30/12/2025
Ogni volta che un’analisi sull’evoluzione di una professione parte dal presupposto del “ai miei tempi”, temo sia destinata a diventare sterile, se non controproducente.
Lo dico da medico che ha attraversato in prima persona la formazione specialistica. Anche nel mio percorso ho incontrato spesso colleghi più anziani (a volte neppure di molto) che rivendicavano una presunta superiorità generazionale: più sacrificio, più turni, più ore non pagate, più disponibilità a restare in reparto oltre ogni limite.
E, con onestà intellettuale, devo dire che anch’io mi sono fermato molte volte più di quanto previsto dal contratto: talvolta per carenze organizzative, altre – spesso – per seguire i pazienti e per svolgere attività scientifica che semplicemente non trovava spazio nelle ore “canoniche” dell’assistenza. Quel tempo in più, nel bene e nel male, ha contribuito alla mia formazione medica e culturale.
Ma proprio per questo trovo la retorica del “ai miei tempi” poco credibile e poco utile. Perché se allarghiamo lo sguardo, tutti noi abbiamo conosciuto medici eccellenti e medici mediocri distribuiti in modo sorprendentemente equo tra le generazioni. Così come molti paladini della cultura del lavoro 24 ore su 24 che oggi trascorrono intere giornate a fare poco o nulla, spesso grazie al lavoro silenzioso degli specializzandi. E quando per 7-8 anni consecutivi non li vedi mai lavorare davvero, o li vedi alterarsi per un turno in più al mese, è difficile credere che “ai loro tempi” fossero gli eroi che oggi raccontano.
Se poi vogliamo allargare il discorso al contesto sociale – supportato da dati economici e storici – è proprio la generazione del “ai miei tempi” ad aver contribuito in modo determinante alle fragilità strutturali del Paese: un debito pubblico enorme, la cultura della raccomandazione a ogni livello, le baby pensioni, scelte individuali e collettive che hanno scaricato il costo sulle generazioni successive. È anche per questo che oggi molti giovani vivono in una condizione di precarietà cronica, con difficoltà ad accedere a un lavoro stabile e con la prospettiva concreta di non avere mai una pensione in età ragionevole.
La mia non è una critica generazionale, né una difesa d’ufficio degli specializzandi di oggi. È un invito a superare una narrazione semplicistica e polemica.
Su temi complessi come il lavoro in sanità, la formazione e la sostenibilità del sistema, un giornale nazionale meriterebbe un approccio più analitico e meno nostalgico. Perché il problema non è “chi lavora di più”, ma come si lavora, con quali regole e per costruire quale futuro.
La testimonianza: «Siamo in pericolo e non l’abbiamo capito. Come si spiega altrimenti l’indifferenza al fatto che in giorni tipo Natale e simili in un ospedale universitario come il Sant'Orsola diversi medici anziani facciano le guardie senza specializzandi. Niente di sindacale, corporativo o ...