Dott.ssa Daniela Manni - Psicologa

Dott.ssa Daniela Manni - Psicologa Consulenza e sostegno psicologico individuale, di coppia e familiare

𝐁𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢, 𝐜𝐞𝐫𝐯𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐞 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢: 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 🧠I bambini non crescono nel vuoto: crescono dentro relazioni. Ed è lì c...
27/01/2026

𝐁𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢, 𝐜𝐞𝐫𝐯𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐞 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢: 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 🧠

I bambini non crescono nel vuoto: crescono dentro relazioni. Ed è lì che imparano chi sono, quanto valgono e se il mondo è un luogo sicuro.

Quando un bambino vive in un clima di giudizi negativi ripetuti — “Sei pigro”, “Non fai mai nulla bene”, “Sei una delusione” — non interiorizza solo parole. Interiorizza una regola relazionale:
l’amore è condizionato, la sicurezza va meritata, l’errore mette a rischio il legame.

Il giudizio non è mai solo individuale: è un messaggio che circola nel sistema familiare, spesso trasmesso senza intenzione consapevole, a volte ereditato da storie precedenti.

Il corpo del bambino, altamente plastico, si adatta a questo contesto. Il sistema nervoso impara a restare in allerta costante, l’amigdala diventa ipervigile, la possibilità di giocare, esplorare e rilassarsi si restringe. Non per fragilità, ma per sopravvivenza relazionale.

Anche da adulti, basta un commento o uno sguardo per riattivare vergogna, difesa, fuga o chiusura.
Le relazioni possono sembrare instabili, la tranquillità pericolosa, la vulnerabilità un rischio.

𝑴𝒂 𝒄𝒊𝒐̀ 𝒄𝒉𝒆 𝒆̀ 𝒔𝒕𝒂𝒕𝒐 𝒂𝒑𝒑𝒓𝒆𝒔𝒐 𝒊𝒏 𝒓𝒆𝒍𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆, 𝒑𝒖𝒐̀ 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒆 𝒕𝒓𝒂𝒔𝒇𝒐𝒓𝒎𝒂𝒕𝒐 𝒊𝒏 𝒓𝒆𝒍𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 💗

Quando il sistema nervoso incontra esperienze nuove — relazioni sicure, sguardi che non giudicano, legami che tengono anche l’imperfezione —
il corpo può smettere di vigilare. La mente finalmente comprende che non era debolezza.
E ciò che un tempo serviva per sopravvivere può oggi essere trasformato per vivere davvero.

💭 Quali piccoli gesti di sicurezza e gentilezza puoi offrire a te stesso o a chi ti sta vicino, oggi?

🌱 Prenditi un momento per respirare, osservare e riconoscere il tuo coraggio: anche il cambiamento più lento è un passo verso la libertà.

𝗜𝗹 𝘀𝗶𝗻𝘁𝗼𝗺𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗺𝗲𝘀𝘀𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 🌀Nel lavoro clinico sistemico-relazionale sappiamo che l’individuo non esiste mai ...
26/01/2026

𝗜𝗹 𝘀𝗶𝗻𝘁𝗼𝗺𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗺𝗲𝘀𝘀𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 🌀

Nel lavoro clinico sistemico-relazionale sappiamo che l’individuo non esiste mai da solo.
Ogni persona è parte di una rete di relazioni, di storie familiari, di contesti emotivi e sociali che lasciano tracce profonde, non solo nella psiche ma anche nel corpo.

Sempre più ricerche ci mostrano come molte patologie croniche non possano essere comprese separando mente e corpo, né isolando il sintomo dalla storia relazionale della persona.
Il corpo, in questa prospettiva, non “si ammala a caso”, ma risponde, nel tempo, a stress cronici, traumi relazionali, adattamenti precoci e bisogni emotivi non accolti.

Dal punto di vista sistemico, il trauma non è solo un evento, ma un’esperienza che prende forma nelle relazioni significative. Bambini che crescono in contesti imprevedibili, poco sintonizzati o emotivamente poveri sviluppano strategie di sopravvivenza relazionale: iperadattamento, compiacenza, controllo, silenzi emotivi. Strategie che funzionano allora, ma che nel lungo periodo possono diventare biologicamente costose.

