K. e R.

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24/12/2025
Il gomito non è solo del tennista SI CHIAMA gomito del tennista, perché le prime diagnosi furono fatte agli sportivi. Ma...
14/12/2025

Il gomito non è solo del tennista
SI CHIAMA gomito del tennista, perché le prime diagnosi furono fatte agli sportivi. Ma l’epicondilite colpisce anche chi con la racchetta ha poco a che fare. Il comune denominatore è l’uso eccessivo dell’avambraccio per carico funzionale, come può essere il gioco del tennis, o movimenti continui e ripetuti di alcune professioni. L’elenco è lungo. Tra gli sport il golf e la scherma. E tra le professioni l’imbianchino, il cuoco, il musicista, la casalinga, il barista che sta alla macchina del caffè e chi al computer utilizza ripetutamente il mouse. Ma anche i politici, com’è emerso da un’indagine americana, perché trascorrono molto tempo stringendo mani. In ogni caso il risultato finale non cambia. A lungo andare si verifica un progressivo indebolimento o degenerazione di quei tendini che permettono l’estensione del polso e delle dita.
I sintomi sono chiari: dolore al gomito intenso, zona gonfia e dolente e ogni sforzo diventa impossibile, persino impugnare il ferro da stiro oppure un cacciavite. «La diagnosi di solito non richiede particolari esami – interviene Valerio Sansone, direttore della Clinica Ortopedica del Galeazzi Irccs di Milano – il primo controllo consiste nel premere leggermente sulla parte esterna del gomito. Se è epicondilite, fa male. L’altra verifica è il test di Cozen: a gomito flesso si chiede al paziente di estendere il braccio, mentre il medico ne contrasta il movimento bloccando il polso. Anche in questo caso, si scatena il dolore. L’ultimo, che si può fare anche a casa come autotest, consiste nell’impugnare una sedia e sollevarla, cosa impossibile perché manca la forza e si ha dolore».
La prima cura è un tutore, simile a un bracciale, che stabilizza il polso e scarica il lavoro dei tendini. È necessario però sospendere il movimento che ha scatenato l’epicondilite, per far sì che si attivino i processi riparativi. «Se nell’arco di un paio di settimane non ci sono miglioramenti non perdiamo altro tempo – dice Sansone – le soluzioni sono diverse, tutte valide. Le ultime arrivate sono le infiltrazioni di fattori di crescita o di acido ialuronico. Per entrambe ci sono buoni risultati, validati da studi clinici. Oppure un ciclo di onde d’urto: questa è la tecnica usata da maggior tempo per l’efficacia nella stimolazione dei processi rigenerativi».
No invece alle infiltrazioni di cortisone. È vero che al momento riducono tutti i sintomi, ma alla lunga indeboliscono il tendine, con un peggioramento dei disturbi. «In questa fase è basilare il compito del fisioterapista – aggiunge Davide Zai Tornese, responsabile Riabilitazione sportiva del Galeazzi – e il lavoro è duplice. Da una parte è necessario correggere i movimenti che hanno scatenato l’epicondilite, eventualmente modificando l’attrezzo da lavoro. Dall’altra, impostare e ripetere più volte al giorno esercizi per rinforzare i muscoli dell’avambraccio». L’intervento chirurgico è riservato a pochissimi e selezionati casi, circa il 5%. «La tecnica più recente – continua Sansone – consiste nell’asportare solo la parte di tendine degenerato. Quindi si eseguono dei microfori nell’osso sottostante per forzare l’attivazione del processo rigenerativo e far sì che il tendine si ripari naturalmente ». Dopo l’intervento tutore e fisioterapia, senza sovraccaricare il gomito e con esercizi di stretching per agevolare i tempi di recupero.

20/10/2025

Grazie Benny

Il giusto abbinamento 💪💪
05/10/2025

Il giusto abbinamento 💪💪

IL DOPPIO GIOCO DELL’ILEOPSOAS: TRA POSTURA E POTENZAGuarda bene questa immagine.Non è solo una rappresentazione anatomi...
22/09/2025

IL DOPPIO GIOCO DELL’ILEOPSOAS: TRA POSTURA E POTENZA

Guarda bene questa immagine.
Non è solo una rappresentazione anatomica.
È una confessione posturale.

