14/02/2026
STILL PARLAVA DI NEUROPLASTICITA' IN MANIERA CHIARA E DETTAGLIATA
Post tratto dal libro di Still filosofia e principi meccanici dell'osteopatia .
Cap 2 pagine 24/25/26
il pensiero porta all'azione ,
liquido cerebro spinale
midollo spinale .
In queste pagine still parla di concetti oggi assimilabili alla neuroplasticita' e alla funzione del liquor cerebro spinale .
(Ma oggi nelle scuole non danno la giusta importanza al cranio sacrale......)
Consiglio questa lettura a chi ha firmato il decreto e il piano di studi delle universita' triennali.
Gli osteopati; soprattutto le nuove levev devrebbero leggere obbligatoriamente chi ha scoperto l'osteopatia .
Queste pagine di fine Ottocento descrivono un organismo attraversato da forze, pressioni, flussi e “rivoluzioni” mentali. Il linguaggio è arcaico ma potente, a tratti drammatico ma grossolano , dietro la metafora si intravede un’intuizione sorprendentemente attuale: la salute dipende dall’equilibrio dinamico tra attività nervosa, circolazione dei fluidi e capacità di adattamento dell’intero sistema.
Quando Still parla di mente che “si logora sotto la forza della resistenza” o di “ruote mentali” che girano vorticosamente fino a saturare una fonte di impulsi nervosi, oggi possiamo riconoscere il concetto di sovraccarico neurofunzionale.
L’attività cerebrale prolungata e stressogena attiva in modo persistente i circuiti cortico-limbici e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, con incremento di catecolamine e cortisolo. Se questo stato diventa cronico, altera il tono vascolare, la regolazione pressoria, la qualità del sonno, il metabolismo energetico cerebrale. Non è un’esplosione improvvisa dovuta a “ruote che girano troppo”, ma una perdita progressiva di regolazione, un’alterazione dell’omeostasi che può predisporre a eventi vascolari o a disfunzioni neurologiche.
Oggi il concetto e' stato studiato dalla neurologia moderna .
La plasticità si manifesta su più livelli.
Il primo livello è sinaptico. Le sinapsi – i punti di contatto tra neuroni – possono diventare più efficaci o meno efficaci nel trasmettere un segnale. Questi meccanismi sono alla base dell’apprendimento e della memoria. Ogni volta che ripetiamo un gesto, studiamo un concetto o consolidiamo un’abitudine, stiamo modificando l’efficacia di reti sinaptiche specifiche, still lo diceva 150 anni fa .
Un secondo livello è strutturale. Non si modifica solo la forza della connessione, ma anche la sua forma. Le spine dendritiche possono aumentare o diminuire, gli assoni possono rimodellarsi, la densità sinaptica può cambiare. L’esperienza lascia una traccia fisica nel tessuto nervoso.
Un terzo livello riguarda la riorganizzazione corticale. Se una parte del cervello viene lesionata – ad esempio dopo un ictus – altre aree possono assumere parte della funzione perduta. Lo stesso accade dopo un’amputazione o con un allenamento intensivo: le mappe corticali si rimodellano in base all’uso. L’area cerebrale dedicata a una funzione non è fissa, ma dipende dall’esperienza e dalla necessità funzionale.
Infine, esiste una forma più sorprendente di plasticità: la neurogenesi. Nell’adulto è limitata, ma documentata soprattutto nell’ippocampo, struttura fondamentale per memoria e regolazione emotiva. Gli studi attuali. hanno dimostrato che anche il cervello adulto può generare nuovi neuroni in specifiche condizioni.
Dal punto di vista clinico, la neuroplasticità non è un concetto teorico: è la base biologica della riabilitazione. Dopo un ictus, il recupero motorio dipende dalla capacità delle reti residue di riorganizzarsi. Nel dolore cronico, la cosiddetta sensibilizzazione centrale rappresenta una forma di plasticità maladattativa: circuiti del dolore diventano iperattivi e si consolidano. Nei disturbi dell’apprendimento o nei percorsi psicoterapeutici, la modifica dei circuiti limbici e prefrontali è un processo plastico. Anche pratiche come mindfulness, esercizio fisico e training cognitivo agiscono modulando reti neurali e sistemi autonomici.
In sintesi, la neuroplasticità è la capacità del sistema nervoso di modificare la propria organizzazione funzionale e strutturale per adattarsi all’esperienza. È il meccanismo biologico che rende possibile apprendere, recuperare, cambiare abitudini, ma anche sviluppare schemi disfunzionali se gli stimoli sono ripetitivi e negativi.