Il sintomo fisico, così, può essere letto come un messaggio del sistema, non qualcosa da “eliminare”, ma qualcosa da ascoltare, da comprendere dentro una storia più ampia fatta di legami, ruoli, lealtà invisibili e contesti culturali che spesso chiedono performance, resistenza e negazione dei bisogni.

In terapia, spostare la domanda da “Cosa non va in te?” a “Cosa ti è successo nelle tue relazioni?” apre possibilità di cura più profonde. Perché quando il sistema trova nuovi modi di stare in relazione, anche il corpo può finalmente smettere di farsi carico di ciò che non poteva essere detto.

🌿 Corpo e mente raccontano la stessa storia.
E spesso è una storia relazionale.

👉 Se il corpo potesse parlare, cosa racconterebbe delle tue relazioni e della tua storia?

𝗣𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮, 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗲 𝗹𝗲𝗴𝗮𝗺𝗶 💗«𝘔𝘢𝘮𝘮𝘢… 𝘦 𝘴𝘦 𝘪𝘯𝘷𝘦𝘤𝘦 𝘴𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦𝘴𝘴𝘪 𝘥𝘪 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘢𝘳𝘦?»Quando un bambino dice una frase così, non sta par...
21/01/2026

𝗣𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮, 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗲 𝗹𝗲𝗴𝗮𝗺𝗶 💗

«𝘔𝘢𝘮𝘮𝘢… 𝘦 𝘴𝘦 𝘪𝘯𝘷𝘦𝘤𝘦 𝘴𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦𝘴𝘴𝘪 𝘥𝘪 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘢𝘳𝘦?»
Quando un bambino dice una frase così, non sta parlando di lavoro. Sta parlando di legami.

Nel suo linguaggio semplice e diretto, sta nominando una mancanza percepita, non una colpa. Sta dicendo: “Ho bisogno di te, così come
sei quando sei presente.”

Questa frase non nasce mai nel vuoto.
Non è solo tra una madre e un figlio. È dentro una rete più grande: tempi di lavoro incompatibili con la cura, modelli sociali che chiedono alle madri di essere tutto, famiglie spesso sole, assenza di sostegni reali, e un’idea di valore ancora troppo legata alla produttività.

Il bambino vede la stanchezza, sente l’assenza emotiva, e prova a dare un senso a ciò che sente. La madre, invece, porta sulle spalle bisogni che non sono solo suoi: economici, sociali, transgenerazionali.

In queste dinamiche non ci sono madri sbagliate né figli troppo esigenti. Ci sono sistemi sotto pressione, che chiedono adattamenti continui a chi si prende cura.

Il rischio più grande è che la madre interiorizzi questo conflitto come un fallimento personale, quando in realtà è un conflitto relazionale e contestuale.

La domanda allora non è: “Lavorare o esserci?” ma: “Come può una famiglia, una comunità, una società sostenere la presenza senza schiacciare chi si prende cura?”

Perché i bambini non chiedono il sacrificio totale. Chiedono sintonizzazione. E le madri non dovrebbero essere costrette a scegliere tra sopravvivere e appartenere.

Forse il vero lavoro, oggi, è smettere di pensare la cura come un affare privato e iniziare a riconoscerla come una responsabilità condivisa. 🌱

E da lì, reinventare insieme. Con meno colpa.
Con più alleanze. Con più umanità. 🤍

💬 Se queste parole ti risuonano, possiamo parlarne.

La fatica non è una colpa individuale, ma una dinamica relazionale da comprendere e trasformare.

📩 Scrivimi in privato
📅 oppure prendi un appuntamento

🤍🧩🌿

𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹'𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲, 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗮𝗿𝗲 𝗮𝗱 𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗿𝗲, 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮... 🌱Condivido per i miei pazienti, e non, la riflessione...
15/01/2026

𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹'𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲, 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗮𝗿𝗲 𝗮𝗱 𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗿𝗲, 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮... 🌱

Condivido per i miei pazienti, e non, la riflessione/trasformazione di Fabio Volo.

FABIO VOLO – HO IMPARATO A ESSERE PADRE QUANDO HO SMESSO DI ESSERE MARITO

Ho scoperto di essere un padre migliore nel momento in cui mi sono ritrovato solo. È stata una rivelazione che non avevo previsto. Ho capito di essere più presente, più attento, più responsabile, perché non potevo delegare nulla. C’ero solo io, e questo mi ha costretto a ti**re fuori una parte di me che prima non conoscevo davvero.

