CEAF - Dott.ssa Modica Ilenia

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(Centro di educazione alimentare e fisica)

Scegliere CEAF vuol dire affidarsi ad un team di professionisti che faciliteranno il percorso da te intrapreso per il conseguimento del tuo benessere attraverso:


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2.Dieta personalizzata e continuo monitoraggio dell’iter dietetico;
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4.Corsi di accompagnamento alla nascita, tenuti da personale specializzato.
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Con te non si scherza!!!😜Work in progress…🥰
15/02/2026

Con te non si scherza!!!😜
Work in progress…🥰

12/02/2026

𝐁𝐢𝐨𝐚𝐜𝐡𝐞𝐫: 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐨 𝐢𝐥𝐥𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚?
𝑀𝑜𝑛𝑖𝑡𝑜𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑠𝑖𝑛𝑜𝑛𝑖𝑚𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑙𝑢𝑡𝑒.
Negli ultimi anni il benessere ha cambiato pelle. Non solo nuove parole — bioaching, biohacking, wellness avanzato — ma soprattutto nuovi strumenti, nuovi dispositivi, nuovi numeri da inseguire. Si promette una cosa precisa: capire tutto del proprio corpo. Misurare tutto. Monitorare tutto. Ottimizzare tutto.
HRV, sonno profondo, ossigenazione, glicemia “in tempo reale”, cortisolo “stimato”, infiammazione “indiretta”, metabolismo “letto” da un device. Spesso con strumenti che non hanno validazione clinica, o che nascono per ricerca esplorativa e vengono venduti come verità operative. Qui sta il primo problema serio.
Misurare non significa capire. 𝑬 𝒔𝒐𝒑𝒓𝒂𝒕𝒕𝒖𝒕𝒕𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒐 𝒄𝒊𝒐̀ 𝒄𝒉𝒆 𝒆̀ 𝒎𝒊𝒔𝒖𝒓𝒂𝒃𝒊𝒍𝒆 𝒆̀ 𝒄𝒍𝒊𝒏𝒊𝒄𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒔𝒊𝒈𝒏𝒊𝒇𝒊𝒄𝒂𝒕𝒊𝒗𝒐.

In medicina e nelle scienze della nutrizione, un parametro ha senso solo se:
– è validato,
– è riproducibile,
– è interpretabile nel contesto della persona,
– e soprattutto cambia le decisioni cliniche.

Molti strumenti oggi proposti non fanno nulla di tutto questo.
Producono numeri. Grafici. Andamenti. Ma senza una reale capacità di distinguere fisiologia, adattamento, stress transitorio o patologia.
Ed è proprio in questo vuoto — tra numeri seducenti e interpretazioni fragili — che proliferano 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐞 𝐞𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢.

Figure dai nomi fluidi, rassicuranti, spesso volutamente ambigui, che dichiarano di “non fare clinica”, ma che nella pratica 𝒍𝒂 𝒔𝒇𝒊𝒐𝒓𝒂𝒏𝒐 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒊𝒏𝒖𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆.

Perché quando si interpretano dati fisiologici, si suggeriscono restrizioni alimentari, si modificano abitudini in presenza di sintomi, si danno indicazioni su sonno, stress, metabolismo, infiammazione o integrazione, 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒊 𝒔𝒕𝒂 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒇𝒂𝒄𝒆𝒏𝒅𝒐 𝒎𝒐𝒕𝒊𝒗𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆. Si sta entrando in un ambito sanitario.

Cambiare nome non cambia la sostanza. E soprattutto non cambia la responsabilità. Il problema non è l’educazione allo stile di vita.
Il problema è quando queste nuove figure diventano scappatoie semantiche, costruite per fare ciò che richiederebbe competenze, titoli e responsabilità precise, evitando però i confini, i controlli e le tutele previste per il cittadino.
Qui non si parla di intenzioni, ma di effetti reali. E quando l’effetto è confusione, ritardo diagnostico o interventi inappropriati, il tema non è più il benessere. È la tutela.

𝐈𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐥𝐭𝐚𝐭𝐨?
Persone apparentemente sane che iniziano a percepirsi malate.
Persone che dormono, ma “non abbastanza bene”. Che mangiano, ma “non nel modo ottimale”. Che vivono, ma 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒓𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝒍𝒂 𝒔𝒆𝒏𝒔𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒅𝒐𝒗𝒆𝒓 𝒄𝒐𝒓𝒓𝒆𝒈𝒈𝒆𝒓𝒆 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒄𝒐𝒔𝒂.
E qui entra la seconda deriva, forse la più pericolosa: 𝐥’𝐚𝐧𝐬𝐢𝐚 𝐝𝐚 𝐦𝐨𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨. Sapere tutto, sempre, secondo per secondo, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, non rende più sani. 𝑹𝒆𝒏𝒅𝒆 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒊𝒑𝒆𝒓𝒔𝒆𝒏𝒔𝒊𝒃𝒊𝒍𝒊.
ll corpo umano non è un sistema stabile. Varia. Oscilla. Si adatta. Compensa. Peggiora e migliora continuamente. Pretendere curve perfette significa non 𝒂𝒗𝒆𝒓 𝒄𝒂𝒑𝒊𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒎𝒆 𝒇𝒖𝒏𝒛𝒊𝒐𝒏𝒂 𝒍𝒂 𝒃𝒊𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒂.
La ricerca ossessiva della perfezione fisiologica non è salute.

È controllo. Ed è spesso una forma elegante di disagio
Lampade a infrarossi per “attivare i mitocondri”. Occhiali che bloccano ogni spettro di luce blu come se fosse veleno. Routine serali rigidissime, mattine militarizzate, pasti cronometrati, respiro ottimizzato, sonno valutato come una pagella.

A un certo punto la domanda diventa inevitabile: 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐞̀?
Perché se ogni scelta è filtrata da un dispositivo, se ogni sensazione deve essere confermata da un numero, se ogni deviazione genera allarme, non stiamo parlando di benessere. Stiamo parlando di sorveglianza.

l paradosso è che tutto questo viene venduto come “ascolto del corpo”. Ma ascoltare non è misurare. Ascoltare è interpretare.
E interpretare richiede competenza, esperienza, limiti.
La salute non è l’assenza di fluttuazioni. È la capacità di attraversarle senza rompersi. Mangiare bene, dormire meglio, muoversi, ridurre lo stress: fondamentali, sì. Ma non perché portano a valori perfetti.
Perché aumentano la resilienza, se vogliamo l'ormesi, 𝒏𝒐𝒏 𝒊𝒍 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒐𝒍𝒍𝒐.

Il problema del bioaching moderno non è l’intenzione.
È l’illusione che tutto sia sempre migliorabile, misurabile, correggibile. Come se il corpo fosse una macchina difettosa da aggiornare di continuo. La realtà è meno glamour, ma molto più solida. Il corpo non chiede ottimizzazione costante. Chiede equilibrio, contesto, adattamento. E quando serve, chiede una valutazione clinica vera, non un grafico.
Fare chiarezza su questo non significa essere contro la tecnologia.
Significa rimetterla al suo posto.
- Strumento. Non bussola.
- Supporto. Non giudice.
- Mezzo. Non fine.

