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Il gomito non è solo del tennista SI CHIAMA gomito del tennista, perché le prime diagnosi furono fatte agli sportivi. Ma...
11/12/2025

Il gomito non è solo del tennista

SI CHIAMA gomito del tennista, perché le prime diagnosi furono fatte agli sportivi. Ma l’epicondilite colpisce anche chi con la racchetta ha poco a che fare. Il comune denominatore è l’uso eccessivo dell’avambraccio per carico funzionale, come può essere il gioco del tennis, o movimenti continui e ripetuti di alcune professioni. L’elenco è lungo. Tra gli sport il golf e la scherma. E tra le professioni l’imbianchino, il cuoco, il musicista, la casalinga, il barista che sta alla macchina del caffè e chi al computer utilizza ripetutamente il mouse. Ma anche i politici, com’è emerso da un’indagine americana, perché trascorrono molto tempo stringendo mani. In ogni caso il risultato finale non cambia. A lungo andare si verifica un progressivo indebolimento o degenerazione di quei tendini che permettono l’estensione del polso e delle dita.

I sintomi sono chiari: dolore al gomito intenso, zona gonfia e dolente e ogni sforzo diventa impossibile, persino impugnare il ferro da stiro oppure un cacciavite. «La diagnosi di solito non richiede particolari esami – interviene Valerio Sansone, direttore della Clinica Ortopedica del Galeazzi Irccs di Milano – il primo controllo consiste nel premere leggermente sulla parte esterna del gomito. Se è epicondilite, fa male. L’altra verifica è il test di Cozen: a gomito flesso si chiede al paziente di estendere il braccio, mentre il medico ne contrasta il movimento bloccando il polso. Anche in questo caso, si scatena il dolore. L’ultimo, che si può fare anche a casa come autotest, consiste nell’impugnare una sedia e sollevarla, cosa impossibile perché manca la forza e si ha dolore».

La prima cura è un tutore, simile a un bracciale, che stabilizza il polso e scarica il lavoro dei tendini. È necessario però sospendere il movimento che ha scatenato l’epicondilite, per far sì che si attivino i processi riparativi. «Se nell’arco di un paio di settimane non ci sono miglioramenti non perdiamo altro tempo – dice Sansone – le soluzioni sono diverse, tutte valide. Le ultime arrivate sono le infiltrazioni di fattori di crescita o di acido ialuronico. Per entrambe ci sono buoni risultati, validati da studi clinici. Oppure un ciclo di onde d’urto: questa è la tecnica usata da maggior tempo per l’efficacia nella stimolazione dei processi rigenerativi».

No invece alle infiltrazioni di cortisone. È vero che al momento riducono tutti i sintomi, ma alla lunga indeboliscono il tendine, con un peggioramento dei disturbi. «In questa fase è basilare il compito del fisioterapista – aggiunge Davide Zai Tornese, responsabile Riabilitazione sportiva del Galeazzi – e il lavoro è duplice. Da una parte è necessario correggere i movimenti che hanno scatenato l’epicondilite, eventualmente modificando l’attrezzo da lavoro. Dall’altra, impostare e ripetere più volte al giorno esercizi per rinforzare i muscoli dell’avambraccio». L’intervento chirurgico è riservato a pochissimi e selezionati casi, circa il 5%. «La tecnica più recente – continua Sansone – consiste nell’asportare solo la parte di tendine degenerato. Quindi si eseguono dei microfori nell’osso sottostante per forzare l’attivazione del processo rigenerativo e far sì che il tendine si ripari naturalmente ». Dopo l’intervento tutore e fisioterapia, senza sovraccaricare il gomito e con esercizi di stretching per agevolare i tempi di recupero.

Onde d’urto: terapia, controindicazioni, efficaciaLe onde d’urto sono una metodica non invasiva, ben tollerata e di otti...
11/12/2025

Onde d’urto: terapia, controindicazioni, efficacia

Le onde d’urto sono una metodica non invasiva, ben tollerata e di ottima efficacia. Le onde d’urto vengono utilizzate nel trattamento di molte patologie ortopediche, in particolare tendinopatie, calcificazioni periarticolari e pseudoartrosi, grazie alle documentate proprietà anti-infiammatorie, anti-dolorifiche, anti-edemigene nonché stimolanti la rigenerazione ossea, cutanea e il processo di guarigione di piaghe, ulcere e ferite di varia origine.

