18/02/2026
La libertà di piangere ci fa attingere alla fonte inesauribile di energia.
Ci hanno insegnato a essere sempre verdi.
A restare produttivi, centrati, con il sorriso pronto.
Come se la nostra interiorità fosse un prato sintetico o una pianta di plastica: sempre uguale, sempre presentabile.
Ma io, oggi, non sono sempre verde.
Dopo la morte di mia madre, la tristezza è diventata una presenza quotidiana. Non un’onda improvvisa, ma una marea lenta che sale dagli occhi. Un inverno che si è posato dentro di me senza chiedere permesso.
C’è un momento della giornata che è diventato vuoto.
La sera, dopo cena.
Quando tornavo piena delle dinamiche accadute durante il giorno e andavo a trovare mamma. Lei restava lì, in silenzio, presente, mentre io scrivevo, preparavo i post, mettevo ordine nei pensieri.
Quel silenzio presente e amorevole era casa.
All’inizio ho provato a reagire. A tornare “come prima” o addirittura "più di prima" . A essere performante, affidabile, luminosa.
Poi ho capito che stavo chiedendo alla mia anima di fiorire sotto la neve.
La natura mi ha aiutata a comprendere.
In inverno gli alberi non producono foglie. Non si sforzano di sembrare vivi: custodiscono la vita nelle radici.
Una quercia ammalata non finge di non esserlo.
Fa scorta. Rallenta. Le radici lavorano. Il bosco sotterraneo la aiuta.
Stare nel pianto e nella mia tristezza non è stato un crollo.
È stato un atto di fiducia.
È stato il modo più onesto che avevo per restare in piedi.
Le lacrime non sono una debolezza.
Sono acqua che si rimette in movimento.
Un fiume che non si vergogna di scorrere.
E quando incontra un salto, diventa cascata.
Fa rumore, precipita, si frantuma — ma continua il suo cammino e torna uno nel suo percorso.
Anche il pianto è così.
Non interrompe la vita.
La fa fluire.
Libera energia, non la controlla, non la trattiene ma si espande.
Le lacrime a volte sono condizione necessaria per la trasformazione.
Diventano mezzo attraverso il quale accedere alla fonte inesauribile di energia.
Ho fiducia che l’energia torni.
Fiducia che la primavera non si perda, ma che mantenga quella promessa silenziosa di ritornare.
Di fiorire ancora.
Fiducia nei cicli.
Nel mio lavoro di educatore, però, c’è una tentazione sottile: quella di essere sempre sorridenti. Di trasmettere energia, stabilità, positività. Anche quando dentro senti che qualcosa si è spezzato.
Nel counseling parliamo di congruenza: quando ciò che sento, ciò che penso e ciò che esprimo non sono in guerra tra loro.
Ho imparato che posso essere presente anche senza essere brillante.
Essere autentici non significa riversare il proprio dolore sugli altri.
Significa non tradirsi.
Significa trovare un modo vero, umano, congruente di stare nella relazione.
La tristezza, quando viene riconosciuta, non mi rende meno professionale. Mi rende più vera. Più radicata. Più umana.
Non dobbiamo essere sempre performanti.
Non dobbiamo essere sempre sorridenti.
Non dobbiamo essere sempre forti.
Possiamo lasciare l'ostinazione a volercela fare a tutti i costi.
Possiamo essere vulnerabili.
Possiamo restare umani.
Possiamo essere in inverno.
Possiamo essere lenti.
Possiamo non avere risposte e continuare ad avere fiducia.
Io oggi sono così: attraversata dalla mancanza, ma anche abitata da una fiducia quieta. So che l’energia tornerà. Non perché io la forzi, ma perché la vita è ciclica.
E come la terra, anche il cuore conosce il tempo del gelo e quello del germoglio.
Rimani. Respira.
Le radici fanno scorta e stanno lavorando.
Puoi re-stare, senza forzarti a fiorire.
Anche questa stagione chiede di essere vissuta, perché possa fluire e trasformarsi in altro.
La fiducia non è ottimismo ingenuo.
È rispetto dei tempi interni.
È congruenza con ciò che sei, oggi. 🌱