CEAF - Dott.ssa Modica Ilenia

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(Centro di educazione alimentare e fisica)

Scegliere CEAF vuol dire affidarsi ad un team di professionisti che faciliteranno il percorso da te intrapreso per il conseguimento del tuo benessere attraverso:


1.Corsi di educazione alimentare che ti prepareranno e guideranno verso le corretti basi dell’alimentazione;
2.Dieta personalizzata e continuo monitoraggio dell’iter dietetico;
3.Allenamenti personalizzati e mirati di attività motorie da parte del tuo personal trainer.
4.Corsi di accompagnamento alla nascita, tenuti da personale specializzato.
5.Corsi per il massaggio del bambino, tenuti da personale specializzato.

26/03/2026

𝐂𝐨𝐥𝐞𝐬𝐭𝐞𝐫𝐨𝐥𝐨 𝐚𝐥𝐭𝐨: 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐩𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐚𝐯𝐨𝐥𝐚. 𝐌𝐚 𝐧𝐞𝐩𝐩𝐮𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐢𝐳𝐳𝐚 𝐚 𝐝𝐨𝐫𝐦𝐢𝐫𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐧𝐪𝐮𝐢𝐥𝐥𝐢.
Le nuove linee guida americane del 2026 sulla gestione delle dislipidemie non parlano solo di “colesterolo alto” in modo generico. Mettono insieme, nello stesso quadro, LDL elevato, trigliceridi elevati e lipoproteina(a), e archiviano l’idea sempliciotta secondo cui tutto si risolve con due consigli dati in fretta in ambulatorio. Sostituiscono infatti le linee guida del 2018, riportano in primo piano i target LDL, introducono un approccio più moderno alla stima del rischio e insistono su un concetto elementare ma spesso dimenticato: 𝐢𝐥 𝐝𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐜𝐚𝐫𝐝𝐢𝐨𝐯𝐚𝐬𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐢𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐚𝐥𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐯𝐚𝐥𝐨𝐫𝐞 𝐨𝐠𝐠𝐢, 𝐦𝐚 𝐝𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐞𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐚 𝐥𝐢𝐩𝐨𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐢𝐧𝐞 𝐚𝐭𝐞𝐫𝐨𝐠𝐞𝐧𝐞.

La prima cosa da chiarire, senza fumo negli occhi, è questa: 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐢𝐧𝐞𝐞 𝐠𝐮𝐢𝐝𝐚 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐞 𝐞𝐬𝐜𝐥𝐮𝐬𝐢𝐯𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐝𝐢𝐬𝐥𝐢𝐩𝐢𝐝𝐞𝐦𝐢𝐞 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞. Sarebbe sbagliato dirlo. Però è altrettanto vero che, rispetto al passato, danno molto più peso alle forme ereditarie, soprattutto ipercolesterolemia familiare e lipoproteina(a) elevata. 𝑰𝒏 𝒑𝒓𝒂𝒕𝒊𝒄𝒂, 𝒍𝒂 𝒎𝒆𝒅𝒊𝒄𝒊𝒏𝒂 𝒖𝒇𝒇𝒊𝒄𝒊𝒂𝒍𝒆 𝒔𝒕𝒂 𝒅𝒊𝒄𝒆𝒏𝒅𝒐 𝒇𝒊𝒏𝒂𝒍𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒖𝒏𝒂 𝒄𝒐𝒔𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒂𝒏𝒅𝒂𝒗𝒂 𝒅𝒆𝒕𝒕𝒂 𝒅𝒂 𝒂𝒏𝒏𝒊: 𝒄𝒊 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒑𝒂𝒓𝒕𝒐𝒏𝒐 𝒅𝒂𝒍 𝒄𝒉𝒊𝒍𝒐𝒎𝒆𝒕𝒓𝒐 𝒛𝒆𝒓𝒐. Non perché “non si impegnano abbastanza”, ma perché hanno una biologia che gioca sporco fin dall’inizio.

La novità più importante, infatti, è il richiamo a intervenire prima. La guideline raccomanda di affrontare la dislipidemia precocemente, 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐢𝐧 𝐞𝐭𝐚̀ 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢𝐥𝐞, proprio per ridurre il rischio cumulativo da esposizione prolungata alle lipoproteine aterogene. Nei documenti AHA collegati si legge che il counseling sugli stili di vita deve iniziare presto, con considerazione precoce della terapia farmacologica nei giovani con ipercolesterolemia familiare, e che i bambini tra 9 e 11 anni non ancora testati dovrebbero eseguire un profilo lipidico per individuare forme importanti come la FH. Questo significa una cosa molto concreta: 𝒂𝒔𝒑𝒆𝒕𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒊 45 𝒐 𝒊 50 𝒂𝒏𝒏𝒊, 𝒊𝒏 𝒄𝒆𝒓𝒕𝒊 𝒔𝒐𝒈𝒈𝒆𝒕𝒕𝒊, 𝒆̀ 𝒎𝒆𝒅𝒊𝒄𝒊𝒏𝒂 𝒊𝒏 𝒓𝒊𝒕𝒂𝒓𝒅𝒐.

