifugi alpini. Lui sparisce, riappare, la tratta come un pupazzo antistress, la lascia davanti all'altare... ma lei lo ama lo stesso. Come si ama il carboidrato quando sei a dieta: con disperazione. Anzi, LO RIMPIANGE pure quando ha Aidan, che è praticamente un cane da riporto umano, con in più la falegnameria.
Carrie reagisce a tutto scrivendo articoli tipo: “Può un paio di Jimmy Choo curare un cuore spezzato?"
Insomma, la sua vera relazione stabile è con l'American Express.
Samantha Jones:
La vera Regina. L’unica che dice “ciao” e contemporaneamente ha già spogliato mentalmente l’interlocutore. Se il testosterone avesse un nome femminile, sarebbe il suo.
Manager, regina del dirty talk, dell’autostima, del “me ne frego” e del sesso con più persone anche contemporaneamente.
È l’unica che ha capito tutto: la vita è breve, il seno va mostrato ovunque, anche in palestra. Anche a colazione. Anche dal terapista. Lei è quella che ha trasformato il pudore in un optional da disattivare e probabilmente il motivo per cui Netflix chiede “Sei sicuro di avere più di 18 anni?”
Icona, leggenda, spirito guida.
Ha avuto miliardi di uomini ma Smith è l’unico uomo che le ha detto “ti amo” senza che lei chiamasse la sicurezza.
Miranda Hobbes:
Avvocato di ferro, sarcasmo al livello massimo, capelli rossi sempre in rivolta sindacale, cinica e sempre in lotta tra la voglia di amare e quella di querelare l’universo. È la più realistica del gruppo, anche quando si mette le salopette di jeans da incubo. Lei è quella che si depila le gambe dopo sei mesi per un appuntamento.
Odiava tutto ciò che aveva a che fare con l’amore finché non ha incontrato Steve, il barista adorabile con la voce da ragazzino e il s*x appeal di un peluche.
Dolce, onesto, battute peggio di Zelig.
Hanno litigato, si sono mollati, si sono sposati, hanno avuto un figlio e continuano a litigare perché nella vita serve costanza. Miranda è quella che partorisce mentre insulta il mondo.
"Non mi serve un uomo… mi serve un'epidurale!"
Sei tu, sono io, siamo tutte noi prima del caffè.
CHARLOTTE YORK :
la principessina Disney catapultata in un film vietato ai minori, col trauma della fertilità. L’eterna ottimista col cardigan incollato alla sua anima.
Crede nell’amore eterno, nel matrimonio e nella fertilità come missione personale.
Finisce con un marito pelato e sudaticcio ma con un cuore d’oro, un cane con la diarrea cronica e due bambine, di cui una adottata.
Ha sempre un cerchietto, un sorriso forzato e il bisogno urgente di un calmante omeopatico ogni volta che Carrie dice "oggi ho un appuntamento".
Altri personaggi:
NEW YORK:
La vera protagonista. La città che non dorme mai, dove puoi incontrare l’uomo della tua vita o pestare una gomma masticata mentre ti cade il telefono nel tombino.
Ma tutto con stile. Una città dove ti puoi perdere… e ritrovare.
O almeno fare shopping.
COSMOPOLITAN: il quinto protagonista.
Bevuto a litri, sempre perfettamente rosa, servito ovunque come se fosse acqua.
Benvenuti nel mondo di S*x and the City, la serie che ci ha insegnato 4 cose fondamentali:
1. Le scarpe non sono mai abbastanza.
2. Se un uomo ti ignora, probabilmente è Mr. Big.
3. Ogni problema della vita si risolve meglio con una cena tra amiche.
4. L'unico uomo affidabile è il commesso di Manolo Blahnik.
S*x and the City non era solo un telefilm, era un corso accelerato su come affrontare la vita da single.
È l’amica un po’ scema ma geniale, quella che ti dice “bloccalo subito” e poi scrive a un ex nel cuore della notte.
È la serie che ti fa ridere, piangere, odiare le tue scarpe e voler vivere a Manhattan anche se non hai nemmeno i soldi per l’autobus.
Ma soprattutto, è la serie che ci ha ricordato che, alla fine, il vero grande amore è quello tra te e le tue amiche.
Perché, come direbbe Carrie:
"E se le nostre vere anime gemelle fossero... le amiche con cui beviamo vino e sparliamo di uomini inutili?
Ci ha insegnato che l’amore può fare male, ma almeno si può piangere dentro un taxi con un paio di Louboutin ai piedi.
S*x and the City ci ha insegnato che l’amore è un casino, ma l’amicizia è un rifugio.
Che puoi perdere un uomo, un lavoro, la dignità, ma mai il tacco alto.
Che ogni donna ha una Carrie, una Samantha, una Miranda e una Charlotte dentro.
E noi?
Abbiamo pianto, riso, imitato Carrie nei voice over mentali tipo:
"E mi chiesi… può un post ironico racchiudere vent’anni di nevrosi femminile in una pagina fb?"
Sì, può.
Oppure: "Nella grande giungla della città, siamo tutte in cerca di qualcosa: un taxi libero, un brunch decente e una risposta al messaggio di ieri.”
E ancora: “Forse l’anima gemella esiste. Ma sta parcheggiando in doppia fila davanti al nostro cuore.”
LA MORALE?
Se ami troppo, ti mollano.
Se ami poco, sei fredda.
Se non ami nessuno, ti chiamano Miranda.
Ma se ami te stessa… sei Carrie col tulle in mezzo alla strada.
Alla fine della fiera non importa quanti uomini ti ghostano, quanti Cosmopolitan ti bevi o quante volte ti rompi un’unghia lottando con la zip di un vestito di paillettes.
Se hai delle amiche con cui ridere, insultare gli ex e condividere le patatine fritte alle 3 di notte, sei esattamente dove devi essere.
E ora scusate… vado a cercare il mio Mr. Big. O almeno un Cosmopolitan mentre faccio shopping.
Perché, come direbbe Carrie:
“La città è difficile, l’amore è complicato, ma le scarpe… quelle non ti tradiscono mai."

