Dott. Sileo Alessandro - Psicologo

Dott. Sileo Alessandro - Psicologo La tua vita non va? Sei in difficoltà? Sei senza speranza? Non arrenderti. Come posso aiutarti? Sono stato docente universitario nell'a. Sono pronto ad ascoltarti!

FORMAZIONE:
Sono uno PSICOLOGO PSICOTERAPEUTA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE operante a Potenza, in Basilicata. Ho conseguito il titolo il 13 dicembre 2024 alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia di Basilicata di Potenza. Sono iscritto all'Albo degli Psicoterapeuti con matr. 897 dell'Ordine degli Psicologi della Basilicata. Sono Perfezionato in "Riabilitazione Neuropsicologica nell'Adulto e nell'Anziano", grazie ad un Master di II Livello conseguito il 12/12/2021 all'Istituto di Scienze Neurocognitive "Aleksandr Lurija" di Torino con la Tesi Sperimentale dal titolo "Il Disturbo Neurocognitivo Maggiore Vascolare da ipoperfusione conseguente ad arresto cardiaco: un trattamento neuropsicologico nell'era Covid". Ho conseguito il 15/04/2019 la laurea Magistrale in "Psicologia - indirizzo Cognitivo" con voto 110/110 all'Università degli Studi "Gabriele D'Annunzio" di Chieti con la Tesi Sperimentale in Fondamenti di Scienze Cognitive dal titolo "L'influenza delle emozioni sulla percezione del tempo". A settembre 2016 ho ottenuto la Laurea Triennale in "Scienze e Tecniche Psicologiche" all'Università degli Studi "Gabriele D'Annunzio" di Chieti con la Tesi Compilativa in I Principali Orientamenti teorici di Psicologia Dinamica intitolata "Eros e Thanatos nella nevrosi ossessiva". Sono in possesso del Master Universitario di I Livello in Discipline Filosofiche, Sociologiche ed Umanistiche, conseguito nel dicembre 2023. Ho anche ottenuto nel 2007 la Laurea triennale in "Scienze della Comunicazione" all'Università degli Studi della Basilicata con la Tesi Compilativa in Antropologia Culturale denominata "Il Corpo tra Passato e Presente". LAVORO:
Svolgo attività professionale nel mio studio privato a Potenza da Psicologo dal febbraio 2022. Ho svolto attività di psicologo libero professionista con la Società Cooperativa Sociale "Auxilium" da giugno 2022 a giugno 2023 assolvendo prestazioni psicologiche domiciliari per utenti oncologici, con patologie croniche e neurodegenerative. a. 2022/2023 in Relazione Facilitante al corso triennale in Ostetricia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Sono docente universitario dall'a. a. 2023/2024 fino a tuttora in Psicologia Generale al corso triennale in Infermieristica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

STUDIO PROFESSIONALE:
Il mio studio professionale di Psicologia offre complessivamente servizi:
- di counseling, di sostegno/supporto psicologico;
- di assessment psicodiagnostico;
- di valutazione neuropsicologica;
- di trattamento di problemi di problem-solving di coppia, di crisi esistenziali, di ansia, assertività, irascibilità, insonnia, autostima, fobie, disturbi dell'umore e della personalità, di disturbi dello spettro schizofrenico ed altri disturbi psicotici;
- di elaborazione del lutto e di traumi psicologici;
- di riabilitazione neuropsicologica e di stimolazione cognitiva;
- di gestione di problemi cognitivi dovuti ad ictus e patologie cerebrovascolari e neurodegenerative. https://g.co/kgs/P2Qxn9
https://www.guidapsicologi.it/studio/dott-alessandro-sileo
https://www.miodottore.it/alessandro-sileo/psicologo-psicologo-clinico-psicoterapeuta/potenza

  è un inno a chiedere aiuto.Abbiate il coraggio di aprirvi e di svelare le vostre sofferenze senza timore. Io sono qui ...
16/02/2026

è un inno a chiedere aiuto.
Abbiate il coraggio di aprirvi e di svelare le vostre sofferenze senza timore. Io sono qui ad aspettarvi e a tendervi la mano. Solo così usciremo insieme dal vostro male che avete dentro.

LA "PRIMA IMPRESSIONE" RAPIDA ED INGANNEVOLE. QUESTIONE DI PREGIUDIZIO?La "prima impressione" tra sconosciuti nei primi ...
07/02/2026

LA "PRIMA IMPRESSIONE" RAPIDA ED INGANNEVOLE. QUESTIONE DI PREGIUDIZIO?
La "prima impressione" tra sconosciuti nei primi approcci relazionali si forma in tempi estremamente rapidi: bastano meno di un secondo, circa 100 millisecondi (Willis & Todorov, 2006), per giudicare caratteristiche come affidabilità, competenza o attrattiva. Questo processo è automatico e radicato nell’evoluzione: serve a valutare rapidamente se qualcuno può rappresentare un alleato o una minaccia. Tuttavia, la rapidità cognitiva non garantisce accuratezza. Come sottolinea Solomon Asch (1946), le prime impressioni tendono a diventare “profezie autoavveranti”: ciò che percepiamo inizialmente condiziona tutto il giudizio successivo, anche quando emergono informazioni contrarie.
La ricerca di Hazel Markus e Paula Nurius (1986) mostra inoltre come le persone tendano a cercare relazioni coerenti con la propria identità desiderata: chi idealizza concetti come “amore ideale”, “protezione” o “bellezza” può scegliere partner coerenti con quell’immagine, anche se inconsciamente pericolosi.

