Psicologa
Psicoterapeuta
Psicologa dello Sport
Facilitatore Mindfulness
PNL
16/02/2026
”Se fossi venuta qui per vincere l'oro sarei tornata a casa senza medaglie. Medaglie e coppe ne ho già, sono venuta qui solo per divertirmi ed essere grata di partecipare alle Olimpiadi di casa. Ora continuerò a occuparmi della mia guarigione, per cercare di fare tutti gli sport che amo. Mi spaventa solo non poter più tenere privata la mia vita. Sono indecisa se scappare, prendere un aereo e andare più lontano possibile. Il problema è come gli altri mi vedono: io non voglio cambiare comportamento, voglio andare a bere il caffè con le mie amiche nello stesso posto e andare a cena a casa mia, io non ho mai fatto una vita da vip, ho sempre fatto il torneo di beach volley del paese, vado alla festa del paese a ballare con i signori il liscio. Tutte queste cose voglio continuare a farle e spero che la gente mi lasci continuare a farle"
16/02/2026
Il progetto "Genitori nello Sport" sta portando avanti una ricerca sul ruolo dei genitori nello sport giovanile.
Si vuole raccogliere il punto di vista di genitori, allenatori, dirigenti e psicologi per capire meglio cosa funziona e cosa genera stress nei contesti sportivi.
Il questionario è assolutamente anonimo, per cui privo di qualsiasi tipo di giudizio.
Chi vuole può partecipare o girarlo ad altri colleghi, tecnici e genitori.
Ci vogliono circa 10 minuti.
Aiutaci a crescere.
Grazie per aver scelto di partecipare a questa ricerca, promossa dal Gruppo di Lavoro di Genitori nello Sport. Questo studio nasce dall’esperienza sul campo con atleti, genitori, allenatori e società sportive e ha l’obiettivo di comprendere meglio il ruolo dei genitori nello sport giovanile: il...
15/02/2026
I VALORI NELLO SPORT. TROVA LE DIFFERENZE
14/02/2026
SCONFITTA E AUTOSTIMA NELLO SPORT GOVANILE
Il calo della motivazione dopo una sconfitta è un fenomeno diffuso tra i giovani atleti, quegli atleti che legano la loro soddisfazione al risultato piuttosto che al compito.
Qualcuno potrebbe chiedersi: "Ma come, non si gareggia per vincere?! "
È senz'altro così.. Ma come si arriva al risultato vincente è tutta un'altra storia.
Il risultato è il frutto di una serie di azioni, gesti, comportamenti ben eseguiti, che portano l'atleta a mettere a segno colpi, goal, a difendere adeguatamente, compiere gesti tecnici (colpi, bracciate, tecniche, attacchi) efficaci.
Quando si perde bisognerebbe chiedersi cosa non è andato bene e mettersi a lavorare per migliorare.
Accade però che qualche giovane atleta non riesca a trovare dentro di sé la determinazione, la motivazione all'impegno: gli allenamenti diventano pesanti, gli sforzi vengono percepiti come inutili, soprattutto quando è qualche tempo che non si é vincenti.
Le cause di questo atteggiamento di resa sono da ricercare nelle prime esperienze sportive, nel tipo di approccio che si è maturato rispetto alla vittoria, alla sconfitta, al valore dato al goal alla partecipazione ad una azione di gioco, alla vittoria e l'impronta che gli adulti di riferimento (genitori e allenatore) hanno dato al ragazzo.
Ci sono purtroppo adulti che credono di dover "costruire" bambini perfetti, che possano funzionare senza mai sbagliare, piccoli geni che possano raggiungere i massimi livelli. Sono adulti che non accettano la natura imperfetta dell'essere umano e che credono di doversi riscattare attraverso i ragazzi.
