Studio di Counseling integrato, Mindfulness, Educazione Alimentare, Roma

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Studio di Counseling integrato, Mindfulness, Educazione Alimentare, Roma Counselor Professionale Pluralistico Integrato (ai sensi della Legge 4/2013)
Esperta in Mindfulness e Medicina tradizionale cinese/ Alimentazione.

Lavoro per incrementare il benessere a più livelli. 🌷⭐

Quando un tredicenne accoltella la propria insegnante, la prima reazione collettiva è quasi sempre la stessa: bisogna pu...
28/03/2026

Quando un tredicenne accoltella la propria insegnante, la prima reazione collettiva è quasi sempre la stessa: bisogna punirla più severamente, bisogna che impari.

Skinner già nel 1953 osservava che la punizione sopprime un comportamento temporaneamente, ma non insegna quale comportamento alternativo adottare.

La meta-analisi di Gershoff e Grogan-Kaylor del 2016, una delle più ampie mai condotte sull'argomento, mostra che le forme punitive di disciplina sono associate a maggiore aggressività, peggiore salute mentale e un rapporto più deteriorato con le figure di autorità:
non meno violenza, quindi, ma più violenza.

Un adolescente che vive in un sistema basato sulla coercizione impara che il potere si esercita con la forza,
e interiorizza esattamente il modello che vorremmo correggere.

Cosa funziona invece?

Martin Hoffman ha studiato per decenni come i bambini sviluppano la coscienza morale, e la risposta non sta nella paura della punizione ma nella disciplina induttiva:
spiegare le conseguenze delle proprie azioni sugli altri, stimolare l'empatia, aiutare il ragazzo a capire perché un comportamento è sbagliato, non solo che lo è.

Questo produce interiorizzazione delle regole: il ragazzo le fa proprie, invece di rispettarle solo quando c'è qualcuno a controllare.

Deci e Ryan, con la Teoria dell'Autodeterminazione, aggiungono un tassello fondamentale:
solo la motivazione autonoma, agire perché si comprende e condivide il valore di qualcosa, produce cambiamenti stabili.

La motivazione basata su premi e punizioni funziona finché c'è la carota o il bastone, poi si spegne.

L'American Academy of Pediatrics nel 2018, dopo una revisione sistematica della letteratura, ha raccomandato di abbandonare qualsiasi forma di disciplina punitiva, indicando come alternative:

🌟 il rinforzo positivo,

🌟la comunicazione dei limiti con coerenza e calore,

🌟il supporto emotivo.

Tornando al tredicenne:
non sappiamo quasi nulla della sua storia, ma sappiamo che gli episodi di violenza estrema da parte di adolescenti raramente emergono dal nulla:

💔nascono da un accumulo di bisogni inascoltati,

💔relazioni disfunzionali,

💔modelli appresi in contesti dove la forza era l'unico linguaggio disponibile.

Se vogliamo davvero meno episodi come questo, la domanda giusta non è come la puniamo, ma come siamo arrivati qui, e cosa non ha funzionato molto prima..
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L'invidia, per Klein,non è diretta verso ciò che manca.È diretta verso ciò che è buono.Non verso il nemico.Verso la font...
21/03/2026

L'invidia, per Klein,
non è diretta verso ciò che manca.
È diretta verso ciò che è buono.

Non verso il nemico.
Verso la fonte del nutrimento.

Questa distinzione cambia tutto.



Non hai un corpo.Sei un corpo.E il tuo corpo, in questo momento, sta dicendo qualcosa di preciso su chi sei, su cosa hai...
17/03/2026

Non hai un corpo.
Sei un corpo.
E il tuo corpo, in questo momento, sta dicendo qualcosa di preciso su chi sei, su cosa hai vissuto, su cosa non hai ancora elaborato.