E soprattutto: la salute non è una dashboard. È una relazione continua tra corpo, mente, ambiente e tempo. Chi cerca benessere ha bisogno di meno rumore, non di più numeri.
- Di meno promesse, non di più dispositivi.
- Di più competenza, non di più controllo.

𝐐𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨, 𝐨𝐠𝐠𝐢, 𝐞̀ 𝐟𝐨𝐫𝐬𝐞 𝐥’𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐫𝐢𝐯𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐫𝐢𝐨.
𝑺𝒆𝒄𝒐𝒏𝒅𝒐 𝒗𝒐𝒊, 𝒎𝒊𝒔𝒖𝒓𝒂𝒓𝒆 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒐 𝒓𝒆𝒏𝒅𝒆 𝒅𝒂𝒗𝒗𝒆𝒓𝒐 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒔𝒂𝒏𝒊? 𝑉𝑖 𝑒̀ 𝑚𝑎𝑖 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑟𝑣𝑖 ‘𝑠𝑏𝑎𝑔𝑙𝑖𝑎𝑡𝑖’, 𝑚𝑎𝑙𝑎𝑡𝑖, 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑒𝑟𝑓𝑒𝑡𝑡𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑢𝑛 𝑑𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑖𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑖𝑐𝑒𝑣𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑖̀?

09/02/2026

Roma, 9 febbraio 2026 (Agenbio) – Un dato che fa riflettere: nel 2025, nel mondo, un bambino o ragazzo su dieci in età scolare soffriva di obesità. In totale, si parla di circa 188 milioni di studenti, un numero che per la prima volta ha superato quello dei bambini sottopeso. A lanciare l’alla...

29/01/2026

𝐌𝐄𝐍𝐎𝐏𝐀𝐔𝐒𝐀: 𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐈𝐋 𝐏𝐑𝐎𝐁𝐋𝐄𝐌𝐀 𝐍𝐎𝐍 𝐄̀ “𝐋’𝐄𝐓𝐀̀”, 𝐌𝐀 𝐔𝐍 𝐓𝐄𝐒𝐒𝐔𝐓𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐂𝐀𝐌𝐁𝐈𝐀
𝐍𝐨𝐭𝐚 𝐛𝐞𝐧𝐞: 𝐷𝑜𝑙𝑜𝑟𝑖 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑖, 𝑔𝑜𝑛𝑓𝑖𝑜𝑟𝑒 𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒, 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑖𝑡𝑎 𝑟𝑎𝑝𝑖𝑑𝑎 𝑑𝑖 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎, 𝑓𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑟𝑒, 𝑑𝑜𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑛𝑜𝑡𝑡𝑢𝑟𝑛𝑜 𝑜 𝑠𝑖𝑛𝑡𝑜𝑚𝑖 𝑛𝑒𝑢𝑟𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑖 𝑚𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑣𝑎𝑙𝑢𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑐𝑎: 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 “𝑐𝑢𝑟𝑎𝑛𝑜” 𝑎 𝑐𝑜𝑙𝑝𝑖 𝑑𝑖 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑔𝑟𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖. 𝗦𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗮, 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗲𝘁𝘁𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗮: 𝑙𝑒 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑒𝑔𝑖𝑒 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘰𝘴𝘵𝘦 𝑠𝑜𝑡𝑡𝑜 (𝑑𝑖𝑒𝑡𝑎, 𝑛𝑢𝑡𝑟𝑎𝑐𝑒𝑢𝑡𝑖𝑐𝑖, 𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑖𝑡𝑎̀ 𝑓𝑖𝑠𝑖𝑐𝑎) 𝑛𝑜𝑛 “𝑐𝑢𝑟𝑎𝑛𝑜” 𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑜𝑝𝑎𝑢𝑠𝑎. 𝑆𝑒𝑟𝑣𝑜𝑛𝑜 𝑎 𝑔𝑒𝑠𝑡𝑖𝑟𝑒 𝑖 𝑠𝑖𝑛𝑡𝑜𝑚𝑖 𝑒 𝑎 𝑙𝑖𝑚𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑔𝑢𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑚𝑢𝑠𝑐𝑜𝑙𝑜𝑠𝑐ℎ𝑒𝑙𝑒𝑡𝑟𝑖𝑐ℎ𝑒 (𝑑𝑜𝑙𝑜𝑟𝑒, 𝑟𝑖𝑔𝑖𝑑𝑖𝑡𝑎̀, 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎/𝑚𝑎𝑠𝑠𝑎, 𝑓𝑟𝑎𝑔𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑜𝑠𝑠𝑒𝑎), 𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜𝑟𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑓𝑢𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑣𝑖𝑡𝑎.....𝘦 𝘷𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘢𝘭𝘪𝘻𝘻𝘢𝘵𝘦 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦!!

C’è una truffa semantica che va avanti da decenni: alle donne in perimenopausa e postmenopausa si dice “è normale, è l’età”. Traduzione: arrangiati. Peccato che la scienza stia mettendo ordine con un concetto molto più onesto: la menopausa ha un profilo muscoloscheletrico riconoscibile, spesso sottovalutato, e soprattutto modificabile con scelte pratiche.

I numeri non sono piccoli: oltre il 70% delle donne riferisce sintomi muscoloscheletrici nella transizione, e circa 1 su 4 ne è fortemente limitata. Non stiamo parlando di un fastidio “di contorno”: includono dolori articolari/algie diffuse, perdita di massa e forza, calo di densità ossea e accelerazione dell’osteoartrosi.

Il meccanismo di fondo è brutale nella sua semplicità: gli estrogeni non servono solo per il ciclo. Sono anche un “freno” fisiologico su infiammazione e degradazione tissutale. Quando calano, aumentano segnali infiammatori e il sistema muscolo-osso entra in una fase più fragile. In perimenopausa, ad esempio, può verificarsi un calo medio di densità minerale ossea attorno al 10%, e dopo la menopausa una riduzione di massa muscolare stimata intorno allo 0,6% annuo (con perdita di fibre “veloci”, quelle che ti salvano da una caduta).

𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗺𝗮𝗿𝗸𝗲𝘁𝗶𝗻𝗴 𝗼 𝗺𝗮𝗴𝗶𝗮?

𝗟𝗮 𝗱𝗶𝗲𝘁𝗮 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ “𝗹𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿𝗮”: 𝗲̀ “𝗮𝗻𝗮𝗯𝗼𝗹𝗶𝗰𝗮” 𝗲 𝗮𝗻𝘁𝗶-𝗳𝗿𝗮𝗴𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀
Se l’obiettivo è proteggere muscolo e osso, la parola chiave è proteine (e distribuite, non tutte a cena o “quando capita”). Linee guida clinico-nutrizionali su anziani e rischio sarcopenia indicano in modo pragmatico almeno 1,0–1,2 g/kg/die negli adulti avanti con l’età, e 1,2–1,6 g/kg/die in caso di malattia/fragilità o obiettivi di recupero funzionale. 𝑵𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒃𝒐𝒅𝒚𝒃𝒖𝒊𝒍𝒅𝒊𝒏𝒈: 𝒆̀ 𝒎𝒂𝒏𝒖𝒕𝒆𝒏𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒕𝒆𝒔𝒔𝒖𝒕𝒐.