Ci sono adulti, in particolare genitori, che non sanno tollerare la frustrazione dei propri figli quando sbagliano, quando fanno fatica, quando non sono perfetti.. E spesso intervengono in loro soccorso per portare a termine con successo l'attività in cui si stanno cimentando, perfino nel completare i giochi al posto loro sin dalla più tenera età. Più in là saranno i genitori che aiutano i figli a fare i compiti, a prepare cartella o borsone al posto loro, che non lasceranno che il figlio sperimenti la sana frustrazione che poi è la molla per la spinta a trovare soluzioni, a non arrendersi, a non piangersi addosso di fronte alle delusioni e alle sconfitte.
Ci sono poi allenatori che si approcciano al talento in maniera deleteria per il giovane atleta.
Il talento va coltivato con cura e protetto. L'approccio allo sport giovanile deve essere quello di portare tutta la squadra ad un livello più alto, piuttosto che puntare sul giocatore più talentuoso. Esaltare un giovane talento nasconde la necessità narcisistica dell'allenatore di vittoria, a scapito del valore educativo della sconfitta. A scapito di quel ragazzo che poi, più in là, difronte ad una sconfitta non sarà capace di riconoscere sè stesso e il proprio valore, che farà fatica a trovare la motivazione al miglioramento.
I ragazzi, sentono perciò lo stress di piacere a tutti i costi per non deludere le aspettative. Aspettative degli altri che, più in là, diventeranno le loro.
Queste richieste li rendono implicitamente insicuri, inadeguati, sopravvalutati ancor prima di diventare consapevoli delle proprie capacità.
Il lavoro con atleti demotivati è incentrato sullo smantellare le false credenze, e sul riconoscimento dei propri punti di forza, sull'individuazione di obiettivi di prestazione da raggiungere per incrementare il senso di autoefficacia, la fiducia nei propri mezzi e nelle proprie capacità.
10/02/2026
Nel mio lavoro con gli atleti, soprattutto in fase iniziale, una delle cose che chiedo é di trovare insieme i principi che regolano la loro attività sportiva, e se si tratta di una squadra, i valori condivisi per poter fare un "patto" tra di loro, una sorta di dichiarazione di fedeltà a quei valori e principi in modo che quando qualcuno lo dimentica, gli altri possano ricordarglielo, supportarlo per aiutarlo a ritrovarli.
Uno dei valori che spesso viene fuori é quello del sacrificio.
Per ognuno cerco di farmi spiegare cosa intendono, che valenza gli danno ...e molte volte danno al sacrificio una valenza negativa, strettamente collegata alla rinuncia.
Allora riporto una dichiarazione di Sofia Goggia, fresca di medaglia di bronzo, a podio alla terza olimpiade consecutiva.
🎤“Io non parlo mai di sacrifici.
Capisco l’accezione con cui consideriamo la parola sacrificio al giorno d’oggi dove il sacrificio implica una rinuncia.
E quindi ha un’accezione un pochino negativa. Di esclusione.
Invece la parola sacrificio deriva dal latino “Sacrum Facere” ovvero fare con sacralità ció che hai scelto di fare.
E nel momento in cui tu scegli qualcosa, sai a priori che escluderai altro.
E quindi puoi concentrarti sulla bellezza di quello che hai scelto.
Quindi nella mia vita sento di non aver mai rinunciato a nulla perché ho scelto altro”.
(Sofia Goggia, intervista a BSMT, 25 settembre 2025)
Il "colore" che diamo alle parole ha una forte influenza sulle nostre emozioni e sui comportamenti.
I giovani atleti del Circolo Canottieri Ortigia 1928 e Ortigia Academy stanno lavorando proprio sul legame che c'è tra emozione-pensiero-azione. L'atteggiamento mentale di cui si parla non è altro che il frutto dello stretto legame tra le emozioni, il pensiero conseguente e il comportamento. Sebbene l'emozione ha bisogno di essere espressa e fluire, come un'onda che bagna la riva e poi si ritira, sui pensieri si può intervenire, affinché i nostri comportamenti siano il risultato di un pensiero positivo e facilitante nel raggiungimento degli obiettivi preposti.
