09/01/2026
SUONI ANTICHI, PRESENZA VIVA
La zampogna, un fiato che accompagna
Arriva respirando. Prima ancora di suonare, si fa sentire nel petto, come un fiato antico che chiede spazio. In hospice questo fiato trova un luogo inatteso: corridoi che conoscono il silenzio, stanze che custodiscono attese, sguardi che hanno imparato a misurare il tempo non con l'orologio ma con la presenza.
La zampogna non è arrivata da sola.
È arrivata con Sebastiano Battaglia, amico da sempre dell'hospice. Uno di quelli che non si presentano come ospiti, ma come persone di casa. La sua presenza precede il suono, lo prepara, lo rende possibile. Perché prima ancora della musica, c'è una relazione che nel tempo si è fatta fiducia, conoscenza reciproca, cammino condiviso. Quella mattina la zampogna è arrivata così e subito l'aria ha cambiato densità. Non era più solo aria: era memoria che tornava a circolare, era un richiamo che non chiedeva spiegazioni. La zampogna non spiega, non convince, non persuade. Ricorda.
Ricorda le case basse, i camini accesi, i passi lenti sulla terra umida. Ricorda le feste piccole, quelle che non avevano palco ma condivisione. Ricorda un tempo in cui la musica non era intrattenimento, ma compagnia. E forse è per questo che in hospice la zampogna non stona: perché qui la compagnia è tutto.
Tra una melodia e l'altra, Sebastiano parlava. Non riempiva i silenzi: li abitava. Raccontava delle sue giornate, del lavoro nei campi, delle stagioni che insegnano l'attesa meglio di qualunque libro. Parlava del suo “bizzolo”, come di una misura antica che non ha bisogno di essere capita per essere vera. Le sue parole avevano lo stesso ritmo della zampogna: non correvano, non forzavano. Stavano.
E mentre stavano, qualcosa accadeva. Gli sguardi si alzavano. Qualcuno chiudeva gli occhi.Qualcun altro sorrideva senza sapere bene perché. La zampogna entrava nelle stanze come entra una persona di famiglia e con estremo ispetto. Non portava allegria di superficie, portava profondità. Quella profondità che non fa rumore, ma muove.
In hospice la musica non è mai solo musica. È relazione. È un modo diverso di dire "sono qui”. La zampogna, con il suo respiro continuo, sembrava dire proprio questo: resto. Resto anche quando il fiato è corto, resto anche quando le parole finiscono. Resto.
C'era qualcosa di sorprendente nel vedere uno strumento così legato all'esterno, ai monti, ai pascoli, alle processioni, trovare casa in un luogo chiuso. Eppure, forse, non esiste luogo più aperto di un hospice. Aperto alla fragilità, al limite, all'essenziale. Aperto a ciò che conta davvero. La zampogna lo sapeva, o forse lo ricordava meglio di noi.
Ogni nota sembrava allungare il tempo, renderlo più abitabile. Non cancellava la fatica, non addolciva la realtà. La rendeva condivisibile. Come accade con le cose autentiche: non tolgono il peso, aiutano a portarlo insieme.
Questo incontro non nasce per caso. Anche la zampogna in hospice trova casa dentro “SpazioCultura...la cultura che cura", un contenitore pensato, ideato, progettato e diretto dalla dottoressa Francesca Arvino, responsabile del Servizio di Psicologia in Cure Palliative dell'hospice.
SpazioCultura non porta eventi: apre possibilità. Non aggiunge rumore, ma crea varchi. È un modo di intendere la cultura non come ornamento, ma come gesto di cura, come linguaggio capace di raggiungere ciò che la parola clinica non sempre riesce a toccare.
Dentro questo orizzonte, la zampogna non è intrattenimento, ma presenza significativa. È cultura che incontra la fragilità senza sovrastarla, che si fa prossima,che accetta il limite e lo abita. È cultura che non consola, ma accompagna. Che non spiega,ma resta.
Tutto questo è possibile perché c'è una visione condivisa e sostenuta. La Fondazione "Via delle Stelle", amministrata dal Vincenzo Nociti, incoraggia e sostiene con convinzione questo modo di intendere la cura: una cura che non separa il corpo dalla storia, la malattia dalla persona, il tempo della fine dalla dignità del vivere.
In questo intreccio virtuoso tra cultura, psicologia e cure palliative, anche una zampogna può trovare spazio e senso. Non come eccezione, ma come espressione coerente di un pensiero più ampio: quello che riconosce che l'essere umano ha bisogno, fino all'ultimo, di bellezza, di significato, di relazioni che parlino il linguaggio dell'anima.
Quando il suono si è spento, non c'è stato bisogno di dire molto. La gratitudine era già lì, negli occhi, nei piccoli cenni, nei sorrisi trattenuti. La zampogna aveva fatto il suo lavoro: aveva messo in relazione. Aveva ricordato a tutti che, finché c'è respiro,c'è possibilità di incontro.
E forse è questo che resta di quella mattina: la consapevolezza che la cura passa anche da strade inattese. Che una musica antica può parlare al presente con una voce sorprendentemente attuale. Che in hospice non entrano solo persone, ma mondi interi. E quando entrano con rispetto, trovano spazio.
La zampogna se n'è andata come era arrivata: respirando.
Ma qualcosa è rimasto. Un'eco sottile, difficile da nominare. Una presenza che continua a dire, anche adesso, che non siamo soli. Che qualcuno, da qualche parte, sta ancora suonando per noi.
SN
Vincenzo Nociti Francesca Arvino Ines Barbera Anna Tiziano Iolanda Mercuri Nicola Saggese Giovanna Toscano Francesco Nocera Marzia Costantino Rosanna Squillaci Maria Assunta Catanese Donatella Scopelliti