Osteopatia Caldarese Roma

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OCCLUSIONE E PUBALGIAQuando la bocca cambia l’equilibrio del bacinoLa pubalgia non è solo un dolore all’inguine. È una f...
16/02/2026

OCCLUSIONE E PUBALGIA
Quando la bocca cambia l’equilibrio del bacino

La pubalgia non è solo un dolore all’inguine. È una frattura silenziosa dell’equilibrio. È il punto in cui le forze del corpo non si incontrano più in armonia ma si scontrano, giorno dopo giorno, passo dopo passo.
Spesso si guarda il bacino, gli adduttori, la sinfisi pubica. Ma raramente si alza lo sguardo verso l’alto, fino alla mandibola. Eppure il corpo non è fatto a compartimenti stagni. È una continuità.
La bocca: una centralina neurologica
L’occlusione dentale non è soltanto il modo in cui i denti combaciano. È un sistema sensoriale potentissimo. Il trigemino è uno dei nervi più estesi e influenti del nostro organismo. Dialoga con il tronco encefalico, con i nuclei vestibolari, con i sistemi che regolano il tono muscolare.

Una mandibola che lavora in asimmetria può modificare:
– Il tono dei muscoli masticatori
– La tensione suboccipitale
– L’assetto cervicale
– L’orientamento della testa nello spazio
E quando la testa cambia posizione, tutto il corpo si riorganizza sotto di lei.
Le catene che uniscono cranio e bacino
Dal cranio al pavimento pelvico esiste una continuità miofasciale. La linea anteriore profonda connette mandibola, diaframma, psoas, adduttori, sinfisi pubica.
Se il diaframma perde la sua libertà, il psoas cambia tono.
Se il psoas cambia tono, il bacino perde centratura.
Se il bacino perde centratura, la sinfisi inizia a soffrire.
La pubalgia può diventare l’ultimo anello di una catena che parte molto più in alto.
Pubalgia: quando il centro non regge più
Nel gesto atletico, il bacino è un crocevia di forze. Adduttori e retti addominali tirano in direzioni opposte. La sinfisi è una zona di equilibrio delicatissimo.

Se il controllo neuromotorio non è fine, se il tono non è distribuito in modo simmetrico, le forze diventano taglienti. La pubalgia non nasce in un giorno: è il risultato di micro-squilibri ripetuti.
Il legame invisibile
Non esiste una prova definitiva che ogni malocclusione provochi pubalgia. Ma esiste un principio chiaro: il sistema tonico-posturale è integrato.
Una mandibola serrata modifica il tono cervicale.

Un tono cervicale alterato modifica la distribuzione delle tensioni lungo la colonna.
Una colonna che compensa cambia l’assetto del bacino.
Il corpo non dimentica le tensioni croniche. Le redistribuisce.
L’approccio clinico: ascoltare prima di correggere
Un caso di pubalgia recidivante richiede uno sguardo ampio:
– Valutazione della stabilità pelvica
– Analisi del controllo del core
– Studio della respirazione diaframmatica
– Osservazione dell’occlusione e del serramento
La bocca può essere causa primaria, compenso o semplice spettatrice. Solo un’analisi globale può stabilirlo.

Conclusione
La pubalgia non è solo un problema locale. È un segnale. È il punto in cui il corpo dice che l’equilibrio è stato superato.
L’occlusione è una delle chiavi possibili di questo equilibrio. Non l’unica, non sempre la principale. Ma ignorarla significa accettare una visione frammentata.




















STILL PARLAVA DI NEUROPLASTICITA' IN MANIERA CHIARA E DETTAGLIATA Post tratto dal libro di Still filosofia e principi me...
14/02/2026

STILL PARLAVA DI NEUROPLASTICITA' IN MANIERA CHIARA E DETTAGLIATA

Post tratto dal libro di Still filosofia e principi meccanici dell'osteopatia .

Cap 2 pagine 24/25/26

il pensiero porta all'azione ,
liquido cerebro spinale
midollo spinale .

