04/03/2026
Oggi mi sono svegliata con l’ansia.
No, non me l'ha detto un paziente.
È proprio la mia. L’ansia.
Peso sullo stomaco, fiato corto, le orecchie che si tappano.
Faccio ginnastica. Faccio la mia pratica di meditazione.
Ma lei è lì. Non se ne va.
Non resisto alla fatica domanda “Ma perché oggi! Cosa vuoi? Non c’è nulla che non va!”
Come da copione.
Eppure da psicologa lo so bene che chiedersi il perché non serve a nulla. Lo dico ai miei pazienti di continuo.
Ma di fronte al disagio, siamo tutti uguali, non importa il mestiere che si fa.
E l’ansia è un’ospite così sgradito proprio perché non ha un oggetto.
Quando ho paura posso riconoscere che cosa mi spaventa e posso scegliere cosa fare per rassicurarla, quella paura, ma quando sto in ansia non ho idea di cosa me la provochi.
E questo rende tutto più difficile, il cervello si attiva con pensieri intrusivi e ripetitivi alla ricerca di un maledetto perché.
E lei diventa ancora più intensa. Invadente e invalidante.
Allora respiro, le faccio spazio e cerco di ascoltarla.
Metto in pratica quello che invito gli altri a fare.
Perché lo so che mi sta segnalando qualcosa e per quanto non sia gradevole la sua compagnia cerco di accoglierla.
Di non combatterla, tanto non serve a nulla, anzi.
Me la immagino, le dò una forma e mi metto in dialogo con lei.
Oggi mi appare come una sorta di Magamagò!
E già immaginarmela così mi strappa un sorriso.
Cerco di mettermi in dialogo con lei ma ancora non mi è chiaro il suo messaggio.
Ma aver “deposto le armi” mi tranquillizza.
Nella consapevolezza che questa compagna di viaggio non è una nemica e che a modo suo mi sta invitando a “guardarmi”
Si, ti sento. So che sei ancora lì.
Stiamo insieme, per oggi.