20/01/2026
QUANDO LA PAURA PRENDE IL POSTO DEL CONTATTO
«Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza,
ma di forza, di amore e di saggezza»
(2 Timoteo 1,7)
Nelle coppie accade spesso qualcosa di simile
a ciò che viviamo nei momenti di allerta.
Basta una parola in più,
un tono diverso,
un segnale ambiguo,
e il linguaggio dell’emergenza entra nella relazione.
Si attivano domande, sospetti, timori.
Non sempre fondati,
ma emotivamente reali.
È umano.
Quando la paura prende spazio,
il rischio è che il discernimento si ritiri.
E la relazione cominci a muoversi
non più sulla base di ciò che accade davvero,
ma su ciò che potrebbe accadere.
Alcune coppie, allora, si fermano troppo presto.
Altre vanno avanti come se nulla fosse.
C’è chi chiude ogni dialogo “per prudenza”
e chi continua a forzare il contatto
come se negare il pericolo lo facesse sparire.
Ma la maturità relazionale non sta
né nell’allarmismo
né nella negazione.
In Gestalt diremmo così:
la paura è un segnale, non una guida.
Serve ad avvisare,
non a governare.
Quando diventa figura dominante,
occupa tutto il campo.
E la coppia smette di vedere la realtà dell’altro:
i suoi limiti, sì,
ma anche le sue risorse;
le sue fragilità,
ma anche la sua intenzione profonda.
Allora succede questo:
si prendono decisioni drastiche
senza un reale contatto;
si sospendono dialoghi necessari;
si evita il confronto “per non peggiorare le cose”;
oppure si continua a vivere come prima
accumulando tensione sotto traccia.
La responsabilità di coppia, invece,
assomiglia molto alla prudenza matura:
guardare ciò che c’è,
valutare le condizioni reali,
non anticipare il peggio
ma non ignorare i segnali.
Non tutto va fermato subito.
Non tutto va portato avanti a ogni costo.
La coppia cresce
quando impara a scegliere insieme
senza giudicarsi,
senza colpevolizzarsi,
senza trasformare ogni difficoltà
in una catastrofe emotiva.
E per le coppie cristiane c’è un criterio ulteriore, decisivo:
la fede non toglie il rischio,
ma impedisce alla paura di diventare sovrana.
Non promette assenza di tempeste,
ma una presenza che attraversa la tempesta.
La prudenza non è rinuncia preventiva all’amore.
È attenzione vigilante al legame.
Non si anticipa la fine.
Si resta presenti.
E se sarà necessario fermarsi,
ci si ferma insieme.
Non per paura,
ma per cura.
Quando accompagno le coppie, spesso,
il lavoro più delicato è proprio questo:
aiutare a distinguere
ciò che è reale
da ciò che è temuto,
ciò che chiede attenzione
da ciò che chiede fiducia.
Perché una relazione non si salva
evitando ogni rischio,
ma imparando a stare nella realtà
con misura,
con responsabilità
e con amore incarnato.