In queste pagine still parla di concetti oggi assimilabili alla neuroplasticita' e alla funzione del liquor cerebro spinale .

(Ma oggi nelle scuole non danno la giusta importanza al cranio sacrale......)

Consiglio questa lettura a chi ha firmato il decreto e il piano di studi delle universita' triennali.

Gli osteopati; soprattutto le nuove levev devrebbero leggere obbligatoriamente chi ha scoperto l'osteopatia .

Queste pagine di fine Ottocento descrivono un organismo attraversato da forze, pressioni, flussi e “rivoluzioni” mentali. Il linguaggio è arcaico ma potente, a tratti drammatico ma grossolano , dietro la metafora si intravede un’intuizione sorprendentemente attuale: la salute dipende dall’equilibrio dinamico tra attività nervosa, circolazione dei fluidi e capacità di adattamento dell’intero sistema.

Quando Still parla di mente che “si logora sotto la forza della resistenza” o di “ruote mentali” che girano vorticosamente fino a saturare una fonte di impulsi nervosi, oggi possiamo riconoscere il concetto di sovraccarico neurofunzionale.

L’attività cerebrale prolungata e stressogena attiva in modo persistente i circuiti cortico-limbici e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, con incremento di catecolamine e cortisolo. Se questo stato diventa cronico, altera il tono vascolare, la regolazione pressoria, la qualità del sonno, il metabolismo energetico cerebrale. Non è un’esplosione improvvisa dovuta a “ruote che girano troppo”, ma una perdita progressiva di regolazione, un’alterazione dell’omeostasi che può predisporre a eventi vascolari o a disfunzioni neurologiche.

Oggi il concetto e' stato studiato dalla neurologia moderna .

La plasticità si manifesta su più livelli.
Il primo livello è sinaptico. Le sinapsi – i punti di contatto tra neuroni – possono diventare più efficaci o meno efficaci nel trasmettere un segnale. Questi meccanismi sono alla base dell’apprendimento e della memoria. Ogni volta che ripetiamo un gesto, studiamo un concetto o consolidiamo un’abitudine, stiamo modificando l’efficacia di reti sinaptiche specifiche, still lo diceva 150 anni fa .

Un secondo livello è strutturale. Non si modifica solo la forza della connessione, ma anche la sua forma. Le spine dendritiche possono aumentare o diminuire, gli assoni possono rimodellarsi, la densità sinaptica può cambiare. L’esperienza lascia una traccia fisica nel tessuto nervoso.

Un terzo livello riguarda la riorganizzazione corticale. Se una parte del cervello viene lesionata – ad esempio dopo un ictus – altre aree possono assumere parte della funzione perduta. Lo stesso accade dopo un’amputazione o con un allenamento intensivo: le mappe corticali si rimodellano in base all’uso. L’area cerebrale dedicata a una funzione non è fissa, ma dipende dall’esperienza e dalla necessità funzionale.
Infine, esiste una forma più sorprendente di plasticità: la neurogenesi. Nell’adulto è limitata, ma documentata soprattutto nell’ippocampo, struttura fondamentale per memoria e regolazione emotiva. Gli studi attuali. hanno dimostrato che anche il cervello adulto può generare nuovi neuroni in specifiche condizioni.
Dal punto di vista clinico, la neuroplasticità non è un concetto teorico: è la base biologica della riabilitazione. Dopo un ictus, il recupero motorio dipende dalla capacità delle reti residue di riorganizzarsi. Nel dolore cronico, la cosiddetta sensibilizzazione centrale rappresenta una forma di plasticità maladattativa: circuiti del dolore diventano iperattivi e si consolidano. Nei disturbi dell’apprendimento o nei percorsi psicoterapeutici, la modifica dei circuiti limbici e prefrontali è un processo plastico. Anche pratiche come mindfulness, esercizio fisico e training cognitivo agiscono modulando reti neurali e sistemi autonomici.
In sintesi, la neuroplasticità è la capacità del sistema nervoso di modificare la propria organizzazione funzionale e strutturale per adattarsi all’esperienza. È il meccanismo biologico che rende possibile apprendere, recuperare, cambiare abitudini, ma anche sviluppare schemi disfunzionali se gli stimoli sono ripetitivi e negativi.