⏳ Spesso, parlando dei propri partner, alcune persone risultano contraddittorie. Nonostante abbiano scelto qualcuno solo per la prima impressione, molti dichiarano di aver frequentato “casi umani”. Psicologicamente, questa frase indica una svalutazione globale e una generalizzazione: l’altro non viene valutato nella sua complessità, ma etichettato come “irrecuperabile”. Questo meccanismo protegge l’autostima, riduce la responsabilità personale (“Non ho colpa io”) e difende dalla vergogna di aver scelto male. Chi giudica così spesso si ferma alla bellezza o al fascino iniziale, perché cerca conferme esterne e sicurezza emotiva. In termini clinici, può essere associato a dipendenza affettiva, bassa autostima, attaccamento ansioso e difficoltà di regolazione emotiva.

⏳ Il fenomeno noto come “halo effect” (Edward Thorndike, 1920) mostra che una persona percepita come attraente viene automaticamente valutata come più intelligente, affidabile e competente. Questo bias può portare a errori di valutazione nelle relazioni intime: l’attrattiva sovrastima la percezione di sicurezza, riduce l’attenzione verso segnali di rischio e favorisce l’idealizzazione, rendendo difficile riconoscere comportamenti manipolativi.
Secondo John Gottman, noto studioso delle relazioni di coppia, non è la passione iniziale a prevedere la stabilità della relazione, ma la capacità di gestire i conflitti, la coerenza emotiva e la reciprocità. La prima impressione, dunque, non è un predittore affidabile della qualità relazionale.

⏳ Spesso le persone manipolative e violente sono carismatiche e seducenti all’inizio. La loro abilità di apparire affascinanti fa parte di una strategia di controllo. Robert Hare (1993) mostra come individui con tratti narcisistici o psicopatici possano attrarre con fascino, ma manipolare, mentire e sfruttare gli altri. Lisa Diamond (2010) e altri studi sul comportamento affettivo evidenziano come in molte relazioni violente la fase iniziale sia caratterizzata da idealizzazione intensa e “love bombing”, seguita da svalutazione e aggressività.

⏳ Quando ci si basa solo sull’immagine corporea, emergono:

A) Frustrazione e delusione --> la persona scopre che il partner non corrisponde all’ideale;
B) Vulnerabilità psicologica --> l’attrattiva induce idealizzazione e bias di conferma, rendendo difficile riconoscere segnali di personalità devianti.

Le vulnerabilità psicologiche di chi si ferma alla prima facciata includono:

1. Dipendenza affettiva --> bisogno eccessivo di approvazione, paura di abbandono, idealizzazione del partner (Pietrangelo & Cupi, 1996);
2. Bassa autostima e fragilità narcisistica --> uso del partner come “specchio” per sentirsi importante; idealizzazione seguita da depressione, rabbia o vergogna (Kohut, Kernberg);
3. Ansia sociale o insicurezza relazionale --> preferenza per relazioni rapide basate sull’attrazione (Moscovitch);
4. Attaccamento insicuro ansioso o disorganizzato --> influenze infantili sulla scelta dei partner e sul modo di amare;
5. Deficit di regolazione emotiva --> ricerca di relazioni ad alta carica emotiva (Linehan, Bowlby);
6. Disturbi depressivi --> ricerca di partner “ideali” per compensare sensazioni di inutilità (Beck).

⏳ Perché queste fragilità sono “nascoste”? Perché l’individuo non riconosce i propri bisogni emotivi e proietta sull’altro un’immagine desiderata. L’attrattiva fisica diventa un segnale rapido che promette felicità, la mente ignora i segnali di rischio e idealizza il partner come salvatore o valore.

⏳ La psicoterapia è consigliata quando:

A) capita spesso di innamorarsi rapidamente, idealizzare partner affascinanti, scoprire manipolazione o violenza;
B) si presentano ansia, depressione, attacchi di panico, bassa autostima persistente, disturbi del sonno o stress cronico;
C) si accetta tutto pur di non perdere la relazione (Bowlby, Ainsworth).

⏳ In conclusione, chi si ferma alla facciata e all’immagine corporea non è solo superficiale. Spesso nasconde fragilità profonde che aumentano la vulnerabilità a manipolazione, abuso o stalking. La prima impressione è rapida ma ingannevole: conoscere una persona richiede tempo, osservazione e riflessione, per evitare abbagli e valutazioni erronee e per apprezzare la complessità reale dell’altro.

