Dott. Sileo Alessandro - Psicologo

Dott. Sileo Alessandro - Psicologo La tua vita non va? Sei in difficoltà? Sei senza speranza? Non arrenderti. Come posso aiutarti? Sono stato docente universitario nell'a. Sono pronto ad ascoltarti!

FORMAZIONE:
Sono uno PSICOLOGO PSICOTERAPEUTA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE operante a Potenza, in Basilicata. Ho conseguito il titolo il 13 dicembre 2024 alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia di Basilicata di Potenza. Sono iscritto all'Albo degli Psicoterapeuti con matr. 897 dell'Ordine degli Psicologi della Basilicata. Sono Perfezionato in "Riabilitazione Neuropsicologica nell'Adulto e nell'Anziano", grazie ad un Master di II Livello conseguito il 12/12/2021 all'Istituto di Scienze Neurocognitive "Aleksandr Lurija" di Torino con la Tesi Sperimentale dal titolo "Il Disturbo Neurocognitivo Maggiore Vascolare da ipoperfusione conseguente ad arresto cardiaco: un trattamento neuropsicologico nell'era Covid". Ho conseguito il 15/04/2019 la laurea Magistrale in "Psicologia - indirizzo Cognitivo" con voto 110/110 all'Università degli Studi "Gabriele D'Annunzio" di Chieti con la Tesi Sperimentale in Fondamenti di Scienze Cognitive dal titolo "L'influenza delle emozioni sulla percezione del tempo". A settembre 2016 ho ottenuto la Laurea Triennale in "Scienze e Tecniche Psicologiche" all'Università degli Studi "Gabriele D'Annunzio" di Chieti con la Tesi Compilativa in I Principali Orientamenti teorici di Psicologia Dinamica intitolata "Eros e Thanatos nella nevrosi ossessiva". Sono in possesso del Master Universitario di I Livello in Discipline Filosofiche, Sociologiche ed Umanistiche, conseguito nel dicembre 2023. Ho anche ottenuto nel 2007 la Laurea triennale in "Scienze della Comunicazione" all'Università degli Studi della Basilicata con la Tesi Compilativa in Antropologia Culturale denominata "Il Corpo tra Passato e Presente". LAVORO:
Svolgo attività professionale nel mio studio privato a Potenza da Psicologo dal febbraio 2022. Ho svolto attività di psicologo libero professionista con la Società Cooperativa Sociale "Auxilium" da giugno 2022 a giugno 2023 assolvendo prestazioni psicologiche domiciliari per utenti oncologici, con patologie croniche e neurodegenerative. a. 2022/2023 in Relazione Facilitante al corso triennale in Ostetricia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Sono docente universitario dall'a. a. 2023/2024 fino a tuttora in Psicologia Generale al corso triennale in Infermieristica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

STUDIO PROFESSIONALE:
Il mio studio professionale di Psicologia offre complessivamente servizi:
- di counseling, di sostegno/supporto psicologico;
- di assessment psicodiagnostico;
- di valutazione neuropsicologica;
- di trattamento di problemi di problem-solving di coppia, di crisi esistenziali, di ansia, assertività, irascibilità, insonnia, autostima, fobie, disturbi dell'umore e della personalità, di disturbi dello spettro schizofrenico ed altri disturbi psicotici;
- di elaborazione del lutto e di traumi psicologici;
- di riabilitazione neuropsicologica e di stimolazione cognitiva;
- di gestione di problemi cognitivi dovuti ad ictus e patologie cerebrovascolari e neurodegenerative. https://g.co/kgs/P2Qxn9
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https://www.miodottore.it/alessandro-sileo/psicologo-psicologo-clinico-psicoterapeuta/potenza

25/12/2025
IL PESO CLINICO DEL PASSATO NEI DISTURBI PSICHICIIn ambito clinico, il passato non rappresenta semplicemente una dimensi...
24/12/2025

IL PESO CLINICO DEL PASSATO NEI DISTURBI PSICHICI
In ambito clinico, il passato non rappresenta semplicemente una dimensione temporale conclusa, ma un trigger che scatena il malessere psicologico. Il passato è costituito da un insieme di memorie emotivamente cariche, valutazioni cognitive e rappresentazioni del Sé che continuano a influenzare il funzionamento psicologico attuale. In numerosi disturbi mentali, il passato rimane psicologicamente attivo, interferendo con la regolazione emotiva, la percezione di sé e la capacità di agire nel presente. I pensieri di molti soggetti sofferenti, infatti, vacillano a ritroso nel tempo non consentendo loro di godersi la propria quotidianità.