Cotinuando con Still ;
L’emiplegia, descritta con concetti meccanichi, viene oggi compresa come conseguenza di lesioni focali del sistema nervoso centrale: ischemie, emorragie, masse espansive. Tuttavia l’intuizione di fondo di Still resta valida: quando un distretto cerebrale perde il suo apporto ematico o la sua integrità strutturale, il movimento e la sensibilità si spengono. Il corpo non è una somma di parti, ma una rete integrata; se un nodo critico viene compromesso, l’intero sistema ne risente.
Nel capitolo dedicato al midollo spinale emerge un altro passaggio centrale: il midollo come asse della vita, come struttura visibile, palpabile, da cui si diramano fasci nervosi che portano “impulsi e fluidi” alle estremità. Oggi sappiamo che il midollo è un centro di integrazione riflessa, un canale di comunicazione tra encefalo e periferia, una struttura immersa nel liquido cerebrospinale, protetta da meningi e colonna vertebrale. La “forza sconosciuta” evocata dall’autore può essere letta come attività elettrochimica neuronale, come trasmissione sinaptica, come modulazione afferente ed efferente continua. Il midollo non è solo un cavo di trasmissione: è un sistema dinamico, plastico, capace di adattamento e riorganizzazione.

Sembra incredibile ma a fine 800 still sta parlando di Neuroplasticita'.
Quando il testo insiste sul liquido cerebrospinale come “grande fiume vitale” che deve scorrere e irrigare il campo, l’immagine poetica anticipa concetti oggi studiati con rigore: la dinamica del liquor, il sistema linfatico, il ruolo del flusso cerebrospinale nella rimozione dei metaboliti e nel mantenimento dell’ambiente extracellulare cerebrale. Non è un fluido mistico, ma una componente essenziale della fisiologia neurovascolare. Se la sua produzione, circolazione o riassorbimento si alterano, l’intero sistema nervoso ne risente.
Molto suggestiva è anche la parte in cui si ipotizza che uno spostamento delle ossa del collo possa alterare la circolazione al di sopra del collo, generando cefalea, vertigini, disturbi visivi e uditivi. Oggi non parliamo in termini così diretti di “ostacolo meccanico” universale, ma riconosciamo che le disfunzioni cervicali possono influenzare il sistema neurovegetativo, la propriocezione, il tono muscolare, la dinamica venosa e linfatica cranio-cervicale. La regione suboccipitale è ricca di meccanocettori e connessioni con i nuclei vestibolari; tensioni persistenti possono modulare l’elaborazione sensoriale e contribuire a quadri cefalalgici o vertiginosi. L’idea di fondo resta: la struttura influenza la funzione, e la funzione retroagisce sulla struttura.

Il capitolo “Il pensiero comporta l’azione” è forse il più moderno nella sua visione sistemica. Le “rivoluzioni mentali al minuto” sono una metafora efficace del carico cognitivo. Oggi parliamo di risorse attentive limitate, di consumo energetico cerebrale, di metabolismo glucidico neuronale. Il cervello rappresenta circa il 2% del peso corporeo ma consuma fino al 20% dell’energia totale a riposo.

L’attività mentale intensa, soprattutto se accompagnata da stress emotivo, modifica l’equilibrio neuroendocrino e autonomico. Non esistono numeri reali di “giri al minuto”, ma esiste un costo biologico dell’elaborazione cognitiva prolungata.