COUNSELING E COACHING “FAI DA TE”: SCORCIATOIE CHE GIOCANO CON LA MENTE E LA VITA DELLE PERSONENegli ultimi anni, il mon...
24/01/2026

COUNSELING E COACHING “FAI DA TE”: SCORCIATOIE CHE GIOCANO CON LA MENTE E LA VITA DELLE PERSONE
Negli ultimi anni, il mondo del benessere e della crescita personale ha visto un’esplosione di figure come counselor e coach, accompagnate da corsi intensivi, certificazioni rapide e promesse di cambiamento in poche settimane. Il risultato è che molte persone, in cerca di aiuto, si rivolgono a professionisti non adeguatamente formati, attratte da un linguaggio rassicurante e da tecniche “facili”. Il problema è che, dietro questa apparente semplicità, spesso si nasconde una realtà seria: "counseling" e "coaching" possono entrare in aree tipiche della psicologia, e quando ciò avviene senza competenze cliniche, la pratica può diventare inefficace o addirittura dannosa. Si va, dunque, a sconfinare nella "psicologia ingenua" che bada alle intuizioni, stereotipi e senso comune, interpretando i comportamenti in modo semplificato, senza considerare complessità, contesto e dati verificabili. La "psicologia competente", ossia quella affidabile, è fondata su evidenze scientifiche. Adopera metodi validati e volge verso conoscenze aggiornate per comprendere e intervenire in modo efficace.

⏳ In questo periodo storico, sembra che molti operatori non psicologi, consapevoli (o meno) che non possono o non vogliono sostenere il percorso formativo lungo, costoso e rigoroso richiesto per diventare psicologi o psicoterapeuti, cercano una scorciatoia. Queste persone trovano nel "counseling" e nel "coaching" un’opportunità per ottenere attestati rapidi, spesso in pochi weekend, che danno loro una sensazione ingannevole di competenza. In pratica, invece di affrontare anni di studio, tirocinio, supervisione e aggiornamento continuo, molti scelgono la via più semplice: un corso breve che “certifica” abilità che in realtà richiedono una preparazione molto più profonda. Questo passo rapido porta a un fenomeno pericoloso: operatori con competenze limitate che si sentono autorizzati a gestire difficoltà psicologiche, spesso senza riconoscere i limiti del proprio ruolo e senza sapere quando indirizzare il cliente a un professionista qualificato.

⏳ Un fenomeno sempre più frequente è la presenza di operatori che acquisiscono certificazioni rapide per esercitare il "counseling" o il "coaching", presentandosi ingiustamente al pubblico come professionisti della salute mentale. Spesso questi titoli non garantiscono:

- conoscenze cliniche approfondite;
- esperienza pratica e supervisione;
- capacità di valutare e gestire disturbi psicologici;
- conoscenza dei limiti del proprio ruolo.

Questa “competenza apparente” può essere pericolosa perché induce il cliente a credere di essere seguito da un professionista qualificato, mentre in realtà sta ricevendo una consulenza emotiva non adeguata alle sue esigenze. Il rischio è che il "counseling" e "coaching" vengano spacciati come una “psicoterapia light” per risolvere problemi emotivi profondi. Quando ciò accade, la persona può essere spinta a “fare di più” e a sentirsi impotente, inadeguata ed inutile, se non ottiene risultati, aumentando ansia, stress e senso di fallimento.

⏳ Il "counseling", in senso professionale, è una relazione d’aiuto che si basa su competenze specifiche di orientamento psicologico. Non si tratta di “fare quattro chiacchiere” o di offrire semplici consigli, ma di accompagnare la persona nel comprendere e gestire difficoltà cognitivo-emotive e relazionali, promuovendo autonomia, consapevolezza e capacità di coping.
Mario Fulcheri, compianto psicologo e docente di Psicologia Clinica, ha più volte evidenziato che il counseling non può essere ridotto a una pratica improvvisata o a un’attività accessibile con pochi weekend di formazione. Secondo Fulcheri, il "counseling" richiede:

- una formazione teorica e pratica adeguata;
- una competenza psicologica reale, non “apparente”;
- la capacità di lavorare in modo professionale su processi psicologici e relazionali;
- un quadro etico e deontologico chiaro.

Fulcheri mette in guardia sul rischio che il "counseling" venga confuso con una consulenza emotiva non strutturata. Se svolto senza una preparazione solida, esso rischia di diventare una pratica “non regolamentata”, priva di standard professionali ed incapace di riconoscere situazioni cliniche che richiedono un intervento specialistico.

⏳ Anche il "coaching", nella sua forma più efficace, è un’attività strutturata e richiede competenze psicologiche dato che richiede: ascolto attivo, obiettivi condivisi, gestione di resistenze e consapevolezza emotiva. Tuttavia, nella pratica comune, molti coach operano con formazione breve e senza una preparazione clinica.