Mi chiamo Elena, ho 38 anni. Tra pochi giorni firmerò i documenti per la separazione. Mia sorella mi ha detto che sto bu...
22/01/2026

Mi chiamo Elena, ho 38 anni. Tra pochi giorni firmerò i documenti per la separazione. Mia sorella mi ha detto che sto buttando via una cosa preziosa. Le amiche mi hanno chiesto: “Ma sei davvero sicura? Luca è un brav’uomo, non ti fa mancare niente, gioca con i bambini, non esce a fare il cretino il sabato sera”. Ed è vero. Luca non è una cattiva persona.

Ma io non sto lasciando un uomo crudele. Sto lasciando un uomo che, in dieci anni, non ha mai capito cosa significhi essere davvero un partner.

Il problema si nasconde in una frase semplice, che per anni ha logorato ogni mio spazio mentale: “Dimmi cosa devo fare”. Luca è sempre stato disponibile. Ma solo se guidato. Lava i piatti, se glielo ricordo. Porta i bambini, se glielo scrivo. Fa la spesa, ma solo se preparo la lista. Ogni azione è una risposta a una mia indicazione. È presente, ma non è mai stato autonomo. Io penso, io organizzo, io delego. Lui esegue. E da anni ho smesso di essere una moglie: sono diventata una manager. E lui il dipendente che ha sempre bisogno di istruzioni.

La settimana scorsa la verità mi è esplosa davanti. Stavamo cenando e Luca mi chiede: “Che cosa abbiamo preso per il compleanno di mio padre?”. E lì ho visto tutto: il suo mondo dove io sono l’unica responsabile della memoria familiare, dei regali, degli impegni, delle scadenze, dei vestiti che stanno stretti, dei compleanni da non dimenticare. E lui firma il bigliettino.

Gli ho chiesto: che classe frequenta nostro figlio quest’anno? Nessuna risposta. Gli ho chiesto: sai dove teniamo il libretto dei vaccini? Silenzio. Gli ho chiesto: che gusti ha tua madre? Silenzio anche lì.

E poi la frase peggiore: “Bastava che me lo dicessi”.

No, non basta che io te lo dica. Perché il problema è proprio questo: il peso di dover pensare a tutto, di dover ricordare ogni cosa, di dover sempre anticipare le necessità. È un carico invisibile, ma costante. E distrugge.

Sono esausta. Esausta di essere l’unica che si accorge che manca la carta igienica. L’unica che sa quando scade l’assicurazione. L’unica che fa andare avanti la vita di tutti.

Lascio Luca non perché non mi ama. Ma perché ha scelto di essere un passeggero, e io non voglio più fare l’autista per due. Preferisco affrontare la strada da sola, piuttosto che portarmi dietro il peso di chi mi chiede sempre dove stiamo andando.

Sì, sarò una madre single. Ma smetterò di essere anche la madre di mio marito.

Mi chiamo Elena, ho 38 anni. E non sto cercando aiuto. Sto cercando qualcuno che cammini accanto a me. Non dietro. E nemmeno seduto ad aspettare che gli dica quando è il momento di muoversi.