STORIA E CAMPI DI APPLICAZIONE

Le onde d’urto hanno cominciato a essere impiegate in campo medico a partire dall’inizio degli anni ’80 nell’ambito delle patologie litiasiche (calcolosi) delle vie urinarie, come alternativa all’intervento chirurgico, con lo scopo di distruggere i calcoli, senza arrecare danno ai tessuti adiacenti.

Verso la metà degli anni ’80 si è cominciato ad applicare le onde d’urto anche nel trattamento di patologie di pertinenza ortopedica, sia nell’ambito delle malattie dei tessuti ossei, che dei tessuti molli.

Negli ultimi anni, una sempre maggiore attenzione nei confronti di questa metodica, ha portato a interessanti risultati e notevole efficacia anche in ambito dermatologico, in particolare nel trattamento e nell’accelerazione della guarigione di molte lesione come ferite, ustioni o ulcere.

Nel prossimo futuro si prospetta un possibile impiego anche nell’ambito della patologia coronarica.

CHE COSA SONO LE ONDE D’URTO: PRINCIPIO FISICO DI FUNZIONAMENTO

Le onde d’urto sono, dal punto di vista fisico, delle onde acustiche ad alta energia prodotte da particolari generatori (elettroidraulici, elettromagnetici o piezoelettrici) e veicolate nel corpo umano mediante un sistema di trasmissione che permette di focalizzarle sul bersaglio da trattare e determinare una stimolazione meccanica diretta.

Le onde d’urto non vanno confuse con gli ultrasuoni, anch’essi utilizzati come terapia fisica o, più diffusamente, a scopo diagnostico in ecografia: le onde d’urto, infatti, hanno una diversa “morfologia d’onda” e possiedono energie molto superiori (anche mille volte maggiori).

Ogni onda d’urto è caratterizzata da un brusco aumento pressorio (picco di pressione positivo) seguito da una fase, più lenta, di ritorno alla pressione atmosferica (pressione negativa): questo determina l’instaurarsi di fenomeni di cavitazione con formazione di microbolle. Potenzialmente, queste ultime possono provocare danni tissutali agli organi che contengono aria (polmoni, visceri addominali..): infatti è controindicato applicare onde d’urto su target di questo tipo.

Tra la sorgente e il target è presente un’interfaccia liquida che ha lo scopo di trasmettere l’onda d’urto e, al contempo, focalizzare con precisione il bersaglio da trattare. Le onde d’urto possono agire con una profondità variabile tra 0 e 60 millimetri: è possibile regolare la macchina in modo da trasmettere la quantità di energia desiderata alla profondità desiderata, a seconda dell’effetto terapeutico che si vuole ottenere.

MECCANISMO D’AZIONE, EFFETTI DIRETTI E INDIRETTI

In generale possiamo distinguere effetti diretti ed effetti indiretti delle onde d’urto:

◦ Effetti diretti: Il primo effetto delle onde d’urto è di tipo meccanico diretto: il picco pressorio positivo agisce soprattutto nell’interfaccia tra tessuti dotati di diversa impedenza (osso e tessuti molli ad es.).

• Effetti indiretti: Il secondo effetto, ben più importante dal punto di vista clinico, è di tipo indiretto ed è dovuto soprattutto a fenomeni cavitazionali che innescano la produzione di radicali liberi e ossido nitrico (NO) con azione vasodilatante e neoangiogenetica.

Il meccanismo d’azione è, inoltre, profondamente diverso a seconda che il bersaglio sia una struttura non vitale (es. un calcolo renale) o un tessuto vivente (es. un tendine).

Nel primo caso, come avviene ad esempio nella litotripsia, i calcoli renali, concrezioni calcifiche inerti e molto dure, quando sono investite da onde regolate a opportune energie, si disintegrano fino a ve**re espulse come frammenti di minori dimensioni. Questo appare dovuto più a effetti di tipo diretto.