⏳ Al giorno d'oggi, il "counseling" e il "coaching" informale vengono proposti senza remore come sostituti impropri della psicologia. Molti coach e counselor, pur con buone intenzioni, si trovano a lavorare su aree tipiche della psicologia clinica: ansia e stress; difficoltà relazionali; crisi esistenziali; disturbi dell’umore; problemi di autostima e identità; traumi e vissuti dolorosi.
Quando una persona con difficoltà reali si rivolge a un coach o counselor non qualificato, l'inconveniente è di ricevere un intervento inadeguato, fuorviante o addirittura dannoso. Il problema non è la motivazione della persona: spesso la difficoltà non è un problema di volontà, ma una questione psicologica che richiede competenza clinica.

⏳ In Italia, il "counseling" e il "coaching" sono servizi specialistici che vengono svolti a livello etico e giuridico dagli psicologi. In particolare, lo psicologo è un professionista della salute mentale che:

- è iscritto all’Albo professionale;
- è soggetto a un codice deontologico;
- è formato per operare con standard di sicurezza e responsabilità;
- sa quando interrompere un percorso o indirizzare verso una terapia specialistica.

La Legge 56/1989 stabilisce che solo chi è iscritto all’Albo può esercitare come psicologo. Il Codice Deontologico impone obblighi di competenza, supervisione e chiarezza del ruolo.
Si rammenta a tutti che sercitare una professione senza titolo è un reato. L’art. 348 del Codice Penale punisce chi esercita scaltramente una prestazione regolamentata senza essere abilitato o usa titoli non posseduti.

--> Dopo questo excursus informativo, l'invito che fa la nostra categoria è che se si sta vivendo un momento difficile, è naturale cercare aiuto e desiderare un cambiamento rapido. Però, la sofferenza psicologica non è un problema che dovrebbe essere affidato a chi propone soluzioni facili e veloci. Occorre piuttosto rivolgersi ad uno psicologo o psicoterapeuta iscritto all’Albo come scelta più sicura e rispettosa della propria fragilità. Pertanto, si consiglia a tutti coloro che avvertono un male dentro di diffidare di chi si spaccia per esperto con pseudotitoli, certificazioni brevi o competenze “affini” non per cattiva volontà, ma per un’assenza di formazione che può diventare dannosa. Prendersi cura di sé significa per un paziente anche scegliere con attenzione chi potrà essere una valida guida che possa accompagnarlo durante il percorso di cambiamento.

“CORRERE SULLA SABBIA CHE SCOTTA”: TOLLERARE IL DISAGIO ORA PER ESSERE RESILIENTE DOPO“Hai presente quando la sabbia sco...
16/01/2026

“CORRERE SULLA SABBIA CHE SCOTTA”: TOLLERARE IL DISAGIO ORA PER ESSERE RESILIENTE DOPO
“Hai presente quando la sabbia scotta, ma tu continui a correre verso il mare? Ecco, bisognerebbe vivere così.” Questa metafora rappresenta in modo immediato una dinamica psicologica fondamentale: la capacità di tollerare il disagio presente in vista di obiettivi significativi. In psicoterapia, questo concetto è centrale per favorire resilienza, motivazione intrinseca e accettazione.
Correre sulla sabbia che scotta è doloroso. Chi corre, tuttavia, non si ferma a lamentarsi del calore; lo accetta come condizione temporanea. Questa tolleranza al disagio è una componente chiave della regolazione emotiva. Linehan (1993), nel contesto della Psicoterapia "Dialettico-Comportamentale" (DBT), sottolinea come la capacità di sopportare momenti di crisi senza peggiorarli sia fondamentale per gestire emozioni intense e comportamenti impulsivi.
Vivere “correndo verso il mare” significa comprendere che dolore e fatica non sono ostacoli insormontabili, ma parti integranti del percorso verso il cambiamento e la crescita personale.

⏳ Perché continuiamo a correre nonostante il dolore?
La risposta risiede nei nostri valori: il “mare” rappresenta ciò che rende la vita degna di essere vissuta. La teoria dell’autodeterminazione (Deci & Ryan, 2000) dimostra che le persone che agiscono per motivazioni intrinseche — cioè perseguendo obiettivi coerenti con i propri valori profondi — mostrano maggiore resistenza allo stress e migliore regolazione emotiva. In psicoterapia, esplorare e chiarire i valori personali è fondamentale per aumentare motivazione e capacità di tollerare momenti difficili, come evidenziato dagli interventi basati sulla Psicoterapia "dell’Accettazione e dell’Impegno" (ACT) (Hayes et al., 2006).

⏳ Ignorare il bruciore immediato per ottenere il refrigerio futuro è anche un segno di intelligenza emotiva e di autoregolazione. La capacità di tollerare il disagio temporaneo in vista di un obiettivo significativo è un predittore di adattamento positivo.