Cotinuando con Still ;
L’emiplegia, descritta con concetti meccanichi, viene oggi compresa come conseguenza di lesioni focali del sistema nervoso centrale: ischemie, emorragie, masse espansive. Tuttavia l’intuizione di fondo di Still resta valida: quando un distretto cerebrale perde il suo apporto ematico o la sua integrità strutturale, il movimento e la sensibilità si spengono. Il corpo non è una somma di parti, ma una rete integrata; se un nodo critico viene compromesso, l’intero sistema ne risente.
Nel capitolo dedicato al midollo spinale emerge un altro passaggio centrale: il midollo come asse della vita, come struttura visibile, palpabile, da cui si diramano fasci nervosi che portano “impulsi e fluidi” alle estremità. Oggi sappiamo che il midollo è un centro di integrazione riflessa, un canale di comunicazione tra encefalo e periferia, una struttura immersa nel liquido cerebrospinale, protetta da meningi e colonna vertebrale. La “forza sconosciuta” evocata dall’autore può essere letta come attività elettrochimica neuronale, come trasmissione sinaptica, come modulazione afferente ed efferente continua. Il midollo non è solo un cavo di trasmissione: è un sistema dinamico, plastico, capace di adattamento e riorganizzazione.
Sembra incredibile ma a fine 800 still sta parlando di Neuroplasticita'.
Quando il testo insiste sul liquido cerebrospinale come “grande fiume vitale” che deve scorrere e irrigare il campo, l’immagine poetica anticipa concetti oggi studiati con rigore: la dinamica del liquor, il sistema linfatico, il ruolo del flusso cerebrospinale nella rimozione dei metaboliti e nel mantenimento dell’ambiente extracellulare cerebrale. Non è un fluido mistico, ma una componente essenziale della fisiologia neurovascolare. Se la sua produzione, circolazione o riassorbimento si alterano, l’intero sistema nervoso ne risente.
Molto suggestiva è anche la parte in cui si ipotizza che uno spostamento delle ossa del collo possa alterare la circolazione al di sopra del collo, generando cefalea, vertigini, disturbi visivi e uditivi. Oggi non parliamo in termini così diretti di “ostacolo meccanico” universale, ma riconosciamo che le disfunzioni cervicali possono influenzare il sistema neurovegetativo, la propriocezione, il tono muscolare, la dinamica venosa e linfatica cranio-cervicale. La regione suboccipitale è ricca di meccanocettori e connessioni con i nuclei vestibolari; tensioni persistenti possono modulare l’elaborazione sensoriale e contribuire a quadri cefalalgici o vertiginosi. L’idea di fondo resta: la struttura influenza la funzione, e la funzione retroagisce sulla struttura.
Il capitolo “Il pensiero comporta l’azione” è forse il più moderno nella sua visione sistemica. Le “rivoluzioni mentali al minuto” sono una metafora efficace del carico cognitivo. Oggi parliamo di risorse attentive limitate, di consumo energetico cerebrale, di metabolismo glucidico neuronale. Il cervello rappresenta circa il 2% del peso corporeo ma consuma fino al 20% dell’energia totale a riposo.
L’attività mentale intensa, soprattutto se accompagnata da stress emotivo, modifica l’equilibrio neuroendocrino e autonomico. Non esistono numeri reali di “giri al minuto”, ma esiste un costo biologico dell’elaborazione cognitiva prolungata.
Still attribuisce molte patologie a un’“impedita circolazione dei fluidi”. In chiave moderna, possiamo tradurre questa espressione con alterazioni della microcircolazione, congestione venosa, stasi linfatica, squilibri pressori, disregolazione autonomica. Il concetto non è più generico: oggi è misurabile attraverso indagini emodinamiche, imaging, studi sul microcircolo e sulla funzione endoteliale. Tuttavia l’idea centrale rimane straordinariamente attuale: la salute è un fenomeno dinamico, basato su flussi – di sangue, di linfa, di liquor, di informazioni nervose – che devono restare armonici.
Ciò che colpisce, rileggendo queste pagine, è la tensione etica che le attraversa. Il medico viene descritto come un ingegnere responsabile del “motore della vita”. Oggi parleremmo di clinico chiamato a comprendere la complessità dei sistemi biologici, a rispettarne l’autoregolazione, a intervenire con precisione e misura. Non si tratta di dominare la Natura, ma di collaborare con i meccanismi di adattamento dell’organismo.
In definitiva, dietro il linguaggio ottocentesco, talvolta enfatico, emerge una visione profondamente sistemica: mente e corpo non sono separati; il sistema nervoso è il grande integratore; i fluidi corporei sono vettori di vita; l’eccesso di stress può logorare l’equilibrio; la struttura e la funzione sono inseparabili.
Rilette con gli strumenti della neurofisiologia, della biologia dei sistemi e della medicina contemporanea, queste pagine non appaiono come reliquie del passato, ma come il tentativo – ancora valido – di descrivere l’organismo come un’unità dinamica, in cui ogni parte parla con le altre attraverso flussi, segnali e adattamenti continui.