I tessuti viventi, invece quali l’osso, i muscoli, i tendini e i legamenti, quando raggiunti dalle onde (a livelli energetivi adeguati alla sede di trattamento), non subiscono danni né si frantumano come accade per i calcoli renali. In questo caso sono prevalenti gli effetti di tipo indiretto. I tessuti vitali trattati subiscono una serie di micro-traumi che fungono da una sorta di “micro-idromassaggio” che innesca una serie di reazioni cellulari, cascate enzimatiche e reazioni biochimiche con produzione di mediatori e fattori di crescita che conducono a un effetto anti-infiammatorio, anti-dolorifico e anti-edemigeno.

Gli effetti indiretti includono:

• Disgregazione di strutture patologiche quali le microcalcificazioni: queste ultime non possiedono una struttura organizzata come il normale tessuto osseo e sono più facili da disintegrare.

• Iperemia e neoangiogenesi capillare: le onde forniscono, probabilmente a causa dell’aumento transitorio del gradiente pressorio, un input alla formazione di nuovi vasi anche in tessuti per natura scarsamente vascolarizzati: questo favorisce il riassorbimento dei frammenti delle strutture disgregate.

• Effetto anti-infiammatorio: sono state proposte diverse ipotesi per spiegare l’effetto anti-infiammatorio delle onde d’urto. Appare probabile che l’aumento del flusso sanguigno locale indotto dalla neoangiogenesi determini un “wash-out” con rimozione delle sostanze pro-infiammatorio e dannose accumulatesi nei tessuti trattati.

• Effetto anti-dolorifico: l’effetto analgesico ha una base multifattoriale che include la produzione di endorfine, la stimolazione di terminazioni nervose locali e meccanismi neurofisiologici legati alla “teoria del cancello”.

Dunque le onde d’urto frantumano le calcificazioni? Non è propriamente corretto. Le calcificazioni tendinee hanno una consistenza ben diversa da quella dei calcoli renali: l’onda d’urto di per sé NON è responsabile della sua disgregazione, ma è sempre necessario l’innesco dei meccanismi di riparazione sovra descritti. Tutto questo richiede tempo: è per questo che l’effetto delle onde d’urto non è immediato, ma progressivo nel giro di qualche settimana.

INDICAZIONI TERAPEUTICHE, PER QUALI PATOLOGIE SONO INDICATE?

Le onde d’urto sono indicate sia per patologie in fase acuta (instaurate da pochi giorni o poche settimane) che per patologie in fase cronica (presenti da molto tempo, spesso anni). E’ spesso un trattamento di prima linea, perché semplice, non invasivo per il paziente, con pochi effetti collaterali, poco costoso e dotato di un’ottima efficacia, sia se applicata da sola sia se utilizzata in associazione con altre terapie.

Tendinopatie

Le sedi più frequentemente interessate da tendinopatia e che possono essere efficacemente trattate con onde d’urto sono:

• Cuffia dei rotatori (spalla): le onde d’urto sono molto efficaci nel trattamento delle tendinopatie della cuffia dei rotatori, sia per quanto riguarda le tendinopatie inserzionali che quelle calcifiche. I tendini più spesso interessati da questa patologia sono il tendine del capo lungo del bicipite omerale (BLCO) e il tendine del sovraspinato.

• Gomito: epicondiliti (gomito del tennista) ed epitrocleiti (gomito del golfista) sono patologie molto frequenti negli sportivi o in chi compie gesti ripetitivi degli arti superiori. Possono essere molto dolorose e invalidanti. Le onde d’urto in questa sede possono essere abbastanza dolorose.

• Ginocchio: tendinopatia rotulea, tendiniti post-traumatiche, tendinite della zampa d’oca

• Trocanterite o borsite trocanterica: si tratta di uno stato infiammatorio della regione localizzata a livello del grande trocantere del femore.