Nel tempo, per proteggerci dal dolore, sviluppiamo delle tensioni muscolari croniche. All'inizio sono una risposta intelligente, adattiva. Servono a non sentire troppo, a sopravvivere a ciò che era insopportabile.
Il problema è che restano.
Anche quando il pericolo è passato.
Anche quando siamo adulti e quella protezione non serve più.
E quella corazza che ci ha salvato diventa la nostra prigione.

Lowen descrive diversi caratteri bioenergetici: il carattere schizoide, orale, masochista, rigido, non come categorie diagnostiche fredde ma come storie corporee. Modi in cui il dolore antico si è organizzato nella carne.
Il carattere non è chi siamo.
È come ci siamo adattati.
Ed è lì, visibile, leggibile nel modo in cui respiriamo, nel modo in cui camminiamo, nel modo in cui occupiamo lo spazio.
La terapia, per Lowen, non può essere solo parola.
Perché il trauma non vive solo nei ricordi, vive nel tessuto muscolare, nel diaframma bloccato, nelle gambe che non sentono il terreno sotto di sé.
Lavorare con il corpo significa tornare a sentire.
E tornare a sentire significa, spesso, attraversare ciò che si era smesso di sentire.
Non è un percorso comodo, ma necessario.

Perché la guarigione vera non è capire intellettualmente cosa ci è successo.
È lasciare che il corpo lo sappia.
È respirare di nuovo fino in fondo.
È tornare ad abitare se stessi.

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Fritz Perls scrive questo libro come un atto di rottura.Si stacca da Freud non per capriccio intellettuale ma perché sen...
15/03/2026

Fritz Perls scrive questo libro come un atto di rottura.
Si stacca da Freud non per capriccio intellettuale ma perché sente che la psicoanalisi classica ha tradito qualcosa di essenziale: il corpo, il presente, il contatto vivo con la realtà. Il punto di partenza è semplice e radicale insieme.

L'essere umano non è una mente che abita un corpo, è un organismo che esiste in relazione continua con il suo ambiente.

Non c'è un dentro separato da un fuori. C'è una frontiera, un confine di contatto, e lì avviene tutto.
Lì si decide chi siamo.

Perls chiama questo confine il luogo dell'io, e l'io per lui non è una sostanza, non è un'entità fissa che si porta dentro come un oggetto prezioso.
È un processo.
È ciò che emerge nel momento del contatto tra l'organismo e il mondo.

Quando questo contatto è pieno, autentico, vivo, l'io esiste davvero. Quando il contatto viene evitato, distorto, interrotto, l'io si frammenta e nasce la nevrosi.

Qui entra la fame, e Perls usa questa parola in senso molto più ampio di quanto si possa pensare.

La fame non è solo il bisogno biologico di nutrirsi. È il prototipo di ogni bisogno umano. Ogni volta che l'organismo percepisce una mancanza, si orienta verso qualcosa nel mondo per colmarla.

Questo movimento verso l'altro, verso il nutrimento, verso il contatto, è la struttura fondamentale dell'esistenza.

Noi siamo esseri che hanno fame, costantemente, di esperienze, di relazioni, di senso, di riconoscimento.

E il modo in cui gestiamo questa fame dice tutto di noi.

Poi arriva il concetto più provocatorio e più frainteso dell'intero libro: l'aggressività.

Perls non sta parlando di violenza.
Sta recuperando il significato originario della parola, che viene dal latino aggredior, avvicinarsi, andare verso.

L'aggressività è la capacità di andare incontro al mondo, di prenderlo, di morderlo, di masticarlo.

Perls usa esplicitamente la metafora della masticazione perché è concreta, fisica, impossibile da intellettualizzare.

Quando mangiamo, non ingoiamo il cibo intero. Lo sminuzziamo, lo rompiamo, lo trasformiamo, e solo allora lo assimiliamo.

Solo allora diventa parte di noi senza distruggerci. Questo è ciò che dovremmo fare con ogni esperienza, con ogni emozione, con ogni idea che incontriamo.

Scomporla, elaborarla davvero, integrarla.

La nevrosi, per Perls, nasce esattamente quando questo processo si interrompe.