Ieri ho fatto piangere mia madre. Non l'ho picchiata, non l'ho insultata e non l'ho minacciata. Ho semplicemente sbuffat...
18/01/2026

Ieri ho fatto piangere mia madre. Non l'ho picchiata, non l'ho insultata e non l'ho minacciata. Ho semplicemente sbuffato. Un sospiro lungo, carico di fastidio ed esasperazione, mentre pulivo la zuppa che lei aveva appena rovesciato sulla tovaglia pulita.

Lei ha 82 anni e le sue mani, che prima tenevano saldamente il volante della sua vita e della mia, ora tremano come foglie secche al vento. Ha il Parkinson.

—"Mamma, per favore! È la terza volta questa settimana. Guarda come hai ridotto il tavolo, ho appena pulito", le ho detto. Non le ho urlato contro, ma il mio tono aveva quel taglio freddo che taglia più di un coltello.

Lei non ha detto niente. Ha abbassato la testa, vergognandosi. I suoi occhi, quegli stessi occhi che mi guardavano con orgoglio quando recitavo poesie a scuola, si sono riempiti di lacrime. Si è rannicchiata sulla sedia, facendosi piccola, come una bambina rimproverata che ha rotto un vaso prezioso. —"Scusa, figlio. Le mani non mi obbediscono", ha sussurrato.

Ha lasciato il cucchiaio e non ha più voluto mangiare. Se n'è andata in camera sua trascinando i piedi.

Io sono rimasto lì, furioso con la macchia di zuppa, furioso con la malattia, furioso con la vita che mi ha trasformato in infermiere quando io volevo solo essere figlio. Ho pulito il tavolo con rabbia. E allora, cercando uno straccio pulito nel cassetto del mobile del salotto, ho trovato il vecchio album di famiglia.

Non so perché l'ho aperto. Forse cercavo una scusa per distrarmi. L'album si è aperto su una foto del 1985. Io avevo un anno. Ero seduto sul mio seggiolone, con la faccia, il bavaglino, il tavolo e il pavimento coperti di purè di spinaci. Ero un disastro assoluto. Ma nella foto, mia madre non aveva un'espressione di fastidio. Stava ridendo. Mi stava pulendo la faccia con un tovagliolo, con una tenerezza infinita, mentre io ridevo mostrando le mie gengive senza denti.

Ho girato la pagina. Io con 5 anni, pieno di fango fino alle orecchie. Ho girato un'altra. Io con 15 anni, quando ho vomitato nella macchina nuova di papà per aver bevuto la mia prima birra di nascosto. Lei non mi ha urlato contro quella notte; mi ha sostenuto la fronte e mi ha pulito.

Sono caduto seduto sul divano. Il peso della mia stessa stupidità mi ha schiacciato.

Per anni, lei ha pulito la mia urina, le mie feci, il mio vomito, il mio muco e i miei disastri culinari. Non ha mai sbuffato. Non mi ha mai fatto sentire un peso. Non mi ha mai guardato con il disgusto o l'impazienza con cui io ho guardato oggi quell'innocua macchia di zuppa. Lei ha cambiato le sue notti di sonno per le mie febbri. Ha cambiato il suo corpo giovane per darmi la vita. E io... io mi sto lamentando per una tovaglia che si può lavare in lavatrice.

Sono salito in camera sua. Era seduta davanti alla finestra, guardando la strada, con le mani tremolanti sul grembo. Sono entrato e mi sono inginocchiato davanti a lei. Ho appoggiato la mia testa sulle sue gambe, come quando ero bambino e avevo paura dei tuoni.

—"Mamma, perdonami", le ho detto con la voce rotta. "Ho paura. Mi fa male vederti invecchiare e me la prendo con te. Sono un id**ta".

Lei, con quella mano che non smette di tremare, mi ha accarezzato i capelli. Nonostante la mia scortesia di un'ora fa, nonostante la mia impazienza, lei era ancora mia madre. L'amore di una madre ha un'amnesia selettiva meravigliosa: cancella le offese dei figli quasi all'istante. —"Non importa, amore mio. È solo zuppa", mi ha detto.

Quel pomeriggio, le ho dato da mangiare io stesso in bocca. Ci è caduta un po' più di zuppa. E questa volta, abbiamo riso entrambi.

Riflessione da portare con sé:
La vita è un cerchio perfetto e crudele. Iniziamo avendo bisogno che ci cambino i pannolini e, se siamo fortunati da vivere abbastanza a lungo, finiamo avendo bisogno che ce li cambino di nuovo.

Spesso ci dimentichiamo che la vecchiaia non è un'opzione, è un destino. I nostri genitori non hanno scelto che tremassero le mani, né di dimenticare i nostri nomi, né di camminare lentamente. Loro sono spaventati quanto noi, o forse di più, perché vedono come la loro autonomia evapora giorno dopo giorno.

La pazienza non è la capacità di aspettare, è la capacità di mantenere un buon atteggiamento mentre aspetti (o mentre ti prendi cura).