Il capitolo che più cambia il quadro culturale è quello della 𝐥𝐢𝐩𝐨𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐢𝐧𝐚(𝐚). Per anni è stata trattata come un dettaglio per specialisti. Adesso no. 𝐋𝐞 𝐥𝐢𝐧𝐞𝐞 𝐠𝐮𝐢𝐝𝐚 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐦𝐢𝐬𝐮𝐫𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐚𝐝𝐮𝐥𝐭𝐚, la considerano un fattore che aumenta il rischio già da 125 nmol/L o 50 mg/dL, e ricordano che valori di 250 nmol/L o 100 mg/dL si associano a un rischio stimato circa doppio. E soprattutto mettono nero su bianco un punto decisivo: 𝐥𝐨 𝐬𝐭𝐢𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐜𝐢𝐝𝐞 𝐩𝐨𝐜𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐋𝐩(𝐚). Questo non vuol dire che dieta e movimento siano inutili; 𝐯𝐮𝐨𝐥 𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧 𝐜𝐡𝐢 𝐡𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐋𝐩(𝐚) 𝐚𝐥𝐭𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐯𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥 “𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐞𝐠𝐧𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐮̀”. Bisogna riconoscere il rischio e trattarlo meglio.

Anche sui target LDL il documento cambia tono. In modo molto netto. Tornano obiettivi più chiari:

🥰
02/03/2026

🥰

Grazie per le risate…e per avermi odiata tutto il tempo!!!😜Un bacio lo sai che se lo merita tua moglie!❤️
27/02/2026

Grazie per le risate…e per avermi odiata tutto il tempo!!!😜
Un bacio lo sai che se lo merita tua moglie!❤️

19/02/2026

Negli ultimi anni il digiuno intermittente è stato il re incontrastato dei trend salutisti, promettendo miracoli metabolici e una longevità da Matusalemme. La perdita di peso che promette ha convinto anche i più scettici e disincantati delle diete. Tuttavia, le conclusioni di un’ampia revisione sistematica pubblicata su Cochraine hanno l’effetto di una doccia fredda: il digiuno intermittente non è superiore a una normalissima dieta ipocalorica. “Sono risultati che non dovrebbero stupirci e che dimostrano che saltare la cena non fa dimagrire di più che mangiare meno, ma in modo distribuito”, commenta Laura Rossi, direttrice del Reparto Nutrizione, Alimentazione e Salute dell’Istituto superiore di sanità (Iss).

L’articolo completo di Valentina Arcovio su Salute

Con te non si scherza!!!😜Work in progress…🥰
15/02/2026

Con te non si scherza!!!😜
Work in progress…🥰

12/02/2026

𝐁𝐢𝐨𝐚𝐜𝐡𝐞𝐫: 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐨 𝐢𝐥𝐥𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚?
𝑀𝑜𝑛𝑖𝑡𝑜𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑠𝑖𝑛𝑜𝑛𝑖𝑚𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑙𝑢𝑡𝑒.
Negli ultimi anni il benessere ha cambiato pelle. Non solo nuove parole — bioaching, biohacking, wellness avanzato — ma soprattutto nuovi strumenti, nuovi dispositivi, nuovi numeri da inseguire. Si promette una cosa precisa: capire tutto del proprio corpo. Misurare tutto. Monitorare tutto. Ottimizzare tutto.
HRV, sonno profondo, ossigenazione, glicemia “in tempo reale”, cortisolo “stimato”, infiammazione “indiretta”, metabolismo “letto” da un device. Spesso con strumenti che non hanno validazione clinica, o che nascono per ricerca esplorativa e vengono venduti come verità operative. Qui sta il primo problema serio.
Misurare non significa capire. 𝑬 𝒔𝒐𝒑𝒓𝒂𝒕𝒕𝒖𝒕𝒕𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒐 𝒄𝒊𝒐̀ 𝒄𝒉𝒆 𝒆̀ 𝒎𝒊𝒔𝒖𝒓𝒂𝒃𝒊𝒍𝒆 𝒆̀ 𝒄𝒍𝒊𝒏𝒊𝒄𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒔𝒊𝒈𝒏𝒊𝒇𝒊𝒄𝒂𝒕𝒊𝒗𝒐.

In medicina e nelle scienze della nutrizione, un parametro ha senso solo se:
– è validato,
– è riproducibile,
– è interpretabile nel contesto della persona,
– e soprattutto cambia le decisioni cliniche.

Molti strumenti oggi proposti non fanno nulla di tutto questo.
Producono numeri. Grafici. Andamenti. Ma senza una reale capacità di distinguere fisiologia, adattamento, stress transitorio o patologia.
Ed è proprio in questo vuoto — tra numeri seducenti e interpretazioni fragili — che proliferano 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐞 𝐞𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢.