Quando ingoiamo intero ciò che non abbiamo digerito, quando introiettiamo valori, aspettative, norme altrui senza mai morderle, senza mai verificarle sul nostro corpo e sulla nostra esperienza.

L'introiezione è il meccanismo nevrotico per eccellenza.

È accettare il mondo così com'è senza il coraggio dell'aggressività autentica, senza il coraggio di dire: aspetta, lasciami masticare questa cosa prima di farla mia.

E il risultato è che ci riempiamo di materiale estraneo, di frammenti che non abbiamo mai assimilato, e li portiamo dentro come corpi estranei che ci disturbano senza che sappiamo bene perché.

Perls vede l'uomo sano non come quello che reprime i suoi impulsi o che si adatta docilmente al mondo, ma come quello che mantiene un contatto pieno e flessibile con la realtà, che sa avvicinarsi e allontanarsi, che sa prendere e rifiutare, che ha la vitalità di volere qualcosa e l'aggressività di andarlo a prendere.

La salute psicologica è movimento,
è confine che respira,
è fame che si riconosce e si soddisfa.

La sofferenza psicologica è invece quella frontiera che si irrigidisce, che smette di essere luogo di scambio e diventa muro.

Dietro quel muro c'è un io che non riesce più a contattare il mondo né da fuori né da dentro, che ha perso il filo della propria fame, che non sa più cosa vuole veramente perché ha smesso di ascoltarsi.

Questo libro è del 1947 ma parla di qualcosa di permanente.

Parla del fatto che esistere è un atto attivo, che la vita richiede di essere aggredita nel senso più nobile del termine, che la passività, la rassegnazione, l'inghiottire senza masticare sono forme di morte lenta.

Perls non offre consolazione.

Offre qualcosa di più prezioso:
la possibilità di tornare a contatto con se stessi, con il proprio corpo,
con i propri bisogni reali, e da lì ricominciare a vivere con pienezza.

Un libro che consiglio a tutti.

🌟

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Il Quarto Comandamento che nessuno ti ha spiegato davvero💫C'è una traduzione del quarto comandamento che molti di noi co...
12/03/2026

Il Quarto Comandamento che nessuno ti ha spiegato davvero💫

C'è una traduzione del quarto comandamento che molti di noi conoscono a memoria: "Onora il padre e la madre."

Semplice. Quasi ovvio.

Ma il testo originale dice qualcosa di molto più profondo e, per certi versi, rivoluzionario:

"Dà peso a tuo padre e tua madre, perché siano lunghi i TUOI giorni sulla terra."

Non si tratta di obbedire. Non si tratta di essere figli perfetti. Si tratta di capire. Di guardare con onestà chi sono le persone che ti hanno formato e quanto di loro vive ancora dentro di te.

Alice Miller lo sapeva bene✨

La psicoanalista Alice Miller ha dedicato decenni a studiare esattamente questo: come i genitori plasmano l'identità dei figli, spesso in modi che nessuno nomina, nessuno vede, e che il figlio stesso fatica enormemente a riconoscere.

Nel suo lavoro ha mostrato come molti adulti vivano una vita che non è mai stata davvero loro perché costruita su aspettative altrui, su paure ereditate, su ruoli assegnati nell'infanzia e mai messi in discussione.

Il bambino, per sopravvivere emotivamente, impara presto a adattarsi ai bisogni del genitore. Impara a essere bravo, invisibile, forte, allegro, qualunque cosa serva. E dimentica, pian piano, chi era prima di imparare tutto questo.

Miller chiamava questo processo la costruzione del "falso sé": una persona funzionante, capace, magari anche di successo ma profondamente disconnessa da se stessa.

"Dare peso" ai propri genitori, allora, significa questo..
Non significa amarli ciecamente.
Non significa giustificarli.
Non significa nemmeno condannarli.