Tua madre o tuo padre ti hanno insegnato a usare il cucchiaio. Ti hanno insegnato a camminare. Ti hanno insegnato a parlare. Abbi pazienza ora che a loro si dimenticano le parole, che i loro passi sono lenti e che il cucchiaio pesa loro. Non urlare contro di loro. Non farli sentire che sono di troppo. Perché un giorno, quando entrerai in quella stanza e la troverai vuota, daresti qualsiasi cosa per tornare a pulire una macchia di zuppa, pur di vederli seduti lì un'altra volta.

Onora coloro che si sono presi cura di te quando tu non potevi prenderti cura di te stesso.

Se una donna non si smalta i piedi e non gratta i talloni è sciatta. Per i piedi di un uomo ci si accontenta che siano p...
14/01/2026

Se una donna non si smalta i piedi e non gratta i talloni è sciatta. Per i piedi di un uomo ci si accontenta che siano puliti.
Se una donna non si depila le gambe, non idrata la pelle e drena i liquidi non si può guardare. Deve averle lunghe e muscolose (ma non troppo) e mettere scomodissime scarpe alte per esaltarle e slanciarsi. Delle gambe di un uomo non ho mai sentito parlare, a meno che non fosse vestito da donna.
Le donne devono avere un sedere magro ma tondo, possibilmente s**o. Che sia senza un pelo non è nemmeno da dire e se vogliono essere ancora più attraenti pare sia suggerito lo sbiancamento. Il sedere di un uomo basta che sia pulito e anche su quello non è che ci sia proprio sempre da fidarsi.
Le donne devono avere la pancia piatta e tonica, anche da vecchie, anche dopo i figli. Altrimenti meglio nasconderla. Un uomo? Be', si sa che "uomo de panza uomo de sostanza".
Le donne devono avere un seno grande, se no se lo rifanno o si sfottono a vita, da sole o in compagnia. Gli uomini non dovrebbero avere le t***e, ma se le hanno, amen, perché di un uomo "conta la personalità".
Le donne devono avere un viso liscio, sempre, truccato ma non troppo che se no fa "cerone" (o anche Cher), con una pettinatura femminile, il naso piccolo, i denti bianchi, la pelle uniforme, nessun pelo. Gli uomini con le rughe sono affascinanti, anche quelli col nasone, anche quelli con la barba e c'è un mercato anche per i calvi.
Il primo commento che si fa su una donna è sempre sul suo aspetto, anche se di mestiere fa la politica, la chef, la giornalista il medico o qualsiasi cosa che non c'entri nulla con la bellezza. Dell'aspetto di un uomo (giammai!) se ne parla solo se è bello, altrimenti "sarebbe scortese".
Questo modello di pensiero è così consolidato nella società, che siamo noi donne le prime a sentirci inadeguate se non ci adattiamo, così radicato che ci insultiamo a vicenda se non rispettiamo i canoni. E non sono qui a predicare di andare in giro con le trecce sotto le ascelle perché sono la prima che per sentirsi a posto fa i salti mortali e che davvero a posto non si sente mai.
Ma cosa succederebbe se per un giorno potessimo uscire di casa dopo esserci limitate a sbadigliare e a grattarci una ch***pa? Quante cose faremmo in più se potessimo tenere i capelli rasati e girare struccate con un jeans e una maglietta pulita? Cosa succederebbe se tutti notassero prima la nostra personalità della nostra silhouette? E se il collega malizioso ci dicesse compiaciuto guardandoci l'addominale rilassato di non preoccuparci, che "un po' di pancetta è s*xy"? Purtroppo, non lo saprà la nostra generazione e forse nemmeno quella delle nostre figlie.
Di certo nella lotta per la parità ci sono temi più importanti di questo, ma neanche così tanto perché la verità è che, finché per essere stimata e stimarsi una donna dovrà sembrare un disegno, mentre a un uomo basterà respirare, non andremo da nessuna parte.
Dal WEB

'Smettere di farsi male: il buon proposito per l’anno nuovo'di Daria BignardiScambio di messaggi con amica reduce da ser...
14/01/2026

'Smettere di farsi male: il buon proposito per l’anno nuovo'
di Daria Bignardi

Scambio di messaggi con amica reduce da serata con conoscente noiosa che non se ne andava più: «Ho perso tre ore di sonno prezioso. Devo imparare a uscire con stile da situazioni come questa. Come si fa?». Risposta mia: «Sai che sospetto che per proteggersi si debba rischiare di essere un filo maleducate? Anche Vittorio Lingiardi in Farsi male scrive che le donne tendono al masochismo perché sono state educate a dare, come se il tempo non fosse nostro ma un bene della comunità».
Già: come se il nostro corpo non fosse nostro ma un elemento di quasi pubblico accesso, basta che qualcuno sia «gentile». Succede persino coi fidanzati, se è «gentile» certe donne si sentono in dovere di essere sempre disponibili, anche quando non ne hanno voglia. Per una donna non è facile proteggersi dalle violenze grandi ma nemmeno da quelle piccole: un conoscente o un amico logorroico o invadente, un lavorante incompetente, un parente ricattatorio, un collega che se ne approfitta.