Figure dai nomi fluidi, rassicuranti, spesso volutamente ambigui, che dichiarano di “non fare clinica”, ma che nella pratica 𝒍𝒂 𝒔𝒇𝒊𝒐𝒓𝒂𝒏𝒐 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒊𝒏𝒖𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆.

Perché quando si interpretano dati fisiologici, si suggeriscono restrizioni alimentari, si modificano abitudini in presenza di sintomi, si danno indicazioni su sonno, stress, metabolismo, infiammazione o integrazione, 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒊 𝒔𝒕𝒂 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒇𝒂𝒄𝒆𝒏𝒅𝒐 𝒎𝒐𝒕𝒊𝒗𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆. Si sta entrando in un ambito sanitario.

Cambiare nome non cambia la sostanza. E soprattutto non cambia la responsabilità. Il problema non è l’educazione allo stile di vita.
Il problema è quando queste nuove figure diventano scappatoie semantiche, costruite per fare ciò che richiederebbe competenze, titoli e responsabilità precise, evitando però i confini, i controlli e le tutele previste per il cittadino.
Qui non si parla di intenzioni, ma di effetti reali. E quando l’effetto è confusione, ritardo diagnostico o interventi inappropriati, il tema non è più il benessere. È la tutela.

𝐈𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐥𝐭𝐚𝐭𝐨?
Persone apparentemente sane che iniziano a percepirsi malate.
Persone che dormono, ma “non abbastanza bene”. Che mangiano, ma “non nel modo ottimale”. Che vivono, ma 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒓𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝒍𝒂 𝒔𝒆𝒏𝒔𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒅𝒐𝒗𝒆𝒓 𝒄𝒐𝒓𝒓𝒆𝒈𝒈𝒆𝒓𝒆 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒄𝒐𝒔𝒂.
E qui entra la seconda deriva, forse la più pericolosa: 𝐥’𝐚𝐧𝐬𝐢𝐚 𝐝𝐚 𝐦𝐨𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨. Sapere tutto, sempre, secondo per secondo, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, non rende più sani. 𝑹𝒆𝒏𝒅𝒆 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒊𝒑𝒆𝒓𝒔𝒆𝒏𝒔𝒊𝒃𝒊𝒍𝒊.
ll corpo umano non è un sistema stabile. Varia. Oscilla. Si adatta. Compensa. Peggiora e migliora continuamente. Pretendere curve perfette significa non 𝒂𝒗𝒆𝒓 𝒄𝒂𝒑𝒊𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒎𝒆 𝒇𝒖𝒏𝒛𝒊𝒐𝒏𝒂 𝒍𝒂 𝒃𝒊𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒂.
La ricerca ossessiva della perfezione fisiologica non è salute.

È controllo. Ed è spesso una forma elegante di disagio
Lampade a infrarossi per “attivare i mitocondri”. Occhiali che bloccano ogni spettro di luce blu come se fosse veleno. Routine serali rigidissime, mattine militarizzate, pasti cronometrati, respiro ottimizzato, sonno valutato come una pagella.

A un certo punto la domanda diventa inevitabile: 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐞̀?
Perché se ogni scelta è filtrata da un dispositivo, se ogni sensazione deve essere confermata da un numero, se ogni deviazione genera allarme, non stiamo parlando di benessere. Stiamo parlando di sorveglianza.

l paradosso è che tutto questo viene venduto come “ascolto del corpo”. Ma ascoltare non è misurare. Ascoltare è interpretare.
E interpretare richiede competenza, esperienza, limiti.
La salute non è l’assenza di fluttuazioni. È la capacità di attraversarle senza rompersi. Mangiare bene, dormire meglio, muoversi, ridurre lo stress: fondamentali, sì. Ma non perché portano a valori perfetti.
Perché aumentano la resilienza, se vogliamo l'ormesi, 𝒏𝒐𝒏 𝒊𝒍 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒐𝒍𝒍𝒐.

Il problema del bioaching moderno non è l’intenzione.
È l’illusione che tutto sia sempre migliorabile, misurabile, correggibile. Come se il corpo fosse una macchina difettosa da aggiornare di continuo. La realtà è meno glamour, ma molto più solida. Il corpo non chiede ottimizzazione costante. Chiede equilibrio, contesto, adattamento. E quando serve, chiede una valutazione clinica vera, non un grafico.
Fare chiarezza su questo non significa essere contro la tecnologia.
Significa rimetterla al suo posto.
- Strumento. Non bussola.
- Supporto. Non giudice.
- Mezzo. Non fine.

E soprattutto: la salute non è una dashboard. È una relazione continua tra corpo, mente, ambiente e tempo. Chi cerca benessere ha bisogno di meno rumore, non di più numeri.
- Di meno promesse, non di più dispositivi.
- Di più competenza, non di più controllo.