⏳ Secondo il modello cognitivo di Aaron Beck, un errore cognitivo particolarmente rilevante è il "Dare troppa importanza al passato", ossia la tendenza a trattare eventi pregressi come prove definitive e immutabili per interpretare il presente e anticipare il futuro. In questo errore, il passato perde la sua funzione informativa e diventa un criterio rigido di giudizio, impedendo una valutazione flessibile dell’esperienza attuale.
L’errore cognitivo "Dare troppa importanza al passato" rappresenta un fattore transdiagnostico rilevante. Esso ostacola l’apprendimento dall’esperienza presente e limita la possibilità di cambiamento.
Gli interventi clinici efficaci condividono l’obiettivo di:

- ridimensionare il valore esplicativo del passato;
- separare identità e storia personale;
- promuovere una lettura probabilistica e flessibile degli eventi;
- favorire l’azione nel presente come fonte primaria di nuove informazioni.

⏳ La distorsione cognitiva citata, che è frutto di un apprendimento datato ma non adatto per fronteggiare il presente, si ritrova in diversi disturbi mentali:

A. Nel Disturbo Depressivo Maggiore, l’errore cognitivo "Dare troppa importanza al passato" si manifesta attraverso il rimuginio su fallimenti, perdite e occasioni mancate. Gli eventi passati vengono utilizzati come prove globali di inadeguatezza personale, alimentando una visione negativa e stabile del Sé. Il paziente tende a sovrageneralizzare l’esperienza passata, trasformandola in una narrazione identitaria rigida (“sono sempre stato così”), che rinforza la triade cognitiva negativa di Sé, mondo e futuro. In questo quadro, il passato non è vissuto come concluso, ma come una conferma costante dell’impossibilità di cambiamento.
L’intervento clinico mira a ridimensionare il valore esplicativo del passato e a favorire esperienze attuali capaci di fornire informazioni alternative e correttive.

B. Nei disturbi d’ansia, il passato assume una funzione predittiva minacciosa. Eventi precedenti di paura, fallimento o perdita vengono considerati indicatori affidabili della probabilità che il pericolo si ripresenti.
L’eccessiva importanza attribuita al passato conduce il soggetto a utilizzare l’esperienza pregressa come modello rigido di previsione, riducendo la percezione di controllo nel presente e alimentando evitamento e ipervigilanza. Il passato ferisce perché viene costantemente proiettato nel futuro, impedendo una reale esperienza di sicurezza attuale.

C. Nel Disturbo ossessivo-compulsivo, l’errore "Dare troppa importanza al passato" si esprime nella convinzione che errori, dubbi o omissioni passate mantengano una rilevanza morale o causale permanente. Il soggetto rimane intrappolato nel tentativo di neutralizzare o riparare retroattivamente eventi già conclusi, attribuendo loro un peso sproporzionato. Il passato, in questo contesto, non viene riconosciuto come immutabile, ma come una fonte continua di responsabilità e minaccia.
Il lavoro clinico si concentra sull’accettazione dell’irreversibilità del passato e sulla riduzione del suo potere esplicativo nel presente.

D. Nel Disturbo post-traumatico da stress, il passato non solo mantiene un’importanza eccessiva, ma viene vissuto come ancora attuale. I ricordi traumatici non sono pienamente integrati nella memoria autobiografica narrativa e continuano a essere riattivati attraverso flashback, incubi e iperattivazione fisiologica.
Dal punto di vista cognitivo, il trauma viene utilizzato come chiave interpretativa dominante della realtà, rafforzando l’idea che il mondo sia ancora pericoloso e che il Sé sia permanentemente vulnerabile. Il passato ferisce perché non è riconosciuto come temporalmente concluso.
L’intervento terapeutico mira a ristabilire una distanza temporale ed emotiva tra l’esperienza traumatica e la vita attuale del paziente.

E. Nei disturbi dissociativi, il passato risulta spesso frammentato o parzialmente inaccessibile. Esperienze traumatiche precoci possono determinare una scissione tra contenuti mnestici, emozioni e senso di identità.
In questo quadro, alcune parti del passato restano iper-investite emotivamente, mentre altre risultano dissociate. Anche quando non pienamente consapevole, il passato continua a esercitare un’influenza sproporzionata sul funzionamento presente, mantenendo reazioni emotive intense e discontinuità identitarie.
Il lavoro clinico è orientato all’integrazione dell’esperienza e alla costruzione di una narrazione coerente e temporalmente collocata.

F. Nei disturbi di personalità, l’eccessiva importanza attribuita al passato contribuisce alla cristallizzazione di schemi maladattivi precoci. Le esperienze relazionali passate vengono considerate prove definitive di come funzionano le relazioni e di chi è il soggetto. Il passato viene vissuto non come una fase evolutiva, ma come una struttura identitaria rigida, che orienta le aspettative, le reazioni emotive e i comportamenti interpersonali nel presente.
L’intervento terapeutico mira a favorire nuove esperienze relazionali correttive che consentano una progressiva revisione degli schemi consolidati.

⏳ La sofferenza psicologica, dunque, non deriva tanto da ciò che è accaduto, quanto dalla persistente attivazione emotiva e cognitiva del ricordo, che continua a essere vissuto come rilevante e minaccioso nel qui-e-ora.