L’altro giorno sono stata a fare il solito prelievo per analisi che faccio da dieci anni ogni sei mesi: so di avere vene difficilissime e so esattamente quale infermiera le sa prendere, ma sono capitata con un’altra, che si è offesa che le chiedessi di andare dalla sua collega. «Per gentilezza» ho abbozzato, mi sono obbligata a fidarmi anche se temevo il peggio. Risultato: mi ha rotto la vena. Colpa mia. Pur di non offenderla mi sono lasciata fare del male.
Una volta avevo un fidanzato così bravo a proteggersi da rasentare la maleducazione. Ora ho capito che faceva bene. Era così attento a non mettersi in situazioni potenzialmente noiose, o faticose, o stressanti, che aveva pochissimi ma buoni amici. Alla fine ci siamo lasciati perché ero diventata troppo faticosa anch’io, per lui. Lo capisco e un po’ lo invidio.
Imparare a proteggermi di più senza diventare maleducata, o arida, o un’eremita è il mio proposito di fine anno e inizio anno nuovo. Ci sarà un modo per non farsi male senza diventare degli stronzi. Chiederò a Lingiardi.

Daria Bignardi, articolo su Vanity Fair, 17 dicembre 2025

*Fotografia di Julian Hargreaves

TROPICUS CANCRI… by Flavia*🔴La Tragedia di Crans-Montana, una riflessione*“Mentre il "giovane presente" chiede pace — co...
05/01/2026

TROPICUS CANCRI… by Flavia*
🔴
La Tragedia di Crans-Montana, una riflessione
*
“Mentre il "giovane presente" chiede pace — come dichiarato da uno dei superstiti ai microfoni di Quarto Grado — è necessario interrogarsi sul "grande assente": l’adulto. Non l’adulto inteso come genitore, ma come garante della sicurezza, supervisore e scudo protettivo.

Il paradosso neuroscientifico: perché l'allarme non è scattato
*
La critica più frequente riguarda l'apparente inerzia dei ragazzi dinanzi al pericolo. Le neuroscienze, tuttavia, spiegano che non si è trattato di apatia, ma di un fallimento biologico del sistema di allerta. L’amigdala, la centralina della paura, non rileva il pericolo in modo oggettivo, ma per confronto di pattern. Il sistema si attiva solo se lo stimolo viola le aspettative di sicurezza o somiglia a un trauma già vissuto. In una discoteca a Capodanno, elementi come fumo, calore, luci intermittenti e rumori assordanti sono stimoli congruenti con lo scenario. Il cervello dei ragazzi ha catalogato ciò che stava accadendo come parte della festa, non come una minaccia vitale. Se il contesto è "divertimento", il sistema inibisce i segnali che in una biblioteca farebbero scattare la fuga immediata. Secoli di civilizzazione hanno inoltre indebolito i nostri istinti ancestrali, come la paura del fuoco, rendendo la gestione del rischio un processo che deve essere guidato, non lasciato all'istinto.

La Psicologia delle F***e e l'Anima Collettiva
*
A complicare il quadro interviene la dinamica della massa. Come teorizzato da Gustave Le Bon nel suo fondamentale La psicologia delle f***e (1895), l'individuo immerso in una moltitudine cessa di essere un'entità razionale per diventare parte di un'"anima collettiva". In questo stato, la responsabilità individuale si diluisce e prevale l'inconscio. La folla è un organismo primitivo, impulsivo e suggestionabile. Se a questo aggiungiamo l'atmosfera di euforia tipica di un evento di fine anno, magari amplificata dall'uso di alcol, diventa chiaro che non si può pretendere da un minorenne una gestione lucida dell'emergenza. I ragazzi erano nel posto giusto, nel modo giusto: a festeggiare.

Incolpare i ragazzi per non aver "capito" o per aver ripreso la scena significa ignorare come siamo fatti biologicamente e socialmente. A Crans-Montana non è mancata la disciplina dei giovani, è mancata la tutela degli adulti. La responsabilità non va cercata negli smartphone di chi era lì per divertirsi, ma nelle planimetrie, nelle autorizzazioni e nella vigilanza di chi aveva il dovere di proteggere quella spensieratezza. Gli assenti, tragicamente, siamo noi.”

