25/09/2021
Questo mese Nicolò Targhetta ci parla della paura di non essere adeguati, di non sentirsi all'altezza, di non fare le scelte corrette.
Una paura che puoi affrontare ... nel posto giusto.
Non è successo niente
- Quando potrò dire di essere salvo?
Quando potrò essere sicuro di essere al sicuro?
Di essere a posto. Coi conti in regola. La fedina pulita.
Ci sarà un giudice, un arbitro, una PEC, una carta bollata da qualche parte che dichiara che ho chiuso i contenziosi con la vita, che non ho carichi pendenti con l’universo, la sfiga, me stesso o dio. Un razzo di segnalazione sparato nel cielo che significa okay, adesso basta, hai fatto il tuo, tregua.
Quando comincerò a fare jogging come se non stessi scappando? Quando smetterò di sentirmi braccato da tutto, da tutti. A casa ho una confezione di Pan di Stelle che non apro da tre mesi. Sa quanti grassi saturi ci sono in un Pan di Stelle? E così, invece di godermi il fatto di poter trarre piacere spicciolo da una fonte accessibile di endorfine a basso costo, finisco braccato anche dai biscotti al cioccolato. E fossero solo quelli. Sono braccato dagli impegni, dalle ambizioni, dalle amicizie, dai sogni dove perdo le valige, da paure irrazionali, paure che non ha nessuno. Come la paura di morire, svegliarsi in un aldilà sui toni del grigio, illuminato da riflettori e sentirmi dire: “Grazie per la performance, le faremo sapere”. O la paura di essere all’altezza, di farcela, di riuscire a essere la versione migliore di me e scoprire che la versione migliore di me non mi piace, che mi pizzica sul collo come certi maglioni che mettevo da piccolo perché mamma diceva che stavo benissimo.
Su tutte, forse, la paura delle paure, quella che mi toglie il sonno, è di aver pasticciato troppo con la messa a fuoco e star guardando una vita tutta appannata solo perché adesso non so come rimetterla apposto. O, ancora peggio, che, nascosto da qualche parte, ci sia un libretto di istruzioni, che questo libretto di istruzioni un giorno salti fuori e scoprire così, come per il galeone dei Lego, che mi son perso un pezzo del timone all’inizio e adesso è troppo tardi e che per rimetterlo a posto bisogna distruggere tutto.
Cosa serve? Che devo fare? Me lo dica lei. Di cosa ho bisogno per essere sicuro di aver evitato il disastro? Quanta gente mi deve abbracciare, quante persone si devono congratulare, quanti complimenti, quanti soldi devo avere sul conto, quante epifanie devono centrarmi in fronte, quanto sesso, quanto amore devo grattare via dalle vite altrui, prima di poter finalmente ti**re un sospiro, rilassare le spalle e dire, eccomi qui, guardate un po’, finalmente non mi faccio più paura.
Chi devo salvare? Chi devo combattere? È una questione di volontariato, di giustizia sociale, di pozzi in Africa? Contro cosa devo vincere per avere una visione d’insieme, un valore standard, un mezzo di contrasto che mi faccia finalmente vedere dove sto io e dove sta la felicità? Che mi faccia capire quanto distante sono, quando manca ancora, quanto mi devo spostare perché mi centri in pieno un grande meteorite di serenità.
A meno che la strada non sia quella già tracciata? Il figlio, la casa, la Volvo. La strada che fanno tutti, la strada che ha portato mamma e papà all’infelicità più nera. Magari è quello il libretto di istruzioni, sicuramente è quello più venduto. E dove hanno sbagliato loro, magari riuscirò io.
È che svegliandomi la mattina, pigliando il treno, andando al lavoro, comprando bottigliette d’acqua in stazione, dicendo frasi come “finalmente arriva l’estate” oppure “fra un mese è Natale”, mi sento come se stessi facendo un compito in classe che nessuno si prenderà mai la briga di controllare. E allora che lo faccio a fare? Non sarebbe meglio uscire in giardino e passare quel che resta dell’ora sotto un albero a guardare il cielo? Ammesso che lì fuori, da qualche parte, ci sia rimasto un albero e non sia solo una grande aula, con sette miliardi di banchi e tutti chini su sette miliardi di compiti in classe. Forse dovrei essere più motivato. Ma poi penso che tutti i morti congelati sull’Everest erano una volta persone molto motivate, e perdo l’entusiasmo.
Io… io… ho bisogno di certezze, ecco cosa, di essere sicuro di stare dalla parte del giusto. Di stare vincendo o quantomeno pareggiando. Quante ultime parole devo avere per riuscire a capire il punteggio? Quanti gradini devo scalare, quanti calci in faccia devo dare, quante persone devo guardare dall’alto in basso o dal basso in alto? Quanto devo essere santo e quanto devo essere st***zo?
Insomma, quando sarò sicuro di avercela fatta?
- Mi faccia capire bene, lei è terrorizzato all’idea di stare sbagliando modo di approcciarsi alla vita, sbagliando modo di approcciarsi a se stesso, sbagliando modo di approcciarsi al futuro e alla quotidianità. Vuole ottenere un punteggio perfetto dalla vita o che la vita smetta di sbatterle in faccia insufficienze. Vuole non commettere errori. Ma non si può vivere la vita senza commettere errori. La vita è imperfetta e lei è imperfetto, i punteggi se li dia lei, se proprio ci tiene. E se crederà che abbiano valore, ce l’avranno. Ma non abbia paura di fare errori, non abbia paura di sbagliare. Perché a seconda del punto di vista che sceglierà o che gli altri sceglieranno per lei, in un modo o nell’altro, starà sempre sbagliando.
- Come fa a esserne sicuro?
- Be’, per cominciare questo è uno studio dentistico…