Quando è arrivato il momento di dirci che forse era meglio separarci, ero io quello più spaventato. Non perché l’amore fosse finito, ma perché l’idea di cambiare faceva paura. Ho sempre saputo che restare insieme non equivale automaticamente ad amarsi di più. Con Johanna non è venuto meno l’affetto, non è venuta meno la stima. È venuta meno, però, quella capacità reciproca di far emergere il meglio l’uno dell’altra.

Ho creduto a lungo che l’amore dovesse coincidere con la convivenza, con il “restare sotto lo stesso tetto”. Poi ho capito che esistono legami che possono continuare anche senza quella forma. Ho pensato che sarei rimasto con lei per tutta la vita, se le cose avessero funzionato. Ma ho sentito che, se dentro una coppia viene meno qualcosa che ti tiene vivo, andare avanti diventa una forma di sopravvivenza, non di amore.

Ho riflettuto molto sul ruolo dei figli. Ho capito che uno dei grandi equivoci delle coppie è restare insieme per loro. Ho smesso di crederci. Ho capito che, a volte, ci si deve lasciare proprio per loro. Perché meritano la verità, non una rappresentazione stanca di qualcosa che non esiste più.

Essere padre, da solo, mi ha costretto a essere autentico. A non nascondermi dietro ruoli, abitudini o compromessi silenziosi. Ho scoperto che la qualità della presenza conta più della quantità delle persone in casa. E che crescere dei figli significa anche mostrare loro che si può scegliere la verità, anche quando fa paura.

LA VERITÀ COME ATTO D’AMORE NELLE FAMIGLIE CHE CAMBIANO

Le parole di Fabio Volo aprono uno squarcio sincero su un tema spesso affrontato con ipocrisia: la fine di una relazione non come fallimento, ma come trasformazione. In un immaginario collettivo ancora legato all’idea che “resistere” sia sempre una virtù, raccontare una separazione come un atto di responsabilità è un gesto controcorrente.

Colpisce soprattutto il ribaltamento di prospettiva: non restare insieme per i figli, ma lasciarsi per loro. È una frase che spiazza, perché mette in discussione uno dei pilastri morali più ripetuti e meno analizzati. Eppure contiene una verità scomoda: crescere in un ambiente dove l’amore è spento, dove l’autenticità viene sacrificata alla facciata, può essere più dannoso di una separazione vissuta con rispetto.

C’è anche un altro aspetto che emerge con forza: la paternità come percorso di crescita personale. L’idea che un uomo possa scoprirsi padre migliore nella solitudine rompe uno stereotipo ancora diffuso, quello del genitore “secondario”. Qui la solitudine non è abbandono, ma assunzione piena di responsabilità.

Questo racconto non idealizza la separazione, non la rende facile o indolore. La presenta per ciò che è: una scelta complessa, carica di paura, ma anche di lucidità. Una scelta che chiede maturità emotiva, capacità di guardarsi dentro e di ammettere che l’amore non sempre coincide con il restare.

In fondo, il messaggio più potente è questo: i figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di adulti veri. Di persone che sappiano mostrarsi coerenti, vive, oneste. Anche quando questo significa cambiare strada. Anche quando significa ammettere che l’amore, per continuare a esistere, deve cambiare forma.

🖤 Una tragedia che coinvolge adolescenti non può essere letta isolando i singoli comportamenti.Un adolescente non esiste...
04/01/2026

🖤 Una tragedia che coinvolge adolescenti non può essere letta isolando i singoli comportamenti.

Un adolescente non esiste mai da solo.
Esiste dentro una rete di relazioni, di contesti, di ruoli adulti che lo precedono e lo contengono, oppure no.

Quando accade qualcosa di irreparabile, la domanda non è:
“Perché quei ragazzi non hanno capito il pericolo?”
La domanda è:
"Quale sistema di adulti avrebbe dovuto pensare il limite al posto loro?"

Nel modello sistemico sappiamo che la funzione di regolazione non appartiene al membro più giovane del sistema. Appartiene a chi ha più potere, più esperienza, più responsabilità.

Attribuire colpa agli adolescenti significa:
- rovesciare la gerarchia naturale;
- chiedere a chi è in fase evolutiva di svolgere una funzione che non gli compete;
- sollevare il sistema adulto dal proprio ruolo di contenimento.