⏳ Il passato non smette di esistere, ma smette di ferire quando perde il ruolo di giudice del presente. Alla luce del modello cognitivo di Beck, la sofferenza psicopatologica persiste quando gli eventi passati vengono trattati come determinanti assoluti dell’identità e delle possibilità future.
Il compito della clinica non è cancellare la storia personale, ma trasformarla in una narrazione integrata, contestualizzata e non più dominante. Solo allora il passato può essere riconosciuto per ciò che è: una parte della storia dell’individuo, non il suo destino.

IL "DISTURBO D'ANSIA GENERALIZZATA": LA MENTE CHE NON SI SPEGNEIl "Disturbo d’Ansia Generalizzato" (GAD) non è una sempl...
06/12/2025

IL "DISTURBO D'ANSIA GENERALIZZATA": LA MENTE CHE NON SI SPEGNE
Il "Disturbo d’Ansia Generalizzato" (GAD) non è una semplice preoccupazione. È una condizione psicologica persistente, caratterizzata da anticipazioni negative, tensione fisica e difficoltà a controllare il proprio stato interno.

⏳ Il GAD nasce dall’interazione di fattori cognitivi, temperamentali e ambientali.
Sono 8 i fattori "cognitivi" implicati:

A. Intolleranza all’incertezza (Dugas) --> forte difficoltà a tollerare il non sapere.
Esempio: "Se non so se il mio colloquio andrà bene, allora devo immaginare tutti i peggiori scenari”.
La tecnica di trattamento prevista è l'Esposizione all’incertezza;

B. Worry come evitamento cognitivo (Borkovec) --> la preoccupazione continua riduce l’emozione intensa a breve termine, evitando l’elaborazione emotiva.
Esempio: rimuginare sull’andamento di una relazione per non sentire la paura dell’abbandono.
La tecnica di trattamento prevista è l'Esposizione ai pensieri, immagini.

C. Attenzione selettiva verso il negativo --> errori attentivi che danno importanza solo alle informazioni tristi e minacciose.
Esempio: ricordare solo gli errori passati e ignorare i successi.
Le tecniche di trattamento previste sono: Training attentivo, Ristrutturazione cognitiva, Verifica di prove a favore e contro.

D. Metacredenze disfunzionali --> credere che non preoccuparsi significhi essere irresponsabili.
Esempio: “Se mi preoccupo posso evitare disastri”; “I miei pensieri sono pericolosi”.
La tecnica richiesta è l'Intervento metacognitivo.

E. Orientamento negativo al problema --> valutare i problemi come minacce insormontabili e sentirsi incapaci di risolverli.
Esempio: “Non posso far fronte a questo. Fallirò”.
La tecnica di trattamento prevista è il Training di problem solving.

F. Catastrofizzazione e interpretazione catastrofica --> tendenza a esagerare la probabilità o la gravità di eventi negativi.
Esempio: “Ho una grave malattia”, dopo aver avvertito un piccolo malessere.
La tecnica di trattamento prevista è la Ristrutturazione cognitiva.

G. Evitamento esperienziale e strategie di controllo --> comportamenti (reassurance seeking, controlli, evitamenti) che riducono l’ansia momentaneamente ma la rinforzano.
Esempio: chiamare continuamente il medico o evitare luoghi sociali per non provare ansia.
La procedura di trattamento adatta è l'Esperimento comportamentale volto alla riduzione dei comportamenti di sicurezza.

H. Deficit del controllo esecutivo --> difficoltà a fermare pensieri intrusivi.
Esempio: non riuscire a interrompere una spirale di pensieri negativi al lavoro.
La tecnica di cura adatta è: Mindfulness, training di rilassamento.

I fattori "temperamentali e biologici" in gioco sono:

- elevata sensibilità allo stress;
- familiarità con disturbi ansiosi;
- iperattivazione.

I fattori "ambientali" coinvolti nella psicopatologia sono:

- ambienti iperprotettivi o imprevedibili;
- esposizione continuativa a stress cronico;
- contesti familiari ansiogeni.

⏳ Riguardo ai dati epidemiologici, quasi il 6% della popolazione sperimenta nel corso della vita il Disturbo d'Ansia Generalizzata, di cui la maggioranza è rappresentata dalle donne. Esiste peraltro una comorbilità del 70% con accidenti depressivi.

⏳ Come ci si accorge di soffrire di Disturbo d’Ansia Generalizzato?
Riconoscere il GAD non è semplice, perché molti sintomi vengono confusi con “stress”, “carattere” o “periodi pesanti”. La differenza fondamentale riguarda durata, intensità e pervasività.
Il GAD inizia a farsi riconoscere quando le preoccupazioni interferiscono con: lavoro, relazioni, decisioni quotidiane.
Ecco i segnali clinici più importanti:

1. Preoccupazioni costanti e difficili da controllare (rimuginii quotidiani su salute, lavoro, relazioni, futuro). La persona ha la sensazione di non riuscire a spegnere la mente. I pensieri si spostano da un tema all’altro senza tregua;

2. Sintomi presenti per almeno 6 mesi;

3. Segni fisici (tensione muscolare, disturbi gastrointestinali, palpitazioni, difficoltà respiratorie, stanchezza cronica, mal di testa da tensione);

4. Disturbi del sonno (difficoltà ad addormentarsi per eccesso di pensieri, risvegli frequenti, sonno non ristoratore);

5. Difficoltà di concentrazione (mente occupata dal worry e diventa difficile completare compiti lavorativi o prendere decisioni).

