Dott.ssa Concetta Di Benedetto

Dott.ssa Concetta Di Benedetto Ti aiuto a trovare il tuo benessere, la fiducia, le potenzialità, la consapevolezza, per stare bene!

Siamo abituatə a pensare il cambiamento come una linea retta. Un prima da superare. Un dopo da raggiungere.Ma il corpo n...
13/03/2026

Siamo abituatə a pensare il cambiamento come una linea retta. Un prima da superare. Un dopo da raggiungere.
Ma il corpo non funziona così. Il corpo si muove per soglie, per tempi interni, per segnali sottili. E soprattutto… si muove solo quando si sente al sicuro.

“Il cambiamento non avviene quando lo decidiamo, ma quando il sistema nervoso percepisce abbastanza sicurezza.” (Stephen Porges)

Non restiamo fermə perché manchiamo di volontà. Spesso restiamo fermə perché stiamo proteggendo qualcosa di prezioso.
La cosiddetta zona di comfort non è pigrizia: è una strategia di sopravvivenza 🫂

John Bowlby chiamava questo spazio base sicura: un luogo interno ed esterno da cui possiamo esplorare e a cui possiamo tornare quando serve protezione.

Senza una base sicura, l’esplorazione diventa sforzo. Con una base sicura, il movimento nasce da sé.

I laboratori di gennaio e febbraio sono nati da qui. Non per spingere. Non per “fare un passo in più”. Ma per abitare il corpo, ascoltare i confini, riconoscere cosa oggi è possibile.

Attraverso respiro, presenza, ascolto e movimento consapevole, abbiamo creato uno spazio in cui poter dire: “posso restare” e, forse… “posso muovermi” 🌊

“La crescita avviene in un clima di accettazione.” (Carl Rogers)

E la domanda “sono prontə?” si è trasformata in:

✨ Cosa è pronto ad incontrare oggi il tuo corpo?

Se questa domanda ti risuona, forse lo spazio ti sta già chiamando.

Ci vediamo domani per il nuovo appuntamento con il Selfcare:

La trappola degli Overthinking 🌀

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Basta una parola mal detta. O mai detta. Uno sguardo che ferisce, o che non arriva mai. Ci vuole niente per far star mal...
09/03/2026

Basta una parola mal detta. O mai detta. Uno sguardo che ferisce, o che non arriva mai. Ci vuole niente per far star male una persona. Ma ci vuole molto per farla star bene.

Proprio come un edificio: a demolirlo bastano pochi secondi di dinamite piazzata nei punti giusti. Per costruirlo, invece, servono mani esperte, tempo, attenzione, dedizione.
Anche noi siamo così. Robusti fuori, fragili dentro. Siamo case con fondamenta profonde, ma spesso trascurate. E una facciata nuova non dice sempre la verità su come stiamo davvero.

🧱 Far star bene qualcuno non è una gentile concessione. È una scelta. Precisa. Responsabile. Profonda. Ci vuole empatia. La capacità di vedere oltre. Perché chi sorride non sempre è felice. E chi tace… non sempre non ha nulla da dire.

🔍 Come ci ricorda Arturo Graf: “I giudizi che diamo degli altri dicono ciò che siamo noi stessi.” Un invito potente a spostare lo sguardo da fuori a dentro, prima di puntare il dito. Perché nessuno di noi è un progetto standard: non siamo villette in serie. Siamo piuttosto piccoli borghi, ciascuno con i propri vicoli stretti, con la propria storia, fatta di inciampi e bellezza.
E quel che è ancora più vero? Le persone si riscrivono. Cambiano. Evolvono. Anche quando credi di conoscerle a memoria.

📖 Una volta che hai letto il loro libro… devi ricominciare da capo. Perché, nel frattempo, è cambiato il finale. E forse anche l’inizio.

🗣️ Una persona cara mi diceva sempre: “Impara a dire quello che ti disturba quando ti disturba, non quando non ce la fai più… così potrai dirlo con le tue parole migliori, non con le tue offese peggiori.” Parole semplici, ma vere: perché la differenza non è solo cosa diciamo, ma quando e come lo facciamo.
Ci indigniamo per ciò che gli altri dicono di noi. Ma dimentichiamo in fretta ciò che, a volte con leggerezza, diciamo noi degli altri.