Poi viene l’energia “intelligente”: non serve demonizzare carboidrati o grassi; serve evitare il classico combo micidiale della mezza età sedentaria: poche proteine + poche fibre + troppi ultraprocessati. La dieta mediterranea ben fatta (pesce, legumi, olio EVO, frutta secca, vegetali, latticini/alternative se tollerati) aiuta perché spinge micronutrienti e densità nutrizionale senza gonfiare calorie inutili.

Sul calcio: molto meglio cibo che pillole “a prescindere”. Le grandi prove su supplementazione calcio + vitamina D in donne sane mostrano al massimo piccoli effetti su densità ossea e nessun miracolo sulle fratture, con un segnale concreto di aumento di calcolosi renale. Quindi: prima si misura la dieta, poi si decide.

𝗜𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶/𝗻𝘂𝘁𝗿𝗮𝗰𝗲𝘂𝘁𝗶𝗰𝗶: 𝘀𝗶̀, 𝗺𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗴𝗲𝗿𝗮𝗿𝗰𝗵𝗶𝗮 𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗳𝗮𝘃𝗼𝗹𝗲

Questi interventi sono supporti per la gestione dei sintomi e della funzione, non scorciatoie “curative”. Il criterio è: deficit documentato o razionale fisiologico sensato + evidenza clinica decente + sicurezza + compatibilità con la persona.

𝗩𝗶𝘁𝗮𝗺𝗶𝗻𝗮 𝗗: utile quando serve, inutile quando “si spera”. Le evidenze più solide dicono che nella popolazione generale non ha senso prescriverla “per prevenire cadute e fratture” come automatismo; anzi, le raccomandazioni USPSTF sono nette contro l’uso routinario per prevenzione primaria in comunità. Però in chi è carente (cosa frequente), correggere la carenza è ragionevole e clinicamente sensato. Traduzione pratica: dosaggio 25(OH)D, poi decisione, non fede.

𝗠𝗮𝗴𝗻𝗲𝘀𝗶𝗼: non è un “brucia-dolori”, ma è interessante perché un RCT in donne postmenopausa ha mostrato che 500 mg/die ha migliorato lo status di vitamina D. È una tessera del puzzle, non la foto completa. Ps: il magnesio deve essere in forma organica, altrimenti non è biodisponibile ed ha un effetto solo lassativo.

𝗩𝗶𝘁𝗮𝗺𝗶𝗻𝗮 𝗞𝟮: qui i dati su BMD in osteoporosi postmenopausale sono favorevoli in meta-analisi, con buon profilo di sicurezza generale. Ma attenzione: dosi, forme (MK-7 vs MK-4), contesti clinici e soprattutto interazioni (anticoagulanti cumarinici) impongono criterio e non il fai da te.

𝗖𝗿𝗲𝗮𝘁𝗶𝗻𝗮: per muscolo e performance è una delle molecole più studiate. Per l’osso, invece, la storia è più sobria: un RCT di 2 anni in donne postmenopausa con training strutturato non ha mostrato aumento della densità minerale ossea, pur migliorando alcune proprietà geometriche dell’anca e la performance di cammino. Quindi: non è la “pillola per l’osteoporosi”, ma può essere un supporto in un programma serio di forza.

La cosa più importante di tutte: 𝒔𝒆 𝒅𝒆𝒗𝒊 𝒔𝒄𝒆𝒈𝒍𝒊𝒆𝒓𝒆 𝒖𝒏 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒗𝒆𝒏𝒕𝒐, 𝒔𝒄𝒆𝒈𝒍𝒊, 𝒔𝒆 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒊𝒃𝒊𝒍𝒆, 𝒍’𝒂𝒍𝒍𝒆𝒏𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒇𝒐𝒓𝒛𝒂!

𝗜𝗹 𝗳𝗮𝗿𝗺𝗮𝗰𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗳𝗮𝗿𝗺𝗮𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼: 𝗹𝗮 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮
L’esercizio è la misura “meno controversa”. Perché? Perché combatte insieme sarcopenia, rischio cadute e fragilità.
E non parliamo di “camminatina e via”. Camminare è ottimo, ma non sostituisce la forza. Le meta-analisi su esercizio e densità ossea in postmenopausa mostrano un effetto positivo su colonna e femore.
E quando l’allenamento è intenso, progressivo e supervisionato, può migliorare densità ossea e funzione anche in osteopenia/osteoporosi: il trial LIFTMOR (heavy lifting/HiRIT) è uno dei lavori simbolo, con efficacia e un profilo di sicurezza buono in condizioni controllate.
In pratica, l’obiettivo è semplice: ricostruire potenza e massa (soprattutto delle fibre veloci) con 2–3 sedute/settimana, progressione graduale, tecnica pulita, carichi “veri” compatibili con stato clinico e, se c’è fragilità ossea, con supervisione competente. Il resto (integratori inclusi) viene dopo.

𝗘 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗶𝗮 𝗼𝗿𝗺𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲?
Non è “nutraceutica”, ma sarebbe disonesto tacerlo: le società scientifiche riportano che la terapia ormonale con bioidentici può prevenire perdita di massa ossea e ridurre fratture in contesti appropriati, con decisione basata su età, timing, rischio e controindicazioni. È materia esclusiva del medico, non di altre professioni sanitarie o peggio di fuffa-guru o istruttori da palestra, coach etc.

𝐐𝐮𝐢𝐧𝐝𝐢 𝐬𝐭𝐚𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐟𝐚𝐫𝐭𝐢 𝐟𝐫𝐞𝐠𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐢 𝐫𝐚𝐬𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐫𝐞: s𝑒 𝑡𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜 “𝑒̀ 𝑙’𝑒𝑡𝑎̀”, 𝑠𝑡𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑟𝑖𝑛𝑢𝑛𝑐𝑖𝑎𝑛𝑑𝑜. 𝐿𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑜𝑝𝑎𝑢𝑠𝑎 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎 𝑖 𝑡𝑒𝑠𝑠𝑢𝑡𝑖, 𝑠𝑖̀. 𝑀𝑎 𝑖 𝑡𝑒𝑠𝑠𝑢𝑡𝑖 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑛𝑑𝑜𝑛𝑜 𝑎 𝑠𝑡𝑖𝑚𝑜𝑙𝑖: 𝑝𝑟𝑜𝑡𝑒𝑖𝑛𝑒 𝑎𝑑𝑒𝑔𝑢𝑎𝑡𝑒, 𝑚𝑖𝑐𝑟𝑜𝑛𝑢𝑡𝑟𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑚𝑖𝑟𝑎𝑡𝑖 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑜𝑛𝑜, 𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑒𝑛𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎. 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑛𝑜𝑛 “𝑡𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑜𝑝𝑎𝑢𝑠𝑎”: 𝑡𝑖 𝑡𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒 𝑙𝑎 𝑓𝑟𝑎𝑔𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀.

𝐁𝐢𝐛𝐥𝐢𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐚

1) Wright VJ, Schwartzman JD, Itinoche R, Wittstein J. The musculoskeletal syndrome of menopause. Climacteric. 2024;27(5):466–472. doi: 10.1080/13697137.2024.2380363.