Un sistema sano anticipa il rischio, non lo delega.
Struttura contesti, regole, presenze, confini.
Non si affida alla “prudenza” di chi, per definizione evolutiva, vive di esplorazione e spinta verso l’esterno.

Dal punto di vista relazionale, quindi, il problema non è il comportamento dei ragazzi. Il problema è il vuoto di funzione adulta attorno a loro.

Ogni volta che giudichiamo un adolescente, stiamo implicitamente assolvendo un sistema.
Ogni volta che parliamo di “ragazzi irresponsabili”, stiamo evitando di chiederci chi avrebbe dovuto essere responsabile.

Davanti a una tragedia che coinvolge minori, l’unica lettura eticamente e clinicamente sostenibile è questa: la responsabilità non è simmetrica.
È adulta. Tutto il resto è difesa.


Che il nuovo anno porti...piccoli spostamenti nelle nostre posizioni emotive, più curiosità verso noi stessi e verso l’a...
01/01/2026

Che il nuovo anno porti...
piccoli spostamenti nelle nostre posizioni emotive, più curiosità verso noi stessi e verso l’altro,
e relazioni sempre più abitabili. 🌱

Buon anno ✨


𝑪𝒉𝒊𝒖𝒅𝒆𝒓𝒆 𝒍’𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒂 𝒑𝒊𝒄𝒄𝒐𝒍𝒊 𝒑𝒂𝒔𝒔𝒊, 𝒅𝒆𝒏𝒕𝒓𝒐 𝒊 𝒍𝒆𝒈𝒂𝒎𝒊 💗Quando un anno finisce, raramente lo fa in modo netto. Di solito resta...
31/12/2025

𝑪𝒉𝒊𝒖𝒅𝒆𝒓𝒆 𝒍’𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒂 𝒑𝒊𝒄𝒄𝒐𝒍𝒊 𝒑𝒂𝒔𝒔𝒊, 𝒅𝒆𝒏𝒕𝒓𝒐 𝒊 𝒍𝒆𝒈𝒂𝒎𝒊 💗

Quando un anno finisce, raramente lo fa in modo netto. Di solito resta qualcosa in sospeso: relazioni che si sono mosse, equilibri che abbiamo provato a tenere, passi piccoli ma importanti. ✨

Ogni relazione, ogni gesto, ogni respiro vissuto con un po’ di presenza e di verità è stato, in fondo, un passo dentro il sistema della nostra vita. 🌱

L’anno che si chiude non è fatto solo di eventi, ma di legami: tentativi, aggiustamenti, silenzi, parole dette e parole non dette. Di equilibri persi e ritrovati. Non di perfezione, ma di movimento. 🌀

A chi ho incontrato lungo la strada, nel lavoro e nella vita, va il mio augurio: che il nuovo anno ci trovi pronti a 'situarci', a riconoscere il nostro posto nelle relazioni, a restare in dialogo anche quando è faticoso. Che ci trovi capaci di prenderci cura di noi e di chi ci sta accanto, con rispetto dei confini, attenzione ai legami e fiducia nei processi di cambiamento.🌱

Con delicatezza, resilienza e un po’ di quella follia buona che ci permette di cambiare senza perderci.

Buona fine dell’anno. 💫


𝑨𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒆𝒍 𝒔𝒊𝒍𝒆𝒏𝒛𝒊𝒐, 𝒆̀ 𝒔𝒕𝒂𝒕𝒐 𝑵𝒂𝒕𝒂𝒍𝒆.💗Forse c’era una sedia vuota che pesava, una parola non detta, un silenzio che scava...
28/12/2025

𝑨𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒆𝒍 𝒔𝒊𝒍𝒆𝒏𝒛𝒊𝒐, 𝒆̀ 𝒔𝒕𝒂𝒕𝒐 𝑵𝒂𝒕𝒂𝒍𝒆.💗
Forse c’era una sedia vuota che pesava, una parola non detta, un silenzio che scavava dentro.
E va bene così.
In ogni sistema familiare ci sono legami complessi, storie passate, dinamiche invisibili. Questo Natale ce lo ha ricordato: essere parte di un sistema significa resilienza. Abbiamo respirato, siamo stati presenti, abbiamo scelto come muoverci dentro le relazioni, anche quando non era semplice.

Nessuno è sbagliato per aver sentito in modo diverso. Ogni emozione ha avuto senso.