Agnese Scappini

😞😞😞

PS: La mamma che sono non può impedirsi di riflettere su questa abominevole tragedia.

“È una ferita.Non un concetto astratto.Una ferita che entra nel corpo e non chiede permesso.Quando ti dicono che hai un ...
30/12/2025

“È una ferita.
Non un concetto astratto.
Una ferita che entra nel corpo e non chiede permesso.

Quando ti dicono che hai un cancro, la vita si restringe all’istante.
Il tempo cambia forma.
Il futuro smette di essere una promessa e diventa un’ipotesi fragile.
Non pensi più a ciò che verrà, ma a ciò che potrebbe non esserci.

Il tumore non è solo una malattia.
È uno sguardo continuo sulla fine.
È il corpo che tradisce, che non risponde più, che ti ricorda ogni giorno quanto sei vulnerabile.
Ti spoglia dell’arroganza, dell’illusione di controllo, dell’idea di essere invincibile.

La cura non è una vittoria.
È una sopravvivenza faticosa, fatta di attese, di paure mute, di notti in cui il silenzio pesa più del dolore fisico.
Ogni controllo è una sentenza sospesa.
Ogni giorno è un equilibrio precario.

E quando il corpo sembra finalmente reggere, resta comunque una traccia.
Una stanchezza che non passa.
Un’ombra che rimane addosso.
A volte anche la mente cede, solo per un attimo, come conseguenza di tutto ciò che è stato sopportato.

Non c’è eroismo nel cancro.
C’è paura.
C’è solitudine.
C’è la consapevolezza improvvisa che la vita non è garantita.

Questa non è una storia edificante.
È una verità nuda.

Perché il cancro non ti rende migliore.
Ti rende consapevole.
E spesso, profondamente solo.”

—Vittorio Sgarbi.💔

23/12/2025

Buon Natale ❤️

Silvia

Oggi a Siracusa, su una porta qualunque, è comparso un biglietto speciale:“Assente per pochi minuti.La prima recita di m...
20/12/2025

Oggi a Siracusa, su una porta qualunque, è comparso un biglietto speciale:
“Assente per pochi minuti.
La prima recita di mio figlio. Torno subito.”
Un negozio chiuso per poco,
un momento che vale una vita.
Perché il lavoro può aspettare.
L’infanzia no.
Le serrande si rialzano.
I ricordi restano. 💛

Caro Babbo, ci ho pensato.Non voglio essere una di quelle donne da borsa Louis Vuitton.Scarpe Hogan.Cintura Gucci.E nemm...
19/12/2025

Caro Babbo, ci ho pensato.
Non voglio essere una di quelle donne da borsa Louis Vuitton.
Scarpe Hogan.
Cintura Gucci.
E nemmeno da bracciale Pandora.
Ma non sono neanche una da pentola a vapore o stirella.
O da crema antirughe.
Nemmeno da foglioline. Che quelle mi sembrano un nuovo inganno.
E non me ne vogliano le donne. Le altre quelle che si farebbero in quattro per una di queste cose.
Ma io desidero uguaglianza di pensiero.
E che tu riesca a scacciare i miei sensi di colpa una volta per tutte.
Vorrei del tempo per me. E che quel tempo non mi sembri rubato.
Desidero riconoscenza. Sì, riconoscenza. Non essere scontata insomma.
E non mi frega più la storia dell’anello. Che quello brilla e basta. E solo le cretine ormai fanno Oh! con la bocca spalancata.
A me incanta un uomo su cui contare e per cui conto. Senza riti. Salamelecchi e contorno.
A me piace il dolce. Quello che assaggio dal mio compagno perché sono a dieta sempre.
Desidero una parola regalata una sera in cui sono ubriaca d’amore.
Desidero calzini puliti nel cassetto giusto.
Chi arriva prima prepara la cena. Neanche a dirlo.
Desidero un posto in cui nascondermi quando non ne posso più. Che sia solo mio. In cui nessuno possa entrare. Proprio nessuno. In cui posso perdermi e ritrovarmi e poi perdermi ancora, sai Babbo Natale, noi donne siamo impossibili, spesso facciamo tutto da sole.
Desidero potermi dissolvere ogni tanto senza che qualcuno mi dica: ma tu sei la madre! C***o, lo so!
Voglio silenzio, e ballare a piedi nudi. Che i tacchi li hanno solo le fighe.
Portare le rughe al meglio che posso.
Desidero che non mi porti un vestito taglia 38, ma uno taglia 50 così mi posso sentire magra, magrissima.
Vorrei coraggio da vendere per sentirmi forte quando sono fragile.
Vorrei svegliarmi con un po’ di trucco che non sbavi dopo cinque secondi.
Uno specchio magico che inventi gli addominali anche su di me.
Una borsa piccola ma che sia grande che contenga tutto. Emozioni. Pianti. Paure. Salviette. Fazzoletti. Buon umore.
Caro Babbo Natale, avrei un’ultima richiesta da farti.
Forse la più importante.
Vorrei per ogni donna sulla terra uomini capaci di essere tali.
Che non picchino.
Che non demandino.
Che non opprimano.
Che non violentino.
Che non ci rubino la vita.
Lo so, hai molto lavoro da fare, ma noi abbiamo un’esistenza e una sola.
Non possiamo tanto girarci in giro.
Le donne muoiono davvero. A volte dentro e restano vive.
Nessun regalo stantio per noi.
Buttali nel cesso.
Regalali alla matrigna di Cenerentola.
Alla strega cattiva.
Al mago di Oz.
Ma non a noi.
Noi meritiamo di più di un bracciale o un anello che luccica.
Meritiamo di più. Le stesse opportunità dei nostri uomini.
Una vita che sappia d’amore e di rispetto. E che sia per sempre.
Quella sì che luccica, e sa di meraviglia.