𝐐𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨, 𝐨𝐠𝐠𝐢, 𝐞̀ 𝐟𝐨𝐫𝐬𝐞 𝐥’𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐫𝐢𝐯𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐫𝐢𝐨.
𝑺𝒆𝒄𝒐𝒏𝒅𝒐 𝒗𝒐𝒊, 𝒎𝒊𝒔𝒖𝒓𝒂𝒓𝒆 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒐 𝒓𝒆𝒏𝒅𝒆 𝒅𝒂𝒗𝒗𝒆𝒓𝒐 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒔𝒂𝒏𝒊? 𝑉𝑖 𝑒̀ 𝑚𝑎𝑖 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑟𝑣𝑖 ‘𝑠𝑏𝑎𝑔𝑙𝑖𝑎𝑡𝑖’, 𝑚𝑎𝑙𝑎𝑡𝑖, 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑒𝑟𝑓𝑒𝑡𝑡𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑢𝑛 𝑑𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑖𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑖𝑐𝑒𝑣𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑖̀?

09/02/2026

Roma, 9 febbraio 2026 (Agenbio) – Un dato che fa riflettere: nel 2025, nel mondo, un bambino o ragazzo su dieci in età scolare soffriva di obesità. In totale, si parla di circa 188 milioni di studenti, un numero che per la prima volta ha superato quello dei bambini sottopeso. A lanciare l’alla...

29/01/2026

𝐌𝐄𝐍𝐎𝐏𝐀𝐔𝐒𝐀: 𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐈𝐋 𝐏𝐑𝐎𝐁𝐋𝐄𝐌𝐀 𝐍𝐎𝐍 𝐄̀ “𝐋’𝐄𝐓𝐀̀”, 𝐌𝐀 𝐔𝐍 𝐓𝐄𝐒𝐒𝐔𝐓𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐂𝐀𝐌𝐁𝐈𝐀
𝐍𝐨𝐭𝐚 𝐛𝐞𝐧𝐞: 𝐷𝑜𝑙𝑜𝑟𝑖 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑖, 𝑔𝑜𝑛𝑓𝑖𝑜𝑟𝑒 𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒, 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑖𝑡𝑎 𝑟𝑎𝑝𝑖𝑑𝑎 𝑑𝑖 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎, 𝑓𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑟𝑒, 𝑑𝑜𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑛𝑜𝑡𝑡𝑢𝑟𝑛𝑜 𝑜 𝑠𝑖𝑛𝑡𝑜𝑚𝑖 𝑛𝑒𝑢𝑟𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑖 𝑚𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑣𝑎𝑙𝑢𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑐𝑎: 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 “𝑐𝑢𝑟𝑎𝑛𝑜” 𝑎 𝑐𝑜𝑙𝑝𝑖 𝑑𝑖 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑔𝑟𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖. 𝗦𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗮, 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗲𝘁𝘁𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗮: 𝑙𝑒 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑒𝑔𝑖𝑒 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘰𝘴𝘵𝘦 𝑠𝑜𝑡𝑡𝑜 (𝑑𝑖𝑒𝑡𝑎, 𝑛𝑢𝑡𝑟𝑎𝑐𝑒𝑢𝑡𝑖𝑐𝑖, 𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑖𝑡𝑎̀ 𝑓𝑖𝑠𝑖𝑐𝑎) 𝑛𝑜𝑛 “𝑐𝑢𝑟𝑎𝑛𝑜” 𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑜𝑝𝑎𝑢𝑠𝑎. 𝑆𝑒𝑟𝑣𝑜𝑛𝑜 𝑎 𝑔𝑒𝑠𝑡𝑖𝑟𝑒 𝑖 𝑠𝑖𝑛𝑡𝑜𝑚𝑖 𝑒 𝑎 𝑙𝑖𝑚𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑔𝑢𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑚𝑢𝑠𝑐𝑜𝑙𝑜𝑠𝑐ℎ𝑒𝑙𝑒𝑡𝑟𝑖𝑐ℎ𝑒 (𝑑𝑜𝑙𝑜𝑟𝑒, 𝑟𝑖𝑔𝑖𝑑𝑖𝑡𝑎̀, 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎/𝑚𝑎𝑠𝑠𝑎, 𝑓𝑟𝑎𝑔𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑜𝑠𝑠𝑒𝑎), 𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜𝑟𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑓𝑢𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑣𝑖𝑡𝑎.....𝘦 𝘷𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘢𝘭𝘪𝘻𝘻𝘢𝘵𝘦 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦!!

C’è una truffa semantica che va avanti da decenni: alle donne in perimenopausa e postmenopausa si dice “è normale, è l’età”. Traduzione: arrangiati. Peccato che la scienza stia mettendo ordine con un concetto molto più onesto: la menopausa ha un profilo muscoloscheletrico riconoscibile, spesso sottovalutato, e soprattutto modificabile con scelte pratiche.

