05/03/2026
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Il 5 marzo 1943 nasceva Luco Battisti, genio timido, sperimentatore melanconico, cantautore postmoderno da prima che entrasse in voga la definizione.
Con Mogol ha plasmato nuovi linguaggi, fatti di colori vivi e malinconici, amori acerbi, sospesi, talvolta incompiuti; nostalgie impastate di rimpianto e speranza silenziosa celata dietro un ardente giro di basso.
Poi ha cambiato rotta, insieme a Panella, con la voglia di reinventarsi e il carisma di chi non vuole dimostrare nulla a nessuno. L’evoluzione come urgenza e la libertà come manifesto. Ha tirato fuori i synth, si è chiuso in studio e ha scritto dischi che sembravano provenire da un’altra dimensione.
La gente lo voleva «Emozioni», lui gli ha dato «Anima Latina».
Ancora una volta, ha fatto quello che sentiva dentro, senza star dietro ad alcuna logica di mercato. Non faceva il ribelle da strapazzo; lo era veramente.
E chi non l’ha capito… pazienza. Lucio non era qui per farsi capire. Era qui per essere libero, persino di sparire, quando tutti in realtà si aspettavano il bis. Ha smesso con i concerti, con le interviste, ha ritirato se stesso dalla vita pubblica.
Seppur non anagraficamente, è morto giovane, perché le sue canzoni non invecchieranno mai. Le ascolti adesso e sembrano scritte ieri. O domani. O in quel segmento di tempo indefinito dove fluttuano i ricordi più belli e i peccati inconfessati.
Insieme alla penna raffinata e ruggente di Mogol, ha saputo spiegare uno dei più antichi tormenti dell’animo umano lui con un «Mi ritorni in mente» che certi intellettuali in 800 pagine di carta stampata.
Lucio non è stato solo musica. È stato ed è quello che succede dentro di noi quando non sappiamo dire cosa proviamo e, per fortuna, una sua canzone lo fa al posto nostro.
[La citazione presente nel post è tratta dall’intervista rilasciata da Lucio Battisti a Giorgio Fieschi per Radio Svizzera, il 18 maggio 1979].