22/01/2026
UN INCONTRO CHE PARLA LA LINGUA DELLA CURA
Ci sono incontri che arrivano con la semplicità delle cose vere. Non fanno rumore, non hanno bisogno di grandi presentazioni: accadono e basta, come un respiro che si accorda al ritmo dell’altro.
L’incontro di qualche tempo fa, con Luca, volontario della Fondazione “Gigi Ghirotti” di Genova, è stato proprio così: una mattinata trascorsa insieme, tra parole e silenzi, tra curiosità e riconoscimento, dentro quella trama invisibile che lega tutte le persone che scelgono di dedicare parte della propria vita alla cura.
È venuto a trovarci quasi per caso, approfittando di un breve passaggio in città, ma fin dal suo arrivo si è percepita la profondità del suo sguardo. Non cercava solo di “vedere” l’hospice, ma di comprenderlo: di sentirne l’atmosfera, di coglierne il ritmo, di avvicinarsi con rispetto a quel quotidiano fatto di piccoli gesti che custodiscono senso.
Si è presentato con discrezione, ma con la curiosità viva di chi crede nel valore del confronto e sa che ogni realtà, ogni esperienza, ogni storia, può insegnare qualcosa di nuovo.
Con lui abbiamo parlato a lungo.
Ha incontrato gli operatori sanitari, i volontari, la psicologa, il presidente della Fondazione, la direzione sanitaria, ha ascoltato, domandato, condiviso. E ogni dialogo è diventato occasione per riflettere, insieme, su cosa significhi oggi essere volontari in hospice, su come mantenere vivo lo spirito originario del dono anche dentro una struttura complessa e organizzata.
Ne è nato uno scambio di idee proficuo, sincero e generoso.
Abbiamo parlato della formazione dei volontari, dell’importanza di una supervisione costante, di come accompagnare le persone nel tempo della fragilità. Ci siamo confrontati sulla raccolta fondi, sulle strategie per sostenere progetti di umanizzazione della cura, sulle difficoltà e sulle risorse che ogni associazione mette in campo per restare fedele alla propria missione.
Luca ha portato con sé l’esperienza della Gigi Ghirotti di Genova, una realtà che da decenni rappresenta un punto di riferimento nel panorama delle cure palliative italiane, fondata su valori solidi e su una visione del volontariato come presenza accanto.
Questo incontro, però, non nasce dal caso.
È stato possibile grazie a un lavoro di rete certosino, costruito negli anni con pazienza, ascolto e relazioni coltivate una ad una. Una rete fatta di contatti mantenuti vivi, di dialoghi che non si sono interrotti, di legami che hanno saputo attraversare il tempo.
È dentro questo tessuto silenzioso che realtà diverse riescono a incontrarsi, riconoscersi e parlarsi con naturalezza. La rete non è solo uno strumento organizzativo: è una scelta di visione. È credere che il volontariato cresca quando accetta di aprirsi, di confrontarsi, di lasciarsi interrogare dall’esperienza dell’altro.
Ascoltandolo, abbiamo sentito quanto le nostre strade, pur così lontane geograficamente, siano vicine nello spirito.
A unirci è un modo di guardare alla vita, e al dolore, con rispetto e tenerezza. È la stessa convinzione che la cura non si misura solo in farmaci o protocolli, ma nel tempo condiviso, nell’ascolto, nel “restare accanto”.
Durante quella mattinata, le parole hanno avuto il sapore delle cose vere: non discorsi astratti, ma esperienze che si toccano, si contaminano, si illuminano a vicenda.
Luca ha raccontato il loro modo di vivere il volontariato, le relazioni che nascono attorno ai letti dei malati, la forza discreta di chi sa entrare in punta di piedi e uscire lasciando una traccia di umanità.
Noi gli abbiamo raccontato la nostra quotidianità, i piccoli gesti che costruiscono la giornata in hospice, le sfide di un volontariato che prova ogni giorno a custodire dignità e presenza.
È stato naturale allora spostare la conversazione su un piano più profondo, sul senso stesso dell’essere volontari.
Cosa significa esserci per qualcuno che soffre?
Cosa distingue un gesto fatto per generosità da una presenza che davvero accompagna?
Abbiamo riconosciuto che il volontariato, quando è autentico, non nasce per riempire un vuoto, ma per abitare la fragilità con consapevolezza e amore. È un incontro tra due vulnerabilità, non tra chi aiuta e chi è aiutato, ma tra due esseri umani che si riconoscono nella loro comune condizione.
Luca ascoltava con attenzione, e nei suoi occhi si leggeva la stessa emozione che spesso accompagna anche noi: quella gratitudine silenziosa per tutto ciò che ogni incontro lascia dentro.
A un certo punto ha detto una frase semplice, ma vera: «In fondo, il volontariato è un modo per restare umani».
E in quel momento tutti abbiamo annuito, perché quelle parole contenevano la sintesi di ciò che ogni giorno proviamo a fare: preservare l’umanità nei luoghi dove la vita si assottiglia, dove il tempo si fa prezioso, dove basta un gesto, un sorriso, uno sguardo per dire “tu sei importante”.
L’incontro con Luca ci ha ricordato che ogni esperienza di cura è parte di una rete più grande, fatta di volti e storie che si sostengono reciprocamente.
Ci ha mostrato come lo scambio non è solo trasmissione di pratiche o modelli, ma un movimento di reciprocità: ognuno porta qualcosa di sé e riceve in cambio una parte dell’altro.
È così che la cultura delle cure palliative cresce: attraverso il dialogo, l’ascolto, il confronto, la condivisione di esperienze che diventano patrimonio comune.
Quando Luca è andato via, l’atmosfera che ha lasciato era quella di una gratitudine quieta.
Non c’erano saluti formali, ma un senso di continuità: come se la sua presenza avesse aperto uno spazio di possibilità, un ponte invisibile tra Genova e Reggio, tra due case che parlano la stessa lingua della cura.
Forse è questo il dono più grande di un incontro come questo: ricordarci che il volontariato non è solo fare, ma essere, e che ogni incontro autentico rinnova il senso del nostro cammino.
Perché, alla fine, chi si avvicina al dolore con rispetto e amore scopre che nulla è mai perduto — tutto si trasforma in relazione, in memoria, in un gesto che continua a generare vita.
Grazie, Luca, per averci ricordato che l’essenza del volontariato è racchiusa proprio lì, dove il fare si fa ascolto, dove la presenza diventa cura, dove la distanza tra due città si annulla nel calore di un incontro umano.
Da Genova a Reggio Calabria, da una storia all’altra, resta una certezza condivisa: ogni volta che due esperienze si incontrano nel nome della cura, l’umanità fa un passo avanti.
Nicola Saggese
AMICI DELL’HOSPICE DI REGGIO CALABRIA
Vincenzo Nociti Francesca Arvino Ines Barbera Anna Tiziano Iolanda Mercuri Antonino Sgro' Maria Gabriella Brundi Rosanna Squillaci