31/03/2026
Oggi il SAMIFO compie 20 anni. La scrittrice Melania Mazzucco nel suo articolo Ritorno fra chi ricuce le ferite (Il Venerdì di Repubblica, 7 marzo 2017), ha descritto il clima in cui nacque il SAMIFO. Mentre ricostruiva la storia di Brigitte - rifugiata congolese, poi protagonista del suo libro Io sono con te - Mazzucco visitò il centro e incontrò i rifugiati che lo frequentavano. In quell’articolo racconta che nel 2006 le persone che più avrebbero avuto bisogno di aiuto - sopravvissuti a torture, violenze, guerre - erano proprio quelle che più difficilmente riuscivano a usufruire del servizio sanitario: non sapevano a chi rivolgersi, non parlavano la lingua, spesso non venivano comprese. il SAMIFO nacque per colmare questa grave lacuna, prima in via San Martino della Battaglia, poi - dopo i restauri - nella palazzina di via Luzzatti, sede che ancora oggi ne è il cuore.
Il SaMiFo opera all’interno di un contesto segnato da vulnerabilità multiple e intrecciate: traumi ripetuti, precarietà lavorativa, povertà abitativa e alimentare, barriere linguistiche, difficoltà di accesso ai servizi, pregiudizi, razzismo e profonde disuguaglianze strutturali. Prendere in carico una persona significa quindi confrontarsi con un insieme di fragilità che si alimentano a vicenda, rendendo necessario un approccio capace di unire competenze cliniche, psicologiche, culturali, sociali e giuridiche.
L’impegno quotidiano, costante e silenzioso, portato avanti per anni, ha dato frutti maturati lentamente, quasi senza che me ne accorgessi. Quel lavoro paziente, costruito giorno dopo giorno accanto alle persone più vulnerabili, ha generato nel tempo una credibilità professionale e umana che ha iniziato a tradursi in riconoscimenti formali - mai richiesti, mai cercati, ma inevitabilmente necessari. Segni tangibili del fatto che ciò che stavamo facendo aveva un valore, che quel modello di cura meritava di essere visto, compreso e sostenuto, non solo nella pratica quotidiana ma anche all’interno delle istituzioni:
• 2015 – il SaMiFo viene individuato come “Struttura Sanitaria a valenza regionale della ASL Roma 1 per l’assistenza ai migranti forzati”, punto di riferimento per richiedenti asilo, rifugiati, sopravvissuti a torture e violenze, minori anche non accompagnati nonché per tutti gli enti e istituzioni.
• 2017 – diventa una Unità Operativa Semplice a valenza Dipartimentale - UOSD.
• 2025 – nel nuovo Atto Aziendale, viene riconosciuto come Unità Operativa Complessa - UOC.
Durante questo percorso sedi e personale sono progressivamente aumentati, accompagnando l’espansione delle attività e la crescente complessità dei bisogni da affrontare. Questa squadra, ampia e diversificata, ha reso possibile una presa in carico multidisciplinare e integrata, capace di rispondere non solo ai bisogni clinici, ma anche alle dimensioni sociali, relazionali e culturali della cura. È proprio da questa combinazione – rigore scientifico, umanità, metodo e rete - che nasce il vero impatto sociale del SaMiFo: la capacità di trasformare la vulnerabilità in possibilità, di ricucire ciò che è stato spezzato, di offrire alle persone non solo cura, ma costruzioni di futuro.
Alcuni mesi fa The Guardian nell’articolo “We’re witnesses to the horror of the world” descrive il Centro SAMIFO di Roma come un servizio unico nel suo genere in Europa e forse nel mondo: una clinica pubblica e specializzata nella cura del trauma e del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) per richiedenti asilo e rifugiati, nato per colmare una lacuna nel sistema sanitario italiano di fronte alle sofferenze profonde di molte persone costrette alla fuga.
Il SaMiFo, nel corso degli anni, ha assunto un ruolo sempre più centrale all’interno del sistema regionale e nazionale dedicato alla tutela della salute delle persone rifugiate.
Desidero esprimere la mia più sincera gratitudine a tutte le persone che hanno contribuito, direttamente o indirettamente, alla realizzazione di questo sogno. L’elenco sarebbe troppo lungo per cui mi limito a un ringraziamento collettivo a gruppi, associazioni, istituzioni, professionisti e professioniste. Voglio però ringraziare profondamente tutto il personale del SAMIFO: chi ha intrapreso questo viaggio sin dall’inizio, chi è arrivato in corsa e chi, per diverse ragioni, ha dovuto lasciarlo. Grazie a colleghi e colleghe di tutte le unità della ASL Roma 1, inclusi quelle amministrative, per il sostegno quotidiano e il lavoro condiviso.Ringrazio tutte le organizzazioni del terzo settore che collaborano con noi, in particolare il centro Astalli, l’Unione Europea e il Ministero dell’Interno per i fondi FAMI, Roma Capitale per la storica collaborazione.
Ma il mio pensiero più sincero va alle rifugiate e ai rifugiati che ci affidano le loro storie, le loro speranze e, spesso, le loro vite: sono loro il senso più profondo di questo lavoro.
Giancarlo Santone