Tua Penny ( Cinzia Pennati )

HO CRESCIUTO I MIEI NIPOTI PER 8 ANNI... IERI MI HANNO DETTO CHE PREFERISCONO "L'ALTRA NONNA" PERCHÉ LEI REGALA GLI IPAD...
16/12/2025

HO CRESCIUTO I MIEI NIPOTI PER 8 ANNI... IERI MI HANNO DETTO CHE PREFERISCONO "L'ALTRA NONNA" PERCHÉ LEI REGALA GLI IPAD. HO APPENA DATO LE DIMISSIONI.

Sono la "Nonna del Minestrone". Quella che aspetta fuori da scuola alle 16:30, che soffia sui ginocchia sbucciati e che ripassa le tabelline mentre guida nel traffico.

L'altra nonna? Lei è Ludovica.

Ludovica vive in un attico in centro. È la "Nonna dello Spritz". Arriva due volte l'anno, abbronzata anche d'inverno, vestita firmata dalla testa ai piedi. Ieri, i miei nipoti mi hanno spezzato il cuore quando mi hanno confessato che vorrebbero che fossi un po' più come lei.

Ecco cosa è successo:

Ho la schiena a pezzi. Non solo perché ho 64 anni, ma perché passo le mie giornate a portare zaini che pesano come macigni e a raccogliere giocattoli che non ho tirato fuori io.

La mia vita ruota attorno a mia figlia, Serena, e ai suoi due figli, Edoardo ( 8 anni ) e Ginevra ( 6 anni ). Serena e suo marito lavorano in azienda fino a tardi. Dato che gli asili nido costano una fortuna e le babysitter "non sono mai affidabili", hanno dato per scontato che fossi entusiasta di passare la mia pensione a crescere una seconda generazione.

E l'ho fatto. Per amore. E per senso del dovere, come si fa nelle famiglie italiane.

Sono a casa loro alle 6:45 del mattino. Preparo la moka, porto i bambini a scuola, pulisco i pavimenti ("già che ci sei, mamma..."), e gestisco i capricci. Sono quella che dice: "Mangia la verdura" e "Mettiti la maglietta della salute".

Sono la Nonna delle Regole. Quella "noiosa".

Poi c'è Ludovica, la suocera.

Ludovica ha i soldi. Tanti. Non ha mai dovuto smacchiare il sugo di pomodoro da una tovaglia bianca. Ludovica è la Nonna delle Apparizioni Speciali. Arriva a Natale e ai compleanni come una celebrità, carica di vestiti di marca e dolci che a casa nostra sarebbero vietati.

Ieri era l'ottavo compleanno di Edoardo.

Mi sono svegliata alle 5 per preparare la sua torta preferita: una crostata alla marmellata di albicocche, fatta in casa, con la pasta frolla tirata a mano. Gli ho comprato un bel maglione e un libro di avventure — è quello che la mia pensione mi permette.

Alle 16:00, Ludovica ha fatto il suo ingresso trionfale, profumata di Chanel. "Tesori miei!" ha urlato. I bambini mi sono corsi davanti senza nemmeno vedermi. "Nonna Ludovica! Nonna Ludovica!"

Ludovica ha estratto due scatole bianche e lucide dalla sua borsa di design. Due iPad nuovi di zecca. "Così non vi annoiate mai," ha strizzato l'occhio. "E non fatevi dire da nessuno quanto potete giocare. Oggi è festa!"

I bambini hanno urlato di gioia e sono spariti, risucchiati dagli schermi. Mia figlia e suo marito guardavano Ludovica con adorazione. "Oh, Ludovica, ma sei pazza? Sono costisissimi! Grazie, sei unica."