📌 E come scrive Bertrand Russell: “Pochissimi sanno astenersi dal dire malignità. Eppure, quando le subiscono, si stupiscono. Non pensano che gli altri fanno con loro ciò che loro fanno con gli altri.” Un promemoria forte: ciò che seminiamo nel linguaggio torna, prima o poi, a bussare alla porta.

🌌 Forse è proprio da dentro che bisogna ricominciare.
Natalia Ginzburg lo dice senza giri di parole: “Vi annoiate perché non avete vita interiore.” E allora sì, forse è da lì che si riparte. Dal silenzio. Dalla gentilezza. Dalla scelta di essere una presenza che fa bene, anziché una che pesa.

💗 Jon Kabat-Zinn lo scrive con disarmante verità: “Se mi trasformo in un centro di amore e gentilezza, il mondo dispone ora di un nucleo che prima non aveva.” Non servono miracoli per cambiare il mondo. Basta esserci, davvero. Con rispetto. Con presenza. Con intenzione.

✨ Perché una sola persona che sceglie la gentilezza può diventare quel mattone buono da cui ricominciare a costruire.

🎯 E tu? Quale presenza scegli di essere oggi, anche solo per qualcun*? (Senza proclami, senza rumore… ma con verità.)

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Marzo è sempre stato, per me, il mese della rinascita. Quello in cui qualcosa dentro ricomincia a muoversi, a respirare,...
07/03/2026

Marzo è sempre stato, per me, il mese della rinascita. Quello in cui qualcosa dentro ricomincia a muoversi, a respirare, a fiorire.
Ed è proprio in questo tempo di riapertura che oltre ai miei amati laboratori esperienziali di Self-Care, che ormai da tre anni rappresentano uno spazio vivo di incontro, crescita e condivisione, in questo mese c’è una new entry ❤️‍🔥

Ogni volta mi sorprende la stessa cosa: l’energia che si crea nel gruppo, la profondità delle riflessioni, la sensazione concreta di movimento interiore che prende forma nel corpo, nella mente e nelle relazioni.

Anche questo è il mio lavoro. Ed è una parte che amo profondamente.

Uno spazio in cui fermarsi, ascoltarsi, conoscersi meglio. Uno spazio in cui la crescita personale diventa esperienza vissuta, non solo teoria.

E questo mese c’è anche un’altra novità che mi rende molto felice: ripartono anche i Workshop esperienziali, su temi che spesso nascono proprio dalle vostre domande e dalle vostre richieste.
Il primo torna proprio a grande richiesta. 🌿

✨ Gli appuntamenti di marzo:

🪷 Sabato 14 marzo – ore 15
Laboratorio Esperienziale Self-Care
“Quando la mente non si ferma: la trappola dell’Overthinking”

🌾 Sabato 28 marzo – ore 10 Workshop Esperienziale “Il cibo che parla” Un incontro dedicato all’ascolto del corpo, delle emozioni e del nostro rapporto profondo con il nutrimento.

Le adesioni sono già molte e questo mi rende davvero felice. Se stai pensando di partecipare, sappi che ci sono ancora alcune disponibilità.

A volte la cura di sé comincia proprio così: con uno spazio che scegli di dedicarti. 🌱
Se desideri informazioni puoi scrivermi in privato.



Immagina di entrare in una biblioteca. Non trovi scaffali pieni di libri, ma persone. Persone pronte a raccontarti la lo...
06/03/2026

Immagina di entrare in una biblioteca. Non trovi scaffali pieni di libri, ma persone. Persone pronte a raccontarti la loro storia.

Ho letto un post sulla bacheca di un collega e mi sono incuriosita. Ho cercato l’articolo ed ecco cosa ho trovato!

È la Human Library (Menneskebiblioteket), un progetto nato a Copenaghen nel 2000 e oggi diffuso in oltre 80 Paesi del mondo.
Lo slogan è semplice e potentissimo: “Unjudge someone” – Smetti di giudicare qualcuno.

In questa biblioteca puoi “prendere in prestito” per circa 30 minuti un Libro Umano: una persona che rappresenta uno stereotipo o una categoria spesso fraintesa o stigmatizzata – un rifugiato, una persona transgender, un senzatetto, un ex alcolista, una persona con autismo, ma anche un poliziotto o un politico.

Il Libro Umano è lì per rispondere alle tue domande, anche quelle scomode, in un ambiente sicuro, rispettoso e protetto. Per raccontare, non convincere.
E per farsi incontrare.