I numeri non sono piccoli: oltre il 70% delle donne riferisce sintomi muscoloscheletrici nella transizione, e circa 1 su 4 ne è fortemente limitata. Non stiamo parlando di un fastidio “di contorno”: includono dolori articolari/algie diffuse, perdita di massa e forza, calo di densità ossea e accelerazione dell’osteoartrosi.

Il meccanismo di fondo è brutale nella sua semplicità: gli estrogeni non servono solo per il ciclo. Sono anche un “freno” fisiologico su infiammazione e degradazione tissutale. Quando calano, aumentano segnali infiammatori e il sistema muscolo-osso entra in una fase più fragile. In perimenopausa, ad esempio, può verificarsi un calo medio di densità minerale ossea attorno al 10%, e dopo la menopausa una riduzione di massa muscolare stimata intorno allo 0,6% annuo (con perdita di fibre “veloci”, quelle che ti salvano da una caduta).

𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗺𝗮𝗿𝗸𝗲𝘁𝗶𝗻𝗴 𝗼 𝗺𝗮𝗴𝗶𝗮?

𝗟𝗮 𝗱𝗶𝗲𝘁𝗮 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ “𝗹𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿𝗮”: 𝗲̀ “𝗮𝗻𝗮𝗯𝗼𝗹𝗶𝗰𝗮” 𝗲 𝗮𝗻𝘁𝗶-𝗳𝗿𝗮𝗴𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀
Se l’obiettivo è proteggere muscolo e osso, la parola chiave è proteine (e distribuite, non tutte a cena o “quando capita”). Linee guida clinico-nutrizionali su anziani e rischio sarcopenia indicano in modo pragmatico almeno 1,0–1,2 g/kg/die negli adulti avanti con l’età, e 1,2–1,6 g/kg/die in caso di malattia/fragilità o obiettivi di recupero funzionale. 𝑵𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒃𝒐𝒅𝒚𝒃𝒖𝒊𝒍𝒅𝒊𝒏𝒈: 𝒆̀ 𝒎𝒂𝒏𝒖𝒕𝒆𝒏𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒕𝒆𝒔𝒔𝒖𝒕𝒐.

Poi viene l’energia “intelligente”: non serve demonizzare carboidrati o grassi; serve evitare il classico combo micidiale della mezza età sedentaria: poche proteine + poche fibre + troppi ultraprocessati. La dieta mediterranea ben fatta (pesce, legumi, olio EVO, frutta secca, vegetali, latticini/alternative se tollerati) aiuta perché spinge micronutrienti e densità nutrizionale senza gonfiare calorie inutili.

Sul calcio: molto meglio cibo che pillole “a prescindere”. Le grandi prove su supplementazione calcio + vitamina D in donne sane mostrano al massimo piccoli effetti su densità ossea e nessun miracolo sulle fratture, con un segnale concreto di aumento di calcolosi renale. Quindi: prima si misura la dieta, poi si decide.

𝗜𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶/𝗻𝘂𝘁𝗿𝗮𝗰𝗲𝘂𝘁𝗶𝗰𝗶: 𝘀𝗶̀, 𝗺𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗴𝗲𝗿𝗮𝗿𝗰𝗵𝗶𝗮 𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗳𝗮𝘃𝗼𝗹𝗲

Questi interventi sono supporti per la gestione dei sintomi e della funzione, non scorciatoie “curative”. Il criterio è: deficit documentato o razionale fisiologico sensato + evidenza clinica decente + sicurezza + compatibilità con la persona.

𝗩𝗶𝘁𝗮𝗺𝗶𝗻𝗮 𝗗: utile quando serve, inutile quando “si spera”. Le evidenze più solide dicono che nella popolazione generale non ha senso prescriverla “per prevenire cadute e fratture” come automatismo; anzi, le raccomandazioni USPSTF sono nette contro l’uso routinario per prevenzione primaria in comunità. Però in chi è carente (cosa frequente), correggere la carenza è ragionevole e clinicamente sensato. Traduzione pratica: dosaggio 25(OH)D, poi decisione, non fede.

𝗠𝗮𝗴𝗻𝗲𝘀𝗶𝗼: non è un “brucia-dolori”, ma è interessante perché un RCT in donne postmenopausa ha mostrato che 500 mg/die ha migliorato lo status di vitamina D. È una tessera del puzzle, non la foto completa. Ps: il magnesio deve essere in forma organica, altrimenti non è biodisponibile ed ha un effetto solo lassativo.

𝗩𝗶𝘁𝗮𝗺𝗶𝗻𝗮 𝗞𝟮: qui i dati su BMD in osteoporosi postmenopausale sono favorevoli in meta-analisi, con buon profilo di sicurezza generale. Ma attenzione: dosi, forme (MK-7 vs MK-4), contesti clinici e soprattutto interazioni (anticoagulanti cumarinici) impongono criterio e non il fai da te.