⏳ Il Disturbo d'Ansia Generalizzata può essere sottoposto a 2 importanti metodi di cura.

1. La Psicoterapia "Cognitivo-Comportamentale" (TCC) è l'orientamento curativo per eccellenza, ch3 include: Psicoeducazione, Esposizione ai pensieri e alle emozioni temute, Ristrutturazione cognitiva, Rilassamento, Problem-solving, Esperimento comportamentale.
Gli studi mostrano miglioramenti significativi già in poche settimane.

2. L'Unified Protocol (Barlow) è la procedura fondamentale per trattare i disturbi emotivi tramite un percorso transdiagnostico che lavora su: regolazione emotiva, riduzione dell’evitamento, aumento della flessibilità emotiva. Esso è molto utile quando ansia e depressione coesistono.

Solo se e quando diventa marcata, evidente ed intollerante la sintomatologia ansiosa, la psicoterapia viene affiancata alla farmacoterapia. La prescrizione di farmaci antidepressivi SSRI/SNRI da parte dello psichiatra è d'elezione nei casi moderati-gravi. Le benzodiazepine, invece, vanno usate solo per brevi periodi, poichè creano dipendenza.

⏳ Quando i livelli d'ansia sono anplificati e si fa fatica ad andare avanti è importante riconoscere il problema. Se non si tollera più il disturbo è inutile e irrispettoso verso se stessi chiudersi dentro e perdere ogni speranza. Una consulenza è un primo passo per prendere contezza che la situazione può essere attenuata con l'aiuto di un esperto. Poi, è un modo per prendersi cura di sé, ma soprattutto di tornare a godersi la vita.

CHIEDERE AIUTO È UN ATTO DI CORAGGIO, MA NON DI DEBOLEZZATi sei mai sentito sopraffatto da pensieri che non ti lasciano ...
03/12/2025

CHIEDERE AIUTO È UN ATTO DI CORAGGIO, MA NON DI DEBOLEZZA
Ti sei mai sentito sopraffatto da pensieri che non ti lasciano respirare, da emozioni che sembrano prendere il controllo, o da situazioni che sembrano impossibili da affrontare da soli? Non sei solo. Molte persone vivono momenti simili, ma spesso pensano che chiedere aiuto significhi essere “deboli” o incapaci. La verità è esattamente il contrario: riconoscere di aver bisogno di supporto è un atto di coraggio e di consapevolezza.

⏳ Nel mio studio offro uno spazio sicuro e accogliente, dove puoi essere ascoltato senza giudizio, esplorare le tue difficoltà e trovare strategie pratiche per vivere meglio. Che si tratti di ansia, stress, difficoltà relazionali, depressione o blocchi personali, ogni percorso è unico, costruito intorno a te e alle tue esigenze.

⏳ La Psicologia non è solo capire il “perché” dei problemi, ma scoprire insieme il “come” puoi tornare a sentirti padrone della tua vita. Attraverso tecniche collaudate, come l’attivazione comportamentale, la ristrutturazione cognitiva o altri percorsi personalizzati di benessere emotivo, possiamo lavorare insieme per trasformare le difficoltà in strumenti di crescita.

⏳ Chiedere aiuto significa fare il primo passo verso una vita più serena e appagante. Non devi affrontare tutto da solo: esiste un modo per sentirsi meglio, per ritrovare equilibrio e motivazione. Se stai leggendo queste righe, il tuo primo passo è già iniziato.
Non aspettare che la situazione peggiori. Ogni percorso inizia con un piccolo gesto: quello di rivolgersi a chi può guidarti con competenza e umanità.

Dott. Alessandro Sileo

IL SUICIDIO COME "STELLA POLARE": LA VIA STRUGGENTE PER LIBERARSI DALLA SOFFERENZA DELLA VITAIl "suicidio" può essere co...
19/11/2025

IL SUICIDIO COME "STELLA POLARE": LA VIA STRUGGENTE PER LIBERARSI DALLA SOFFERENZA DELLA VITA
Il "suicidio" può essere considerato una sorta di "stella polare" oscura: un fenomeno che, pur tragico, guida la comprensione del dolore umano e delle dinamiche psicologiche sottostanti. Non è solo un gesto estremo di disperazione, ma spesso l’esito di vulnerabilità profonde, intrecciate con eventi precipitanti, difficoltà relazionali e convinzioni disfunzionali sul sé e sul mondo. Nei giovani, può manifestarsi come espressione di malessere identitario e relazionale; negli adulti, spesso riflette senso di inutilità, isolamento o perdita di ruolo. Comprendere questi meccanismi è fondamentale per la prevenzione e l’intervento terapeutico.