2) Kruse C, McKechnie T, Dworsky-Fried J, et al. Musculoskeletal Manifestations of Perimenopause: A Systematic Review and Meta-Analysis of 93,021 Women. JB JS Open Access. 2026;11(1):e25.00254. doi: 10.2106/JBJS.OA.25.00254.

3) Watson SL, Weeks BK, Weis LJ, et al. High-Intensity Resistance and Impact Training Improves Bone Mineral Density and Physical Function in Postmenopausal Women With Osteopenia and Osteoporosis: The LIFTMOR Randomized Controlled Trial. J Bone Miner Res. 2018;33(2):211–220. doi: 10.1002/jbmr.3284.

4) Deutz NEP, Bauer JM, Barazzoni R, et al. Protein intake and exercise for optimal muscle function with aging: recommendations from the ESPEN Expert Group. Clin Nutr. 2014;33(6):929–936. doi: 10.1016/j.clnu.2014.04.007.

5) Jackson RD, LaCroix AZ, Gass M, et al. Calcium plus vitamin D supplementation and the risk of fractures. N Engl J Med. 2006;354(7):669–683. doi: 10.1056/NEJMoa055218.

26/01/2026

𝐃𝐈𝐆𝐈𝐔𝐍𝐎 𝐈𝐍𝐓𝐄𝐑𝐌𝐈𝐓𝐓𝐄𝐍𝐓𝐄: 𝐈𝐋 𝐓𝐈𝐌𝐄𝐑 𝐍𝐎𝐍 𝐄̀ 𝐔𝐍𝐀 𝐂𝐔𝐑𝐀 (𝐌𝐀 𝐏𝐔𝐎̀ 𝐄𝐒𝐒𝐄𝐑𝐄 𝐔𝐍’𝐀𝐑𝐌𝐀)

C’è un equivoco che va chiarito subito: il digiuno intermittente non è una medicina. È un modo di organizzare i pasti. E come tutti gli strumenti di organizzazione, può aiutare oppure diventare un alibi elegante per continuare a mangiare male con la coscienza pulita.

Quello che la gente chiama “16/8” è, banalmente, questo: per una parte della giornata mangi, per un’altra parte no. Fine. Il problema è che molti ci costruiscono sopra una mitologia: “𝒓𝒆𝒔𝒆𝒕 𝒎𝒆𝒕𝒂𝒃𝒐𝒍𝒊𝒄𝒐”, “𝒊𝒏𝒔𝒖𝒍𝒊𝒏𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒓𝒐𝒍𝒍𝒂”, “𝒈𝒓𝒂𝒔𝒔𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒊 𝒔𝒄𝒊𝒐𝒈𝒍𝒊𝒆”. La realtà è più prosaica e più utile: se il digiuno intermittente funziona, quasi sempre funziona perché riduce il disordine alimentare, soprattutto serale. E il disordine serale, nella vita moderna, è il vero assassino silenzioso delle "calorie".

𝐋𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞: 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ “𝐝𝐢𝐠𝐢𝐮𝐧𝐨”, 𝐞̀ “𝐟𝐢𝐧𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚”
Quando si sente parlare di “finestra” si intende semplicemente la fascia oraria in cui si mangia. Tutto qui. Se la finestra è “precoce”, significa che si mangia più presto e si chiude nel pomeriggio (esempio tipico: colazione e pranzo, merenda presto poi stop). Se è “tardiva”, significa che si inizia più tardi e si cena più avanti (esempio: primo pasto a pranzo, ultimo a cena).

Perché questa differenza conta? Perché il corpo non vive fuori dal tempo. Ha un ritmo: sonno, fame, temperatura, ormoni, attenzione. E noi facciamo i moderni, ma restiamo animali con un orologio interno.

𝐈𝐥 𝐦𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐬𝐦𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞: “𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥’𝐨𝐫𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐞 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨”
Cambiare orario, da solo, non trasforma una dieta mediocre in una dieta buona. Non trasforma un eccesso calorico in un deficit. Non trasforma una cena ipercalorica in un pasto leggero. E soprattutto non cancella la regola più antica del mondo: se introduci più di quanto consumi, ingrassi; se ne introduci meno, dimagrisci. Il timer non sospende la fisiologia.

Questo non significa che il digiuno intermittente sia inutile. Significa che va usato per ciò che è: una strategia di controllo. Un cancello, non un incantesimo.

𝐃𝐨𝐯𝐞 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 (𝐞 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐧𝐨)
Aiuta molto le persone che:
- vivono di spuntini, “qualcosina”, assaggi, snack, aperitivi “leggeri” che diventano cena bis;
- mangiano bene a pranzo e poi perdono la bussola tra le 19 e le 23;
- non hanno fame vera, ma fame da stress, noia, schermo, abitudine;
- fanno fatica a stare “in regola” con porzioni e frequenza dei pasti.

In questi casi, una finestra chiara del tipo “dopo cena basta” è spesso salvifica, perché elimina le occasioni di sgarro più frequenti. 𝑵𝒐𝒏 𝒑𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ “𝒂𝒄𝒄𝒆𝒏𝒅𝒆 𝒊𝒍 𝒎𝒆𝒕𝒂𝒃𝒐𝒍𝒊𝒔𝒎𝒐”, 𝒎𝒂 𝒑𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒕𝒐𝒈𝒍𝒊𝒆 𝒅𝒂𝒍 𝒕𝒂𝒗𝒐𝒍𝒐 𝒍𝒆 𝒕𝒆𝒏𝒕𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊.

Aiuta poco (o per niente) se :
- compensi mangiando porzioni enormi dentro la finestra;
- bevi spazzatura (alcol, succhi, cappuccini zuccherati, “caffè” che sono dessert liquidi);
- vivi con sonno sballato e cena tardissima;
- hai un rapporto conflittuale col cibo e trasformi il digiuno in controllo ossessivo.

𝐈𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐢𝐜𝐞: 𝐥𝐚 𝐬𝐞𝐫𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨 𝐦𝐢𝐧𝐚𝐭𝐨
La sera è il momento in cui la gente non mangia perché ha fame: mangia perché è stanca. È lì che si accumulano “piccole cose” che piccole non sono: pane e formaggio, dolci, snack salati, delivery, alcol. E spesso il digiuno intermittente funziona proprio perché dice: “stop, la cucina chiude”.

𝐔𝐧 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐩𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐯𝐞𝐫𝐨?: non si vincerà mai la battaglia del peso senza mettere ordine alla sera. Che sia con una finestra, con una routine, con un piano, poco importa.

“𝐌𝐚𝐧𝐠𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨” 𝐨 “𝐦𝐚𝐧𝐠𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐭𝐚𝐫𝐝𝐢”?
Niente dogmi, ma buon senso. Nella maggior parte delle persone, una cena non troppo tarda tende a essere più compatibile con sonno, digestione e ritmo quotidiano. La tradizione della cena “ragionevole” esisteva prima dei fitness influencer: non era ignoranza, era esperienza.

Mangiare molto tardi, invece, spesso trascina tutto: si va a letto più tardi, si dorme peggio, al mattino non c’è fame, si salta la colazione, si arriva a pranzo famelici, e la giostra riparte. Non è un destino, ma è un copione comune.