L’ileopsoas non è solo un flessore dell’anca. E questo ormai lo sappiamo, vero?
È anche uno stabilizzatore profondo, attivatore anticipatorio e modificatore della curvatura lombare.
E proprio lì si gioca la sua ambiguità funzionale.

Cosa ci mostra l’immagine?

L’ileopsoas origina dalla colonna lombare (corpi vertebrali e processi trasversi di L1–L5). Si inserisce sul piccolo trocantere del femore. Quando si contrae, esercita una forza che tira anteriormente la colonna lombare. Contemporaneamente, genera una rotazione anteriore del bacino.

Risultato? Aumento della lordosi lombare, carico aumentato sui dischi e sulle faccette articolari, potenziale iperattività compensatoria in soggetti sedentari, ansiosi, o instabili.

Domanda ai colleghi: la persona con lombalgia che stai trattando ha uno psoas “corto” o ha uno psoas iperattivo, retratto, sovrautilizzato perché il diaframma è ipomobile o il trasverso addominale è assente?

Alcuni effetti biomeccanici della retrazione dello psoas sono l'aumento della compressione lombare, la limitazione dell’estensione dell’anca, la rotazione anteriore del bacino, l'inibizione dei glutei (per via della posizione sfavorevole) e alterazioni del cammino e compensi su ginocchio o piede

Lavorare sull’ileopsoas significa quindi ripristinare la mobilità di anca e bacino, ridurre la compressione lombare, migliorare la sinergia con diaframma e addominali profondi e promuovere il controllo neuromotorio, non solo l’allungamento.

Curiosità clinica

Lo psoas ha connessioni fasciali con il diaframma. Un diaframma contratto o disfunzionale può contribuire a mantenere lo psoas in uno stato di tensione cronica.
Il risultato? Respiro corto, instabilità lombopelvica, e dolore.. che non passa con un semplice stretching.

Esercizio di consapevolezza

Prova a sederti in una posizione eretta per qualche minuto.
Rilassa volontariamente lo psoas destro.
Ora inspira profondamente e cerca di attivare il trasverso senza spingere in avanti la colonna lombare.
Lo senti il “rilascio” nella parte anteriore dell’anca?
Benvenuto nel controllo neuro-mio-fasciale.

Lo psoas non è solo un muscolo. È una cerniera tra postura, respiro, emozione e movimento. Ignorarlo significa rincorrere i sintomi. Comprenderlo.. significa finalmente ascoltare la radice del problema.

E come ci insegna la clinica: il corpo non mente. Ma bisogna sapere dove ascoltare.

La cisti di Baker, o cisti poplitea, è una raccolta di liquido sinoviale che si forma nella parte posteriore del ginocch...
22/09/2025

La cisti di Baker, o cisti poplitea, è una raccolta di liquido sinoviale che si forma nella parte posteriore del ginocchio, tipicamente tra il muscolo gastrocnemio e il muscolo semimembranoso. Sebbene spesso asintomatica, in alcuni casi può causare dolore, tensione e limitazione funzionale.

Meccanismo di formazione

Il ginocchio è un’articolazione sinoviale caratterizzata da un’abbondante produzione di liquido sinoviale per lubrificare le superfici articolari e ridurre l’attrito durante il movimento. Tuttavia, in presenza di un’infiammazione articolare o di un sovraccarico meccanico, la produzione di liquido sinoviale può aumentare in modo anomalo, portando alla formazione della cisti. Questa comunicazione tra la borsa poplitea e l’articolazione avviene attraverso una valvola unidirezionale, impedendo il riassorbimento del liquido e causando un rigonfiamento nella fossa poplitea.