Still attribuisce molte patologie a un’“impedita circolazione dei fluidi”. In chiave moderna, possiamo tradurre questa espressione con alterazioni della microcircolazione, congestione venosa, stasi linfatica, squilibri pressori, disregolazione autonomica. Il concetto non è più generico: oggi è misurabile attraverso indagini emodinamiche, imaging, studi sul microcircolo e sulla funzione endoteliale. Tuttavia l’idea centrale rimane straordinariamente attuale: la salute è un fenomeno dinamico, basato su flussi – di sangue, di linfa, di liquor, di informazioni nervose – che devono restare armonici.
Ciò che colpisce, rileggendo queste pagine, è la tensione etica che le attraversa. Il medico viene descritto come un ingegnere responsabile del “motore della vita”. Oggi parleremmo di clinico chiamato a comprendere la complessità dei sistemi biologici, a rispettarne l’autoregolazione, a intervenire con precisione e misura. Non si tratta di dominare la Natura, ma di collaborare con i meccanismi di adattamento dell’organismo.

In definitiva, dietro il linguaggio ottocentesco, talvolta enfatico, emerge una visione profondamente sistemica: mente e corpo non sono separati; il sistema nervoso è il grande integratore; i fluidi corporei sono vettori di vita; l’eccesso di stress può logorare l’equilibrio; la struttura e la funzione sono inseparabili.
Rilette con gli strumenti della neurofisiologia, della biologia dei sistemi e della medicina contemporanea, queste pagine non appaiono come reliquie del passato, ma come il tentativo – ancora valido – di descrivere l’organismo come un’unità dinamica, in cui ogni parte parla con le altre attraverso flussi, segnali e adattamenti continui.



















31/01/2026
QUANDO DICO AL PAZIENTE CHE Il  FEGATO RISULTA DISFUNZIONALE COSA INTENDO ?A volte, durante il trattamento, dico al pazi...
22/01/2026

QUANDO DICO AL PAZIENTE CHE Il FEGATO RISULTA DISFUNZIONALE COSA INTENDO ?

A volte, durante il trattamento, dico al paziente:

“Il fegato è positivo”.
E spesso mi chiedono:
“Positivo… in che senso?”

Non vuol dire che il fegato sia malato.
Non vuol dire che ci sia una patologia.
Vuol dire che sta facendo fatica.
Vuol dire che non si muove come dovrebbe.
Che non scivola bene sotto il diaframma.
Che non respira.

Quando un fegato è “positivo”, io sento:
che è rigido
che è congestionato
che non riesce ad adattarsi bene ai movimenti del corpo
E il corpo, quando qualcosa non funziona bene dentro, lo racconta altrove.
I segnali che il corpo manda
Non è mai solo il fegato.
Spesso trovo:
tensioni che tirano la spalla o il braccio
rigidità nella zona del collo, soprattutto a destra
dolore sotto le costole quando tocco
fastidio profondo che il paziente riconosce subito: “sì, è proprio lì”
A volte il test di Murphy è positivo o a metà.
Non è un dolore acuto, ma è un segnale chiaro.

E poi c’è l’anamnesi.
Quando non è il cibo e non sono i farmaci? COSA PUO' DISTURBARE IL FEGATO?

Chiedo dell’alimentazione.
E spesso è equilibrata, normale.
Chiedo dei farmaci.
E non emergono terapie importanti.
E allora capisco che non è quello il punto.

Il fegato continua a mandare segnali,
ma non c’è una causa “esterna” evidente; allora entra in gioco la parte emotiva

La paziente parla poco.
È educata.
Controllata.
Tiene tutto dentro.
Non esplode mai.
Non si arrabbia mai “davvero”.
Non disturba.
Ma il corpo sì.
Il corpo disturba eccome.
Dall’anamnesi emerge una storia fatta di:
adattamento continuo
silenzi
cose ingoiate
rabbia mai detta
E allora il quadro diventa chiaro.
Non stiamo parlando di cibo.
Stiamo parlando di qualcosa che non viene digerito dentro.
Di emozioni che non trovano uscita.
Di rabbia repressa.
Di verità trattenute.
Il fegato come luogo di accumulo
Il fegato fa il suo lavoro.
Trasforma.
Depura.
Compensa.
Ma quando deve trasformare anche quello che non viene detto,
quando deve gestire emozioni non espresse,
lavora troppo.
E lo fa in silenzio.
Come spesso fa la persona.
Fino a quando il corpo dice:
“Adesso basta”.
Perché il trattamento aiuta
Il trattamento non serve solo a “sbloccare” un organo.
Serve a ridare spazio.
Spazio al respiro.
Spazio al movimento.
Spazio a quello che è rimasto fermo troppo a lungo.
Perché quando il corpo torna a muoversi,
anche le emozioni iniziano a fluire.
E molto spesso, dopo il trattamento, succede questo:
il paziente respira meglio,
si sente più leggero,
e magari dice una frase semplice, ma potentissima:
“È come se mi fossi tolto un peso.”


