⏳ Lo psichiatra Viktor Frankl (1946) afferma: «Chi ha un “perché” per vivere, può sopportare quasi ogni “come”». In psicoterapia, individuare e collegare le azioni quotidiane ai propri valori permette di dare senso al dolore, trasformandolo da ostacolo a motore di crescita.

⏳ Il cambiamento è la trappola del rinvio. Un elemento cruciale del lavoro clinico, infatti, riguarda il rinvio degli impegni e delle azioni significative. Spesso i pazienti rimandano, aspettando di “sentirsi meglio” prima di agire. Tuttavia, il futuro è intrinsecamente imprevedibile: non sappiamo come ci sentiremo domani, né se saremo più motivati, meno ansiosi o più pronti. È impossibile stabilire in anticipo il momento ideale in cui affrontare un compito, una scelta o una difficoltà.
Il rinvio, in questo senso, non è una strategia neutra, ma una forma di evitamento attivo. Rimandare espone il soggetto a un carico crescente di ansie anticipatorie, aspettative disfunzionali e senso di responsabilità non assunta. Più si aspetta, più la “sabbia” sembra scottare. Paradossalmente, non è l’azione a generare maggiore sofferenza, ma l’attesa dell’azione.

⏳ Uno degli ostacoli più comuni nella psicoterapia è la paura del cambiamento. Anche quando il paziente riconosce che certi schemi sono disfunzionali, il timore dell’ignoto e l’attaccamento alla zona di comfort possono bloccare l’azione. Tuttavia, il cambiamento è la condizione necessaria per il progresso clinico: senza accettare temporaneamente disagio, fatica o incertezza, non è possibile sperimentare strategie più adattive. "Correre sulla sabbia che scotta" diventa così la metafora del cambiamento stesso: il dolore iniziale non indica che si sta sbagliando strada, ma che la si sta finalmente percorrendo.

⏳ L’intervento psicoterapeutico aiuta il paziente a perseguire i suoi scopi personali (il mare) attraverso tre strategie fondamentali:

1. Accettazione del disagio, ossia osservare e riconoscere le emozioni difficili senza giudizio (DBT, ACT), riducendo la sofferenza amplificata dalla resistenza emotiva;
2. Visualizzazione degli obiettivi, che attiva i circuiti dopaminergici legati alla motivazione (Schultz, 1998) e sostiene l’energia psicofisiologica;
3. Identificazione dei valori, che consente di dare significato all’azione e di aumentare la resilienza nei momenti di difficoltà.

Dunque, il benessere psicologico non richiede l’assenza di sofferenza, ma la capacità di agire nonostante la fatica. Come nella “metafora della sabbia che scotta”, la visione del “mare” — i propri valori e obiettivi — rende sopportabile il “calore” del presente. Rinviare in attesa di stare meglio spesso prolunga la sofferenza; agire, invece, è ciò che permette al cambiamento di iniziare. L’intervento psicoterapeutico insegna all’assistito a correre verso il mare, sviluppando resilienza, motivazione intrinseca e accettazione: strumenti fondamentali per la crescita personale e la salute mentale.

TESI INFONDATE DAL WEB SUL CERVELLO: MINA DI ANSIE INUTILI NEI PAZIENTIGirando il mondo del web e dei social ci si accor...
10/01/2026

TESI INFONDATE DAL WEB SUL CERVELLO: MINA DI ANSIE INUTILI NEI PAZIENTI
Girando il mondo del web e dei social ci si accorge che circolano spesso idee allarmanti: per esempio, che lamentarsi troppo o concentrarsi su pensieri negativi possa causare danni cerebrali immediati, come un “restringimento istantaneo dell’ippocampo” dopo 60 secondi di pensieri negativi. Questa narrazione non ha alcuna base in studi clinici rigorosi; non esistono evidenze scientifiche che un singolo momento di negatività mentale causi atrofia cerebrale o danni neurologici improvvisi (Sapolsky, 2004; McEwen, 2007). Il cervello regola continuamente ormoni come il cortisolo tramite processi di omeostasi senza subire lesioni per un minuto di esperienza emotiva difficile (Sapolsky, 2002).

⏳ Il mito del restringimento dell’ippocampo con pensieri negativi in un solo minuto è assolutamente una notizia fasulla. Lo stress cronico prolungato o condizioni psicopatologiche gravi (disturbi depressivi profondi o PTSD) sono stati associati a variazioni nel volume dell’ippocampo (Bremner, 1999; McEwen & Morrison, 2013). Questi dati riguardano esposizioni molto estese nel tempo e contesti clinici specifici, non un pensiero negativo momentaneo o una lamentela quotidiana. Alcuni post sul web presentano questi dati fuori contesto, facendo credere erroneamente che qualsiasi pensiero negativo riduca il cervello.