Significa guardare con occhi aperti quale immagine del mondo ti hanno trasmesso.
Quali convinzioni porti come se fossero tue e non lo sono.
Quali emozioni hai imparato a reprimere perché a casa non c'era spazio per loro.

Significa chiederti:
dove finiscono loro e dove comincio io?

Perché i tuoi giorni siano davvero tuoi
Il comandamento non promette una vita più lunga in senso anagrafico. Promette qualcosa di più raro: una vita che ti appartiene.

Finché non esploriamo l'influsso che i nostri genitori hanno avuto su di noi con curiosità, non con rancore rischiamo di ripetere copioni scritti da altri, di fare scelte che non sono scelte, di vivere dentro una storia che non abbiamo mai scelto di raccontare.

La psicologia non nasce per colpevolizzare i genitori.
Nasce per restituire a ciascuno la propria vita.

E tutto inizia da lì: dal coraggio di dare davvero peso a chi ci ha preceduto.

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***

"L'opposto dell'amore non è l'odio, ma l'ignoranza." - liberamente ispirato al pensiero di Alice Miller 🌟


Stare fermi, anche solo cinque minuti, senza telefono, senza musica, senza niente da fare, sembra intollerabile. Come se...
04/03/2026

Stare fermi, anche solo cinque minuti, senza telefono, senza musica, senza niente da fare, sembra intollerabile. Come se dentro ci fosse qualcosa di vivo che non vuole essere visto.

Siamo diventati esperti nell'evitamento.
Non lo chiamiamo così, naturalmente. Lo chiamiamo produttività, intrattenimento, cura di sé.

Ma sotto molte di queste parole si nasconde un meccanismo molto antico: non voglio sentire quello che sento.

Non parliamo solo di droghe o alcol. Parliamo di quella zona grigia, socialmente accettata, persino celebrata, in cui ci perdiamo ogni giorno senza accorgercene.

🔸Lo scrolling infinito.
Il feed non finisce mai, e nemmeno la fuga. Ogni immagine è una piccola scarica di dopamina che rimanda il momento di stare con sé stessi.

🔸Il lavoro compulsivo.
Essere sempre occupati è la forma di evitamento più applaudita dalla società. "Quanto sei in gamba" dicono. Ma dentro, si muore di stanchezza.

🔸Il cibo come consolazione.
Non la fame fisiologica, ma quella che arriva quando sei triste, annoiato, vuoto. Quella che riempie il corpo per non sentire quanto è vuota l'anima.

🔸Le serie TV a raffica.
"Solo un altro episodio" alle due di notte. Non per piacere, spesso.
Per non spegnere la luce e ritrovarsi soli con i propri pensieri.

🔸L'iperconnessione.
Rispondere subito a tutti, essere sempre disponibili, riempire ogni spazio con conversazioni. Mai, mai, il rischio di un momento di silenzio vero.

🔸Lo shopping compulsivo.
Comprare cose per sentire qualcosa. Il piccolo brivido della novità che copre, per qualche minuto, il senso di mancanza che non ha nome.

🔸Il perfezionismo.
Essere sempre in controllo, sempre impeccabili. Finché l'attenzione è puntata sui dettagli esterni, non si deve guardare dentro.

Il punto non è che queste cose manifestino un problema reale.

Un bicchiere di vino con gli amici, una serie amata, lo shopping ogni tanto, sono piaceri della vita.

Il problema non è la cosa in sé,
ma la funzione che ricopre.

🌟La domanda onesta da farsi è:
lo sto facendo per goderne, o per non sentire?

Il dolore emotivo ha una funzione precisa: è un segnale.

Come il dolore fisico ci avvisa che qualcosa nel corpo non va, il dolore psicologico ci dice che qualcosa nella nostra vita, nelle relazioni, nell'identità, nei bisogni insoddisfatti, ha bisogno di attenzione.

Anestetizzarlo non lo elimina.
Lo conserva, intatto, nel buio, finché non hai più forze di tenerlo chiuso.