Cause e fattori di rischio

La cisti di Baker non è una patologia primaria, ma una manifestazione secondaria di una condizione preesistente del ginocchio, tra cui artrosi (deterioramento cartilagineo che porta a un’infiammazione cronica con aumento del liquido sinoviale), artrite reumatoide o altre patologie infiammatorie (il processo infiammatorio stimola una produzione esagerata di liquido sinoviale), lesioni meniscali (la rottura di un menisco può alterare la biomeccanica del ginocchio e favorire un accumulo di liquido sinoviale), tendinopatie o sovraccarico funzionale, sport di impatto, corsa o attività lavorative con carichi elevati, tutte condizioni che possono predisporre alla formazione della cisti.

Sintomi e segni clinici

Molte cisti di Baker sono asintomatiche e vengono scoperte casualmente durante esami per altre problematiche. Tuttavia, quando la cisti cresce, può manifestarsi con un gonfiore nella fossa poplitea (un rigonfiamento visibile o palpabile dietro il ginocchio, spesso più evidente in estensione), con rigidità e tensione (un senso di pressione posteriore, soprattutto dopo sforzi prolungati), con dolore (che peggiora con il movimento, la flessione e l’estensione completa del ginocchio) e con una ridotta mobilità articolare (la flessione del ginocchio può risultare limitata nei casi più avanzati).

Attenzione: se la cisti si rompe, il liquido sinoviale può diffondersi nei tessuti circostanti, simulando una trombosi venosa profonda con dolore acuto e gonfiore diffuso al polpaccio (Segno di pseudotrombosi di Baker).

Diagnosi e imaging

L'ecografia muscoloscheletrica è l'esame di primo livello per valutare le dimensioni della cisti e la presenza di liquido. La risonanza magnetica (RMN) è utile per individuare eventuali patologie intra-articolari concomitanti (lesioni meniscali, artrosi, sinovite).

Trattamento e approccio riabilitativo

Gestione conservativa

Il trattamento dipende dalla causa sottostante e dalla sintomatologia. In generale riposo funzionale e gestione del carico, riducendo attività ad alto impatto per alleviare la pressione articolare.

La fisioterapia mira alla mobilizzazione dell’anca e del ginocchio per migliorare la biomeccanica e ridurre il sovraccarico. Gli esercizi di rinforzo e stabilizzazione con focus su quadricipiti, ischiocrurali e core stability possono migliorare la distribuzione delle forze sul ginocchio.

Terapie fisiche strumentali possono favorire il drenaggio della cisti e ridurre l’infiammazione.

Taping decompressivo può essere utilizzato per migliorare il drenaggio linfatico.

Opzioni invasive

Nei casi più gravi si procede ad una aspirazione ecoguidata, con rimozione del liquido in eccesso con ago, spesso associata a infiltrazione di cortisone. La chirurgia è indicata nei rari casi di cisti di grandi dimensioni che comprimono strutture vascolari o nervose.

Conclusione

La cisti di Baker è un segnale che il ginocchio sta lavorando in modo anomalo. Identificare e trattare la causa sottostante è fondamentale per prevenire la recidiva. Un approccio fisioterapico mirato e un’adeguata gestione del carico articolare possono essere la chiave per mantenere il ginocchio sano e funzionale.

17/09/2025

DIERRE BASKETBALL REGGIO CALABRIA
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IL CORE NON È UN ADDOMINALE: È UN DIAFRAMMA INCONTRATO PER CASO DA TRE VECCHI AMICI.Guarda bene quest’immagine.Se ti asp...
15/09/2025

IL CORE NON È UN ADDOMINALE: È UN DIAFRAMMA INCONTRATO PER CASO DA TRE VECCHI AMICI.

Guarda bene quest’immagine.
Se ti aspettavi di vedere solo un bel retto dell’addome scolpito.. stai guardando nel posto sbagliato. Qui c’è qualcosa di molto più potente.

Il Core come cilindro funzionale!

In alto: il diaframma.
In basso: il pavimento pelvico.
Davanti: il trasverso dell’addome.
Dietro: il multifido.

Quattro elementi apparentemente lontani, che insieme creano la tua cintura di forza, stabilità e controllo.