🌟 PALATO OSSEO : perché l’espansione con divaricatori  non è mai un atto “locale”Intervenire sul palato osseo non signif...
20/01/2026

🌟 PALATO OSSEO : perché l’espansione con divaricatori non è mai un atto “locale”

Intervenire sul palato osseo non significa correggere solo i denti: significa toccare un centro nevralgico dell’equilibrio corporeo.
Il palato è un ponte tra struttura e funzione, tra cranio e postura.

Il palato rappresenta:
🔗 una connessione diretta con la base cranica
🎯 il cuore della linea mediana
🧭 un regolatore delle curve vertebrali
Un palato stretto, alto e rigido è spesso associato a:
📈 aumento della cifosi
🌀 perdita di adattabilità dell’asse cranio-sacrale
🧩 compensi che interessano tutta la colonna

Non è un caso: è un pattern clinico ricorrente.
🧠 Sutura interpalatina e colonna: un asse funzionale unico

La sutura interpalatina non è un punto “statico”:
trasmette forze e tensioni a:
💠 sfenoide
🧬 dura madre
🏛️ allineamento vertebrale
Alterazioni di questa sutura si associano spesso a:
rotazioni vertebrali 🔄
dimorfismi spinali 🏺
schemi posturali deviati 🧍‍♂️➡️
👉 La colonna risponde a ciò che avviene nel palato.

🔧 Espansore palatale: quando diventa uno strumento evolutivo
Quando l’indicazione è corretta, un espansore può portare benefici enormi:

📉 riduzione della cifosi evolutiva
🧘 migliore distribuzione delle tensioni lungo la colonna
⚖️ recupero della mobilità della base cranica
L’apertura della sutura interpalatina migliora anche la dinamica della sella turcica, con benefici su:

🌬️ respirazione craniale
🔄 movimenti cranio-sacrali
🧪 equilibrio neuro-endocrino
⚠️ Il vero punto critico

Il problema NON è l’espansore.
Il problema è usarlo senza sapere su quali livelli corporei si interviene.
Un’espansione non integrata può:
creare compensi posturali ⚡
destabilizzare un sistema già adattato 🧱
spostare la disfunzione altrove 🔄
Per questo deve essere sempre:
📊 valutata posturalmente
🌐 letta cranio-sacralmente
👐 integrata con lavoro manuale

🌈 Conclusione
Il palato non è un semplice tetto della bocca:
è un regolatore centrale dell’intero organismo.
Agire su di esso significa influenzare:
postura 🧍‍♀️
colonna 🦴
dinamica craniale 🌙
regolazione centrale 🎛️
Con un approccio integrato, l’espansione diventa un atto di riequilibrio profondo e non un intervento meccanico.



























COSA FACCIO A STUDIO PER L'OCCLUSIONE DENTALE SUI MIEI PAZIENTI Questo post e' frutto  di Considerazioni personali dopo ...
16/01/2026

COSA FACCIO A STUDIO PER L'OCCLUSIONE DENTALE SUI MIEI PAZIENTI

Questo post e' frutto di Considerazioni personali dopo 25 anni di pratica clinica.

Nel mio lavoro clinico sull’occlusione non applico protocolli rigidi né schemi automatici.