Alla base di questo progetto c’è la Teoria del Contatto di Gordon Allport, secondo cui il pregiudizio nasce dalla mancanza di familiarità: quando incontriamo davvero “il diverso”, faccia a faccia, la paura si riduce e l’empatia può emergere.

La Human Library Organization, fondata da Ronni Abergel insieme a Dany Abergel, Asma Mouna e Christoffer Erichsen, è un’organizzazione no profit che promuove il dialogo come strumento di inclusione, coesione sociale e tutela dei diritti umani.

Non si tratta solo di ascoltare storie. Si tratta di mettere in discussione le nostre certezze, di accorgerci di quanto spesso giudichiamo ciò che non conosciamo, di creare ponti invece che muri.

In un mondo sempre più attraversato da polarizzazioni, stereotipi e paure, progetti come questo ci ricordano una cosa fondamentale: il “diverso” non è una minaccia, ma qualcuno che non abbiamo ancora avuto il tempo di conoscere.

Forse il vero atto rivoluzionario, oggi, è proprio questo: fermarsi, ascoltare, incontrare.
📖✨









Mangiare non è solo un atto biologico.È un’esperienza emotiva, corporea, relazionale.È il cibo non è mai solo cibo.È mem...
05/03/2026

Mangiare non è solo un atto biologico.
È un’esperienza emotiva, corporea, relazionale.
È il cibo non è mai solo cibo.
È memoria.
È regolazione.
È linguaggio.

🌿Sto preparando un workshop esperienziale dedicato al rapporto tra corpo, emozioni e nutrimento.

🌱In questo workshop lavoreremo insieme per esplorare cosa si muove dentro di noi quando parliamo di cibo e nutrimento.

Teoria psico-corporea, esperienze, ascolto, simboli.
🕰️ Un tempo lungo, per andare un po’ più in profondità.

Se senti che il cibo “ti parla”, forse è il momento di ascoltarlo.
Se senti che il tuo rapporto con il cibo è complesso,
se va oltre il “mangio/non mangio”, se parla di emozioni, controllo, conforto o mancanza…
Questo workshop potrebbe essere uno spazio prezioso per te.🌿
Scrivimi per avere tutte le info. ℹ️

PrendiamAMOci cura di noi 💚













Un workshop per comprendere cosa il cibo comunica di te e ritrovare un ascolto autentico del corpo e delle emozioni.

Ci sono persone che, quando parlano di qualcunə che non è presente, riescono a farlo con rispetto. Senza secondi fini. S...
02/03/2026

Ci sono persone che, quando parlano di qualcunə che non è presente, riescono a farlo con rispetto. Senza secondi fini. Senza bisogno di sminuire per sentirsi più grandi.
E ogni volta che accade, lo senti subito: quel modo di nominare l’altrə non ferisce, non divide, non avvelena l’aria. È il segno di una mente stabile e di un cuore allenato alla gratitudine. 💚
Non è scontato.
Perché molto più spesso, quando si può, si sparla.
Si scaricano frustrazioni su chi non c’è.
Si tenta di salire abbassando qualcun altrə.
Ma chi parla bene, anche quando non serve, non sta facendo bella figura.
Sta costruendo. E costruire richiede una forza che non tuttə hanno.

Ci sono ferite che non hanno bisogno di coltelli. Basta una frase detta alle persone giuste. Un’allusione. Un dubbio insinuato.
E tu, dall’altra parte, ti ritrovi a sentire che qualcosa si è incrinato, che uno sguardo è cambiato, che un clima si è fatto più freddo.
Senza sapere da dove arrivi.
Quello che spesso non si dice è che la bugia corre veloce, sì. Ma la verità ha pazienza. Non ha fretta. Ma arriva. E quando arriva, non chiede spiegazioni.

L’invidia è un’emozione di cui si parla poco. Perché è scomoda. Perché contiene due vissuti difficili da tollerare insieme:
👉 sentirsi inferiori
👉 desiderare di danneggiare l’altro
E allora viene negata.
Ma quando non viene riconosciuta, agisce.
Nelle relazioni, l’invidia non riguarda ciò che possiedi.
Riguarda ciò che sei.
La tua autonomia.
Il tuo modo di stare al mondo.
Le relazioni che costruisci.
La luce che emani senza sforzo.

Melanie Klein lo aveva visto con chiarezza: l’invidia nasce dal dolore di non poter possedere ciò che l’altro incarna. E quando questo dolore è intollerabile, si tenta di distruggere ciò che non si riesce ad avere.