𝗖𝗿𝗲𝗮𝘁𝗶𝗻𝗮: per muscolo e performance è una delle molecole più studiate. Per l’osso, invece, la storia è più sobria: un RCT di 2 anni in donne postmenopausa con training strutturato non ha mostrato aumento della densità minerale ossea, pur migliorando alcune proprietà geometriche dell’anca e la performance di cammino. Quindi: non è la “pillola per l’osteoporosi”, ma può essere un supporto in un programma serio di forza.

La cosa più importante di tutte: 𝒔𝒆 𝒅𝒆𝒗𝒊 𝒔𝒄𝒆𝒈𝒍𝒊𝒆𝒓𝒆 𝒖𝒏 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒗𝒆𝒏𝒕𝒐, 𝒔𝒄𝒆𝒈𝒍𝒊, 𝒔𝒆 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒊𝒃𝒊𝒍𝒆, 𝒍’𝒂𝒍𝒍𝒆𝒏𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒇𝒐𝒓𝒛𝒂!

𝗜𝗹 𝗳𝗮𝗿𝗺𝗮𝗰𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗳𝗮𝗿𝗺𝗮𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼: 𝗹𝗮 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮
L’esercizio è la misura “meno controversa”. Perché? Perché combatte insieme sarcopenia, rischio cadute e fragilità.
E non parliamo di “camminatina e via”. Camminare è ottimo, ma non sostituisce la forza. Le meta-analisi su esercizio e densità ossea in postmenopausa mostrano un effetto positivo su colonna e femore.
E quando l’allenamento è intenso, progressivo e supervisionato, può migliorare densità ossea e funzione anche in osteopenia/osteoporosi: il trial LIFTMOR (heavy lifting/HiRIT) è uno dei lavori simbolo, con efficacia e un profilo di sicurezza buono in condizioni controllate.
In pratica, l’obiettivo è semplice: ricostruire potenza e massa (soprattutto delle fibre veloci) con 2–3 sedute/settimana, progressione graduale, tecnica pulita, carichi “veri” compatibili con stato clinico e, se c’è fragilità ossea, con supervisione competente. Il resto (integratori inclusi) viene dopo.

𝗘 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗶𝗮 𝗼𝗿𝗺𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲?
Non è “nutraceutica”, ma sarebbe disonesto tacerlo: le società scientifiche riportano che la terapia ormonale con bioidentici può prevenire perdita di massa ossea e ridurre fratture in contesti appropriati, con decisione basata su età, timing, rischio e controindicazioni. È materia esclusiva del medico, non di altre professioni sanitarie o peggio di fuffa-guru o istruttori da palestra, coach etc.

𝐐𝐮𝐢𝐧𝐝𝐢 𝐬𝐭𝐚𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐟𝐚𝐫𝐭𝐢 𝐟𝐫𝐞𝐠𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐢 𝐫𝐚𝐬𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐫𝐞: s𝑒 𝑡𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜 “𝑒̀ 𝑙’𝑒𝑡𝑎̀”, 𝑠𝑡𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑟𝑖𝑛𝑢𝑛𝑐𝑖𝑎𝑛𝑑𝑜. 𝐿𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑜𝑝𝑎𝑢𝑠𝑎 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎 𝑖 𝑡𝑒𝑠𝑠𝑢𝑡𝑖, 𝑠𝑖̀. 𝑀𝑎 𝑖 𝑡𝑒𝑠𝑠𝑢𝑡𝑖 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑛𝑑𝑜𝑛𝑜 𝑎 𝑠𝑡𝑖𝑚𝑜𝑙𝑖: 𝑝𝑟𝑜𝑡𝑒𝑖𝑛𝑒 𝑎𝑑𝑒𝑔𝑢𝑎𝑡𝑒, 𝑚𝑖𝑐𝑟𝑜𝑛𝑢𝑡𝑟𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑚𝑖𝑟𝑎𝑡𝑖 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑜𝑛𝑜, 𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑒𝑛𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎. 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑛𝑜𝑛 “𝑡𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑜𝑝𝑎𝑢𝑠𝑎”: 𝑡𝑖 𝑡𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒 𝑙𝑎 𝑓𝑟𝑎𝑔𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀.

𝐁𝐢𝐛𝐥𝐢𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐚

1) Wright VJ, Schwartzman JD, Itinoche R, Wittstein J. The musculoskeletal syndrome of menopause. Climacteric. 2024;27(5):466–472. doi: 10.1080/13697137.2024.2380363.

2) Kruse C, McKechnie T, Dworsky-Fried J, et al. Musculoskeletal Manifestations of Perimenopause: A Systematic Review and Meta-Analysis of 93,021 Women. JB JS Open Access. 2026;11(1):e25.00254. doi: 10.2106/JBJS.OA.25.00254.

3) Watson SL, Weeks BK, Weis LJ, et al. High-Intensity Resistance and Impact Training Improves Bone Mineral Density and Physical Function in Postmenopausal Women With Osteopenia and Osteoporosis: The LIFTMOR Randomized Controlled Trial. J Bone Miner Res. 2018;33(2):211–220. doi: 10.1002/jbmr.3284.