⏳ Non è raro che anche esperti, talvolta per semplificazione o leggerezza, diffondano informazioni imprecise (Ioannidis, 2005). Queste affermazioni vengono spesso riprese dai media o dai giornalisti senza verificarne attendibilità e validità, creando un circolo di disinformazione che amplifica paure e malintesi tra chi è già vulnerabile (Scheufele & Krause, 2019). È così che miti come “lamentarsi restringe l’ippocampo” o “ogni lamentela è un trauma” diventano virali, generando confusione e ansia ingiustificate.

⏳ In psicologia clinica, il termine "trauma" indica un evento che minaccia seriamente l’integrità fisica o psicologica e altera profondamente i circuiti emotivi e di memoria (Van der Kolk, 2014). Una lamentela quotidiana — anche se faticosa — non rientra in questa categoria. Confondere questi concetti è scientificamente scorretto e può aumentare senso di colpa e ansia senza motivo.

⏳ In Internet addirittura gira voce che la repressione emotiva è salutare. Sopprimere le emozioni, invece, è generalmente più dannoso che esprimerle. La regolazione emotiva adattiva, che include riconoscere e dare senso alle emozioni, è correlata a maggiore resilienza e benessere mentale (Gross, 1998; Pennebaker, 1997; Linehan, 1993). Parlare con un professionista significa imparare strategie di coping basate sull’evidenza, come accettazione e ristrutturazione cognitiva, che riducono ruminazione e favoriscono chiarezza emotiva (Beck, 2011; Hayes, Strosahl & Wilson, 1999).

⏳ La combinazione di informazioni fuorvianti da esperti, amplificate dai media senza verifica, crea una vera e propria "infodemia". Questa confusione porta le persone a pensare che ogni momento di frustrazione o lamentele quotidiane equivalga a un trauma o a un danno cerebrale, con conseguente ansia inutile e senso di impotenza (Arora et al., 2025).

⏳ Se qualcuno si senta intrappolato in pensieri negativi, il mio consiglio è quello di non aspettare che spariscano da soli. Esistono professionalità valide e formate come psicologi o psicoterapeuti che possono intervenire sul disturbo. La scelta di affidarsi ad ubo specialista è un passo concreto verso sollievo, comprensione e cambiamento. La scienza ci insegna che mettere in parola ciò che si sente è un atto di cura verso sé stessi, ma non qualcosa da temere.

01/01/2026
Buona Vigilia di Capodanno a tutti con la copertina dello speciale NATALE del giornalino che realizziamo in reparto dell...
31/12/2025

Buona Vigilia di Capodanno a tutti con la copertina dello speciale NATALE del giornalino che realizziamo in reparto della clinica romana "Villa Sant'Alessandro" nell'ambito del laboratorio terapeutico di scrittura diretto da me

"A CHRISTMAS BLUES": QUANDO LE FESTE ACCENDONO LA SOLITUDINEIl Natale è spesso raccontato come il tempo della vicinanza,...
30/12/2025

"A CHRISTMAS BLUES": QUANDO LE FESTE ACCENDONO LA SOLITUDINE
Il Natale è spesso raccontato come il tempo della vicinanza, degli affetti e della gioia condivisa. Le immagini che lo accompagnano – famiglie riunite, tavole piene, sorrisi e calore – costruiscono un ideale potente, quasi obbligatorio. Eppure, per molte persone, proprio le festività rappresentano un periodo emotivamente critico, segnato da tristezza, nostalgia, senso di esclusione, umiliazione e indifferenza.
Non si tratta di una fragilità individuale né di una “incapacità di essere felici”, ma di un’esperienza psicologica diffusa, riconosciuta e studiata.

⏳ In Italia, i dati sociali ed epidemiologici raccontano una realtà chiara. Secondo ISTAT, oltre 8,8 milioni di persone vivono sole, e più di 4 milioni sono anziani. Durante le festività, una quota significativa di queste persone riferisce un aumento del senso di isolamento emotivo, proprio perché il Natale amplifica il confronto con ciò che manca.
Indagini recenti mostrano che circa un italiano su quattro sperimenta durante il periodo natalizio sentimenti di malinconia, tristezza o nostalgia marcata. Più di un terzo della popolazione riferisce stress emotivo o solitudine durante le feste, anche quando formalmente non è sola. Questo dato è particolarmente rilevante: si può essere circondati da persone e sentirsi comunque profondamente soli.
Anche tra i giovani adulti il fenomeno è rilevante: studi indicano che la maggioranza ha sperimentato sentimenti di solitudine almeno una volta, e per molti questi vissuti si intensificano proprio nei periodi simbolicamente dedicati alla condivisione.

⏳ In ambito psicologico si parla di "Christmas Blues", una condizione caratterizzata da tristezza, nostalgia, irritabilità, senso di vuoto e talvolta vergogna per il proprio stato emotivo. Non è una patologia in sé, ma una risposta emotiva comprensibile a una combinazione di fattori:

- il confronto con un passato idealizzato o con affetti perduti;
- la pressione sociale a “dover stare bene”;
- la percezione di essere rimasti indietro rispetto agli altri;
- la mancanza di relazioni significative o sentite.