• Piede: tendinopatia del tendine d’achille (Onde d’urto per la tendinopatia achillea)

• Tendinopatie inserzionali a carico dei muscoli adduttori della coscia

• Fascite plantare

Patologie ossee

• Pseudoartrosi e ritardi di consolidamento delle fratture: non tutte le fratture guariscono come dovrebbero o entro le tempistiche normali. Una terapia con onde d’urto a energie adeguate è in grado di fornire lo stimolo necessario all’attivazione dei normali meccanismi riparativi che portano alla guarigione del focolaio fratturativo

• Rizoartrosi: artrosi dell’articolazione trapezio-metacarpale della mano

• Necrosi asettica della testa del femore o della testa dell’omero.

• Osteocondriti dissecanti in stadi precoci e dopo la maturità scheletrica

• Algoneurodistrofie

• Spina calcaneare

• Morbo di Haglund

Patologie dei tessuti molli

• Miositi Ossificanti e Calcificazioni Eterotopiche

• Esiti fibrotici e/o calcifici conseguenti lesioni di muscoli, legamenti, fasce

• Condrocalcinosi a livello di: gomito, anca, ginocchio

• Morbo di Dupuytren

Indicazioni in chirurgia plastica

Le onde d’urto defocalizzate sono utilizzate con successo nel trattamento di ulcere cutanee, ferite e ustioni.

ONDE D’URTO, CONTROINDICAZIONI, 7 CASI IN CUI SONO DA EVITARE

Quali sono le controindicazioni delle onde d’urto? Le onde d’urto sono pericolose? Se sono applicate dal medico nel rispetto dei protocolli terapeutici codificati, è una terapia sicura, efficace e pressoché priva di effetti collaterali.

Le principali controindicazioni alle onde d’urto sono:

1. La presenza nel campo focale da trattare, o immediatamente vicino, di strutture delicate quali encefalo, midollo spinale, gonadi o organi cavi come polmone e intestino: nel passaggio dell’onda sonora dal mezzo solido a quello gassoso si rischia di provocare lesione ai tessuti

2. Gravidanza

3. Terapia con Anticoagulanti Orali (sia TAO che NAO, es. Warfarin, Dabigatran) e gravi patologie della coagulazione del sangue: in questi casi si ha una abnorme facilità al sanguinamento, pertanto sono controindicate. In chi non ha malattie della coagulazione questo non si verifica o, al massimo, può comparire un lieve arrossamento della cute che tende a risolversi nel giro di 24-48 ore.

4. Neoplasie

5. Infezioni dei tessuti molli o dell’osso

6. Pacemaker o elettrostimolatori: si deve porre attenzione al tipo di generatore utilizzato.

7. Bambini e adolescenti: la presenza di nuclei di ossificazione non ancora saldati è una controindicazione alla terapia.

COME SI SVOLGE UNA SEDUTA?

Il trattamento è ambulatoriale e un ciclo di terapia prevede solitamente 3 applicazioni, una a settimana.

Il paziente viene fatto sedere o sdraiare sul lettino. Il medico, dopo aver acquisito il consenso informato, spiegato la procedura, gli effetti desiderati e i possibili effetti indesiderati, applica la sonda sulla superficie cutanea, per un tempo che va da qualche secondo a pochi minuti. Durante la seduta è possibile modificare l’energia erogata o spostare la sede di applicazione, a seconda della risposta ottenuta.

Spesso il paziente riferisce un soggettivo miglioramento già dopo la prima seduta ma, per poter apprezzare il vero effetto terapeutico è necessario aspettare una o due settimane dal termine del ciclo. L’effetto benefico sul dolore è, infatti, lento e progressivo col tempo.

E’ possibile sfruttare la terapia per agire sinergicamente con altre terapie fisiche e/o con sedute di rieducazione motoria, a seconda dell’indicazione per cui sono prescritte.

Parametri modificabili durante una seduta

I seguenti parametri sono impostabili dal medico durante la seduta a seconda dell’indicazione clinica, della sede da trattare e della risposta/tolleranza al trattamento.

• Densità di Energia

• Numero di colpi totali da somministrare

• Frequenza di emissione dei colpi

Alcuni apparecchi sono provvisti di puntamento ecografico per una migliore localizzazione della struttura da trattare.