Che questo Natale appena passato ci abbia accolti così come eravamo, riconoscendo la cura che abbiamo continuato a dare a noi stessi e agli altri.
E se non è stato perfetto… almeno è stato vero. ✨

Mentre ci accingiamo a chiudere l’anno, possiamo portare con noi questa stessa consapevolezza: ogni relazione, ogni gesto, ogni respiro fatto con presenza e autenticità è un piccolo passo nel sistema della nostra vita.

Che il nuovo anno ci trovi pronti a "situarci", a restare in dialogo, a prenderci cura di noi e di chi ci sta accanto… con delicatezza, resilienza e un po’ di quella follia che ci permette di cambiare senza perderci.🌱

𝑰𝒏 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍’𝒂𝒏𝒏𝒐,𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒑𝒆𝒔𝒔𝒐 𝒂𝒓𝒓𝒊𝒗𝒂 𝒄𝒂𝒓𝒊𝒄𝒐 𝒅𝒊 𝒂𝒕𝒕𝒆𝒔𝒆, 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒇𝒓𝒐𝒏𝒕𝒊, 𝒅𝒊 𝒔𝒕𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆𝒛𝒛𝒆 𝒕𝒂𝒄𝒊𝒖𝒕𝒆,𝒗𝒐𝒓𝒓𝒆𝒊 𝒇𝒆𝒓𝒎𝒂𝒓𝒎𝒊 𝒖𝒏 𝒎𝒐𝒎...
23/12/2025

𝑰𝒏 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍’𝒂𝒏𝒏𝒐,
𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒑𝒆𝒔𝒔𝒐 𝒂𝒓𝒓𝒊𝒗𝒂 𝒄𝒂𝒓𝒊𝒄𝒐 𝒅𝒊 𝒂𝒕𝒕𝒆𝒔𝒆, 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒇𝒓𝒐𝒏𝒕𝒊, 𝒅𝒊 𝒔𝒕𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆𝒛𝒛𝒆 𝒕𝒂𝒄𝒊𝒖𝒕𝒆,
𝒗𝒐𝒓𝒓𝒆𝒊 𝒇𝒆𝒓𝒎𝒂𝒓𝒎𝒊 𝒖𝒏 𝒎𝒐𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒏 𝒗𝒐𝒊.

𝑵𝒐𝒏 𝒑𝒆𝒓 𝒄𝒉𝒊𝒆𝒅𝒆𝒓𝒆 𝒅𝒊 𝒇𝒂𝒓𝒆 𝒃𝒊𝒍𝒂𝒏𝒄𝒊,
𝒏𝒐𝒏 𝒑𝒆𝒓 𝒂𝒈𝒈𝒊𝒖𝒔𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒏𝒖𝒍𝒍𝒂,
𝒎𝒂 𝒑𝒆𝒓 𝒔𝒕𝒂𝒓𝒆. 𝑰𝒏𝒔𝒊𝒆𝒎𝒆. 💗

𝑵𝒐𝒏 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒐 𝒔𝒊 𝒓𝒊𝒔𝒐𝒍𝒗𝒆.
𝑨𝒍𝒄𝒖𝒏𝒆 𝒄𝒐𝒔𝒆 𝒔𝒊 𝒂𝒕𝒕𝒓𝒂𝒗𝒆𝒓𝒔𝒂𝒏𝒐.
𝑬 𝒂𝒕𝒕𝒓𝒂𝒗𝒆𝒓𝒔𝒂𝒓𝒍𝒆 𝒑𝒐𝒓𝒕𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒄𝒐𝒏 𝒔𝒆́ 𝒇𝒂𝒕𝒊𝒄𝒂, 𝒄𝒐𝒏𝒇𝒖𝒔𝒊𝒐𝒏𝒆, 𝒔𝒊𝒍𝒆𝒏𝒛𝒊
𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒇𝒂𝒍𝒍𝒊𝒓𝒆: 𝒆̀ 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒊𝒏𝒖𝒂𝒓𝒆 𝒂 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒄𝒊.