Immaginalo come una lattina di alluminio. Resiste a pressioni enormi se chiusa bene. Ma se premi su un lato o la buchi.. collassa. È questo il segreto del core: la pressione intra-addominale ben distribuita.

Non crunch, non addominali alti, non plank infiniti fatti male. Ma equilibrio tra spinta e contenimento.

Test di consapevolezza rapida

Sdraiati supino, gambe flesse, mani sull’addome.
1. Inspira: senti il torace aprirsi lateralmente?
2. Espira lentamente: il ventre si appiattisce da solo o lo stai forzando?
3. Premi leggermente con le dita sotto l’ombelico: riesci a percepire il trasverso che si attiva senza sollevare le coste o contrarre i glutei?
4. Ora pensa al pavimento pelvico: riesci a “chiuderlo” senza stringere le cosce?
5. Infine.. riesci a fare tutto questo senza bloccare il respiro?

Se almeno uno di questi passaggi ti ha fatto sudare.. benvenuto nel vero lavoro sul core.

Il core non serve solo per avere la pancia piatta.

Serve per stabilizzare la colonna, respirare meglio, ridurre il dolore lombare, migliorare l’equilibrio, favorire la mobilità, proteggere il pavimento pelvico e coordinare forza e fluidità nei movimenti quotidiani, per dire alcune funzioni..

Frase che cambia tutto? Non sei tu che devi controllare il core. È il core che dovrebbe controllare te.. silenziosamente, in ogni gesto.

Curiosità: il muscolo trasverso si attiva 200 millisecondi prima di ogni movimento dell’arto superiore in soggetti sani. Nei soggetti con lombalgia cronica.. no. 😅
E questo fa tutta la differenza del mondo.

Rieducare il core significa rieducare il corpo alla vita. Perché il core non è solo un centro anatomico. È un centro di comando.

E oggi, finalmente, lo hai visto per ciò che è: un cilindro intelligente, dinamico e vitale. Proprio come te. 💞

03/09/2025

FASCITE PLANTARE
La fascite plantare rappresenta la causa più frequente di dolore plantare e/o tallodinia. E’ sostanzialmente una entesite, ovvero una infiammazione delle fibre della pianta del piede che può rendere dolorose anche le attività comuni, come camminare o scendere e salire le scale. C’è un legamento a livello della pianta del piede che recita un ruolo importantissimo nella trasmissione del nostro peso al piede durante l’attività sportiva o una semplice camminata, il legamento arcuato o aponeurosi plantare; questo è una fascia fibrosa robusta che unisce il calcagno alla base delle dita del piede.
Quando il piede è totalmente appoggiato a terra questo legamento è a riposo, mentre è sottoposto a uno “stiramento” nel momento in cui il tallone si stacca da terra. In una prima fase il dolore è soprattutto al calcagno, successivamente tende a spostarsi verso l’avampiede interessando tutta la pianta. La genesi di questo problema è multifattoriale: piedi piatti, scarpe inadeguate, sovrappeso, allenamenti eccessivi in qualità e in quantità, tacchi alti…Inoltre la debolezza di alcuni muscoli come il gastrocnemio, i peronei, il tibiale posteriore, gli estensori delle dita e la scarsa elasticità del tendine d’Achille. Il dolore, che è il sintomo principale, è più accentuato al risveglio e dopo una lunga camminata, così come negli sportivi è intenso all’inizio dell’allenamento per poi scomparire con il riscaldamento. La diagnosi è sostanzialmente clinica, ma è utile l’ecografia e la radiografia dei piedi sotto carico. Il trattamento si basa sul riposo iniziale e sul controllo dell’infiammazione, quindi FANS, esercizi di allungamento (stretching), tutori notturni, fino all’utilizzo di terapie fisiche come le onde d’urto, infiltrazioni locali e per ultimo l’intervento chirurgico percutaneo.

X info 3402742416 Dott Gianfranco Mendico
Chinesiologo, esperto in Posturale Mezieres

Indirizzo

Via N. Manfroce, 95
Reggio Di
89122

Telefono

+393389909598

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