ONDE D’URTO – EFFETTI COLLATERALI

Le onde d’urto radiali o focalizzate, se eseguite in modo corretto da personale qualificato, sono un trattamento sicuro, non invasivo, con pochi effetti collaterali e generalmente ben tollerato.

I più comuni effetti indesiderati includono:

• Formazione di piccoli ematomi o ecchimosi superficiali: più frequenti nei pazienti che assumono terapia antiaggregante (ASA o Clopidogrel) o anticoagulante (NAO o TAO).

• Temporaneo incremento della sintomatologia dolorosa: è un fenomeno piuttosto comune, ma temporaneo. Non bisogna spaventarsi perché col passare dei giorni si apprezzerà l’effetto terapeutico. In caso di dolore è opportuno NON applicare il ghiaccio a scopo antalgico perché la crioterapia determina una vasocostrizione che può inficiare parzialmente l’effetto terapeutico.

DOLORABILITÀ – LE ONDE D’URTO FANNO MALE? SONO DOLOROSE?

La domanda più frequente che il paziente pone al medico in relazione a questa terapia è: “le onde d’urto fanno male? sono dolorose?”. La risposta è SI, le onde d’urto fanno male e possono essere dolorose, con ampia variabilità da persona a persona.

A seconda della zona da trattare, in particolare a seconda della vicinanza alle superfici ossee, il trattamento può essere più o meno doloroso. Il medico può effettuare durante la seduta qualche pausa o diminuire la profondità delle onde, a seconda della vostra tolleranza.

Ogni seduta dura, a seconda del tipo di macchina utilizzato, da 1 a 5 minuti. Viene evocato il dolore ben noto al paziente perché viene sollecitata proprio la zona dolente: finita la seduta potrebbe permanere una certa dolenzia per tutto l’arco della giornata, è assolutamente normale e fa parte dell’effetto terapeutico. Potete assumere un antidolorifico, ma, dovete evitare di applicare il ghiaccio: il ghiaccio è, infatti, un vasocostrittore e questo renderebbe nulla l’efficacia della terapia.

DOPO QUANTO TEMPO QUESTA TERAPIA DA RISULTATI? QUANTE SEDUTE SONO NECESSARIE?

Dopo quanto tempo ha effetto la terapia con onde d’urto? I risultati non sono immediati, è necessario attendere almeno una o due settimane dopo il termine dell’ultima seduta del ciclo per poter apprezzare l’effetto terapeutico. Questo è dovuto al meccanismo d’azione che interviene su reazioni biologiche complesse e fenomeni riparativi che necessitano di tempo per instaurarsi. Il ciclo terapeutico può essere ripetuto, a distanza di almeno 1 mese, per incrementare il beneficio.

CONCLUSIONI

Questa terapia ha le seguenti proprietà:

◦ consente di ridurre o sostituire il ricorso ai trattamenti chirurgici

◦ consente di ridurre l’uso dei farmaci anti-infiammatori e antidolorifici

◦ velocizza i processi di guarigione

• è semplice, sicuro, ha poche controindicazioni ed effetti collaterali quasi nulli

Una interessante revisione sistematica e meta-analisi pubblicata ad Aprile 2018 ha studiato l’efficacia e la sicurezza della terapia nel trattamento delle patologie acute e croniche dei tessuti molli.

Dolore al piede? E se fosse la Sindrome del Tunnel Tarsale? Non tutti sanno che una sintomatologia dolorosa localizzata ...
05/12/2025

Dolore al piede? E se fosse la Sindrome del Tunnel Tarsale?

Non tutti sanno che una sintomatologia dolorosa localizzata al piede ed alla caviglia può essere espressione di una patologia neurologica. Più precisamente può trattarsi di una neuropatia da intrappolamento. E’ importante conoscere questa possibilità per non ritardare oltremodo la diagnosi e quindi il trattamento. D’altronde i risultati di quest’ultimo, come e forse più che per altre patologie del piede, dipendono proprio dalla tempestività della diagnosi.

Cosa significa neuropatia da intrappolamento?

