08/02/2026
La mattina è iniziata così.
Svegliarmi qualche minuto prima è stata una mossa geniale.
Mi commuovo davanti allo sport e dopo qualche ora da quello scatto, sarei stata la mamma di un atleta.
Mi sono promessa che gli avrei infuso coraggio, entusiasmo e forza.
Mi sono promessa di non buttarla in caciara, come faccio con me stessa quando si tratta di sport, e di non essere dissacrante, beffeggiando de Coubertin.
Mi sono promessa di godermi la competizione, come tutte le mamme degli sportivi a cui penso quando pratico il mio sport preferito: guardare lo sport, tutto.
Poi dall’altoparlante di una palestra sconosciuta e umida, ho sentito il nome del mio bambino e gli occhi si sono fatti umidi.
Dopo qualche attimo in cui non ho capito cosa stesse accadendo a me, a lui, nell’ambiente circostante, riconosco il suo taglio di occhi splendidi che tradisce un sorriso lieto.
Br**ta storia il raffreddore, arriva quando meno te lo aspetti.
Tiro su col naso, mi nascondo dentro la borsa alla ricerca di un fazzolettino, penso che forse potrei accusare una ciglia nell’occhio.
Niente, lui vince e a me arriva pure il singhiozzo a fare compagnia al mal di pancia.
Saltiamo, ridiamo, ci cerchiamo a distanza.
Torno lucida come una medaglia di bronzo, penso alla bambina meme che esulta per il suo podio mentre la medaglia d’oro sembra frigida.
Penso alla mamma di Totti, alla mamma di Alberto Tomba, alla mamma di Daniel San, alla mamma di Rocky, alla mamma della Pellegrini, penso a mia mamma.
Domani farò delle sedute bellissime, ammesso che più belle di quelle che faccio di solito sia possibile 😅
Psicologia Pop, istruzioni per l’uso.
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