Chi sei, quando smetti di fare?
Questa è la domanda che spaventa davvero.
Non "cosa provo", ma "chi sono".

Perché molti di noi si sono costruiti un'identità fatta interamente di fare:
i ruoli, le performance, i titoli, le relazioni vissute come compiti da portare a termine.
Togli tutto questo, e cosa rimane?

La risposta onesta, per molte persone, è: non lo so. E questo non-sapere è esattamente il luogo da cui bisogna partire. Non è un fallimento. È il punto di partenza di ogni vera conoscenza di sé.

🌊

Immagina di stare su una riva e di guardare l'altra sponda.
C'è un fiume nel mezzo, fatto di tutto quello che eviti: la tristezza, la paura, la rabbia, il senso di inadeguatezza, il lutto che non hai elaborato, la relazione che hai chiuso senza davvero salutare.

Ogni anestetico è un modo per non entrare in acqua.

Ma l'altra riva non è fatta solo di dolore. È fatta anche di te.
Di quello che sei davvero quando nessuno ti guarda, quando non devi dimostrare niente, quando sei abbastanza al sicuro da permetterti di sentire.

Attraversare il fiume non significa soffrire di più. Significa, per la prima volta, smettere di avere paura di farlo.

Come si comincia..
Non con grandi rivoluzioni.
Si comincia con gesti quasi banali,
che nella loro semplicità sono rivoluzionari.
Fare una cosa sola alla volta.

🌱Mangiare senza guardare il telefono. Camminare senza cuffiette.
Aspettare senza aprire un'app.

Sono finestre minuscole sul presente e il presente è l'unico posto dove esisti davvero.

🌱Nominare quello che senti.

Non elaborarlo, non risolverlo, solo dargli un nome.
"Adesso sono triste.
Adesso ho paura."

Il neuroscienziato Dan Siegel chiama questo name it to tame it:
dare parole a un'emozione riduce l'intensità con cui ti travolge. Letteralmente.

🌱Tollerare l'incompletezza.
Non devi capire tutto, non devi stare bene subito. Puoi sederti con una domanda senza risolverla. Puoi essere in un momento difficile senza fuggire immediatamente.

💖

Fermati.
Non per sempre.
Solo abbastanza a lungo da sentirti.
Quella voce dentro che hai imparato a coprire con il rumore, non è il tuo nemico. È la parte di te che aspetta, con una pazienza infinita, di essere finalmente ascoltata.

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La nostra mente possiede un 'sistema immunitario psicologico':una serie di strategie silenziose che l'Io attiva ogni gio...
21/02/2026

La nostra mente possiede un 'sistema immunitario psicologico':
una serie di strategie silenziose che l'Io attiva ogni giorno per proteggerci dall'impatto di emozioni travolgenti, conflitti e paure.

Razionalizzare, negare o proiettare non sono segni di fragilità, ma adattamenti vitali.
Sono gli strumenti con cui la psiche mantiene il proprio equilibrio, evitando il sovraccarico emotivo e permettendoci di navigare le tensioni quotidiane senza soccombere.

🌟

Il limite emerge quando queste strategie perdono la loro natura dinamica e diventano schemi rigidi.

Se applicate indistintamente a ogni relazione, le difese smettono di proteggerci e iniziano a limitarci, cristallizzandosi in abitudini che ci allontanano dalla realtà e dagli altri.

Le difficoltà che incontriamo oggi spesso non nascono da una debolezza, ma da una protezione che ha funzionato troppo a lungo, anche quando il pericolo è ormai passato.

🌟

L'obiettivo di un percorso di crescita non è smantellare queste barriere, che restano risorse preziose, ma renderle consapevoli e adattive.

Spostare lo sguardo dal giudizio alla comprensione cambia radicalmente la prospettiva:

Osserva te stesso: Come reagisci istintivamente al disagio?

Riconosci lo schema: Quale funzione sta assolvendo questa difesa in questo momento?

Scegli la risposta: Puoi permetterti una reazione più fluida e meno automatica?