⏳ Negli anni 2020-2021, l’Italia ha registrato 7.422 suicidi tra persone sopra i 15 anni. Circa il 78% erano uomini, con un tasso medio nazionale di 5,9 per 100.000 abitanti. La distribuzione per età mostra che i giovani 15–34 anni rappresentano circa 14-15% dei casi, mentre la fascia 35–64 anni è la più colpita.
L’aumento delle chiamate a linee di ascolto (es. Telefono Amico: oltre 3.000 appelli nei primi sei mesi del 2025) indica una crescente richiesta di supporto e una maggiore consapevolezza del problema.

I "fattori predisponenti" sono:

- lo " stile di attaccamento insicuro" (ansioso, evitante, disorganizzato) che aumenta vulnerabilità a senso di inutilità;
- i "traumi infantili" (abusi, trascuratezza o relazioni familiari instabili) che possono lasciare tracce profonde di impotenza e svalutazione di sé;
- credenze di base alterate di peso ed inutilità, di non amabilità e di inadeguatezza.

I "fattori precipitanti" dell'intenzione di farla finita sono:

- "crisi relazionali" (rottura, conflitti familiari);
- "fallimenti" (perdita di lavoro, esami non superati, insuccessi nello studio);
- "problemi di salute";
- "senso di colpa".

⏳ Il "suicidio" si manifesta all’interno di quadri psicopatologici specifici.
L'evento è caratteristico nei:

1. Disturbi dell'umore, tra cui
- il "Disturbo Depressivo Maggiore" (ideazione suicidaria frequente, senso di disperazione, colpa e inutilità);
- il "Disturbo depressivo cronico o Distimia" (sofferenza prolungata, perdita di interesse e senso di impotenza);
- "Disturbo bipolare" I e II (pulsione di togliersi la vita a seguito di episodi misti);

2. Disturbi d’ansia, tra cui:
- "Ansia generalizzata, disturbo da panico o PTSD (tensione intensa e il senso di entrapment possono scatenare pensieri suicidari);

3. Disturbi da abuso di sostanze (Alcol, droghe o farmaci);

4. Disturbi di personalità, come
- "Borderline" (instabilità emotiva e impulsività aumentano il rischio);
- "Narcisistico" (ideazione suicidaria in presenza di rifiuto o fallimento);

5. Disturbi psicotici e dello spettro schizofrenico, tra cui
- "Schizofrenia" (ideazione suicidaria può emergere in episodi depressivi o misti).

⏳ Quali sono i campanelli d’allarme di un dramma annunciato?

A. Espressioni di disperazione o desiderio di sparire;
B. Preparativi concreti (lettere, testamenti, regali d’addio);
C. Cambiamenti comportamentali (isolamento, calo dell’umore, variazioni del sonno o dell’appetito).

Familiari e caregiver dovrebbero intervenire non appena questi segnali emergono, coinvolgendo professionisti o linee di ascolto. Anche il soggetto stesso può e deve chiedere aiuto, senza vergogna.

⏳ Chi pensa al suicidio spesso porta convinzioni disfunzionali profonde:

“Sono un peso”;
“Non ci sono alternative”;
“Il mondo non ha bisogno di me”;
“Non posso sopportare questo dolore”;
“Non merito di vivere”.

⏳ Evidenze scientifiche confermano riduzione significativa dell’ideazione suicidaria e dei tentativi successivi con l'impiego della Psicoterapia "Cognitivo-Comportamentale" (CBT). La CBT consente, quindi, di trasformare la stella oscura del suicidio in una mappa di prevenzione e resilienza, intervenendo su pensieri, emozioni e comportamenti, tramite:

- "Ristrutturazione cognitiva" sfidando le credenze disfunzionali (“sono un peso”)
- "Progettazione di sicurezza" (Safety planning), elaborando strategie concrete per affrontare crisi imminenti;
- "Problem-solving e regolazione emotiva" per ridurre il senso di impotenza.

⏳ A chi sente il mondo crollare addosso: la vita ha valore. Il dolore che si prova non è un destino inevitabile, ma un segnale di sofferenza che merita ascolto e cura. Cercare aiuto è un atto di coraggio. Con supporto, attenzione e strumenti terapeutici, un futuro migliore è possibile. Nessuno si senta assolutamente solo.

QUANDO IL CONTROLLO EMOTIVO DIVENTA UN DISTURBOI disturbi emotivi — come ansia, depressione, attacchi di panico o somati...
03/11/2025

QUANDO IL CONTROLLO EMOTIVO DIVENTA UN DISTURBO
I disturbi emotivi — come ansia, depressione, attacchi di panico o somatizzazioni — non nascono dal nulla e non sono un segno di debolezza personale. Si sviluppano dall’incontro tra fattori biologici, esperienze relazionali precoci e modelli di regolazione emotiva che la persona costruisce nel corso della vita. Comprenderne le origini significa imparare a leggere in modo nuovo il proprio mondo interno e i propri modi di reagire agli eventi.

