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01/04/2026

 

27/03/2026

La Costituzione come specchio rifiutato: da Renzi a Meloni, la paura italiana di vedersi in prospettiva e cambiare oltre le ideologie

Di Vincenzo Maria Romeo

Se prendiamo in parallelo il referendum costituzionale dell’era Renzi e quello appena archiviato nell’orizzonte politico del governo Meloni, emerge una costante che ha qualcosa di profondamente italiano, e dunque di tragico, di comico e di rivelatore: ogni volta che il Paese viene chiamato a misurarsi con una modifica dell’assetto costituzionale, non si confronta soltanto con il merito delle norme, ma con qualcosa di più scomodo e più perturbante, vale a dire con la possibilità di vedersi in prospettiva, di interrogare le proprie rigidità, di accettare la fatica del cambiamento. E qui il punto si fa quasi psicoanalitico: oltre le ideologie dichiarate, oltre le tifoserie di partito, il popolo italiano sembra spesso reagire come il soggetto che, posto davanti allo specchio, arretra non perché non capisca ciò che vede, ma perché lo capisce troppo bene e ne teme le conseguenze.

Nel 2016, con Matteo Renzi, il referendum aveva il profilo della grande riforma sistemica: bicameralismo paritario da superare, Senato da ripensare, rapporti tra Stato e Regioni da riordinare, CNEL da sopprimere, processo legislativo da semplificare. Una revisione ampia, ambiziosa, strutturale, che si presentava come gesto di modernizzazione del Paese. Naturalmente, in Italia, la parola “modernizzazione” ha spesso lo stesso effetto che in una cena di famiglia produce la parola “psicoterapia”: tutti dicono di capirne l’importanza, ma appena si entra nel vivo ciascuno si irrigidisce, cambia discorso o individua un colpevole esterno. Perché cambiare davvero non significa mai soltanto aggiustare un meccanismo; significa rinunciare a una forma di familiarità, anche quando quella familiarità è inefficiente, caotica, dispendiosa.

Nel caso più recente, sotto il governo Meloni, la materia era più circoscritta e meno totalizzante, ma non per questo meno simbolicamente gravida: intervenire sul funzionamento della giustizia e sugli assetti della magistratura voleva dire toccare un nervo scoperto della Repubblica, uno di quei luoghi in cui il Paese proietta le proprie ambivalenze più profonde verso l’autorità, la colpa, la punizione, il controllo. Anche qui, formalmente, il tema era tecnico; sostanzialmente, invece, si è riaperto il grande fantasma italiano: cambiare le regole di funzionamento significa davvero migliorarle oppure significa consegnarsi a un nuovo padrone? E dietro questa domanda se ne annida un’altra, ancora più scomoda: il cittadino italiano desidera davvero istituzioni più funzionali, oppure preferisce istituzioni imperfette ma familiari, perché nelle imperfezioni si annidano margini di adattamento, resistenze, alibi, spazi di lamentazione permanente?

È qui che il confronto tra Renzi e Meloni diventa particolarmente interessante. A prima vista si potrebbero leggere i due referendum come espressioni di mondi opposti: da una parte un riformismo che si voleva dinamico, accelerato, quasi performativo; dall’altra un intervento più identitario, radicato in una grammatica politica diversa, più orientata al controllo e alla ridefinizione dei poteri. Ma se ci si ferma alla superficie delle appartenenze si perde il punto essenziale. In entrambi i casi, il popolo italiano ha mostrato non solo diffidenza verso il leader di turno, ma una più radicale esitazione verso l’idea stessa di entrare in un processo di revisione profonda del proprio assetto collettivo. Come se il referendum costituzionale, al di là dei contenuti specifici, fosse vissuto come una seduta analitica nazionale mal riuscita: tutti convocati per capire cosa non funziona, e tutti pronti, al momento decisivo, a difendere il sintomo pur di non affrontare il lavoro della trasformazione.

In questo senso, la paura italiana non è semplicemente conservatorismo. Sarebbe una lettura troppo facile, e dunque troppo pigra. È qualcosa di più sottile: è la paura di perdersi cambiando, la paura di non riconoscersi più una volta modificata la cornice, la paura di dover rinunciare alla rassicurante rappresentazione di sé come Paese eternamente incompiuto ma, proprio per questo, eternamente assolto. L’incompiutezza, infatti, in Italia non è solo una condizione storica; è spesso diventata una forma di identità narcisistica. Ci raccontiamo come popolo geniale e disordinato, creativo e ingovernabile, adattabile e refrattario alle semplificazioni. Ma dietro questo autoritratto seducente si nasconde talvolta una verità meno lusinghiera: non sempre rifiutiamo le riforme perché siano sbagliate; talvolta le rifiutiamo perché ci obbligherebbero a diventare più adulti.