Riconoscere le proprie difese è il primo passo per costruire relazioni autentiche e gestire le crisi con una serenità nuova, non più basata sulla fuga, ma sulla presenza.

Hai difficoltà a perdere peso?Soffri di insonnia o problemi di sonno?Lotti con dermatiti, cefalee o disturbi della vista...
19/02/2026

Hai difficoltà a perdere peso?
Soffri di insonnia o problemi di sonno?
Lotti con dermatiti, cefalee o disturbi della vista?

Hai mai pensato che questi sintomi potrebbero essere accomunati da un’unica emozione predominante, come la rabbia o la frustrazione non elaborata?

Emozioni, corpo e malattia convergono in modi affascinanti, unendo antiche saggezze a scoperte scientifiche moderne.
Il corpo registra ciò che la mente non elabora,
trasformando emozioni croniche in segnali fisici tangibili.

La Medicina Tradizionale Cinese:
la mappa più antica
La MTC ha codificato da oltre 2000 anni una corrispondenza precisa tra organi e stati emotivi.
Il Fegato — Gan — è l'organo deputato alla libera circolazione del Qi: quando questa circolazione si blocca, si genera stasi.
La stasi del Qi epatico è una delle sindromi più documentate nella clinica cinese e si manifesta con irritabilità, tensione al petto, disturbi digestivi, cefalee temporali, disturbi mestruali e — significativamente — alterazioni visive, poiché il Fegato "apre agli occhi" secondo i Classici.
L'emozione associata al Fegato non è genericamente la rabbia, ma più precisamente la frustrazione da impedimento: l'energia che non trova via d'uscita.
In clinica agopunturistica, trattare i punti epatici di regolazione del Qi (Liv3, Liv14, GB34) produce effetti misurabili sulla tensione muscolare, sull'umore e sui pattern infiammatori — effetti oggi osservabili anche attraverso variabili come la variabilità della frequenza cardiaca (HRV).

La Psicosomatica: il ponte tra vissuto e tessuto
La psicosomatica classica — da Alexander a Damasio, passando per il lavoro sui neuropeptidi di Candace Pert — ha proposto che ogni stato emotivo cronico produce un correlato biologico specifico. La soppressione sistematica della rabbia, in particolare, genera un pattern riconoscibile:
attivazione simpatica prolungata, incapacità di recupero parasimpatico, e una progressiva alterazione dei tessuti che il sistema nervoso autonomo innerva più densamente: mucose digestive, vie urinarie, muscolatura liscia viscerale. Non è un caso che le infiammazioni croniche di questi distretti (-iti) siano statisticamente correlate a profili psicologici caratterizzati da alta soppressione emotiva.
Il grasso corporeo, in questa prospettiva, non è solo un problema metabolico: è anche una risposta adattativa. La ricerca di Felitti sugli ACE (Adverse Childhood Experiences) ha documentato in modo robusto come esperienze di invasione del confine personale — fisico o emotivo — si traducano in alterazioni ormonali persistenti che favoriscono l'accumulo adiposo in zone specifiche, attraverso l'asse HPA e la disregolazione insulinica.

La Psiconeuroimmunologia: la conferma biochimica
Ricerche scientifiche hanno fornito il meccanismo molecolare che collegava intuizioni cliniche fino ad allora prive di substrato dimostrabile.

Oggi sappiamo che:
La soppressione emotiva cronica mantiene elevati i livelli di cortisolo e citochine pro-infiammatorie (IL-6, TNF-α, CRP), sopprimendo contestualmente l'immunità adattativa.