⏳ Ognuno nasce con un diverso livello di sensibilità agli stimoli emotivi e stressanti. Alcuni individui possiedono una maggiore reattività biologica, legata alla genetica e al funzionamento dei sistemi neuroendocrini (come l’asse ipotalamo–ipofisi–surrene). Questa vulnerabilità non “causa” da sola un disturbo, ma rappresenta un terreno predisponente: quando la vita porta esperienze difficili o relazioni poco supportanti, il cervello può faticare a ritrovare uno stato di equilibrio.

⏳ Le prime esperienze di attaccamento — con genitori o figure di riferimento — modellano in profondità la capacità di affrontare emozioni intense. Un attaccamento sicuro aiuta il bambino a riconoscere e regolare ciò che prova: impara che paura, rabbia o tristezza non vanno negate, ma comprese e condivise.
Al contrario, un ambiente in cui le emozioni vengono ignorate o svalutate può insegnare a reprimerle, contenerle o controllarle eccessivamente, predisponendo la persona, da adulta, a forme di ansia, depressione o somatizzazione.

⏳ Due processi spiegano perché alcune persone riescano a mantenere equilibrio emotivo mentre altre sviluppano sofferenza psicologica: automonitoraggio e autoregolazione.

- L’"automonitoraggio" riguarda la consapevolezza emotiva e cognitiva, ovvero la capacità di accorgersi di ciò che si prova, comprendere il legame tra pensieri, emozioni e azioni e leggere i segnali del proprio corpo;
- l’"autoregolazione" è la capacità di calmarsi, distendersi e riorganizzare l’attivazione interna dopo eventi o vissuti disturbanti. Non implica “controllare” le emozioni, ma saperle attraversare con equilibrio.

Quando queste funzioni risultano indebolite, la persona può restare intrappolata in circoli di ruminazione, tensione o evitamento, fino alla comparsa di un disturbo emotivo vero e proprio.

⏳ Gli studi internazionali (Gross, 2015; Etkin & Kalisch, 2011) mostrano che reprimere' o sopprimere, le emozioni attiva maggiormente l’amigdala e il sistema dello stress, mentre riconoscerle e regolarle consapevolmente coinvolge aree prefrontali del cervello legate alla resilienza e al benessere.
In Italia, i dati dell’Istituto Superiore di Sanità indicano che circa il 6–7% della popolazione adulta presenta sintomi di depressione o ansia clinicamente significativi, con un incremento negli ultimi anni soprattutto tra giovani e donne.
Questi numeri ricordano che la salute emotiva è una parte essenziale del benessere globale.

⏳ La Psicoterapia "Cognitivo-Comportamentale" (CBT) è oggi uno degli interventi psicologici più solidi e validati scientificamente.
Attraverso tecniche di ristrutturazione dei pensieri, attivazione comportamentale, esposizione graduale e training di autoregolazione, la CBT aiuta la persona a modificare i meccanismi che mantengono la sofferenza emotiva.
Nel percorso vengono spesso introdotte anche strategie di rilassamento e respirazione, come il "rilassamento muscolare progressivo" di Jacobson o la "respirazione diaframmatica", che permettono di ridurre l’attivazione fisiologica associata all’ansia e ristabilire un equilibrio corpo-mente. Questi strumenti, uniti agli interventi cognitivi e comportamentali, facilitano un miglior controllo dei sintomi fisici e un recupero più stabile della regolazione emotiva.
Negli ultimi anni, si è affermato anche l’"Unified Protocol" (UP) di Barlow: una versione integrata e “transdiagnostica” della CBT. L’UP non si concentra su un singolo disturbo, ma sui processi comuni alle diverse difficoltà emotive: consapevolezza, tolleranza dell’esperienza interna, regolazione fisiologica e azioni guidate dai valori.
Le ricerche (Barlow et al., 2017; Sakiris & Berle, 2019) confermano che l’UP riduce significativamente sintomi ansiosi e depressivi, anche nei casi con comorbidità.

⏳ Nel percorso psicoterapeutico, la persona impara progressivamente a:

a) riconoscere i segnali emotivi e corporei che anticipano il disagio;
b) osservarli con maggiore consapevolezza, sviluppando automonitoraggio;
c) regolare l’attivazione interna attraverso strategie pratiche, come respirazione controllata, rilassamento muscolare e ristrutturazione cognitiva;
d) ritrovare equilibrio e direzione, imparando a scegliere comportamenti coerenti con i propri valori personali.