Otto Kernberg ha approfondito questo punto nelle strutture di personalità fragili e narcisistiche: l’invidia diventa svalutazione, attacco, sabotaggio. Non si colpisce ciò che l’altro fa, ma ciò che l’altro è. Perché ciò che non può essere posseduto non può nemmeno essere integrato.

Heinz Kohut collega l’invidia a un Sé fragile: quando l’altro brilla, l’immagine di sé crolla. L’altro non viene vissuto come separato, ma come una minaccia all’equilibrio interno. Ed è per questo che la sua felicità diventa intollerabile.

L’invidiosə non guarda mai dritto.
Guarda di traverso.
Lo dice l’etimologia stessa: in-videre, guardare storto.
Osserva, confronta, misura.
E sente che l’altro è “troppo”.
Non perché lo sia davvero. Ma perché lo mette a contatto con una mancanza che non riesce a sostenere.
E allora arrivano:
– svalutazioni
– pettegolezzi
– minimizzazioni
– sabotaggi sottili
Non per verità. Ma per regolare un dolore interno.

✨ L’invidia non parla di te. Parla del punto in cui l’altro non riesce ad arrivare.
E forse l’atto più maturo non è difendersi spiegando, ma continuare a essere senza spegnersi per rassicurare chi non regge la tua luce.

🌱 Se questo post ti ha toccatə, forse è il momento di chiederti: – dove sto cercando di essere più piccolə per non disturbare? – chi mi guarda davvero, e chi mi misura?
Prendersi cura di sé, a volte, significa anche non restare dove l’invidia guida la relazione.



Colui il quale ti fa capire perché, anche da adulto, cerchi sicurezza come un cucciolo smarrito… o perché ti incastri se...
26/02/2026

Colui il quale ti fa capire perché, anche da adulto, cerchi sicurezza come un cucciolo smarrito… o perché ti incastri sempre con chi ti lascia in visualizzato alle 18:02.

L’uomo che ci ha spiegato che prima di cercare l’amore della vita, dovremmo capire com’è andato il rapporto con la mamma.

Grazie a lui oggi possiamo dare un nome ai nostri pattern relazionali:
🔸 Attaccamento sicuro (spoiler: è il più raro nei film e più sano nella vita)
🔸 Evitante (“Non ho bisogno di nessuno, ma se mi scrivi... leggo”)
🔸 Ambivalente (“Scrivimi! Ma perché non mi scrivi?!?!”)
🔸 Disorganizzato (“Ti amo, ti odio, resta, vai via, dove sei?!?”)

💭 Bowlby ci ha insegnato che le prime relazioni segnano il nostro modo di stare al mondo. E che guarire certe ferite affettive è possibile… ma richiede coraggio, cura e qualche buona seduta di terapia.

💬 "Ogni bambino ha bisogno di qualcuno che gli faccia da base sicura, da cui esplorare il mondo.”

👉 “Se ti chiedi perché ti incastri sempre con chi scappa…
❤️‍🩹 Forse Bowlby ti direbbe: torniamo all’inizio.”

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Hai mai pensato a come costruisci dentro di te l’idea di “chi può aiutarmi” o “quanto valgo agli occhi degli altri”?Bowl...
24/02/2026

Hai mai pensato a come costruisci dentro di te l’idea di “chi può aiutarmi” o “quanto valgo agli occhi degli altri”?Bowlby ci dà una chiave: i Modelli Operativi Interni, o MOI. 👨‍👦

🌱 Cosa sono?
Sono mappe interne, rappresentazioni interiorizzate del sé che ci aiutano a prevedere il comportamento delle persone importanti nella nostra vita, soprattutto delle figure di attaccamento: genitori, caregiver, partner…

Ci aiutano a dare significato alle prime esperienze relazionali e diventano una sorta di pilota automatico per i comportamenti che svilupperemo crescendo.
In pratica, ci dicono:
* Chi può esserci quando ne abbiamo bisogno?
* Come reagiranno se chiederemo aiuto?
* Quanto possiamo fidarci di loro?

✨ Ma non riguarda solo gli altri…
C’è anche un modello operativo di sé stessi: quanto ci sentiamo accettabili, amabili, meritevoli di attenzione. Questi due modelli, quello degli altri e quello di sé, parlano continuamente tra loro, e influenzano la fiducia, la paura, le relazioni e le emozioni.