Quello che porto oggi in studio è il risultato di oltre 25 anni di esperienza clinica
integrata con una formazione specifica maturata negli anni.

Una parte importante del mio approccio deriva dallo studio del metodo Meersseman, approfondito attraverso moduli formativi seguiti anni fa e successivamente rielaborati e interpretati da un docente di fama nazionale, il dott. ColaSanto Stefano, dentista che da anni si occupa di postura e integrazione tra sistema stomatognatico e assetto corporeo globale.

Il metodo nasce quindi da scuole strutturate, ma non viene applicato in modo meccanico: è stato nel tempo adattato e rielaborato sulla base della mia esperienza clinica diretta.

In studio, non inserisco mai il rullo o i supporti occlusali a priori.
Lo faccio solo quando l’anamnesi e la storia odontoiatrica del paziente mi orientano chiaramente in quella direzione. La scelta è sempre guidata dal ragionamento clinico, non dal protocollo.

Una volta individuata questa possibilità, eseguo:
test posturali prima e dopo,
test di forza muscolare prima e dopo,
con l’obiettivo di valutare la dominanza funzionale: capire se l’occlusione perturba il sistema ed è primaria, oppure se rappresenta una risposta adattativa a disfunzioni che nascono altrove, spesso a livello periferico o elettromeccanico.
Questo passaggio è centrale nel mio approccio, perché consente di distinguere:
quando l’occlusione è un vero driver disfunzionale,e quando invece è un effetto compensatorio di un problema che ha un’altra origine.

L’occlusione, infatti, viene sempre letta come parte di un sistema integrato, che coinvolge:

il sistema cranico e meningeo,
la relazione mandibola–cranio–sacro,
l’adattamento neuromuscolare,
la risposta posturale globale.
L’obiettivo non è “correggere un morso”, ma comprendere se e quanto l’occlusione interferisca con l’organizzazione del sistema.
Solo dopo questa verifica clinica ha senso intervenire.

Questo modo di lavorare mi permette di adottare un approccio non invasivo, progressivo e rispettoso della fisiologia, basato su risposte oggettive del corpo e su cambiamenti immediatamente verificabili.
In sintesi, il metodo che utilizzo oggi:
nasce da scuole autorevoli,
viene rielaborato criticamente,
si fonda sulla clinica esperienziale,
ed è costantemente affinato dal confronto quotidiano con il paziente.

È questo, per me, il significato profondo della pratica clinica:
studiare, applicare, osservare, verificare e rielaborare, mettendo sempre il corpo del paziente al centro del processo terapeutico.

























DETOX  COSA SERVE E COME SI FA CORRETTAMENTECos’è davvero la detox?La detox non è una moda come sembra essere diventata ...
16/01/2026

DETOX COSA SERVE E COME SI FA CORRETTAMENTE

Cos’è davvero la detox?

La detox non è una moda come sembra essere diventata oggigiorno .

È un processo fisiologico naturale che il corpo compie ogni giorno attraverso organi specifici deputati all’eliminazione delle tossine.

Gli organi principali coinvolti sono:

Fegato (detossificazione chimica)
Intestino (eliminazione delle scorie)
Reni (filtrazione del sangue)
Polmoni (eliminazione di gas e muco)
Pelle (sudorazione)
Sistema linfatico

Una detox corretta consiste nell"aiutare questo processo naturale che il nostro corpo svolge quotidianamente .

Quando è utile una detox?

Una detox ben fatta è indicata quando compaiono:

stanchezza persistente
gonfiore addominale
digestione lenta
cefalea ricorrente
muco in eccesso (respiratorio o intestinale)
difficoltà di concentrazione
ritenzione idrica
pelle spenta

Oppure:

dopo periodi di stress
dopo terapie farmacologiche
a cambi di stagione
prima di iniziare un percorso terapeutico

I PRINCIPI BASE DI UNA DETOX CORRETTA
1. Ridurre il carico tossico
Prima ancora di “eliminare”, bisogna smettere di accumulare.
Da limitare o sospendere temporaneamente:
zuccheri raffinati
alcol
caffè in eccesso
latticini
cibi industriali
farine raffinate
fritture
2. Sostenere fegato e intestino
Il fegato è il regista della detox.
Se il fegato è sovraccarico, la detox fallisce.