𝐑𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞
La finestra deve semplificare la vita, non complicarla. Se diventa una gabbia sociale o una lotta continua, la molla e basta: non è sostenibile, e ciò che non è sostenibile non funziona.

La finestra deve proteggere soprattutto la sera. Se il suo problema è serale, una finestra che chiude prima è spesso più utile di una che “permette” di cenare tardi.

Dentro la finestra non si “recupera” con abbuffate. Il digiuno non è un credito da spendere in eccessi. È un ordine, non una licenza.

𝐄 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨: non si giudicail successo dal numero di ore. Si giudica da tre cose concrete: peso e circonferenze, fame reale (non nervosa), qualità del sonno. Se peggiorano, stai sbagliando approccio.

𝑰𝒍 𝒅𝒊𝒈𝒊𝒖𝒏𝒐 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒎𝒊𝒕𝒕𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒆̀ 𝒖𝒕𝒊𝒍𝒆 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒎𝒆𝒕𝒕𝒆 𝒅𝒊𝒔𝒄𝒊𝒑𝒍𝒊𝒏𝒂. 𝑬̀ 𝒊𝒏𝒖𝒕𝒊𝒍𝒆 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒅𝒊𝒗𝒆𝒏𝒕𝒂 𝒔𝒖𝒑𝒆𝒓𝒔𝒕𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆.

𝐁𝐢𝐛𝐥𝐢𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐚
- Peters B, Schwarz J, Schuppelius B, et al. Intended isocaloric time-restricted eating shifts circadian clocks but does not improve cardiometabolic health in women with overweight. Science Translational Medicine. 2025;17(822):eadv6787. doi: 10.1126/scitranslmed.adv6787

- Sutton EF, Beyl R, Early KS, Cefalu WT, Ravussin E, Peterson CM. Early Time-Restricted Feeding Improves Insulin Sensitivity, Blood Pressure, and Oxidative Stress Even without Weight Loss in Men with Prediabetes. Cell Metabolism. 2018;27(6):1212–1221.e3. doi: 10.1016/j.cmet.2018.04.010

- Lowe DA, Wu N, Rohdin-Bibby L, et al. Effects of Time-Restricted Eating on Weight Loss and Other Metabolic Parameters in Women and Men With Overweight and Obesity: The TREAT Randomized Clinical Trial. JAMA Internal Medicine. 2020;180(11):1491–1499. doi: 10.1001/jamainternmed.2020.4153

- Jamshed H, Steger FL, Bryan DR, et al. Effectiveness of Early Time-Restricted Eating for Weight Loss, Fat Loss, and Cardiometabolic Health in Adults With Obesity: A Randomized Clinical Trial. JAMA Internal Medicine. 2022;182(9):953–962. doi: 10.1001/jamainternmed.2022.3050

- Fernandes-Alves D, Pereira Teixeira G, Costa Guimarães K, Crispim CA. Systematic Review and Meta-analysis of Randomized Clinical Trials Comparing Time-Restricted Eating With and Without Caloric Restriction for Weight Loss. Nutrition Reviews. 2025;nuaf053. doi: 10.1093/nutrit/nuaf053

12/01/2026

𝐈𝐥 cancro 𝐧𝐨𝐧 𝐦𝐮𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐟𝐚𝐦𝐞 (𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐢̀, 𝐬𝐞 𝐬𝐛𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐚)

𝐂𝐡𝐞𝐭𝐨𝐠𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚, 𝐝𝐢𝐠𝐢𝐮𝐧𝐨 𝐞 “𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚 𝐦𝐞𝐭𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐚”: 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚
C’è una teoria che gira da anni e che funziona benissimo sui social:
“Il tumore è vorace di zucchero. Togli lo zucchero, il tumore collassa.” È una narrazione semplice, meccanica, rassicurante. E proprio per questo è pericolosa: la biologia del cancro non è un post motivazionale. Vediamo i fatti.

𝟏) 𝐖𝐚𝐫𝐛𝐮𝐫𝐠: 𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐟𝐞𝐧𝐨𝐦𝐞𝐧𝐨, 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐥𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐛𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐭𝐚
Sì: molti tumori mostrano un forte uso della glicolisi e consumi elevati di glucosio (il cosiddetto “effetto Warburg”). È un fenomeno reale e ben documentato. Ma la deduzione “quindi il tumore va solo a zucchero” non è una legge di natura. Oggi la visione moderna è questa: il tumore è eterogeneo e adattativo. Cambia comportamento in base a ossigeno, nutrienti disponibili, microambiente, farmaci, stress. Il metabolismo è una rete, non un interruttore.

𝟐) 𝐈𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐮𝐠𝐠𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐥𝐨𝐠𝐚𝐧: 𝐢𝐥 𝐜𝐚𝐧𝐜𝐫𝐨 𝐬𝐢 𝐚𝐝𝐚𝐭𝐭𝐚 𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐠𝐢𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚
Il concetto chiave è plasticità metabolica: quando si toglie A, molte cellule tumorali passano a B, poi a C.....

A riprova arrivano due studi recenti, pesanti, difficili da “rigirare”:

- 𝐈𝐧 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐮 𝐂𝐞𝐥𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐬𝐦 (𝟐𝟎𝟐𝟓), alcune cellule iniziatrici tumorali del polmone (TIC) – proprio quelle più “furbe” – possono switchare da glucosio a chetoni in condizioni di scarsità di glucosio. E, attenzione: in quel modello, supplementazione di chetoni o chetogenica prolungata supporta crescita e capacità di innescare tumore (pur creando anche vulnerabilità farmacologiche specifiche). Morale: “chetosi = fame selettiva” è una semplificazione che non regge come regola generale.

- 𝐈𝐧 𝐍𝐚𝐭𝐮𝐫𝐞 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐬𝐦 (𝟐𝟎𝟐𝟓) viene descritta una via non canonica con cui cellule tumorali possono usare β-idrossibutirrato per generare acetil-CoA citosolico e sostenere crescita e proliferazione anche quando il glucosio è disponibile. Tradotto brutalmente: per alcuni tumori i chetoni non sono “carburante proibito”, possono essere materiale utile.

Questa è la realtà: 𝐢𝐥 𝐭𝐮𝐦𝐨𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐭𝐨𝐫𝐢𝐧𝐨 𝐯𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐬𝐩𝐞𝐠𝐧𝐞 𝐬𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐮𝐝𝐢 𝐥𝐨 𝐳𝐮𝐜𝐜𝐡𝐞𝐫𝐨. È un sistema adattativo che cerca strade alternative.