✨ Perché sono importanti?
Questi modelli ci guidano nelle relazioni oltre che nelle emozioni, ma non sono immutabili.
Si possono integrare nuovi modelli, costruire mappe più sicure e fiduciose, e permettere a noi stessi di vivere relazioni più sane e autentiche.

💭 Ecco un pensiero da portare con te:
Se il tuo MOI ti dice che “non sempre posso contare sugli altri”, spesso vivi con più ansia, distanza emotiva o timore.
Se invece il tuo MOI ti insegna che “ci sono persone su cui posso contare”, il mondo diventa uno spazio più sicuro, e tu ti senti più libero/a di chiedere aiuto.

💡 Perché è importante?
Capire i nostri MOI significa scoprire come e perché ci relazioniamo agli altri come facciamo, e iniziare a costruire nuove mappe interne più sicure, più fiduciose, più gentili verso noi stessi.

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La scena è ovunque sul web in questi giorni.Punch, la scimmietta rifiutata alla nascita dalla mamma e allontanata dal gr...
23/02/2026

La scena è ovunque sul web in questi giorni.
Punch, la scimmietta rifiutata alla nascita dalla mamma e allontanata dal gruppo. I guardiani che si occupano di lei gli offrono un piccolo peluche. Punch lo stringe. Non lo lascia più.
E noi tutti ci sciogliamo per la tenerezza.
Sì, è una scena che mi ha tanto commossa.
Ma quello che vediamo non è solo dolcezza. È sistema nervoso. È sopravvivenza.
Negli anni ’50, lo psicologo Harry Harlow fece esperimenti che cambiarono per sempre il modo di guardare allo sviluppo evolutivo. I piccoli di scimmia rhesus preferivano una “madre” di stoffa, morbida e calda, anche quando il latte arrivava da una madre/struttura di metallo.
Quando avevano paura, non correvano verso il nutrimento. Correvano verso il contatto.
Da lì in poi qualcosa si è spostato. Il bisogno di vicinanza non è un optional affettivo. È un bisogno biologico alla stregua dei bisogni primari.
Su queste basi, John Bowlby ha costruito la teoria dell’attaccamento: il piccolo cerca la figura di riferimento non per capriccio, ma per regolarsi, sentirsi al sicuro, sopravvivere.
Quando viene scacciato dagli adulti, quindi, Punch🐒 cosa fa? Corre verso il peluche. Lo stringe. Se lo porta addosso.
Non sta giocando. È il suo corpo che cerca contenimento.
Perché questo fa, normalmente, una madre: è il suo corpo che regola. È la sua presenza che calma. È la sua vicinanza che riporta equilibrio.
Quando questo manca, il sistema nervoso cerca il sostituto più plausibile disponibile.
Punch ha trovato il suo in un peluche. 🧸
E questo ci dice qualcosa di enorme: il contatto non è un lusso. Non è un optional educativo. Non è “viziare”.
È nutrimento invisibile.
Forse è per questo che questa storia ci tocca così tanto. Perché tutti, a qualsiasi età, abbiamo bisogno di un luogo — o di qualcun* — che contenga il nostro sistema nervoso quando è in tempesta.
E quando non c’è, ci arrangiamo come possiamo. Anche nel bisogno di essere tenuti. Abbracci 🫂

P.s. Le news riportano che lentamente Punch e il gruppo hanno cominciato ad interagire ed integrarsi💚



Charles Darwin, padre della teoria dell’evoluzione.L’uomo che ti spiega perché non sei “nato sotto una cattiva stella”, ...
12/02/2026

Charles Darwin, padre della teoria dell’evoluzione.

L’uomo che ti spiega perché non sei “nato sotto una cattiva stella”, ma forse discendi da un primate che ha fatto scelte discutibili 🙈

E che l’evoluzione non è una questione di forza… ma di adattamento: sì, anche emotivo!

Grazie a lui abbiamo scoperto che non servono solo i muscoli, ma anche flessibilità, intuito e qualche mutazione benefica (tipo imparare a dire di no o a scegliere partner migliori del cugino Neanderthal che ti scrive solo di notte 🤳).