𝑺𝒆 𝒗𝒊 𝒔𝒆𝒏𝒕𝒊𝒕𝒆 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒇𝒓𝒂𝒈𝒊𝒍𝒊, 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒍𝒆𝒏𝒕𝒊, 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒄𝒉𝒊𝒖𝒔𝒊,
𝒔𝒆 𝒗𝒊 𝒔𝒆𝒎𝒃𝒓𝒂 𝒅𝒊 𝒏𝒐𝒏 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒆 “𝒂𝒃𝒃𝒂𝒔𝒕𝒂𝒏𝒛𝒂”,
𝒗𝒐𝒓𝒓𝒆𝒊 𝒅𝒊𝒓𝒗𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒄’𝒆̀ 𝒏𝒖𝒍𝒍𝒂 𝒅𝒊 𝒔𝒃𝒂𝒈𝒍𝒊𝒂𝒕𝒐 𝒊𝒏 𝒗𝒐𝒊.

𝑭𝒐𝒓𝒔𝒆 𝒔𝒕𝒂𝒕𝒆 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒄𝒂𝒎𝒎𝒊𝒏𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒊𝒏 𝒖𝒏 𝒑𝒖𝒏𝒕𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒊𝒄𝒂𝒕𝒐,
𝒅𝒊 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒉𝒊𝒆𝒅𝒐𝒏𝒐 𝒎𝒆𝒏𝒐 𝒇𝒐𝒓𝒛𝒂
𝒆 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒄𝒖𝒓𝒂. 🌱

𝑪𝒉𝒆 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒊 𝒈𝒊𝒐𝒓𝒏𝒊 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒂𝒏𝒐 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒆
𝒖𝒏 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐 𝒊𝒏 𝒄𝒖𝒊 𝒏𝒐𝒏 𝒅𝒐𝒗𝒆𝒓 𝒅𝒊𝒎𝒐𝒔𝒕𝒓𝒂𝒓𝒆,
𝒖𝒏 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐 𝒊𝒏 𝒄𝒖𝒊 𝒔𝒆𝒏𝒕𝒊𝒓𝒔𝒊 𝒂𝒖𝒕𝒐𝒓𝒊𝒛𝒛𝒂𝒕𝒊 𝒂 𝒓𝒆𝒔𝒑𝒊𝒓𝒂𝒓𝒆,
𝒂 𝒇𝒆𝒓𝒎𝒂𝒓𝒔𝒊, 𝒂 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒆 𝒆𝒔𝒂𝒕𝒕𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒄𝒐𝒎𝒆 𝒔𝒊 𝒆̀.

𝑼𝒏 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐 𝒊𝒏 𝒄𝒖𝒊 𝒔𝒆𝒏𝒕𝒊𝒓𝒔𝒊 𝒂𝒄𝒄𝒐𝒎𝒑𝒂𝒈𝒏𝒂𝒕𝒊,
𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒆𝒍 𝒔𝒊𝒍𝒆𝒏𝒛𝒊𝒐. ✨

𝑽𝒊 𝒂𝒖𝒈𝒖𝒓𝒐 𝒖𝒏 𝑵𝒂𝒕𝒂𝒍𝒆 𝒔𝒆𝒓𝒆𝒏𝒐,
𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒄𝒉𝒊𝒆𝒅𝒂 𝒑𝒆𝒓𝒇𝒆𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆
𝒎𝒂 𝒑𝒓𝒆𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂, 𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒂 𝒇𝒂𝒓𝒗𝒊 𝒔𝒆𝒏𝒕𝒊𝒓𝒆, 𝒂𝒍𝒎𝒆𝒏𝒐 𝒖𝒏 𝒑𝒐𝒄𝒐, 𝒎𝒆𝒏𝒐 𝒔𝒐𝒍𝒊. 🎄

𝗜𝗟 𝗙𝗜𝗚𝗟𝗜𝗢 𝗡𝗢𝗡 𝗩𝗜𝗦𝗧𝗢 🎈A volte cresciamo dando per scontata la nostra storia, come se tutto fosse andato nel modo “giusto”...
03/12/2025

𝗜𝗟 𝗙𝗜𝗚𝗟𝗜𝗢 𝗡𝗢𝗡 𝗩𝗜𝗦𝗧𝗢 🎈

A volte cresciamo dando per scontata la nostra storia, come se tutto fosse andato nel modo “giusto”. Poi, nel lavoro terapeutico, quando ci fermiamo ad ascoltare più a fondo, emergono sfumature che nessuno aveva mai messo in parole.

Molto più spesso di quanto pensiamo, accade che un figlio arrivi in un momento inatteso, difficile, complesso. Non sempre c’è stato spazio, tempo o serenità per accoglierlo pienamente nei primi istanti della sua esistenza.