𝟑) “𝐂𝐡𝐢𝐮𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐫𝐮𝐛𝐢𝐧𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐠𝐥𝐮𝐜𝐨𝐬𝐢𝐨”: 𝐧𝐨, 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐦𝐚𝐧𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐢𝐥 𝐠𝐥𝐮𝐜𝐨𝐬𝐢𝐨
Anche con dieta chetogenica o digiuno breve, il corpo difende la glicemia. Lo fa con glicogenolisi e soprattutto con gluconeogenesi (da aminoacidi, lattato, glicerolo). Quindi il “rubinetto chiuso” è uno slogan: 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒇𝒊𝒔𝒊𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒂 𝒗𝒆𝒓𝒂 𝒔𝒊 𝒑𝒂𝒓𝒍𝒂 𝒅𝒊 𝒓𝒊𝒅𝒖𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒄𝒂𝒓𝒊𝒄𝒐 𝒈𝒍𝒊𝒄𝒆𝒎𝒊𝒄𝒐, 𝒏𝒐𝒏 𝒅𝒊 𝒂𝒛𝒛𝒆𝒓𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒅𝒆𝒍 𝒈𝒍𝒖𝒄𝒐𝒔𝒊𝒐.

E qui arriva la conseguenza clinica più importante: se il paziente restringe troppo, spesso ciò che “muore” per primo non è il tumore… 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐬𝐬𝐚 𝐦𝐮𝐬𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞.

𝟒) 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐞𝐭𝐚 𝐢𝐧 𝐨𝐧𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚 (𝐪𝐮𝐢 𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐞̀ 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐚)
La nutrizione, in oncologia, serve a far reggere il paziente:

- mantenere o recuperare massa muscolare,
- sostenere funzione e immunità,
- migliorare tolleranza alle terapie (meno interruzioni, meno complicanze),
- gestire sintomi che bloccano l’introito (nausea, mucosite, disgeusia, precoce sazietà),
- migliorare qualità di vita e aderenza.

𝐐𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐞𝐬𝐚𝐭𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐮𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐥𝐢𝐧𝐞𝐞 𝐠𝐮𝐢𝐝𝐚 𝐄𝐒𝐏𝐄𝐍: intervenire presto, prima che il paziente diventi gravemente malnutrito, con counseling, gestione sintomi e supplementi orali; poi – se necessario – nutrizione enterale o parenterale.

𝐓𝐚𝐫𝐠𝐞𝐭 𝐩𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐢 𝐟𝐫𝐞𝐪𝐮𝐞𝐧𝐭𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐮𝐬𝐚𝐭𝐢 (𝐝𝐚 𝐚𝐝𝐚𝐭𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐜𝐚𝐬𝐨 𝐜𝐥𝐢𝐧𝐢𝐜𝐨):

- Energia: spesso ~25–30 kcal/kg/die (se non c’è calorimetria).

- Proteine: >1 g/kg/die, se possibile fino a 1,6 g/kg/die.

𝑵𝒐𝒏 𝒆𝒔𝒊𝒔𝒕𝒆 𝒖𝒏𝒂 𝒅𝒊𝒆𝒕𝒂 “𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒖𝒓𝒂 𝒊𝒍 𝒄𝒂𝒏𝒄𝒓𝒐” 𝒊𝒏 𝒎𝒐𝒅𝒐 𝒓𝒊𝒑𝒓𝒐𝒅𝒖𝒄𝒊𝒃𝒊𝒍𝒆. 𝐸𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑢𝑡𝑟𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐𝑙𝑖𝑛𝑖𝑐𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑖𝑑𝑢𝑐𝑒 𝑑𝑎𝑛𝑛𝑜, 𝑓𝑟𝑎𝑔𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑓𝑢𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒. 𝐸 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜, 𝑝𝑒𝑟 𝑖𝑙 𝑝𝑎𝑧𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑣𝑎𝑙𝑒 𝑜𝑟𝑜.

𝟓) 𝐈𝐥 𝐩𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚 𝐟𝐚𝐦𝐞, 𝐢 𝐬𝐚𝐩𝐨𝐫𝐢 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐧𝐨: 𝐪𝐮𝐢 𝐬𝐢 𝐯𝐢𝐧𝐜𝐞 𝐨 𝐬𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞
Inappetenza e alterazioni del gusto/olfatto sono comunissime. La conseguenza è semplice: 𝐬𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐦𝐚𝐧𝐠𝐢𝐚, 𝐬𝐢 𝐜𝐫𝐨𝐥𝐥𝐚.

Strategie pratiche (quelle che funzionano nella vita reale e sono usate in percorsi di supportive care):

- pasti piccoli e frequenti, anche “a morsi”,

- cibi freddi o a temperatura ambiente (meno odori → più tolleranza),

- consistenze morbide/cremose se la bocca è sensibile,

- marinature, salse, acidità per “riaccendere” il gusto,

- se sapore metallico: provare posate non metalliche,

- igiene orale e gestione della mucosa (quando serve).

Strumenti operativi come gli algoritmi sintomo-specifici (es. disgeusia) sono disponibili anche in reti oncologiche strutturate.

𝐄 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐢𝐥 𝐜𝐢𝐛𝐨? 𝐒𝐢 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐠𝐨𝐠𝐧𝐚 𝐚:

- ONS (supplementi orali) e, se necessario, enterale/parenterale secondo team clinico.

𝟔) 𝐏𝐬𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐢𝐛𝐨: 𝐬𝐢̀, 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐍𝐮𝐭𝐞𝐥𝐥𝐚 (𝐚𝐝 𝐞𝐬𝐞𝐦𝐩𝐢𝐨) 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐫𝐮𝐨𝐥𝐨
Bisogna smetterla con la moralina: il paziente oncologico non ha bisogno di un tribunale alimentare, ha bisogno di energia, proteine e serenità.
Se un paziente inappetente riesce a mangiare qualcosa solo perché è un cibo gratificante, vietarlo “per principio” è spesso controproducente. La priorità non è la purezza della dieta: è evitare il deficit cronico e proteggere il muscolo.

𝑬 𝒂𝒕𝒕𝒆𝒏𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆: 𝑙𝑒 𝑑𝑖𝑒𝑡𝑒 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑟𝑖𝑡𝑡𝑖𝑣𝑒 “𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎𝑛𝑐𝑟𝑜” 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑒𝑓𝑓𝑒𝑡𝑡𝑖 𝑝𝑠𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑖 𝑛𝑒𝑔𝑎𝑡𝑖𝑣𝑖 𝑒 𝑎𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑟𝑒𝑠𝑠, 𝑜𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑎𝑙 𝑟𝑖𝑠𝑐ℎ𝑖𝑜 𝑚𝑎𝑙𝑛𝑢𝑡𝑟𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒. 𝐸̀ 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑢𝑠𝑠𝑜 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑟𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑖𝑛 𝑟𝑒𝑣𝑖𝑒𝑤 𝑟𝑒𝑐𝑒𝑛𝑡𝑖.

𝟕) 𝐂𝐡𝐞𝐭𝐨𝐠𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐝𝐢𝐠𝐢𝐮𝐧𝐨

𝐃𝐢𝐠𝐢𝐮𝐧𝐨 / 𝐅𝐚𝐬𝐭𝐢𝐧𝐠-𝐌𝐢𝐦𝐢𝐜𝐤𝐢𝐧𝐠 𝐃𝐢𝐞𝐭 (𝐅𝐌𝐃)

Esistono trial clinici, ad esempio il trial randomizzato DIRECT in carcinoma mammario con FMD come adiuvante alla chemio neoadiuvante: segnali interessanti su alcuni endpoint (tossicità/risposta), ma non è diventata “standard”, e la questione aderenza e selezione dei pazienti è cruciale.
In sintesi: promettente in contesti selezionati e sotto supervisione, non “cura”.