4) Deutz NEP, Bauer JM, Barazzoni R, et al. Protein intake and exercise for optimal muscle function with aging: recommendations from the ESPEN Expert Group. Clin Nutr. 2014;33(6):929–936. doi: 10.1016/j.clnu.2014.04.007.

5) Jackson RD, LaCroix AZ, Gass M, et al. Calcium plus vitamin D supplementation and the risk of fractures. N Engl J Med. 2006;354(7):669–683. doi: 10.1056/NEJMoa055218.

26/01/2026

𝐃𝐈𝐆𝐈𝐔𝐍𝐎 𝐈𝐍𝐓𝐄𝐑𝐌𝐈𝐓𝐓𝐄𝐍𝐓𝐄: 𝐈𝐋 𝐓𝐈𝐌𝐄𝐑 𝐍𝐎𝐍 𝐄̀ 𝐔𝐍𝐀 𝐂𝐔𝐑𝐀 (𝐌𝐀 𝐏𝐔𝐎̀ 𝐄𝐒𝐒𝐄𝐑𝐄 𝐔𝐍’𝐀𝐑𝐌𝐀)

C’è un equivoco che va chiarito subito: il digiuno intermittente non è una medicina. È un modo di organizzare i pasti. E come tutti gli strumenti di organizzazione, può aiutare oppure diventare un alibi elegante per continuare a mangiare male con la coscienza pulita.

Quello che la gente chiama “16/8” è, banalmente, questo: per una parte della giornata mangi, per un’altra parte no. Fine. Il problema è che molti ci costruiscono sopra una mitologia: “𝒓𝒆𝒔𝒆𝒕 𝒎𝒆𝒕𝒂𝒃𝒐𝒍𝒊𝒄𝒐”, “𝒊𝒏𝒔𝒖𝒍𝒊𝒏𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒓𝒐𝒍𝒍𝒂”, “𝒈𝒓𝒂𝒔𝒔𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒊 𝒔𝒄𝒊𝒐𝒈𝒍𝒊𝒆”. La realtà è più prosaica e più utile: se il digiuno intermittente funziona, quasi sempre funziona perché riduce il disordine alimentare, soprattutto serale. E il disordine serale, nella vita moderna, è il vero assassino silenzioso delle "calorie".

𝐋𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞: 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ “𝐝𝐢𝐠𝐢𝐮𝐧𝐨”, 𝐞̀ “𝐟𝐢𝐧𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚”
Quando si sente parlare di “finestra” si intende semplicemente la fascia oraria in cui si mangia. Tutto qui. Se la finestra è “precoce”, significa che si mangia più presto e si chiude nel pomeriggio (esempio tipico: colazione e pranzo, merenda presto poi stop). Se è “tardiva”, significa che si inizia più tardi e si cena più avanti (esempio: primo pasto a pranzo, ultimo a cena).

Perché questa differenza conta? Perché il corpo non vive fuori dal tempo. Ha un ritmo: sonno, fame, temperatura, ormoni, attenzione. E noi facciamo i moderni, ma restiamo animali con un orologio interno.

𝐈𝐥 𝐦𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐬𝐦𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞: “𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥’𝐨𝐫𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐞 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨”
Cambiare orario, da solo, non trasforma una dieta mediocre in una dieta buona. Non trasforma un eccesso calorico in un deficit. Non trasforma una cena ipercalorica in un pasto leggero. E soprattutto non cancella la regola più antica del mondo: se introduci più di quanto consumi, ingrassi; se ne introduci meno, dimagrisci. Il timer non sospende la fisiologia.

Questo non significa che il digiuno intermittente sia inutile. Significa che va usato per ciò che è: una strategia di controllo. Un cancello, non un incantesimo.

𝐃𝐨𝐯𝐞 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 (𝐞 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐧𝐨)
Aiuta molto le persone che:
- vivono di spuntini, “qualcosina”, assaggi, snack, aperitivi “leggeri” che diventano cena bis;
- mangiano bene a pranzo e poi perdono la bussola tra le 19 e le 23;
- non hanno fame vera, ma fame da stress, noia, schermo, abitudine;
- fanno fatica a stare “in regola” con porzioni e frequenza dei pasti.

In questi casi, una finestra chiara del tipo “dopo cena basta” è spesso salvifica, perché elimina le occasioni di sgarro più frequenti. 𝑵𝒐𝒏 𝒑𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ “𝒂𝒄𝒄𝒆𝒏𝒅𝒆 𝒊𝒍 𝒎𝒆𝒕𝒂𝒃𝒐𝒍𝒊𝒔𝒎𝒐”, 𝒎𝒂 𝒑𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒕𝒐𝒈𝒍𝒊𝒆 𝒅𝒂𝒍 𝒕𝒂𝒗𝒐𝒍𝒐 𝒍𝒆 𝒕𝒆𝒏𝒕𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊.