Incontro spesso storie come queste:
👉🏻 un bambino nato quando i genitori pensavano che quel capitolo della loro vita fosse chiuso;
👉🏻 una figlia arrivata in una famiglia che aveva immaginato “qualcun altro”;
👉🏻 una gravidanza vissuta tra preoccupazioni, stanchezza o conflitti.

E, anche se quei genitori sono stati presenti, affettuosi, responsabili, le prime esperienze emotive possono lasciare tracce sottili: difficoltà a sentirsi davvero “al proprio posto”, insicurezze, fatica a chiedere, a fidarsi, a lasciarsi vedere.

🧩 Nel percorso terapeutico diventa possibile dare voce a ciò che è rimasto in ombra, restituire valore a parti di sé che non hanno ricevuto spazio, rimettere ordine nella propria storia interiore.

💗 Quando quel “bambino non visto” viene finalmente riconosciuto, accolto e ascoltato, anche l’adulto può ritrovare radici, stabilità e un nuovo modo di stare nelle proprie relazioni. A volte la guarigione comincia da un gesto semplice:
“Ti vedo. Anche tu fai parte della mia storia.”

Se senti che queste parole risuonano dentro di te, puoi contattarmi in privato. Sarò felice di accompagnarti in un percorso di consapevolezza e riconciliazione. E se hai difficoltà a raggiungermi di persona, puoi prenotare la tua consulenza anche online: il tuo spazio resta sempre accessibile. 🌱

𝕃𝕖𝕒𝕝𝕥𝕒̀ 𝕀𝕟𝕧𝕚𝕤𝕚𝕓𝕚𝕝𝕚: 𝕢𝕦𝕒𝕟𝕕𝕠 𝕝𝕚𝕓𝕖𝕣𝕒𝕣𝕤𝕚               𝕤𝕚𝕘𝕟𝕚𝕗𝕚𝕔𝕒 𝕒𝕞𝕒𝕣𝕖 𝕚𝕟 𝕞𝕠𝕕𝕠 𝕟𝕦𝕠𝕧𝕠. 🌿Nelle relazioni familiari esistono fi...
02/12/2025

𝕃𝕖𝕒𝕝𝕥𝕒̀ 𝕀𝕟𝕧𝕚𝕤𝕚𝕓𝕚𝕝𝕚: 𝕢𝕦𝕒𝕟𝕕𝕠 𝕝𝕚𝕓𝕖𝕣𝕒𝕣𝕤𝕚
𝕤𝕚𝕘𝕟𝕚𝕗𝕚𝕔𝕒 𝕒𝕞𝕒𝕣𝕖 𝕚𝕟 𝕞𝕠𝕕𝕠 𝕟𝕦𝕠𝕧𝕠. 🌿

Nelle relazioni familiari esistono fili sottili, spesso inconsapevoli, che uniscono le generazioni. Sono le lealtà invisibili: dinamiche profonde che ci orientano, ci guidano, a volte ci intrappolano. ❤️‍🩹

Accade spesso nel rapporto tra madre e figlia.
La figlia può assumere paure, ferite, responsabilità non sue, come se il suo compito fosse “riparare” ciò che appartiene a chi l’ha preceduta.
Senza accorgercene, possiamo ritrovarci a vivere ruoli che non ci appartengono: figlia-salvatrice, figlia-genitore, figlia-mediatrice, figlia-portatrice di un’eredità emotiva che pesa più della propria storia.

Il lavoro terapeutico ci insegna che riconoscere questi legami non significa tradire, ma onorare.
Riconoscerli significa dire: “Vedo ciò che hai vissuto. Comprendo il tuo limite e il tuo amore. Ora però scelgo la mia strada.” 🌱

Sciogliere le lealtà invisibili non è un atto di separazione ostile, ma un processo di emancipazione interiore. È il momento in cui madre e figlia possono finalmente guardarsi nella loro verità, senza ruoli forzati, debiti o destini presi in carico per amore. ✨

È il gesto più maturo che possiamo fare:
🌿 restituire ciò che non è nostro,
🌿 prenderci ciò che ci appartiene,
🌿 permettere a ciascuno di evolvere secondo la propria direzione,
🌿 riconoscere luce e ombra nelle generazioni senza restarne imprigionati.

Quando questo accade, il legame non si spezza: si trasforma. Diventa un incontro tra due anime libere, connesse da una presenza autentica e pacificata.