𝐃𝐢𝐞𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞𝐭𝐨𝐠𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚

Negli esseri umani, gli studi sono spesso piccoli/eterogenei; le meta-analisi mostrano effetti metabolici e su alcuni sintomi o qualità di vita in certi contesti, ma non la prova “inattaccabile” di efficacia antitumorale generalizzabile. E, come visto sopra, ci sono evidenze forti che alcuni tumori possono usare anche chetoni.

Quindi: “Possibile intervento adiuvante in casi selezionati, mai sostitutivo delle terapie, con massima cautela nei pazienti a rischio di malnutrizione/sarcopenia.”

𝟖) “𝐃𝐢𝐠𝐢𝐮𝐧𝐨 + 𝐛𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐳𝐮𝐜𝐜𝐡𝐞𝐫𝐨/𝐠𝐥𝐮𝐜𝐨𝐬𝐢𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐟𝐚𝐫 𝐩𝐞𝐧𝐞𝐭𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐦𝐞𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐞𝐦𝐢𝐨”: 𝐧𝐨, 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐜𝐥𝐢𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐚

Questa narrazione somiglia molto a pratiche tipo Insulin Potentiation Therapy (IPT): l’idea che l’insulina renda le cellule “più ricettive” e permetta chemio a dosi più basse o più efficace.
Fonti oncologiche autorevoli di medicina integrativa ospedaliera (es. MSKCC) riportano che l’efficacia non è dimostrata e sottolineano rischi come l’ipoglicemia.
Quindi, senza giri di parole: “bolo di zucchero dopo mini digiuno per potenziare la chemio” non è un protocollo standard basato su RCT robusti e linee guida. È una proposta che va trattata con scetticismo clinico, non con entusiasmo.

𝟗) 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐠𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢: 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐡𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 (𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨)

𝐏𝐫𝐢𝐨𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐚𝐬𝐬𝐨𝐥𝐮𝐭𝐚: 𝐫𝐚𝐠𝐠𝐢𝐮𝐧𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐢𝐧𝐞 𝐞 𝐜𝐚𝐥𝐨𝐫𝐢𝐞 Se il paziente non arriva ai target, gli integratori “giusti” sono spesso quelli più banali e più efficaci: proteine/ONS.

𝐄𝐀𝐀 / 𝐬𝐮𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐚𝐧𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐨. In pazienti con scarso introito e rischio sarcopenia, strategie con proteine ad alta qualità e, in alcuni casi, mix di EAA possono essere utili per supportare sintesi proteica muscolare come parte del piano nutrizionale. (Sempre dentro l’obiettivo: muscolo e funzione, non “uccidere il tumore”.)

𝐇𝐌𝐁/𝐠𝐥𝐮𝐭𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐚 𝐞 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐮𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐦𝐢𝐫𝐚𝐭𝐞. EEsistono formulazioni usate in contesti di supporto nutrizionale; l’obiettivo è recupero, muscolo, stato nutrizionale. Non sono bacchette magiche: sono strumenti.

𝐎𝐦𝐞𝐠𝐚-𝟑 (𝐄𝐏𝐀/𝐃𝐇𝐀). Possono entrare in protocolli di supporto (cachexia/infiammazione) in modo ragionato e personalizzato.

𝐀𝐧𝐭𝐢𝐨𝐬𝐬𝐢𝐝𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐚𝐝 𝐚𝐥𝐭𝐞 𝐝𝐨𝐬𝐢: 𝐩𝐫𝐮𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚. Qui bisogna essere seri: fonti istituzionali segnalano che alte dosi di antiossidanti durante terapia oncologica possono interferire e in alcuni studi sono state associate a esiti peggiori. Non è terrorismo: è cautela basata su dati non trascurabili.

𝟏𝟎) 𝐋’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨 “𝐩𝐢𝐮̀ 𝐟𝐚𝐫𝐦𝐚𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐨” 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨… 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐢𝐥𝐥𝐨𝐥𝐚: 𝐞𝐬𝐞𝐫𝐜𝐢𝐳𝐢𝐨 (𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐟𝐨𝐫𝐳𝐚), 𝐨𝐯𝐯𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐟𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞
Se si parla di interventi con evidenza clinica dura, una pietra miliare recente è il trial CHALLENGE pubblicato sul New England Journal of Medicine (2025): un programma strutturato di esercizio dopo chemio adiuvante nel colon ha portato a migliore disease-free survival e risultati coerenti con beneficio anche su overall survival.
E le linee guida ASCO raccomandano esercizio aerobico + resistenza, quando appropriato, anche durante trattamento con intento curativo.
In parole povere: se proprio la si vuole chiamare “terapia metabolica”, quella con prova clinica solida è 𝒑𝒓𝒐𝒕𝒆𝒊𝒏𝒆 + 𝒇𝒐𝒓𝒛𝒂, 𝒏𝒐𝒏 𝒍𝒂 𝒄𝒂𝒄𝒄𝒊𝒂 𝒊𝒅𝒆𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒄𝒂 𝒂 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒊 𝒊 𝒄𝒂𝒓𝒃𝒐𝒊𝒅𝒓𝒂𝒕𝒊. 𝑳𝒂 𝒒𝒖𝒐𝒕𝒂 𝒅𝒊 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒊 𝒖𝒍𝒕𝒊𝒎𝒊 𝒗𝒂 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒓𝒆 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒂𝒍𝒊𝒛𝒛𝒂𝒕𝒂 𝒄𝒐𝒎𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒈𝒍𝒊 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒊 𝒎𝒂𝒄𝒓𝒐𝒔.

𝐂𝐡𝐞𝐜𝐤𝐥𝐢𝐬𝐭 𝐩𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚

- Obiettivo: paziente in piedi → muscolo, energia, tolleranza alle cure, qualità di vita.

- Target indicativi: 25–30 kcal/kg/die e >1–1,6 g proteine/kg/die (personalizzare).

- Pasti piccoli e frequenti, densità calorica alta, gestione sintomi.

- Disgeusia: strategie pratiche (temperature, salse, consistenze, posate non metalliche).

- Se non basta: ONS; poi enterale/parenterale se indicato.

- Niente crociate: se serve anche Nutella per far mangiare, si usa.

- Digiuno/FMD e chetogenica: solo selezionati, supervisionati, mai “cura” e mai “sostituzione”.

- “Bolo di zucchero/IPT per potenziare la chemio”: non standard, evidenze deboli, rischi reali.

- Integratori: priorità a proteine/ONS; prudenza con megadosi di antiossidanti.

- Esercizio (forza + aerobico) quando possibile: è medicina di supporto con evidenza forte.