💬 “Non è la specie più forte a sopravvivere, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti.”
(C. Darwin)

E tu? Ti stai adattando… o stai resistendo anche all’evidenza? 😅

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🧠




Emma e Sofia stanno mangiando un muffin al cioccolato. Sofia si sporca la bocca, ride, si pulisce con la manica della t-...
09/02/2026

Emma e Sofia stanno mangiando un muffin al cioccolato. Sofia si sporca la bocca, ride, si pulisce con la manica della t-shirt, si fa una bella risata e ci scherza su. Emma si sporca allo stesso modo… ma arrossisce, guarda là dove si è sporcata, si irrigidisce, si incupisce, abbassa lo sguardo, si ammutolisce.
Vorrebbe scomparire.
La scena è identica, ma l’emozione che si attiva è diversa. Perché ognuno di noi guarda il mondo con lenti diverse. E la vergogna, spesso, colora tutto con un filtro duro, faticoso, impietoso, implacabile.

🔹 La vergogna nasce quando sentiamo che il nostro modo di essere non è adeguato. Non è un errore da correggere. È qualcosa che ci tocca nel profondo, che mette in dubbio chi siamo. Ci fa sentire piccoli, sbagliati, “meno”. E ci spinge a nasconderci, ad abbassare lo sguardo, ad evitare.

👉 È un’emozione silenziosa, ma potente. Non nasce da un conflitto esterno, ma da un conflitto interno: tra chi siamo e chi pensiamo di dover essere.
Il nostro sé reale si scontra con il nostro sé ideale, spesso costruito su aspettative familiari, culturali, sociali.

Secondo lo psichiatra Donald Nathanson, abbiamo quattro modi principali per reagire alla vergogna: ritiro, evitamento, attacco verso sé stessi, o attacco verso gli altri. Comportamenti diversi, ma guidati dalla stessa emozione: il timore di non essere abbastanza.

💬 Come scrive Brené Brown:
“La vergogna è la paura di non essere abbastanza per meritare amore e appartenenza.”
È quella voce che ti sussurra che, se gli altri vedessero davvero chi sei, potresti essere rifiutatə.
Che per essere accettatə devi nascondere, filtrare, correggere.

🌱 Ma la vergogna non è un’emozione da combattere. È un’emozione da ascoltare, accogliere, decifrare. Perché spesso racconta di quanto profondamente desideriamo essere vistə accoltə amatiə.

Hai mai riflettuto su:
– Cosa ti fa vergognare di te, oggi?
– Da dove arriva quella sensazione di “non essere abbastanza”?
– Se potessi guardarti con più empatia, cosa cambierebbe?

🎧 Non sei sbagliatə. Sei umanə. E stai solo cercando di proteggerti nel modo che conosci meglio.
Conoscere le emozioni è il primo passo per prendercene cura. E anche questo è self-care.

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Quest’anno non voglio dire quanti anni compio.Non per scaramanzia, ma perché l’età, per me, non è mai stata solo un nume...
08/02/2026

Quest’anno non voglio dire quanti anni compio.
Non per scaramanzia, ma perché l’età, per me, non è mai stata solo un numero.
È la somma, anzi l’integrazione delle esperienze vissute.
Di ciò che ho attraversato, costruito, lasciato andare.
Di quello che ho imparato a tenere insieme: la forza e la fragilità, la mente e il corpo, il lavoro e l’amore, la profondità e la leggerezza.
Ogni anno è come un capitolo che non cancella il precedente, ma lo ingloba.
Un’impalcatura su cui continuo a edificare chi sono, con tutte le mie sfumature.
Quest’anno, però, ho deciso una cosa diversa.
Ho scelto di festeggiare anche con il mio gruppo di self-care.
Con queste donne meravigliose con cui condivido un percorso fatto di corpo, ascolto, silenzi, parole che arrivano quando è il momento giusto.
Nei laboratori accade sempre qualcosa che va oltre quello che si può programmare.
C’è un’energia che si sprigiona, che avvolge, che trasforma.
Uno spazio in cui ci si incontra davvero, senza dover essere altro da ciò che si è.
E poter condividere anche il mio compleanno lì, dentro quel cerchio, mi è sembrato naturale. Necessario.
Perché il tempo, quando è abitato, non pesa.
E la felicità non ha una forma prestabilita, né un’età giusta a cui arrivare.
Ha piuttosto a che fare con la qualità delle relazioni, con la possibilità di essere presenti, con il ricordarsi, ogni tanto, di celebrare la bellezza che c’è, anche nelle cose piccole.
Oggi spengo una candelina in più, sì.
Ma la uso per fare luce sul cammino, non per contare ciò che passa.
Grata. Presente. In cammino.
E profondamente accompagnata. ✨









Indirizzo

Via Appia Nuova, 91
Rome
00183

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