27/04/2026
A volte non è la situazione che ci attiva…
è ciò a cui ci agganciamo dentro.
Una mia paziente porta in seduta un momento semplice: un caffè con il marito.
Lui si lamenta del servizio lento.
Lei, che fino a un attimo prima era tranquilla, si “accende” e si alza pronta ad intervenire.
Poi accade qualcosa di diverso.
Si ferma.
Respira.
E si osserva.
“Perché mi sto attivando io? Perché non va lui?”
In quello spazio nasce la trasformazione.
Non è più automatismo.
Non è più reazione.
È presenza.
Quante volte, senza accorgercene, entriamo nel campo emotivo dell’altro?
Ci agganciamo alla sua lamentela, alla sua tensione, e il nostro corpo risponde prima ancora della mente.
In bioenergetica questo è chiarissimo:
il corpo si contrae, si attiva, si prepara ad agire…
ma non sempre per qualcosa che è realmente nostro.
Quel “mi accendo” è energia che si muove,
ma quando non è consapevole diventa reattività.
Quando invece viene vista… diventa scelta.
E lì cambia tutto.
Non serve più intervenire.
Non serve più “fare”.
Serve restare.
Restare in sé,
respirare,
sentire:
“questa emozione è mia o la sto portando per qualcun altro?”
La vera trasformazione non è smettere di attivarsi,
ma accorgersene mentre accade.
È in quel micro-momento che interrompiamo il copione antico:
quello di dover sistemare, mediare, anticipare, placare.
E piano piano il corpo impara una nuova via:
non reagire… ma esserci.