𝑰𝒍 𝒕𝒖𝒎𝒐𝒓𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒖𝒏 𝒑𝒖𝒑𝒂𝒛𝒛𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒊 𝒔𝒑𝒆𝒈𝒏𝒆 𝒔𝒆 𝒍𝒆 𝒕𝒐𝒈𝒍𝒊 𝒍𝒐 𝒛𝒖𝒄𝒄𝒉𝒆𝒓𝒐: 𝒔𝒊 𝒂𝒅𝒂𝒕𝒕𝒂. 𝑸𝒖𝒆𝒍𝒍𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒊𝒏𝒗𝒆𝒄𝒆 𝒔𝒊 𝒔𝒑𝒆𝒈𝒏𝒆 𝒇𝒂𝒄𝒊𝒍𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒆̀ 𝒊𝒍 𝒑𝒂𝒛𝒊𝒆𝒏𝒕𝒆, 𝒔𝒆 𝒍𝒐 𝒔𝒊 𝒎𝒆𝒕𝒕𝒆 𝒂 𝒅𝒊𝒆𝒕𝒂 “𝒆𝒓𝒐𝒊𝒄𝒂” 𝒎𝒆𝒏𝒕𝒓𝒆 𝒄𝒐𝒎𝒃𝒂𝒕𝒕𝒆 𝒈𝒊𝒂̀ 𝒖𝒏𝒂 𝒈𝒖𝒆𝒓𝒓𝒂.
𝑳𝒂 𝒏𝒖𝒕𝒓𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒐𝒏𝒄𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒄𝒂 𝒔𝒆𝒓𝒗𝒆 𝒂 𝒇𝒂𝒓 𝒗𝒊𝒏𝒄𝒆𝒓𝒆 𝒊𝒍 𝒑𝒂𝒛𝒊𝒆𝒏𝒕𝒆. 𝑰𝒍 𝒓𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒆̀ 𝒑𝒓𝒐𝒑𝒂𝒈𝒂𝒏𝒅𝒂 𝒅𝒂 𝒇𝒆𝒆𝒅.

𝐅𝐨𝐜𝐮𝐬 𝐬𝐮 𝐚𝐥𝐭𝐞 𝐝𝐨𝐬𝐢 𝐝𝐢 𝐕𝐢𝐭. 𝐂
La vitamina C a dosi alimentari/fisiologiche lavora prevalentemente come antiossidante e cofattore enzimatico. Ma la vitamina C endovena ad alte dosi (decine di grammi) è un’altra categoria: è un intervento farmacologico, 𝐧𝐨𝐧 𝐧𝐮𝐭𝐫𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞. Il razionale oncologico più citato non è “spengo i radicali liberi e blocco il tumore”, bensì l’opposto: a concentrazioni molto alte, in certi contesti può generare un stress ossidativo selettivo (effetto pro-ossidante, perossido di idrogeno) e potenzialmente aumentare la sensibilità di alcune cellule tumorali a specifiche terapie. È un’ipotesi biologicamente plausibile, ma non equivale a una prova clinica: gli studi nell’uomo mostrano risultati non uniformi (in alcuni setting segnali promettenti, in altri trial negativi), quindi oggi non è “cura”, non è standard, e va trattata per quello che è: una strategia sperimentale/adiuvante da valutare caso per caso, senza vendere scorciatoie.

𝐌𝐢𝐧𝐢 𝐜𝐡𝐞𝐜𝐤-𝐥𝐢𝐬𝐭 (𝐩𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚) 𝐩𝐞𝐫 𝐩𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐨𝐧𝐨 “𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐯𝐢𝐭𝐚𝐦𝐢𝐧𝐚 𝐂 𝐄𝐕 𝐚𝐝 𝐚𝐥𝐭𝐞 𝐝𝐨𝐬𝐢?”

𝟏) 𝐂𝐡𝐢𝐚𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐥’𝐨𝐛𝐢𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 Non “cura il cancro” in modo dimostrato e generalizzabile. Se se ne parla, è adiuvante sperimentale o supporto sintomatico selezionato.

𝟐) 𝐎𝐧𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐨 𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐨 𝐞 𝐝’𝐚𝐜𝐜𝐨𝐫𝐝𝐨 (𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞) Niente “faccio e poi vediamo”: va coordinata con il piano oncologico.

𝟑) 𝐏𝐫𝐞𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐧𝐞𝐭𝐭𝐚: 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐭𝐫𝐢𝐚𝐥 𝐨 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐚𝐧𝐜𝐞 𝐜𝐥𝐢𝐧𝐢𝐜𝐚 Per dose, qualità del preparato, monitoraggio e gestione eventi avversi.

𝟒) 𝐏𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐫𝐞: 𝐞𝐬𝐚𝐦𝐢 𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢 𝐨𝐛𝐛𝐥𝐢𝐠𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢

- G6PD (favismo): se deficit → rischio emolisi → in genere controindicazione.
- Funzione renale (creatinina/eGFR) e storia di calcoli: attenzione al rischio ossalato/calcolosi/nefropatia.

𝟓) 𝐅𝐚𝐫𝐦𝐚𝐜𝐢 “𝐬𝐞𝐧𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢”: 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨𝐥𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 In particolare bortezomib: possibile antagonismo segnalato → tendenzialmente da evitare in concomitanza (decisione oncologica).

𝟔) 𝐃𝐢𝐚𝐛𝐞𝐭𝐞 𝐞 𝐦𝐨𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐠𝐥𝐢𝐜𝐞𝐦𝐢𝐜𝐨 Possibile interferenza con alcuni glucometri (valori falsati): se diabetico o fragile, pianificare come monitorare correttamente.

𝟕) 𝐒𝐜𝐡𝐞𝐦𝐚, 𝐝𝐨𝐬𝐞 𝐞 𝐜𝐚𝐥𝐞𝐧𝐝𝐚𝐫𝐢𝐨: 𝐧𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐟𝐚𝐢-𝐝𝐚-𝐭𝐞 Serve un protocollo definito (dose, frequenza, durata) e criteri di stop.

𝟖 ) 𝐂𝐫𝐢𝐭𝐞𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐬𝐭𝐨𝐩 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐢 Peggioramento renale, sintomi insoliti, emolisi/anemia inspiegata, eventi infusion-related: si sospende e si rivaluta.

𝟗) 𝐌𝐚𝐢 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐞 Se diventa “alternativa alla chemio/radio/target/immuno”, si è già fuori strada.

𝟏𝟎) 𝐏𝐫𝐢𝐨𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐧𝐮𝐭𝐫𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚: 𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐢𝐚 + 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐢𝐧𝐞 + 𝐦𝐮𝐬𝐜𝐨𝐥𝐨
Se la vitamina C diventa la “star” ma il paziente perde peso e forza, si è perso l’obiettivo clinico.

𝑺𝒆 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒄𝒖𝒏𝒐 𝒍𝒂 𝒑𝒓𝒐𝒑𝒐𝒏𝒆 𝒄𝒐𝒎𝒆 𝒂𝒍𝒕𝒆𝒓𝒏𝒂𝒕𝒊𝒗𝒂 𝒂𝒍𝒍𝒆 𝒕𝒆𝒓𝒂𝒑𝒊𝒆 𝒐𝒏𝒄𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒄𝒉𝒆, 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒕𝒂 𝒇𝒂𝒄𝒆𝒏𝒅𝒐 𝒎𝒆𝒅𝒊𝒄𝒊𝒏𝒂: 𝒔𝒕𝒂 𝒇𝒂𝒄𝒆𝒏𝒅𝒐 𝒎𝒂𝒓𝒌𝒆𝒕𝒊𝒏𝒈.

𝐁𝐢𝐛𝐥𝐢𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐚

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