06/03/2026
L’odio è il fondamento passionale di ogni guerra. Nel mondo animale non esiste né crimine né guerra perché non esiste la passione dell’odio. L’istinto aggressivo si scatena solo per la difesa del proprio territorio, per la sopravvivenza della propria esistenza o di quella del proprio branco. In ogni caso, essa non assume mai il valore irresistibile di una passione destinata a durare nel tempo e a corrompere la vita. Per questo, Lacan la definisce una carriera senza limiti. Ci sono vite individuali e vite collettive che sostengono la loro identità sulla mobilitazione permanente dell’odio. Gli psicoanalisti sanno bene quanto l’odio possa dare senso a una vita che al suo centro è abitata da un vuoto profondo. Ho assistito più volte allo sprofondamento depressivo di persone che, per ragioni diverse, avevano perso contatto con il loro oggetto d’odio. Era la passione dell’odio a mantenerle in vita.
Ma come si può interrompere la catena dell’odio? Quando il magistero di Gesù evoca l’amore come antidoto radicale della passione dell’odio non concede nulla alla retorica dei buoni sentimenti. La sua parola non sospinge infatti ad amare il simile, ad amare chi ci ama, ma, in modo inaudito, ad amare il nemico. È il passaggio vertiginoso del suo pensiero che nemmeno Sigmund Freud può accettare. Eppure il suo messaggio resta oggi più che mai tanto scabroso quanto essenziale: la fratellanza non è affatto un’esperienza di assimilazione, di uniformazione e, a rigore, nemmeno di condivisione.
Con l’invito paradossale ad amare il nemico Gesù intende piuttosto sconvolgere ogni concezione ingenuamente armoniosa e pacificata dell’amore per metterne in luce il lato più indigesto. Amare il nemico significa infatti amare chi non è a nostra disposizione, chi sfugge al nostro governo, chi non può mai essere assimilato al nostro Io. In questo senso la passione dell’amore è una passione di decentramento, mentre quella dell’odio è, al contrario, una passione di accentramento. Il nemico diventa un bersaglio, un’alterità da disprezzare o da annientare, di fronte alla quale ribadire la propria superiorità morale, etica, razziale o culturale. Saremo dunque responsabili davanti alle nuove generazioni di avere sostenuto una cultura della guerra e dell’odio al posto di una cultura radicale dell’amore?
Al link, "Educare all'odio?", il mio articolo di oggi su Repubblica: https://drive.google.com/file/d/1I6UIEiGtoKTTobg2p2PXygkZNpQRckzl/view?usp=sharing
[Cover: Antony Micallef - Senza titolo]