I disturbi emotivi non sono segni di fragilità, ma indicatori di un sistema di regolazione che ha perso temporaneamente equilibrio.
Con un percorso terapeutico basato sull’evidenza — come la CBT o l’Unified Protocol — è possibile ripristinare la connessione tra mente, corpo ed emozioni, recuperando una nuova capacità di ascolto e gestione di sé.
Ogni emozione spiacevole è un’onda transitoria: sale, raggiunge il suo picco e poi svanisce, se non opponiamo resistenza.

QUANDO IL SÉ SI SENTE "PICCOLO" MENTRE E' ASSEDIATO DALLE CREDENZE NEGATIVE DI BASENel corso della vita, ogni essere uma...
25/10/2025

QUANDO IL SÉ SI SENTE "PICCOLO" MENTRE E' ASSEDIATO DALLE CREDENZE NEGATIVE DI BASE
Nel corso della vita, ogni essere umano porta dentro di sé storie e convinzioni silenziose. Alcune di queste storie nutrono, altre limitano. Tra le più insidiose vi sono le credenze negative di base: convinzioni profonde che sussurrano senza sosta “non sono abbastanza”, “non merito amore”, “non ho valore”. Questi pensieri agiscono come ombre che offuscano lo sguardo sull’esistenza, incidendo sull’autostima, sulle relazioni e sul benessere quotidiano.

⏳ In Italia, uno studio recente del 2022 dello psichiatra Giovanni De Girolamo dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche "Mario Negri" stima che circa il 28% della popolazione abbia sperimentato un disturbo mentale nel corso della vita, con una prevalenza maggiore tra donne e giovani adulti. Molti di questi disturbi psicologici si radicano o si alimentano proprio a partire da credenze negative di base. Tali pensieri non sono episodi isolati o passeggeri, ma filtri cognitivi stabili attraverso cui la persona interpreta fallimenti, relazioni e giudizi altrui, rinforzando un senso di inadeguatezza, non amabilità ed inutilità.

⏳ Le persone che convivono con queste credenze profonde disfunzionali possono percepirsi costantemente giudicate o di non essere all’altezza. Le conseguenze psicologiche sono molteplici:

- stato depressivo (vissuti di vuoto, perdita di interesse e disperazione);
- condizione di ansia sociale (paura intensa del giudizio e difficoltà nelle relazioni).

I due vissuti psichici sono accomunati da: isolamento (tendenza all’evitamento di contatti e nuove esperienze); autocritica e comportamenti autolesionistici (tentativi di controllo o punizione del proprio sé percepito come “difettoso”).
Riguardo alle convinzioni negative di sé, degli altri e del mondo, esse influenzano decisioni, progetti di vita e relazioni, creando un circolo vizioso che tende ad autoalimentarsi e che raramente si interrompe senza un intervento mirato.

⏳ La Psicoterapia "Cognitivo-Comportamentale" (CBT) rappresenta uno degli approcci più efficaci per affrontare le credenze alterate. Essa non si limita a promuovere il “pensiero positivo”, ma offre un metodo strutturato per identificare, mettere in discussione e modificare le convinzioni che alimentano la sofferenza. Una ricerca di meta-analisi dell'esperto tedesco Stephan Hoffman pubblicata su Frontiers in Psychology (2017), ha confermato che la CBT riduce significativamente i sintomi depressivi e ansiosi legati a schemi cognitivi negativi, favorendo un aumento dell’autostima e del senso di efficacia personale.
Il percorso psicoterapeutico "Cognitivo-Comportamentale" si articola in diverse fasi:

1. "Riconoscimento ed Identificazione delle credenze" --> la persona impara a individuare i pensieri automatici ricorrenti che rinforzano la sensazione di inutilità o scarso valore;
2. "Esame della realtà" --> il terapeuta guida il paziente a confrontare tali pensieri con dati concreti, mettendone in dubbio la validità assoluta;
3. "Ristrutturazione cognitiva" --> le idee rigide vengono sostituite con interpretazioni più equilibrate e aderenti ai fatti;
4. "Esperimenti comportamentali" --> il paziente sperimenta nuovi comportamenti e modalità di risposta, rafforzando progressivamente una visione di sé più stabile e positiva.

⏳ Riconoscere il bisogno di supporto psicologico è un passaggio fondamentale. È opportuno intervenire e rivolgersi a un professionista quando:

a) i pensieri negativi persistono per settimane o mesi;
b) il senso di colpa o inutilità interferisce con il funzionamento quotidiano;
c) emergono sentimenti di disperazione o pensieri autolesionistici.

Chiedere aiuto a uno psicologo o psicoterapeuta non è un segno di debolezza, ma un atto di responsabilità e cura verso se stessi. L’intervento precoce permette di evitare la cronicizzazione del disagio e di prevenire complicazioni emotive più gravi. Le credenze negative di base rappresentano ferite silenziose che possono condizionare profondamente il modo in cui una persona percepisce sé stessa e il mondo. La CBT offre strumenti concreti per riconoscerle e trasformarle, permettendo di costruire un dialogo interno più equilibrato e compassionevole. In ultima analisi, comprendere che il valore personale non dipende dalle proprie imperfezioni o fallimenti, ma dalla capacità di affrontarli con consapevolezza, è il primo passo verso il cambiamento. Sapere quando chiedere aiuto non è segno di fragilità, ma di coraggio — la prima, autentica forma di amore verso sé stessi.