Come sottolineano molti psicologi clinici, il dolore aumenta quando l’esperienza interna entra in conflitto con ciò che “dovrebbe essere”. Il Natale, più di altri momenti dell’anno, rende questo conflitto evidente.

⏳ Per chi si sente abbandonato, escluso o marginalizzato, le festività possono assumere un significato ancora più duro. Non è solo la solitudine a far male, ma il senso di invisibilità: la percezione di non essere cercati, scelti, pensati.
In questi casi possono emergere emozioni profonde di umiliazione, vergogna e autosvalutazione. La psicologia ci insegna che tali vissuti non indicano debolezza, ma il bisogno umano fondamentale di appartenenza e riconoscimento. Quando questi bisogni restano insoddisfatti, la sofferenza è una risposta naturale.

⏳ Accogliere il dolore non significa arrendersi. Un passaggio fondamentale è smettere di giudicare ciò che si prova. La tristezza non è un fallimento, la nostalgia non è un difetto, la solitudine non definisce il valore di una persona.
Accogliere il proprio stato emotivo significa riconoscere che qualcosa dentro chiede attenzione. In questo spazio possono emergere risorse spesso sottovalutate: capacità di introspezione, sensibilità, profondità emotiva, resilienza silenziosa. Anche il semplice desiderio di capire ciò che si sta vivendo è già un atto di cura.

⏳ Quando la sofferenza diventa persistente o opprimente, chiedere aiuto è un gesto di coraggio, non di debolezza. Parlare con qualcuno rompe l’isolamento emotivo e restituisce dignità all’esperienza vissuta.
Tuttavia, è fondamentale sottolineare un aspetto spesso trascurato. Chiedere aiuto sì, ma alle persone giuste.
Il bisogno di ascolto può spingere a rivolgersi a chiunque sembri disponibile. Ma la sofferenza psicologica, soprattutto quando è intensa e carica di vergogna, richiede competenza, formazione ed etica professionale. È importante affidarsi a psicologi e psicoterapeuti qualificati, professionisti formati scientificamente, iscritti agli albi, in grado di offrire uno spazio sicuro, non giudicante e realmente terapeutico. La relazione di aiuto non è improvvisazione né semplice “buon senso”: è un processo delicato che richiede strumenti specifici. Figure improvvisate o estemporanee, pur animate da buone intenzioni, possono banalizzare il dolore, offrire consigli semplicistici o non riconoscere segnali di sofferenza profonda. Questo può aumentare il senso di incomprensione, colpa o fallimento personale. Scegliere a chi affidare il proprio dolore è una forma di rispetto verso se stessi.
La paura di esporsi, di essere giudicati o di non essere capiti è comprensibile. Ma la psicologia ci ricorda che la vulnerabilità condivisa è uno dei più potenti fattori di cambiamento. Parlare con un professionista competente può trasformare la sofferenza in comprensione, e la solitudine in un’esperienza finalmente riconosciuta. Anche nei momenti più bui, esiste la possibilità di un passo diverso: non immediatamente risolutivo, ma autentico. Un passo che dice: la mia esperienza conta.
Nessuno dovrebbe sentirsi invisibile proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di essere ascoltato.

IL PESO CLINICO DEL PASSATO NEI DISTURBI PSICHICIIn ambito clinico, il passato non rappresenta semplicemente una dimensi...
24/12/2025

IL PESO CLINICO DEL PASSATO NEI DISTURBI PSICHICI
In ambito clinico, il passato non rappresenta semplicemente una dimensione temporale conclusa, ma un trigger che scatena il malessere psicologico. Il passato è costituito da un insieme di memorie emotivamente cariche, valutazioni cognitive e rappresentazioni del Sé che continuano a influenzare il funzionamento psicologico attuale. In numerosi disturbi mentali, il passato rimane psicologicamente attivo, interferendo con la regolazione emotiva, la percezione di sé e la capacità di agire nel presente. I pensieri di molti soggetti sofferenti, infatti, vacillano a ritroso nel tempo non consentendo loro di godersi la propria quotidianità.

⏳ Secondo il modello cognitivo di Aaron Beck, un errore cognitivo particolarmente rilevante è il "Dare troppa importanza al passato", ossia la tendenza a trattare eventi pregressi come prove definitive e immutabili per interpretare il presente e anticipare il futuro. In questo errore, il passato perde la sua funzione informativa e diventa un criterio rigido di giudizio, impedendo una valutazione flessibile dell’esperienza attuale.
L’errore cognitivo "Dare troppa importanza al passato" rappresenta un fattore transdiagnostico rilevante. Esso ostacola l’apprendimento dall’esperienza presente e limita la possibilità di cambiamento.
Gli interventi clinici efficaci condividono l’obiettivo di:

- ridimensionare il valore esplicativo del passato;
- separare identità e storia personale;
- promuovere una lettura probabilistica e flessibile degli eventi;
- favorire l’azione nel presente come fonte primaria di nuove informazioni.