Studi pubblicati su Psychosomatic Medicine e Brain, Behavior, and Immunity hanno documentato questa cascata in popolazioni con alta soppressione della rabbia misurata tramite scale validate.
Lo stress cronico altera il microbioma intestinale, aumenta la permeabilità della mucosa e predispone a gastriti, coliti e cistiti interstiziali — le stesse condizioni che MTC e psicosomatica avevano già inserito nella mappa delle "emozioni non elaborate".
Il movimento fisico interrompe questo ciclo non metaforicamente, ma neurofisiologicamente: completa il ciclo biologico dell'emozione di attivazione (la rabbia è ad alto arousal), riduce cortisolo e adrenalina, aumenta BDNF e attiva il sistema endocannabinoide.
È ciò che negli animali avviene spontaneamente e che negli esseri umani la socializzazione inibisce sistematicamente.

Una nota metodologica importante
La psicosomatica classica ha il merito di aver intuito connessioni reali, ma spesso le ha descritte con un linguaggio simbolico che può sembrare arbitrario.
La scienza moderna sta verificando queste intuizioni in modo rigoroso: alcune reggono all'evidenza (stress-infiammazione, trauma-accumulo adiposo, movimento-regolazione emotiva), altre restano nel campo delle ipotesi o della metafora clinicamente utile ma non dimostrata.
Usare entrambi gli sguardi — quello scientifico e quello narrativo — può essere sicuramente più utile.

“Essere stati amati tanto profondamente ci proteggeper sempre..È una cosa che ti resta dentro,nella pelle.”(Silente, Har...
09/02/2026

“Essere stati amati tanto profondamente ci protegge
per sempre..
È una cosa che ti resta dentro,
nella pelle.”
(Silente, Harry Potter e la pietra filosofale).

Il Potere della Protezione Emotiva🌟

Questa frase di J.K. Rowling cattura l’essenza dell’amore come scudo eterno, un’eredità psichica che sostiene anche nelle tempeste della vita.

Come spiega Lucia Attolico in "Il motore della vita", nei bambini è proprio il sentimento di protezione a fungere da motore per la crescita emotiva e fisica, donando quella forza psichica indispensabile per affrontare pericoli e stress.

Senza quell’esperienza fondamentale di sentirsi protetti, l’esistenza diventa un cammino arduo – ma con essa, fioriamo resilienti.

🌷

Foto del 2018: io e il mio bambino💕

Come diceva la Candiani,ci sono le voci interne,diverse dai pensieri, sono costellazioni di pensieri, delle vere e propr...
06/02/2026

Come diceva la Candiani,
ci sono le voci interne,
diverse dai pensieri, sono costellazioni di pensieri, delle vere e proprie voci che parlano a noi o al nostro posto.

Qualcuno urla dentro di noi,
qualcuno bisbiglia o piange,
c'è chi ci sgrida e chi ci rincuora,
chi fa la cronaca della realtà
e chi fa a pezzi tutti quelli che incontriamo: sono le voci.

Se non prestiamo attenzione, finiranno per vivere al posto nostro
e ci terranno in ostaggio.

🔸

Può essere un inaspettato, meraviglioso risveglio accorgersi di essere stati sotto il tiro di una voce critica per anni, per una vita...

E da questo spazio di ascolto che ritorna libera, la nostra capacità di agire, di sentire, di scegliere..


'Non mi colpiscono gli amori infelici.Ogni amore è dolceamaro, 'l'ambivalenza di Eros deriva proprio dal suo potere di c...
16/01/2026

'Non mi colpiscono gli amori infelici.
Ogni amore è dolceamaro, 'l'ambivalenza di Eros deriva proprio dal suo potere di confondere il Sé'.

Mi colpiscono gli amori infelici che durano una vita.

Che non sono brutte storie da attraversare, ma vere e proprie biografie del dolore..

Amori da cui non ci si libera, come un genitore da cui non ci si affranca mai.

I modi di farsi male sono infiniti,
e non riguardano solo i legami amorosi....

Spesso, il masochismo è l'autopunizione di chi non riesce a vivere all'altezza dei propri ideali,
che poi sono proiezioni di aspettative altrui.

Molti comportamenti che frettolosamente definiamo masochistici hanno radici nel terreno accidentato del nostro narcisismo, cioè nell'eterno tentativo di piacere o di piacersi, purtroppo a spese del proprio bene.