QUANDO L'ESIBIZIONE DIVENTA UNA MODA NEI MEDIA E SOCIALNel 1994, Karl Popper, nel saggio "Cattiva maestra televisione", ...
30/08/2025

QUANDO L'ESIBIZIONE DIVENTA UNA MODA NEI MEDIA E SOCIAL
Nel 1994, Karl Popper, nel saggio "Cattiva maestra televisione", sottolineava come i media influenzino profondamente la formazione dei valori e dei comportamenti. Oggi, con i social media, questo processo si è intensificato, trasformando ogni utente, soprattutto i giovani, in creatore e al tempo stesso oggetto di osservazione.
Secondo la "teoria dell’apprendimento sociale" di Albert Bandura (1977), i modelli osservati e rinforzati vengono interiorizzati, con particolare impatto sugli adolescenti. Purtroppo, questo fenomeno di "influencer" si sta registrando in maniera preoccupante anche negli adulti.

⏳ La letteratura conferma che l’esposizione a modelli estetici idealizzati tramite media e social network è associata a insoddisfazione corporea e auto-oggettivazione (Grabe, Ward & Hyde, 2008; Tiggemann & Slater, 2014). L’interazione con piattaforme visive come Instagram accentua la pressione al confronto sociale, alimentata anche da meccanismi come la ricerca dei “like” (Brown & Tiggemann, 2016).
Tra i fattori predisponenti di questa spasmodica ricerca di apparire attraenti vi sono:

- clima familiare che attribuisce valore all’apparenza (Fredrickson & Roberts, 1997);
- stili di attaccamento insicuri che favoriscono la ricerca di approvazione (Mikulincer & Shaver, 2007);
- esperienze precoci di invalidazione emotiva;
- "parental overvaluation", cioè sovra-valutazione genitoriale che promuove tendenze narcisistiche (Brummelman et al., 2015).

Tuttavia, questa continua tendenza a mostrarsi sensuali e seduttivi provoca conseguenze sia "personali" che "extra-personali".
Tra le conseguenze "personali": instabilità dell’autostima (Neff, 2011), ansia sociale e stress da performance (Fardouly et al., 2015), isolamento (Moradi & Huang, 2008), dipendenza da social media (Andreassen, 2015).
Tra le conseguenze "extra-personali": rinforzo di ideali estetici irraggiungibili (Halliwell & Diedrichs, 2014), mercificazione del corpo e auto-oggettivazione sociale (Fredrickson & Roberts, 1997), impoverimento delle relazioni sociali (Turkle, 2011).

⏳ Cosa si nasconde dietro l’esposizione continua del corpo?
Il comportamento diventa patologico se si caratterizza per persistenza, rigidità e compromissione del funzionamento personale e sociale. Il DSM-5 (APA, 2013) identifica quadri clinici che possono manifestarsi attraverso comportamenti di esposizione eccessiva:

- "Disturbo istrionico di personalità";
- "Disturbo narcisistico di personalità";
- "Disturbo dismorfico";
- episodi "ipomaniacali" o "maniacali".

⏳ Spesso la richiesta di aiuto emerge dopo che l’esibizionismo ha causato difficoltà relazionali, ansia, depressione o problemi sociali e lavorativi.
La psicoterapia "cognitivo-comportamentale" (Beck, 1976) offre un approccio strutturato per affrontare le dinamiche sottostanti all’esposizione compulsiva e alla difficoltà nel mantenere la privacy personale. Gli interventi principali includono:

1. "Ristrutturazione cognitiva", dedita ad identificare e modificare convinzioni disfunzionali riguardo al valore personale basato sull’approvazione esterna e sull’aspetto fisico, per favorire un’autostima più stabile e autonoma;
2. "Addestramento all’autoregolazione emotiva", attraverso tecniche di Mindfulness e gestione dello stress per regolare ansia e impulsi legati al bisogno di esibizione;
3. "Esposizione graduata con prevenzione della risposta", al fine di aiutare la persona a tollerare situazioni di minor visibilità o di mancata approvazione senza ricorrere all’esposizione compulsiva;
4. "Training di abilità sociali e assertive", utile a sviluppare modalità di comunicazione autentica e relazioni più profonde, riducendo la dipendenza dal giudizio estetico;
5. "Attivazione comportamentale", attraverso la pianificazione di attività gratificanti alternative per valorizzare competenze e interessi diversi dall’aspetto fisico, bilanciando l’autostima.

Indirizzo

Mazzini 85
Potenza
85100

Orario di apertura

Lunedì 09:30 - 13:30
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Martedì 09:30 - 13:30
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Mercoledì 09:30 - 13:30
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Giovedì 09:30 - 13:30
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Sabato 09:30 - 13:30
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