Con il termine di neuropatia da intrappolamento o sindrome canalicolare si vuole indicare la compressione di un nervo lungo il suo decorso. Nella fattispecie in alcune ben precise aree del piede e della caviglia ove la peculiare anatomia costringe il Nervo Tibiale Posteriore in spazi maggiormente suscettibili alle riduzioni di volume da parte di traumi, anomalie congenite o processi espansivi di natura tumorale o infiammatoria.

Quando un nervo viene compresso si registra un deficit di distribuzione del impulso elettrico su tutto il suo territorio di innervazione sensitiva e /o motoria. A questo proposito esistono degli specifici test che permettono di individuare e obiettivare i deficit sensitivi e motori territoriali e quindi di risalire al corrispettivo nervo coinvolto dalla compressione.

La Sindrome del Tunnel Tarsale

La sindrome del tunnel tarsale rappresenta il complesso sintomatologico più noto tra le sindromi canalicolari del piede e della caviglia. Si tratta di una compressione del Nervo Tibiale Posteriore all’interno di un canale osteofibroso denominato Tunnel Tarsale.

Parente stretto della più comune e nota sindrome del tunnel carpale che colpisce la mano, la sindrome del tunnel tarsale è capace di imitare i sintomi di numerosi altri disturbi del piede e ritardare la corretta diagnosi. Non è un caso che questa sindrome fu per la prima volta diagnosticata e descritta soltanto nel 1962 (Keck C. The tarsal-tunnel syndrome. J. Bone Joint Surg. 1962;44A:180–182).

Ancora oggi benché relativamente frequente, non viene prontamente riconosciuta e viene trattata impropriamente. E’ stato calcolato che che dalla comparsa dei sintomi alla diagnosi di sindrome di tunnel tarsale spesso passano piu di 3 anni e vengono consultati molti specialisti tra ortopedici, fisiatri e reumatologi con un evidente dispendio di denaro!

Anatomia

Il Tunnel tarsale è situato sul lato mediale della caviglia. L’astragalo e il calcagno ne costituiscono il pavimento osseo. Il tetto, ossia la parte più superficiale, è invece costituito dal retinacolo dei flessori del piede, anche detto legamento laciniato; si tratta di un ispessimento della fascia profonda del piede, teso fra malleolo tibiale e la superficie mediale del calcagno.

Il tunnel tarsale, oltre al nervo tibiale posteriore, contiene l’arteria, le vene tibiali posteriori e i tendini del muscolo tibiale posteriore, flessore lungo delle dita e flessore lungo dell’alluce. Distalmente al tunnel, in un area individuabile entro 2 cm da una linea immaginaria tirata dall’apice del malleolo tibiale alla tuberosità calcaneare, si diparte un setto fibroso che raggiunge la fascia profonda del piede.

E’ a tale livello che il nervo tibiale posteriore, dopo aver emesso la branca calcaneare mediale attraverso le fibre del retinacolo, si divide nelle sue due branche terminali cioè la branca plantare mediale e laterale.

Quali solo le cause?

Nel tunnel tarsale, come precedentemente detto, oltre al nervo tibiale sono contenute molte altre strutture (tendini, arterie e vene). Uno spazio quindi ristretto e affollato. Di qui la facilità con cui il nervo può subire una compressione. Basta infatti che un tendine si infiammi o sviluppi una cisti, che le vene formino varici o una frattura delle ossa produca callo esuberante o ancora che una trauma produca un ispessimento della fascia fibrosa superficiale, che lo spazio non basta più per tutti gli elementi anatomici contenuti nel tunnel tarsale. Il nervo essendo la struttura anatomica più delicata e vulnerabile, ne fa le spese e inizia a soffrire per la compressione che subisce.

Come si manifesta?

Ancora oggi la sindrome del Tunnel tarsale benché relativamente frequente, non viene prontamente riconosciuta. Il primo sintomo, in genere è rappresentato dalla comparsa di un dolore per lo più di tipo urente (sensazione di bruciore) sotto la pianta del piede, oppure al tallone o sotto le dita, tanto che generalmente il disturbo viene liquidato con le comuni diagnosi di tallonite, spina calcaneare, fascite plantare o metatarsalgia.

