11/02/2026
⚠️Avvertenza
Il presente commento è stato prontamente eliminato, affinché non sia possibile in alcun modo risalire al suo autore/autrice.
Vista la natura puramente divulgativa della rubrica, mi riservo il diritto di eliminare i commenti offensivi verso l'autore/autrice del commento, anche se non più identificabile in una persona specifica.
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La prima cosa che colpisce di questo commento lasciato sotto a un mio contenuto sulle conseguenze psicologiche delle punizioni fisiche è il tono catastrofico: “ora sono tutti depressi”, “stiamo rovinando il mondo”.
È un modo di drammatizzare che crea un clima emotivo dove il ragionamento diventa secondario, invece di rispondere a ciò che ho detto (gli effetti delle punizioni fisiche), costruisce un quadro sociale in declino, dove la “permissività moderna” diventa la causa di qualsiasi sofferenza psicologica.
È una sorta di rigetto emotivo, se qualcosa mette in discussione l’educazione tradizionale, la mente reagisce trasformando quel dubbio in un attacco globale ai valori e alla società.
Vediamo le Fallacie argomentative :
• Falsa causa
Il commento collega in modo arbitrario:
aumento della consapevolezza psicologica
aumento delle diagnosi
aumento dell’uso dei servizi di salute mentale
…con la presunta “permissività” educativa.
È una spiegazione semplicistica a un fenomeno complesso.
Che più persone vadano dallo psicologo non significa affatto che siano più fragili: spesso indica che c’è meno stigma, più consapevolezza e più possibilità di chiedere aiuto.
• Generalizzazione indebita
“Allora tutti depressi”, “nessuno sa nemmeno che problema ha”, “tutto è giustificato con il disagio”.
Si prende qualche caso osservato (di solito i più rumorosi) e lo si trasforma in verità universale.
• Argomento fantoccio
Io parlo degli effetti documentati delle punizioni fisiche.
Il commento risponde a un’altra cosa:
“voi psicologi giustificate tutto, create vittimismo, non date responsabilità ai ragazzi.”
È quindi una distorsione del contenuto, costruita per poterlo attaccare.
• pendio scivoloso
La struttura è:
niente punizioni → permissività → ragazzi violenti o irresponsabili → mondo rovinato.
È una sequenza allarmistica priva di fondamento.
• Falsa dicotomia
Il commento offre solo due opzioni:
educazione “severa” con punizioni fisiche opoure
totale permissività
In mezzo non esistono (per il commentatore) limiti, regole chiare, autorevolezza, coerenza ecc.
Arriviamo ai bias cognitivi:
• Bias nostalgico
Il passato viene implicitamente idealizzato come un tempo dove:
nessuno era depresso
tutti sapevano comportarsi
i genitori facevano “le cose giuste”
È un filtro interpretativo che cancella gli aspetti problematici dell’educazione violenta e della salute mentale del passato (che c’era eccome, solo era tabù).
• Bias di conferma
Chi crede che la severità sia efficace seleziona solo gli esempi che confermano questa idea (ragazzi maleducati, genitori permissivi) e ignora tutto ciò che la contraddice.
• Bias dell’attribuzione
Attribuisce i comportamenti problematici dei giovani solo a fattori educativi, ignorando:
condizioni familiari
fattori socioeconomici
clima scolastico
salute mentale
contesto culturale
È una semplificazione rassicurante, se tutto dipende dall’educazione dei genitori, non devo fare i conti con la complessità.
In questo genere di commenti, tutti molto simili tra lori, spesso sotto c'è paura:
Se metto in discussione le punizioni fisiche, sto toccando temi soggettivi profondi: il modo in cui sono stato cresciuto, il modo in cui cresco i miei figli, il senso di controllo sul mondo.
Per evitare il disagio interno, la reazione è:
drammatizzare (“stiamo rovinando il mondo”),
colpevolizzare la società attuale,
evitare di guardare alla possibilità che lo schiaffo fosse dannoso e
delegittimare la psicologia (“voi giustificate tutto”).
È un modo per difendere la narrazione con cui molte persone tengono insieme la propria storia familiare:
“I miei genitori hanno fatto bene → se dico che lo schiaffo fa male, allora metto in crisi la mia identità → quindi respingo il discorso e attacco la fonte.”