Alcuni ci provano col perfezionismo, ma il perfezionismo è una bevanda che non disseta.

Il piú delle volte farsi male è una ripetizione, una variazione sul tema. Seguire la rotta del dispiacere, alla quale restiamo ancorati, incapaci di cambiare direzione.

Attorno a un attaccamento traumatico costruiamo, col tempo, i nostri modelli di relazione..

Self-defeating
La tendenza a evitare o compromettere le esperienze piacevoli; l'essere attratti da situazioni destinate alla delusione, al fallimento e alla sofferenza; l'incapacità di farsi dare una mano; deprimersi o sentirsi colpevoli di fronte a un successo; immolarsi, dimentichi di sé, anche quando non richiesto.

È non saper scegliere per il proprio bene,
la fatica di godere di sé,
di riconoscere il proprio valore.

Fino alla paura di essere felici..'




Sapete cos’è la Mentalizzazione? 🧠✨Esiste una capacità che tiene insieme le nostre relazioni e il nostro equilibrio inte...
13/01/2026

Sapete cos’è la Mentalizzazione? 🧠✨
Esiste una capacità che tiene insieme le nostre relazioni e il nostro equilibrio interiore. Il celebre psicoanalista Peter Fonagy l'ha definita con una sintesi perfetta: "Tenere a mente la mente".
Si tratta della funzione riflessiva che ci permette di interpretare il comportamento umano non come un insieme di azioni casuali, ma come la manifestazione visibile di stati mentali profondi: bisogni, intenzioni, desideri e sentimenti. È quel processo costante che ci permette di dare un senso a ciò che proviamo noi stessi e a ciò che accade nell'altro.
💞
Spesso si tende a confondere la mentalizzazione con l'empatia, ma la distinzione è cruciale per comprendere come funzioniamo. Se l'empatia è la nostra capacità di risuonare con le emozioni altrui, la mentalizzazione è lo strumento che la rende possibile e funzionale.
Senza questa capacità, l'empatia rischierebbe di diventare un semplice contagio emotivo, dove i confini tra noi e l'altro sfumano pericolosamente. La mentalizzazione agisce invece come una bussola cognitiva e affettiva: ci permette di accogliere il sentire dell'altro mantenendo però la chiarezza sui nostri stati interni. È, in sostanza, la struttura che trasforma una reazione emotiva in una comprensione profonda.
📚
Non confondiamola con la Teoria della Mente: la mentalizzazione di Fonagy, anche se è strettamente collegata, compie un passo in più.
La prima riguarda prevalentemente la dimensione cognitiva — ovvero la logica necessaria a capire che gli altri possiedono conoscenze diverse dalle nostre — la mentalizzazione integra, come abbiamo visto, la dimensione emotiva.
È proprio qui che la mentalizzazione diventa il "motore" dell'intelligenza emotiva: una capacità che non si limita a ipotizzare cosa l'altro sappia, ma cerca di comprendere come l'altro si senti e perché, dando un senso logico e affettivo a ogni nostra interazione.
Secondo Fonagy, questa facoltà non è un dono innato, ma si impara da piccoli attraverso il rispecchiamento dei genitori. Quando un bambino piange e il genitore dice: "Vedo che sei arrabbiato perché il castello di sabbia è crollato", gli sta restituendo un’immagine dei suoi sentimenti. In quel momento, il bambino inizia a capire che la sua mente esiste e che ha un significato. Grazie a questo scambio, impariamo a nostra volta a vederci dall'esterno e a vedere gli altri dall'interno.
Coltivare la mentalizzazione significa dunque migliorare la nostra capacità di regolazione emotiva e rendere le nostre relazioni più autentiche e meno reattive. Significa imparare ad abitare la complessità della mente umana con consapevolezza e rispetto.
Vi siete mai fermati a riflettere su quanto questa capacità influenzi il vostro modo di relazionarvi agli altri? 👇

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