Di qui le cure del caso, plantari, infiltrazioni locali di cortisone, antinfiammatori e fisioterapie. Tutto inutile. La diagnosi corretta è ben altra. Occorre inoltre precisare che la compressione del nervo Tibiale posteriore in realtà comprende 3 situazioni anatomopatologiche distinte a cui corrispondono peraltro uno specifico e differente complesso sintomatologico ed un differente approccio chirurgico.

La condizione anatomopatologica più frequente è rappresentata dalla Sindrome del tunnel tarsale prossimale. In questo caso la compressione del nervo avviene nel suo passaggio al di sotto del retinacolo dei flessori. I deficit sensitivi e motori sono quindi distribuiti su tutto il territorio di innervazione di competenza del nervo tibiale posteriore. Da un punto di vista clinico il primo segno da ricercare è il dolore e il bruciore dietro e sotto il malleolo mediale.

Successivamente il dolore si associa a formicolii e sensazioni di scossa elettrica sotto il tallone e la pianta del piede fino alle dita. Questi sintomi vengono riacutizzati se picchiettiamo con un dito o comprimiamo con il pollice la regione retro e sottomalleolare (Segno di Tinel).

Con il tempo il dolore diventa invalidante, tanto da penalizzare il passo, e costringere il paziente a fermarsi, togliere la scarpa e a massaggiare il piede. Il dolre spesso si irradia anche prossimalmente lungo il margine mediale del polpaccio. La sintomatologia all’inizio è intermittente e si riacutizza in occasione di corse e stazione eretta prolungata. Talvolta, invece raggiunge la sua massima intensità la mattina cioè dopo il riposo notturno a letto. Ciò può dipendere al fatto che il periodo di inattività motoria associato alla posizione sdraiata, determinano una congestione dei plessi venosi che circondano il nervo per cui la compressione aumenta.

Nelle fasi più avanzate si può notare una riduzione volumetrica (ipotonotrofia) dei muscoli della pianta del piede che a sua volta può associarsi ad una evidente riduzione di forza nella flessione delle dita del piede (“fase deficitaria”).

La diagnosi comunque dipende dai risultati dell’esame elettromiografico. Si tratta di un esame elettrofisiologico che indaga la velocità di trasmissione dell’elettricità attraverso il nervo per mezzo della stimolazione dello stesso. Se si è in presenza di un nervo compresso o sofferente l’esame restituisce una velocità di conduzione elettrica piuttosto lenta, riuscendo anche ad individuare il punto esatto della compressione o della sofferenza.

L’elettromiografia comunque ha dei limiti: i rami nervosi calcaneari più piccoli infatti non possono essere studiati e soprattutto nelle prime fasi della malattia (cosiddetta fase “ irritativa”) può risultare normale e quindi la diagnosi può sfuggire. Anche la ecografia e la risonanza magnetica possono essere di aiuto per vedere il nervo nel suo decorso, misurare la sua sezione e individuare eventuali punti dove risulta compresso.

Accanto alla Sindrome del tunnel tarsale prossimale esiste anche, sebbene più rara, una Sindrome del tunnel tarsale distale.
In questi casi l’intrappolamento interessa le branche terminali del nervo tibiale a livello del setto fibroso (vedi anatomia). Il passaggio tra la fascia profonda del muscolo abduttore dell’alluce e il margine mediale del muscolo quadrato del piede è il luogo tipico ove si realizza la compressione del nervo plantare laterale. In questo caso molto suggestiva ai fini diagnostici è la dolorabilità alla palpazione e alla percussione in profondità dell’abduttore dell’alluce.

Si può affermare infatti che il reperto patognomonico nei pazienti con compressione del nervo plantare laterale è il dolore puntiforme alla palpazione nel punto che si trova alla giunzione della cute plantare con quella mediale circa 5 cm. davanti al margine posteriore del calcagno Il cosiddetto Nodo di Henry (punto d’incrocio tra flessore lungo dita e flessore lungo alluce a livello osso scafoide) rappresenta invece la zona ove si realizza la compressione del nervo plantare mediale. La compressione di questo nervo ha per lo più un origine “ funzionale “. Infatti si riscontra soprattutto in coloro che praticano jogging come conseguenza dei microtraumi ripetuti subiti dal nervo a seguito della corsa.