L’elemento ironico è che questa paura si traveste spesso da lucidità critica. E sia chiaro: la lucidità critica esiste, ed è anche sana. Una Costituzione non si cambia con leggerezza, e diffidare delle semplificazioni plebiscitarie è segno di maturità democratica. Ma in Italia la critica e la paura si intrecciano così strettamente da diventare quasi indistinguibili. Nel 2016 si disse, non senza ragioni, che la riforma Renzi concentrava troppo, accelerava troppo, personalizzava troppo. Oggi, di fronte al referendum promosso nel clima politico del governo Meloni, si è di nuovo assistito a una dinamica simile: la discussione sul merito si è intrecciata alla reazione verso l’impronta politica della proposta, fino a rendere difficile capire dove finisse la valutazione tecnica e dove iniziasse il rigetto identitario. Ma forse la verità è che in Italia le due cose non sono mai del tutto separabili, perché ogni mutamento delle regole comuni viene immediatamente vissuto come mutamento dell’immagine che il Paese ha di sé.

Dal punto di vista psicoanalitico, si potrebbe dire che la Costituzione, nel nostro immaginario collettivo, non è solo una carta normativa: è un oggetto-sé, una superficie simbolica che tiene insieme memoria, appartenenza, idealizzazione e difesa. Toccarla significa riattivare angosce primitive: l’angoscia di intrusione, l’angoscia di perdita, l’angoscia di dipendenza da un Altro che ridisegna il quadro. Ecco perché ogni progetto di riforma costituzionale, anche quando nasce con intenzioni di efficienza o razionalizzazione, finisce spesso per essere investito affettivamente in maniera sproporzionata. Non si discute solo una norma; si discute chi siamo, chi temiamo di diventare, chi sospettiamo di consegnare le chiavi di casa. Il problema è che, in un simile clima, la valutazione del merito si sporca inevitabilmente di fantasie, risentimenti, identificazioni e paure.

Questo non significa affatto che il popolo italiano sia incapace di andare oltre le ideologie. Al contrario, la bocciatura di proposte provenienti da aree politiche differenti suggerisce che esiste, nel corpo elettorale, una forma di eccedenza rispetto agli schieramenti. Gli italiani non votano sempre e solo secondo appartenenza; talvolta votano secondo umore profondo, secondo diffidenza antropologica, secondo una saggezza istintiva che percepisce il rischio di un uso proprietario della Costituzione da parte del governo di turno. Ma questa capacità di andare oltre le ideologie non coincide ancora, purtroppo, con una piena capacità di andare verso il cambiamento. Si riesce a sospendere la fedeltà al partito; assai meno spesso si riesce a costruire una fiducia matura in un percorso condiviso di riforma.

E qui sta il nodo più interessante e più impietoso. L’Italia è spesso più brava a smascherare le intenzioni dei leader che a immaginare una propria direzione costituente. Intuisce quando una riforma rischia di diventare un investimento narcisistico del capo, una prova di forza, una richiesta di consacrazione. Ma quando si tratta di pensare in positivo come aggiornare le regole di funzionamento della democrazia, torna a rifugiarsi nella postura difensiva. Come se la coscienza critica, pur vivace, non riuscisse ancora a tradursi in progetto. Come se il Paese sapesse dire “non così”, ma facesse ancora enorme fatica a dire “allora così”.

In questo senso, il confronto tra l’era Renzi e l’attuale stagione politica non restituisce semplicemente due referendum diversi; restituisce un medesimo tratto psichico nazionale. Da una parte c’è il rifiuto, anche sano, di affidare la Costituzione all’enfasi del leader. Dall’altra c’è la persistente difficoltà a considerare la riforma costituzionale come occasione di maturazione collettiva, anziché come minaccia alla propria continuità immaginaria. È come se il popolo italiano fosse disposto a criticare chi vuole cambiare troppo in fretta, ma non ancora del tutto disposto a tollerare l’idea che una trasformazione delle regole possa essere necessaria, purché ben costruita, condivisa, comprensibile e non proprietaria.

Il vero problema, allora, non è scegliere tra immobilismo e riformismo come se fossero etichette morali. Il problema è riconoscere che una democrazia adulta deve poter riformare se stessa senza vivere ogni revisione come trauma o come seduzione. E su questo l’Italia appare ancora intermittente. Talvolta è lucidissima nel riconoscere il ricatto simbolico che si nasconde dietro certi referendum. Talvolta, però, sembra usare quella stessa lucidità come schermo per non affrontare la domanda più seria: quali norme di funzionamento costituzionale possono davvero migliorare il Paese, senza consegnarlo al leaderismo né inchiodarlo alla contemplazione malinconica delle proprie inefficienze?