09/02/2026
Lindsey Vonn ha scritto dal suo letto d’ospedale:
“Ieri il mio sogno olimpico non si è concluso come avevo sognato. Non è stato un finale da favola o una favola, è stata semplicemente la vita.
Ho osato sognare e ho lavorato duramente per realizzarlo. Perché nelle gare di discesa libera la differenza tra una linea strategica e un infortunio catastrofico può essere di 13 centimetri.
Ero semplicemente 13 centimetri troppo stretta sulla mia linea quando il mio braccio destro si è agganciato all’interno della porta, torcendomi e causando la caduta. Il mio legamento crociato anteriore e gli infortuni passati non hanno avuto nulla a che fare con la caduta.
Purtroppo ho subito una frattura complessa alla tibia, attualmente stabile ma che richiederà diversi interventi chirurgici per essere riparata correttamente.
Sebbene la giornata di ieri non sia finita come speravo, e nonostante l’intenso dolore fisico che ha causato, non ho rimpianti. Essere lì al cancelletto di partenza ieri è stata una sensazione incredibile che non dimenticherò mai. Sapere di essere lì con la possibilità di vincere è stata una vittoria in sé.
Sapevo anche che gareggiare era un rischio.
È sempre stato e sarà sempre uno sport incredibilmente pericoloso.
E come nello sci, nella vita si rischia.
Sogniamo. Amiamo. Saltiamo. E a volte cadiamo.
A volte ci spezza il cuore. A volte non realizziamo i sogni che sappiamo di poter realizzare. Ma questa è anche la bellezza della vita: possiamo provarci.
Ho provato. Ho sognato. Ho saltato.
Spero che se imparerete qualcosa dal mio percorso, sia che abbiate tutti il coraggio di osare.
La vita è troppo breve per non rischiare. Perché l’unico fallimento nella vita è non provarci. LV”.
Magnifico atteggiamento.
Buonanotte con queste parole.
27/01/2026
L’intervista di Corrado Augias a Julio Velasco, l’allenatore che ha insegnato all’Italia a vincere tutto, questa sera alle 21.15.
“Mettere la metafora sportiva come metafora della vita è sbagliato. Assolutamente sbagliato. La vita non è un campionato, è un’altra cosa. Il campionato è una competizione che uno può voler vincere o in cui può cercare di non retrocedere. La vita non è questo: non è una rincorsa a vedere chi è il migliore. La vita è diversa.
Bisogna quindi andarci piano, perché in questo momento lo sport ha una forza così grande sui giovani da sembrare l’unico messaggio possibile: bisogna essere i migliori. Ma no, perché? Si può scegliere un’altra strada nella vita, che non significa necessariamente essere il migliore.”
20/01/2026
Lucangeli parla di vera e propria “dipendenza dopaminergica” da smartphone che causa irritabilità, ansia e sintomi di astinenza simili a quelli da droghe, poiché l’attraente dispositivo attiva negli adolescenti un circuito di ricompensa cerebrale vissuto intensamente come bisogno di connessione sociale.
La studiosa sottolinea, inoltre, non tanto il divieto del dispositivo, ma l'importanza di educare a un uso consapevole attraverso regole condivise tra famiglia e scuola. Insegnare a usare il cellulare come strumento e non come fonte primaria di soddisfazione può evitare gravi rischi neuro funzionali, come problemi relazionali, ma anche di sonno e concentrazione.
La scorsa settimana ho tenuto svariati colloqui con i ragazzi che seguo allo Stadio del Nuoto di Bari, il cui tema ricorrente era il conflitto tra sport e studio: chi mi comunica la decisione di abbandonare lo sport, chi mi chiede aiuto su come appianare conflitti con i genitori che pretendono l'eccellenza nello studio pena l'interruzione dell'attività sportiva.