Trattamento

Per quanto riguarda le possibili terapie, nella fasi iniziali si consiglia la classica somministrazione di antinfiammatori per via generale o locale e la prescrizione di riposo funzionale. Ortesi e cambiamento di calzature possono essere di aiuto ad alleviare i sintomi. E’ possibile associare terapie fisiche quali TENS, Laser, Tecar. Nei casi più importanti e in tutti i casi che non rispondono al trattamento conservativo è d’obbligo la decompressione chirurgica del nervo attraverso l’apertura del tunnel carpale : il cosiddetto release che deve essere effettuato subito lateralmente e al di sotto del malleolo tibiale.

Inoltre particolare riguardo va posto alla rimozione di tutti i fattori meccanici che hanno generato la compressione (rimozione di cisti artrogene, di calli ossei esuberanti etc etc). L’intervento prevede successivamente un riposo di almeno tre settimane per far guarire bene la ferita ed una accurata riabilitazione, per proteggere il nervo da eventuali aderenze.

C’è tuttavia un limite alla guarigione anche in caso di intervento chirurgico. Infatti se il nervo è rimasto troppo a lungo schiacciato, può essere andato incontro ad atrofia e a sostituzione con tessuto fibroso per cui il recupero può essere solo parziale o addirittura nullo ! Ragione di piu per rimarcare il fatto che la diagnosi deve essere fatta il piu presto possibile e l’intervento non deve essere troppo dilazionato nel tempo. Meglio non rimandare per evitare una condizione di deficit permanente del nervo!

Sindrome del Tunnel tarsale Anteriore

In appendice a questo articolo e per completezza vogliamo ricordare che esiste anche una Sindrome del Tunnel Tarsale Anteriore. Assai meno frequente rispetto alla precedente, si caratterizza per una compressione del nervo peroniero profondo (anche detto nervo Tibiale Anteriore) al collo piede, nel canale costituito dal piano osseo tibiale distale e il retinacolo dei tendini dei muscoli estensori.

Si osserva in particolar modo tra gli sportivi dediti all’ atletica leggera o comunque tra coloro che praticano sport che comportino la corsa. Infatti, la causa di tale sindrome da intrappolamento è in genere rappresentata da un osteofitosi del margine anteriore distale della tibia. In altri termini in questi sportivi, a causa dei microtraumi ripetuti subiti dal piede, si assisterebbe alla neoformazione di speroni ossei che diminuirebbero lo spazio di scorrimento del nervo Tibiale anteriore laddove esso scorre al di sotto del retinacolo degli estensori.

Altre possibili cause o concause sono bendaggi o calzature non adeguate. La sintomatologia si caratterizza per la comparsa di dolore e formicolii sul dorso del piede, soprattutto a livello del primo spazio intermetatarsale. Il dolore si accentua invitando il paziente a mettersi sulla punta dei piedi.. Tipico è anche il dolore alla digitopressione tra i tendini dell’ Estensore Lungo dell’ Alluce e l ‘Estensore Comune delle Dita. Il trattamento prevede la somministrazione di farmaci antinfiammatori per via generale o locale.

Inoltre, riposo funzionale eventualmente facilitato dall’ applicazione di una ferula nelle ore notturne. Evitare di chinarsi spesso e di indossare calzature strette. Utile anche la terapia fisica con laser o tecar. Se la situazione non migliora in questo modo, si può fare ricorso ad infiltrazioni nella zona che comprime il nervo interessato. Nei casi piu gravi e che non rispondono al trattamento si deve ricorrere alla decompressione chirurgica del nervo.

Indirizzo

Via Dei Gullotto 47
Randazzo
95036

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 20:00
Martedì 08:00 - 20:00
Mercoledì 08:00 - 20:00
Giovedì 08:00 - 20:00
Venerdì 08:00 - 20:00

Telefono

+393518002608

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