11/03/2026
𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘂𝗻 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗳𝗲𝗿𝗶𝘀𝗰𝗲: 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗱𝘂𝗲 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗿𝗶𝗲𝘀𝗰𝗼𝗻𝗼 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗮 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮𝗿𝘀𝗶 🤍
Nelle famiglie, quando un figlio cambia spesso il primo pensiero è: “Cosa gli è successo?”
O peggio: “Cosa sta sbagliando?”
Ma lavorando con le famiglie ho imparato che raramente il dolore appartiene a uno solo.
Molto più spesso succede qualcosa di diverso.
Un figlio prova a dire qualcosa che non sa ancora dire bene. Lo fa con la rabbia, con il silenzio, con la chiusura. Il genitore lo sente come un attacco, una mancanza di rispetto, un rifiuto. E reagisce.
Il figlio allora si difende. Il genitore si ferisce.
E senza accorgercene si inizia a parlarsi attraverso le reazioni, non più attraverso l’ascolto.
A quel punto non ci sono più “il problema del figlio” o “l’errore del genitore”.
Ci sono due persone che si vogliono bene ma che non riescono più a raggiungersi.
Spesso, sotto la rabbia o sotto il silenzio, c’è la stessa domanda da entrambe le parti:
“Mi vedi davvero?”, “Conto ancora per te?”
Genitori e figli portano spesso lo stesso dolore:
la paura di non essere capiti, di non essere abbastanza, di perdere il legame. Ma c’è una differenza importante.
Il figlio reagisce.
L’adulto può fermarsi.
Non perché sia più forte. Non perché non provi dolore. Ma perché ha la possibilità di fare qualcosa che cambia la direzione della relazione: interrompere la catena delle reazioni automatiche.
A volte significa fare un passo indietro invece che uno avanti. A volte significa ascoltare prima di spiegare. A volte significa dire: “Non so esattamente cosa sta succedendo tra noi...
ma non voglio perderti.”
Nelle relazioni familiari basta spesso un piccolo cambiamento di uno solo perché tutto il sistema inizi lentamente a muoversi in modo diverso.
Perché, quando entrambi portano lo stesso dolore,
solo uno può iniziare a rompere la catena.