Mi capita poi molto spesso di incontrare genitori che si affidano a me per essere supportati riguardo alla difficoltà e preoccupazione nel decidere, per il bene dei figli, se privilegiare la scuola o l’attività sportiva.
Tra questi il caso di genitori che si chiedono se produrre il certificato di attestazione dell'attività agonistica alla scuola del proprio figlio possa penalizzarlo agli occhi dei professori.
Insomma: è luogo comune l’idea che studio e sport siano antagonisti, come se l’uno possa escludere l’altro.
Accade così che la disciplina sportiva viene demonizzata e diventi il nemico della preparazione e della realizzazione scolastica dei propri figli.
Questa convinzione, ahimé finisce per ledere bambini e ragazzi.
Lo sport non è assolutamente fra i nemici della scuola, piuttosto è esattamente il contrario. Infatti ci sono numerosi studi che ne dimostrano l’efficacia e l’importanza nella crescita psicologica, emotiva, cognitiva e sociale dei ragazzi.
Rinunciare allo sport rappresenta, di fatto, un depotenziamento nella maturazione evolutiva, nel processo di adattamento, autonomia e nell'incremento del senso di responsabilità e autoregolazione in bambini e adolescenti.
Nella stragrande maggioranza dei casi, parlando con i giovani atleti che seguo, e che si dedicano con passione e dedizione allo sport, non mi capita quasi mai che si lamentino di essere sovraccaricati e stressati per le troppe attività svolte.
Piuttosto mi capita di accogliere ansie, dissapori e disappunti nei confronti dello sport, da parte dei genitori perché, a loro avviso, sarebbe la causa del calo di rendimento scolastico da parte dei propri figli.
Accade perciò che nelle famiglie sorgono conflitti che hanno come tema dominante la lotta tra sport e studio.
La conseguenza di questo conflitto può così sfociare nel rifiuto per la scuola o nell’abbandono precoce per la disciplina sportiva, perché i ragazzi, ad un certo punto, demotivati, si stancano di dimostrare la propria capacità di gestirsi, di saper essere e di saper fare.
La rinuncia allo sport può generare un senso di solitudine, di incomprensione da parte degli adulti di riferimento, sensi di colpa e un forte senso di inadeguatezza. Tutti questi elementi influenzano in maniera negativa le altre aree di funzionamento.
Ecco quindi che una problematicità dei genitori si trasforma, in questo modo, in malessere e fatica da parte dei ragazzi nello sviluppare un’adeguata immagine di sé.
Lo sport non è un limite bensì una risorsa che aiuta a migliorare indiscutibilmente le capacità e le abilità scolastiche.
Il ruolo dei genitori è fondamentale e non si può prescindere da esso quando si parla di sport: i ragazzi osservano i propri modelli e vanno incoraggiati e sostenuti, perché la disciplina sportiva incide positivamente nello sviluppo e nella formazione della personalità e dell’identità di bambini e ragazzi.
Un sano percorso di consapevolezza può aiutare a chiarire agli adulti coinvolti i loro vissuti per poi esprimere ai figli qualcosa che non blocchi, ma che appoggi e sorregga la vita sportiva dei ragazzi e, laddove necessario, siano pronti a sostenere i benefici dello sport difronte a professori ancora scettici.
Il primo passo è dare informazioni capaci di sensibilizzare per poter guardare e osservare da diverse prospettive, senza fermarsi ai pregiudizi e ai preconcetti e, a tale proposito, rimando alla lettura di una recente lettera di Sandro Campagna, ct della Nazionale di Pallanuoto maschile:
🔗 https://www.mfsport.netsport-famiglia-e-scuola-il-mix-di-campagna-per-vincere-nella-vita/
15/01/2026
In ambito sportivo si parla molto di "antifragilità", spesso erroneamente confusa con la "resilienza".
Tra i due costrutti ritengo essere maggiormente importante il secondo, soprattutto alla luce della nuova concettualizzazione proposta da E. Tronik e C. M. Gold.