Aiuta poco (o per niente) se :
- compensi mangiando porzioni enormi dentro la finestra;
- bevi spazzatura (alcol, succhi, cappuccini zuccherati, “caffè” che sono dessert liquidi);
- vivi con sonno sballato e cena tardissima;
- hai un rapporto conflittuale col cibo e trasformi il digiuno in controllo ossessivo.

𝐈𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐢𝐜𝐞: 𝐥𝐚 𝐬𝐞𝐫𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨 𝐦𝐢𝐧𝐚𝐭𝐨
La sera è il momento in cui la gente non mangia perché ha fame: mangia perché è stanca. È lì che si accumulano “piccole cose” che piccole non sono: pane e formaggio, dolci, snack salati, delivery, alcol. E spesso il digiuno intermittente funziona proprio perché dice: “stop, la cucina chiude”.

𝐔𝐧 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐩𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐯𝐞𝐫𝐨?: non si vincerà mai la battaglia del peso senza mettere ordine alla sera. Che sia con una finestra, con una routine, con un piano, poco importa.

“𝐌𝐚𝐧𝐠𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨” 𝐨 “𝐦𝐚𝐧𝐠𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐭𝐚𝐫𝐝𝐢”?
Niente dogmi, ma buon senso. Nella maggior parte delle persone, una cena non troppo tarda tende a essere più compatibile con sonno, digestione e ritmo quotidiano. La tradizione della cena “ragionevole” esisteva prima dei fitness influencer: non era ignoranza, era esperienza.

Mangiare molto tardi, invece, spesso trascina tutto: si va a letto più tardi, si dorme peggio, al mattino non c’è fame, si salta la colazione, si arriva a pranzo famelici, e la giostra riparte. Non è un destino, ma è un copione comune.

𝐑𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞
La finestra deve semplificare la vita, non complicarla. Se diventa una gabbia sociale o una lotta continua, la molla e basta: non è sostenibile, e ciò che non è sostenibile non funziona.

La finestra deve proteggere soprattutto la sera. Se il suo problema è serale, una finestra che chiude prima è spesso più utile di una che “permette” di cenare tardi.

Dentro la finestra non si “recupera” con abbuffate. Il digiuno non è un credito da spendere in eccessi. È un ordine, non una licenza.

𝐄 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨: non si giudicail successo dal numero di ore. Si giudica da tre cose concrete: peso e circonferenze, fame reale (non nervosa), qualità del sonno. Se peggiorano, stai sbagliando approccio.

𝑰𝒍 𝒅𝒊𝒈𝒊𝒖𝒏𝒐 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒎𝒊𝒕𝒕𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒆̀ 𝒖𝒕𝒊𝒍𝒆 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒎𝒆𝒕𝒕𝒆 𝒅𝒊𝒔𝒄𝒊𝒑𝒍𝒊𝒏𝒂. 𝑬̀ 𝒊𝒏𝒖𝒕𝒊𝒍𝒆 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒅𝒊𝒗𝒆𝒏𝒕𝒂 𝒔𝒖𝒑𝒆𝒓𝒔𝒕𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆.

𝐁𝐢𝐛𝐥𝐢𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐚
- Peters B, Schwarz J, Schuppelius B, et al. Intended isocaloric time-restricted eating shifts circadian clocks but does not improve cardiometabolic health in women with overweight. Science Translational Medicine. 2025;17(822):eadv6787. doi: 10.1126/scitranslmed.adv6787

- Sutton EF, Beyl R, Early KS, Cefalu WT, Ravussin E, Peterson CM. Early Time-Restricted Feeding Improves Insulin Sensitivity, Blood Pressure, and Oxidative Stress Even without Weight Loss in Men with Prediabetes. Cell Metabolism. 2018;27(6):1212–1221.e3. doi: 10.1016/j.cmet.2018.04.010

- Lowe DA, Wu N, Rohdin-Bibby L, et al. Effects of Time-Restricted Eating on Weight Loss and Other Metabolic Parameters in Women and Men With Overweight and Obesity: The TREAT Randomized Clinical Trial. JAMA Internal Medicine. 2020;180(11):1491–1499. doi: 10.1001/jamainternmed.2020.4153

- Jamshed H, Steger FL, Bryan DR, et al. Effectiveness of Early Time-Restricted Eating for Weight Loss, Fat Loss, and Cardiometabolic Health in Adults With Obesity: A Randomized Clinical Trial. JAMA Internal Medicine. 2022;182(9):953–962. doi: 10.1001/jamainternmed.2022.3050

- Fernandes-Alves D, Pereira Teixeira G, Costa Guimarães K, Crispim CA. Systematic Review and Meta-analysis of Randomized Clinical Trials Comparing Time-Restricted Eating With and Without Caloric Restriction for Weight Loss. Nutrition Reviews. 2025;nuaf053. doi: 10.1093/nutrit/nuaf053

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