Io ero in cucina, a tagliare la crostata che nessuno guardava. Mi sono avvicinata a Edoardo.

"Amore... ho fatto la crostata. E qui c'è il mio regalo."

Non ha nemmeno alzato gli occhi dallo schermo. "Non ora, nonna. Sto scaricando un gioco."

"Ma tesoro, la torta..."

"Uffa, nonna, c'è sempre la torta!" mi ha risposto seccato. "Nonna Ludovica ha portato gli iPad. QUESTO è un vero regalo. Tu porti sempre vestiti o libri noiosi."

Ho guardato mia figlia, aspettando che intervenisse. Aspettando che dicesse: "Edoardo, porta rispetto a tua nonna che ti cucina ogni giorno."

Invece, Serena ha riso, versandosi un bicchiere di vino. "Dai mamma, non fare la permalosa. Sono bambini. La tecnologia vince sempre. Devi ammettere che Ludovica è la 'Nonna Divertente'. Tu sei... beh, tu sei la 'Nonna della Routine'. È normale che preferiscano la novità."

"La Nonna della Routine."

È così che chiamano l'amore, la sicurezza e i pasti caldi adesso. Routine.

Ginevra, la piccola di 6 anni, ha dato il colpo di grazia. "Vorrei che nonna Ludovica vivesse qui," ha detto con la bocca sporca di cioccolata. "Lei non ci sgrida mai. Tu sei sempre stanca, nonna."

Ho posato il coltello sul tavolo. Il rumore metallico ha risuonato nel silenzio.

Ho guardato le mie mani — rovinate dalla candeggina e dal lavoro. Ho guardato Ludovica, fresca e radiosa, l'eroina del giorno con la sua carta di credito. E ho guardato mia figlia, rilassata sul divano perché sapeva che dopo avrei caricato io la lavastoviglie.

Mi sono tolta il grembiule. L'ho piegato con cura sul bancone. Sono andata in salotto.

"Serena," ho detto con voce ferma.

"Che c'è, mamma? Serve il caffè?"

"No. Io vado via."

"Cosa? Non abbiamo ancora mangiato la torta. E guarda questo caos con la carta regalo, bisogna mettere a posto."

"Esatto. VOI dovete mettere a posto. E immagino che la 'Nonna Divertente' non si sporcherà le mani, vero?"

Ludovica ha sorriso con condiscendenza. "Oh cara, aiuterei volentieri, ma ho appena fatto la manicure..."

"Tranquilla, Ludovica," ho detto. "Non vorrei mai rovinarti la giornata."

Mi sono girata verso mia figlia. "Serena, i bambini hanno ragione. Sono noiosa. Sono la nonna delle regole e del minestrone. Meritano più divertimento. Quindi, da domani, rassegno le mie dimissioni."

A Serena è quasi caduto il bicchiere. "Mamma, smettila. Domani lavoro. Ho una riunione alle 9. Chi li porta a scuola? Chi li va a prendere?"

"Non lo so. Magari la 'Nonna Divertente' può fermarsi qui. O potete vendere uno di quegli iPad per pagare una tata."

"Mamma, le tate costano troppo! Lo sai! Abbiamo bisogno di te!"

"Avete bisogno di me, ma non mi apprezzate. L'amore gratuito è finito nel momento in cui ho capito che per voi sono solo un elettrodomestico, mentre lei è l'ospite d'onore."

Sono andata alla porta. Edoardo ha alzato lo sguardo dal tablet per un secondo. "Nonna? Torni domani?"

L'ho guardato con tristezza. "No, amore mio. Domani sei libero. Nessuno ti costringerà a fare i compiti o a mangiare le verdure."

Sono uscita.

Il mio telefono continua a squillare. Serena piange in segreteria, dice che era uno scherzo. Suo marito dice che sto facendo una "sceneggiata napoletana" e che sono esagerata.

Ma non torno indietro.

Domani dormirò fino alle 9. Mi farò il caffè solo per me, mangerò la crostata avanzata e guarderò la TV in pace.

L'ho imparato tardi, ma appena in tempo: i nipoti sono una benedizione, ma se tu fai il lavoro sporco mentre i genitori si prendono il merito e l'altra nonna si prende gli applausi... non sei una nonna. Sei una colf non pagata.

E io ho appena dato il preavviso.

Che la "Nonna Divertente" venga a pulire quando avranno il mal di pancia per troppe caramelle. Io sono impegnata a diventare la protagonista della mia vita.

Domanda al gruppo: È dovere dei nonni sostituire lo Stato e gli asili nido, o i figli ci stanno solo usando per risparmiare soldi?

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32, Via S. Cat. Da Siena
Perugia
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