16/11/2025
Ho ricevuto questa e-mail da un genitore del calcio.
É molto lunga ma vi chiedo di leggerla per potergli rispondere e per aprire un confronto costruttivo tra di voi.
Il male silenzioso del calcio giovanile
C’è un male silenzioso che sta corrodendo il calcio giovanile, quello che dovrebbe essere la palestra dei sogni, della passione e della libertà di espressione. Un male fatto di imposizioni, favoritismi e mancanza di coraggio educativo.
Perché oggi, tanto nelle dilettantistiche quanto nelle professionistiche, il 90% degli allenatori vieta ai bambini di dribblare, di usare l’esterno, di provare una finta o una giocata “diversa”? Perché si pretende che tutto avvenga a uno o due tocchi, che l’attaccante diventi una semplice sponda, una boa statica, e non un centravanti capace di inventare?
Dov’è finita la libertà del talento, la fantasia che accende il gioco e forma il calciatore vero?
E poi ci sono loro, i cosiddetti “tardivi”: bambini nati tra ottobre e dicembre che, rispetto ai coetanei di gennaio o febbraio, si portano dietro quasi un anno di differenza fisica e di maturità. In alcuni casi, per quei pochi che giocano “sotto leva”, questa distanza si allarga fino a due anni pieni rispetto ai pari età più maturi.
Una forbice enorme nello sviluppo, che troppo spesso condanna i “tardivi” a essere scartati o sottovalutati. Eppure, se aspettati, sostenuti e preparati con intelligenza, questi ragazzi non solo raggiungono i loro compagni, ma spesso li superano in tecnica, visione e carattere. Il problema è che nessuno vuole più aspettare. Tutto deve essere subito, tutto deve apparire pronto, anche a costo di bruciare il talento.
Spesso si dice che ai giovani di oggi “manca la strada”, quella palestra spontanea fatta di partite nei cortili, nei giardini o nei parchetti di quartiere. È vero. Ma ciò che dimentichiamo è che oggi siamo proprio noi adulti, in campo, a togliere loro quella stessa libertà di espressione.
Imponendo schemi rigidi, vietando il dribbling, scoraggiando l’improvvisazione, stiamo soffocando la loro creatività, quell’istinto e quella inventiva che in passato nascevano proprio dalla strada e dal gioco libero. Stiamo costruendo giocatori “perfetti” per i nostri occhi, ma svuotati dentro: senza coraggio, senza personalità, senza gioia.
Ma la parte più amara è un’altra.
Nelle dilettantistiche – e sempre più spesso anche nelle professionistiche – c’è chi scambia la passione per il potere. Genitori che “aiutano” le società o i mister con regali, favori, casse di vino, assicurazioni agevolate o sponsorizzazioni. Genitori imprenditori che “comprano” spazio per i propri figli. E ancora, genitori che gestiscono scuole calcio e si aspettano un posto garantito nei settori giovanili professionistici, come fosse un diritto acquisito.
A questo si aggiungono allenatori che, per rapporti personali o convenienze, favoriscono certi bambini: più minuti in campo, giudizi migliori, una valutazione “aggiustata” per evitare tagli a fine stagione.
In realtà, in tutte le società – dilettantistiche o professionistiche che siano – dovrebbero essere vietati i rapporti diretti tra mister e genitori, o tra genitori e dirigenti.
Non deve esserci il genitore “informato”, quello che sa in anteprima chi verrà convocato, chi resterà o chi sarà tagliato. Non devono esistere corsie preferenziali, pranzi, amicizie o rapporti extra calcistici che creano squilibri e sospetti.
E ancora peggio, ci sono genitori che, all’esterno o sui social, alimentano tensioni, pubblicano post e frecciatine, criticano allenatori, compagni o società. Questi atteggiamenti non solo fanno male ai figli, ma avvelenano l’ambiente e distruggono lo spirito di squadra.
Persone così dovrebbero essere allontanate da tutti i campi di calcio: perché chi semina divisione non può educare alla passione, chi sparge veleno non può pretendere crescita.
Non bisogna dimenticare che i figli ascoltano tutto ciò che sentono a casa, e inevitabilmente lo portano in campo: nei loro sguardi, nei loro comportamenti, nel modo in cui vivono la squadra. Ed è così che il calcio, da scuola di vita, diventa un terreno di conflitto e confusione.
Questo è il lato oscuro del calcio giovanile moderno. Un sistema che non solo tradisce lo spirito dello sport, ma danneggia soprattutto chi dovrebbe esserne il cuore: i bambini.
Società, allenatori e genitori dovrebbero fermarsi a riflettere. Guardarsi allo specchio e chiedersi:
“Senza la mia spinta, il mio favore, il mio regalo, mio figlio sarebbe qui?”
E soprattutto: “A chi sto togliendo il posto?”
Perché poi, quando a 14 o 15 anni arrivano i tagli nelle professionistiche e si apre il mercato nazionale e internazionale, in cui arrivano i giocatori veri, quelli che hanno fame di arrivare, sono gli stessi genitori a lamentarsi. Ma intanto, quanti ragazzi talentuosi, quanti “tardivi”, sono stati esclusi? Quanti hanno smesso di giocare o perso entusiasmo perché non c’era spazio per loro, occupato dai figli dei “Re Magi”?
Il calcio dei bambini dovrebbe essere un luogo di crescita, non di compromessi.
Farlo tornare tale non è un sogno romantico: è un dovere morale.
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