29/12/2025
ASCOLTA IL TUO FEGATO
Il fegato è uno di quegli organi di cui si parla poco e quasi sempre male, lo si nomina quando c’è una steatosi, quando gli esami sono sballati, quando qualcosa non torna, ma raramente ci si ferma a capire davvero che ruolo abbia nella nostra vita quotidiana. Non solo nel corpo, ma nel modo in cui viviamo, reagiamo, tratteniamo e sopportiamo.
È l’organo più grande del corpo umano e questo non è casuale, perché è anche quello che si prende più carico, più responsabilità, più peso. Tutto passa da lì... tutto. Quello che mangiamo, quello che beviamo, quello che respiriamo, quello che assumiamo volontariamente e quello che ci entra addosso senza che lo abbiamo scelto. Il fegato filtra, trasforma, neutralizza, immagazzina, protegge.
Materialmente è un filtro, ma ridurlo solo a questo è limitante. Il fegato è il luogo dove il corpo decide cosa può passare e cosa no, cosa può essere utilizzato e cosa deve essere eliminato, cosa è nutrimento e cosa è tossina. Questa funzione di discernimento non è solo chimica, è anche simbolica. Perché allo stesso modo nella vita dovremmo imparare a discernere cosa ci nutre e cosa ci intossica, cosa ci fa crescere e cosa ci consuma.
Quando questo non accade, quando ingoiamo tutto, quando non facciamo distinzione, quando accettiamo qualsiasi cosa per paura di perdere, di deludere, di restare soli, il fegato lavora il doppio. Il fegato è profondamente coinvolto nella digestione, non solo dei cibi ma delle esperienze.
Tutto ciò che non viene digerito a livello emotivo resta lì, sospeso, in attesa. Rabbia non espressa, collera repressa, frustrazione accumulata, senso di ingiustizia, rancore, astio. Sono emozioni pesanti, dense, non scorrono facilmente e quando non scorrono si depositano. Il fegato è uno degli organi che più risente di questa stagnazione, perché è programmato per il movimento, per la fluidità, per il passaggio continuo.
Ci sono persone che non si arrabbiano mai, o almeno così credono. Persone che tengono tutto dentro, che non alzano la voce, che non fanno scenate, che sembrano sempre controllate. Spesso vengono anche ammirate per questo autocontrollo. Ma dentro covano un fuoco lento, una tensione costante, una rigidità che non dà tregua.
La collera repressa non sparisce, non viene cancellata dal silenzio, semplicemente cambia forma. Diventa acidità interiore, diventa giudizio, diventa rigidità mentale, diventa un continuo stato di allerta. Il fegato assorbe tutto questo. La collera è sempre legata alla paura. Non la paura evidente, quella che si ammette facilmente, ma una paura più profonda, più scomoda.
Paura di non essere riconosciuti, di non valere abbastanza, di essere invisibili, di non ricevere ciò che si sente di meritare. Quando questa paura non viene vista, quando non viene accolta, si trasforma in rabbia. E quando la rabbia non trova uno sfogo sano, diventa un veleno lento. Il fegato, che è anche legato alle difese, si irrigidisce. Difesa psicologica e difesa fisica vanno di pari passo.
Quando una persona vive costantemente sulla difensiva, giustificandosi, spiegandosi, proteggendosi da tutto e da tutti, anche il corpo entra in difesa. Non è un caso che il fegato sia coinvolto nel sistema immunitario. Quando la difesa psicologica è sempre attiva, anche quella fisica perde equilibrio. Il corpo non distingue più bene cosa è un pericolo reale e cosa no. Reagisce troppo o troppo poco... si stanca, si infiamma, si sovraccarica.
Il fegato soffre anche negli stati di vita alterati dalla collera, perché in quei momenti si fanno cose che normalmente non si farebbero, si dicono parole che feriscono, si creano fratture che poi pesano nel tempo. E quel peso non resta solo nella mente, resta nel corpo. Il fegato registra, non giudica, né punisce, registra e quando il carico diventa eccessivo, manda segnali. Spesso sottili, inizialmente. Irritabilità, stanchezza, difficoltà digestive, senso di pesantezza, confusione mentale, intolleranza verso tutto e tutti.
Segnali che vengono quasi sempre banalizzati. Viviamo in una società che normalizza la tensione, la lotta continua, la sopravvivenza. Come se fossimo costantemente in pericolo, come se fossimo ancora animali della savana... ma non lo siamo. Eppure viviamo peggio, sempre in allerta, sempre contratti, sempre pronti all’attacco o alla fuga. Questo stato di iperattivazione logora il sistema nervoso e, di riflesso, il fegato.
Perché il fegato non ama l’emergenza continua. Ama i ritmi, la regolarità, la coerenza. Il digiuno, per esempio, non è solo una pratica fisica. È un atto di alleggerimento. È dire al corpo per un momento smettiamo di ingerire, smettiamo di accumulare, smettiamo di pretendere. È spesso più salutare saltare un pasto che farne uno fatto di fretta, in tensione, carico di rabbia.
Così come è più salutare fare una passeggiata cercando serenità che esplodere in una scenata che lascia strascichi per giorni. Non perché la rabbia vada repressa, ma perché va trasformata. Il movimento aiuta il fegato, non solo quello del corpo, ma quello della vita. Il fegato soffre quando la vita è troppo stretta, come un vestito che non permette di respirare. Quel vestito spesso è una costruzione mentale, fatta di apparenze, doveri, ruoli, aspettative.
Lo si indossa per adattamento, per paura, per sopravvivenza. Ma a lungo andare fa male e il corpo lo dice... non siamo fatti per vivere nella bestiaIità, nella reazione continua, nella durezza. Siamo fatti per essere coscienti e la coscienza alleggerisce. Fare attenzione a ciò che si ingerisce non riguarda solo il cibo. Riguarda le parole, le relazioni, gli ambienti, le informazioni, i pensieri. Tutto passa dal fegato, tutto lascia un’impronta.
La vera prevenzione non è solo scegliere cosa mangiare o integrare, ma scegliere cosa permettere nella propria vita. A chi... fino a che punto. Il fegato non chiede perfezione, chiede coerenza, non chiede eroismo, chiede verità. Quando una persona smette di mangiarsi il fegato per tutto e per tutti, quando smette di vivere in una continua giustificazione, in una continua difesa, qualcosa cambia.
Non immediatamente, non in modo spettacolare, ma in profondità. Il fegato finalmente non è più solo a reggere il peso di una vita che non scorre e quando la vita ricomincia a scorrere, anche il corpo trova il modo di farlo.
XO - Patrizia Coffaro