Le relazioni familiari ci plasmano, ma possiamo imparare a viverle non per dovere o destino…
bensì per scelta e consapevolezza. 🎈

📩 Se senti che stai portando pesi che non ti appartengono, se desideri comprendere e trasformare i legami con la tua storia familiare,
possiamo lavorarci insieme.🌱

👉 Scrivimi in privato per informazioni o per prenotare un percorso di consulenza.
Ti ricordo che se non hai la possibilità di raggiungermi fisicamente puoi prenotare la tua consulenza anche in modalità on line.

Iniziare è già un atto di liberazione. 💗

Le parole non descrivono soltanto il mondo, ma contribuiscono a costruirlo. Contrastare la violenza sulle donne signific...
25/11/2025

Le parole non descrivono soltanto il mondo, ma contribuiscono a costruirlo.

Contrastare la violenza sulle donne significa anche contrastare le parole che la minimizzano, la romanticizzano, la giustificano.

Un linguaggio fondato sulla responsabilità e sul rigore è già un intervento di tutela.

Nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, scegliamo di rivolgere l’attenzione a un elemento decisivo e spesso sottovalutato: il linguaggio.
Le scienze psicologiche e sociali mostrano con chiarezza che le parole non sono un semplice strumento descrittivo: influenzano la percezione della violenza, la possibilità di riconoscerla e le strategie per contrastarla.

Esistono espressioni che spostano la responsabilità dalla condotta dell’autore alla condizione della vittima:
«perché non se n’è andata?», «avrebbe dovuto denunciare», «ma com’era vestita?», «stava al gioco».
Queste frasi ignorano dinamiche strutturate e ampiamente documentate: paura, controllo, isolamento, dipendenza emotiva ed economica.

Altre narrazioni giustificano la violenza:
«era stressato», «ha perso la testa», «non era in sé», «era un brutto momento».
Altre ancora la patologizzano impropriamente:
«un raptus», «un blackout», «un impulso incontrollabile».
La letteratura scientifica è chiara: la violenza non è improvvisa, ma segue pattern, escalation e segnali precoci.

Esistono poi le narrazioni che romanticizzano l’abuso:
«amava troppo», «la passione lo ha travolto», «era accecato dall’amore».
E quelle che minimizzano:
«sono litigi familiari», «sono cose che succedono», «un momento di stress».
Infine, ci sono le espressioni che normalizzano culturalmente:
«è fatto così», «è un uomo all’antica», «un carattere forte», «nelle famiglie capita», «un bravo ragazzo che ha sbagliato».
Sono tutte narrazioni che attenuano la responsabilità e rendono l’abuso socialmente tollerabile.

In questo quadro, il ruolo della politica è determinante.
Le istituzioni non possono limitarsi a “commentare” la violenza: devono costruire narrazioni fondate sulle evidenze scientifiche e non su spiegazioni semplicistiche o pseudo-biologiche.
È particolarmente problematico che rappresentanti del governo affermino che "nel codice genetico dell'uomo c'è una resistenza alla parità dei sessi" o che "Non c'è una correlazione fra l'educazione sessuale nella scuola e una diminuzione delle violenze contro le donne".
Attribuire la violenza, o la disparità di genere, a presunte predisposizioni naturali o inevitabili, non solo non trova alcun riscontro scientifico, ma rischia di legittimare proprio ciò che la ricerca contrasta: l’idea che la violenza sia inscritta nella natura, e non costruita nei contesti culturali e relazionali.

Per chi esercita una funzione pubblica, narrazioni non basate sulle evidenze non sono in alcun modo giustificabili: contraddicono la conoscenza, ostacolano la prevenzione e minano la responsabilità istituzionale.

In una giornata che richiama al dovere collettivo di riconoscere e contrastare la violenza, ribadiamo che la precisione linguistica è parte integrante della prevenzione.
Il modo in cui ne parliamo orienta ciò che consideriamo credibile, ciò che vediamo e ciò che siamo disposti a trasformare.

Contrastare la violenza sulle donne significa anche contrastare le parole che la minimizzano, la romanticizzano, la giustificano o la presentano come inevitabile.
Perché le parole non descrivono soltanto il mondo: contribuiscono a costruirlo.
E un linguaggio fondato su scienza, responsabilità e rigore è già un intervento di tutela.

Indirizzo

Via Re Federico 97
Ribera
92016

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 13:00
15:00 - 18:00

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