Per questo la lezione che arriva da questi due snodi referendari è meno trionfale di quanto i vincitori del “no” amino raccontare e meno catastrofica di quanto i riformatori sconfitti amino lamentare. Il popolo italiano ha mostrato di poter oltrepassare le ideologie nel momento in cui avverte che la posta in gioco è più profonda della contesa tra destra e sinistra. Ma ha anche mostrato di non aver ancora del tutto elaborato un rapporto maturo con il cambiamento istituzionale. Sa difendersi. Sa sospettare. Sa intuire. Molto meno sa desiderare una trasformazione condivisa senza viverla come minaccia al proprio equilibrio simbolico.

E forse il punto finale è proprio questo, il più scomodo di tutti: l’Italia non teme soltanto i cattivi riformatori; teme spesso la riforma in quanto tale, perché la riforma costringe a vedersi in prospettiva. Costringe a chiedersi che Paese si vuole essere, non soltanto quale leader si vuole punire o premiare. Costringe a rinunciare al godimento sterile della lamentazione perpetua. Costringe, in fondo, a diventare responsabili del proprio futuro istituzionale. E si sa: la responsabilità, soprattutto quella collettiva, è molto meno eccitante della protesta, molto meno seducente dell’indignazione, molto meno comoda della nostalgia.

Così, tra Renzi e Meloni, il popolo italiano consegna una verità ambivalente ma preziosa. Non è prigioniero totale delle ideologie, e questa è già una buona notizia. Ma non è ancora pienamente libero dalla paura di cambiare guardandosi davvero allo specchio. E finché questa paura resterà il vero convitato di pietra di ogni referendum costituzionale, continueremo a confondere la difesa della democrazia con la difesa delle nostre resistenze. Che, talvolta, coincidono. Ma non sempre. Ed è proprio in quello scarto, sottile e decisivo, che si gioca la possibilità di un’Italia finalmente più adulta.

26/03/2026

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03/12/2025

🩼 Si è appena concluso, in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, presso la Sala Federica Monteleone di Palazzo Tommaso Campanella - il convegno “La Forza delle Diversità: Inclusione, Autonomia, Condivisione”.

🤝 L’evento, promosso dal Garante dei diritti delle persone con disabilità della Regione Calabria, avv. Ernesto Siclari, è stato organizzato dal Kiwanis Distretto Italia–San Marino insieme alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia SPPG, con l’obiettivo di trasformare la celebrazione in un momento di riflessione e impegno concreto.

🎤 Ad apertura, i saluti del Vicepresidente del Consiglio regionale Giacomo Pietro Crinò e dell’europarlamentare Giusy Princi, presente con un videomessaggio.

🗣Sono seguiti numerosi interventi, tra cui:
👉 Basilio Valente, governatore del Kiwanis, che ha evidenziato la necessità di un’azione condivisa per garantire pari opportunità e inclusione.
👉 Avv. Siclari, che ha richiamato l’importanza di un approccio rispettoso delle diversità, capace di favorire autonomia.
👉 Prof. Vincenzo Maria Romeo, ricercatore dell’Università di Palermo e direttore scientifico della SPPG, che ha presentato la relazione “Convergere sui bisogni: i minori e le loro diverse abilità”, sottolineando sfide e strategie per costruire una società più inclusiva.

🧐 Tra le testimonianze:
👉 Dott.ssa Maria Francesca MOSCA - Chair Handbike per Kiwanis Distretto Italia - San Marino - Fil di rugiada: fragilità e forza nelle emozioni del Giro Hand Bike
👉 Mirella GANGERI - Presidente A.Ge. DI. - Testimonianza sulla realtà quotidiana delle famiglie con persone disabili; bisogni, criticità, reti di supporto e buone pratiche territoriali.
👉 Avv. Saverio GERARDIS - Chair Special olimpycs per Kiwanis Distretto Italla - San Marino Kiwanis e Special Ofympics: una partnership con profonde radici valorizzi
👉 Avv. Fabio COLELLA - Consigliere Nazionale F.I.V., Responsabile Settore Parasailing - Progetto "Velando".

👩🏽‍🏫 Il convegno ha rappresentato un crocevia di istituzioni, società civile e mondo accademico, ribadendo che la diversità non è un limite ma una risorsa da valorizzare.

➡️ Inclusione, autonomia e condivisione sono stati i pilastri attorno a cui si è sviluppato un confronto che punta a rafforzare la cultura dell’integrazione e dei diritti.

Giacomo Crinò - Consigliere Regionale Calabria Fabio Colella Vincenzo Maria Romeo

26/11/2025

This perspective advances a psychoanalytic—embodiment account of the “libido of generativity” (LoG)—future-oriented reorganization of erotic desire that links embodied arousal with caregiving, legacy, and shared projects. We define LoG along four axes (direction of investment: dyad↔triad; ...

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