⏳ La distorsione cognitiva citata, che è frutto di un apprendimento datato ma non adatto per fronteggiare il presente, si ritrova in diversi disturbi mentali:

A. Nel Disturbo Depressivo Maggiore, l’errore cognitivo "Dare troppa importanza al passato" si manifesta attraverso il rimuginio su fallimenti, perdite e occasioni mancate. Gli eventi passati vengono utilizzati come prove globali di inadeguatezza personale, alimentando una visione negativa e stabile del Sé. Il paziente tende a sovrageneralizzare l’esperienza passata, trasformandola in una narrazione identitaria rigida (“sono sempre stato così”), che rinforza la triade cognitiva negativa di Sé, mondo e futuro. In questo quadro, il passato non è vissuto come concluso, ma come una conferma costante dell’impossibilità di cambiamento.
L’intervento clinico mira a ridimensionare il valore esplicativo del passato e a favorire esperienze attuali capaci di fornire informazioni alternative e correttive.

B. Nei disturbi d’ansia, il passato assume una funzione predittiva minacciosa. Eventi precedenti di paura, fallimento o perdita vengono considerati indicatori affidabili della probabilità che il pericolo si ripresenti.
L’eccessiva importanza attribuita al passato conduce il soggetto a utilizzare l’esperienza pregressa come modello rigido di previsione, riducendo la percezione di controllo nel presente e alimentando evitamento e ipervigilanza. Il passato ferisce perché viene costantemente proiettato nel futuro, impedendo una reale esperienza di sicurezza attuale.

C. Nel Disturbo ossessivo-compulsivo, l’errore "Dare troppa importanza al passato" si esprime nella convinzione che errori, dubbi o omissioni passate mantengano una rilevanza morale o causale permanente. Il soggetto rimane intrappolato nel tentativo di neutralizzare o riparare retroattivamente eventi già conclusi, attribuendo loro un peso sproporzionato. Il passato, in questo contesto, non viene riconosciuto come immutabile, ma come una fonte continua di responsabilità e minaccia.
Il lavoro clinico si concentra sull’accettazione dell’irreversibilità del passato e sulla riduzione del suo potere esplicativo nel presente.

D. Nel Disturbo post-traumatico da stress, il passato non solo mantiene un’importanza eccessiva, ma viene vissuto come ancora attuale. I ricordi traumatici non sono pienamente integrati nella memoria autobiografica narrativa e continuano a essere riattivati attraverso flashback, incubi e iperattivazione fisiologica.
Dal punto di vista cognitivo, il trauma viene utilizzato come chiave interpretativa dominante della realtà, rafforzando l’idea che il mondo sia ancora pericoloso e che il Sé sia permanentemente vulnerabile. Il passato ferisce perché non è riconosciuto come temporalmente concluso.
L’intervento terapeutico mira a ristabilire una distanza temporale ed emotiva tra l’esperienza traumatica e la vita attuale del paziente.

E. Nei disturbi dissociativi, il passato risulta spesso frammentato o parzialmente inaccessibile. Esperienze traumatiche precoci possono determinare una scissione tra contenuti mnestici, emozioni e senso di identità.
In questo quadro, alcune parti del passato restano iper-investite emotivamente, mentre altre risultano dissociate. Anche quando non pienamente consapevole, il passato continua a esercitare un’influenza sproporzionata sul funzionamento presente, mantenendo reazioni emotive intense e discontinuità identitarie.
Il lavoro clinico è orientato all’integrazione dell’esperienza e alla costruzione di una narrazione coerente e temporalmente collocata.

F. Nei disturbi di personalità, l’eccessiva importanza attribuita al passato contribuisce alla cristallizzazione di schemi maladattivi precoci. Le esperienze relazionali passate vengono considerate prove definitive di come funzionano le relazioni e di chi è il soggetto. Il passato viene vissuto non come una fase evolutiva, ma come una struttura identitaria rigida, che orienta le aspettative, le reazioni emotive e i comportamenti interpersonali nel presente.
L’intervento terapeutico mira a favorire nuove esperienze relazionali correttive che consentano una progressiva revisione degli schemi consolidati.

⏳ La sofferenza psicologica, dunque, non deriva tanto da ciò che è accaduto, quanto dalla persistente attivazione emotiva e cognitiva del ricordo, che continua a essere vissuto come rilevante e minaccioso nel qui-e-ora.

⏳ Il passato non smette di esistere, ma smette di ferire quando perde il ruolo di giudice del presente. Alla luce del modello cognitivo di Beck, la sofferenza psicopatologica persiste quando gli eventi passati vengono trattati come determinanti assoluti dell’identità e delle possibilità future.
Il compito della clinica non è cancellare la storia personale, ma trasformarla in una narrazione integrata, contestualizzata e non più dominante. Solo allora il passato può essere riconosciuto per ciò che è: una parte della storia dell’individuo, non il suo destino.

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