Gli autori hanno dato una loro lettura partendo dalla psicologia dello sviluppo e dalla pediatria, risalendo al periodo della prima infanzia per identificare quei processi alla base della capacità di "riparazione ai mismatch" che nella vita e nello sport ci si trova ad affrontare, focalizzandosi anche sul concetto di coesione come la costruzione di significati condivisi.
Ecco un breve estratto:
"La maggior parte delle persone ha l'idea che le cose dovrebbero procedere senza intoppi per andare bene.
Ma questa aspettativa, che abbia a che fare con la sfera lavorativa o con quella affettiva, porta inevitabilmente a dei problemi.
La crescita e la creatività emergono dagli innumerevoli errori inevitabili che si verificano nelle interazioni umane. Attraverso le riparazioni dei mismatch, momento-per-momento, le persone costruiscono la fiducia e l'intimità. Insieme costruiscono il significato della loro esperienza. Al contrario, la mancanza di opportunità o il timore di fare errori generano ansia e sfiducia. Le persone non riescono a crescere e rischiano di sviluppare uno stato di mancanza di speranza"
(Ed Tronick e M. Gold, Il potere della discordia)
Consiglio la lettura agli "addetti ai lavori "
14/01/2026
"Il limite non nasce per togliere qualcosa a un bambino. Nasce per non lasciarlo solo davanti a tutto. Dire “no” non è un gesto di forza, è un gesto di presenza.
È dire: io resto qui mentre tu ti arrabbi.
E ogni volta che lo evitiamo per stanchezza, per paura o per senso di colpa, non stiamo risparmiando dolore: lo stiamo solo rimandando.
Educare è anche reggere la frustrazione di essere, per un momento, l’adulto meno amato della stanza.
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Mi sono laureata in Psicologia ad orientamento del Lavoro e delle Organizzazioni all’Università di Parma e sono specializzanda in Psicoterapia ad orientamento Analitico Esistenziale presso l’I.P.A.A.E. (Istituto di Specializzazione di in Psicoterapia Analitica e di Antropologia Esistenziale – riconosciuto dal M.I.U.R. con D.M. 04712/2006) di Pescara, dove nel frattempo ho effettuato il Master di 2° livello in “Psicoanalisi Infantile”.
Durante i tirocini formativi ho collaborato con il Servizio di Psicologia Clinica e di psicoterapia per l’Età Adulta e l’Età Evolutiva ASL TA/1 dove accanto all’ambito clinico di psicodiagnosi ed intervento con i pazienti nell’ambito dei Disturbi dell’Alimentazione, ho partecipato al Progetto in favore dell’Infanzia e dell’Adolescenza (delibere n. 2227 del 5/8(2005 e n.2596 del 12/9/2005)
Ho conseguito il diploma di Antropologa Personalista Esistenziale e di Sophia-analista presso il "Centro per lo Sviluppo della Persona", collegata alla Sophia University of Rome di Antonio Mercurio (già fondatore a Roma dell’Istituto di Psicoterapia Analitica Esistenziale e dell’Istituto di Antropologia Esistenziale e di Sophia-analisi)
Sono esperta in “Marketing e Comunicazione Sociale”, PNL Pratictioner e Technician , facilitatore in Mindfulness, e partecipo regolarmente a Seminari Tecnici per le Attività di Alto Livello della Scuola dello Sport del CONI, competenze che metto in campo nella mia professione di Psicologa dello Sport.
In particolare mi occupo di sport nell’ambito giovanile, in cui svolgo attività di consulenza a giovani atleti agonistici e di facilitatore di comunicazione tra allenatore, atleti e genitori.
Mi occupo di consulenza psicologica, valutazioni psicologiche e sostegno individuale e di gruppo rivolta ad adulti, bambini, coppie e famiglie nonché di lavorare all’interno di équipe multidisciplinari.