Alimenti utili:
ca****fo
cicoria
tarassaco
rucola
radicchio
limone
curcuma
zenzero

L’intestino deve:
muoversi regolarmente
avere una flora batterica equilibrata
non essere infiammato

3. Idratazione funzionale
Bere acqua non basta, va bevuta nel modo giusto.

Indicazioni:
acqua a temperatura ambiente
piccoli sorsi
lontano dai pasti principali
al mattino: acqua tiepida + limone
L’idratazione è fondamentale per:
reni
linfa
intestino
eliminazione delle tossine idrosolubili

STRUTTURA DI UNA DETOX BEN FATTA
Fase 1 – Preparazione (2–3 giorni)
Obiettivo: ridurre lo shock metabolico
eliminare gradualmente zuccheri e caffè
aumentare verdure
pasti semplici

Fase 2 – Detox attiva (7–10 giorni)
Obiettivo: sostenere gli organi emuntori
Caratteristiche:
verdure cotte e crude
proteine leggere (pesce, uova, legumi ben tollerati)
cereali integrali in piccole quantità
estratti vegetali mirati
tisane depurative
Fase 3 – Riattivazione (3–5 giorni)
Obiettivo: tornare all’alimentazione senza ricadute
reinserimento graduale degli alimenti
osservazione delle reazioni del corpo
ESTRATTI E SUPPORTI NATURALI (se indicati)
Sempre personalizzati, possono includere:
ca****fo
tarassaco
cardo mariano
betulla
fi*****io
clorofilla
magnesio
⚠️ Mai usare estratti a caso: una detox sbagliata può peggiorare i sintomi.
COSA NON È UNA DETOX
❌ digiuni estremi
❌ solo centrifugati per settimane
❌ lassativi
❌ prodotti “miracolosi”
❌ forzature metaboliche
Una detox aggressiva stressa il sistema nervoso e blocca l’eliminazione invece di favorirla.

CONCLUSIONE
La detox è un atto terapeutico, non una moda.
Funziona quando:
rispetta la fisiologia
sostiene gli organi giusti
è personalizzata
è integrata in un percorso più ampio
Il corpo non va forzato, va ascoltato.















🔴 REGIONE ILEO COLICA E MESENTERICA   nel THE BRUDGE METHODDisfunzioni di GRADO  I, II e III e adattamento neuro-viscera...
13/01/2026

🔴 REGIONE ILEO COLICA E MESENTERICA nel THE BRUDGE METHOD

Disfunzioni di GRADO I, II e III e adattamento neuro-viscerale
Nella Sacro Occipital Technique (SOT), le disfunzioni si classificano su tre gradi dibperdita del potenziale di funziobamento dell'asse cranio sacro.

La regione ileo-colica e mesenterica può essere coinvolta in tutte e tre i gradi, ma con caratteristiche e ruolo differenti.

Grado I

– Disfunzioni strutturali primarie
Caratterizzata da alterazioni meccaniche fisse tra sacro e cranio (es. sacro rotato, base cranica disassata).
La regione ileo-colica reagisce come distretto secondario:
tensione fasciale locale
ridotta mobilità mesenterica
alterata motilità intestinale
Il driver principale è strutturale, le correzioni cranio-sacrali migliorano indirettamente il viscerale.
Trattamento SOT: normalizzare il sacro e la relazione cranio-sacrale; il miglioramento viscerale segue naturalmente.

Grado II

– Disfunzioni funzionali e adattative
Caratterizzata da iperattività simpatica, perdita di autoregolazione e stress persistente.
Qui la regione ileo-colica diventa spesso un driver primario, mantenendo il sistema in stato difensivo:
iper-tensione mesenterica/fasciale
ridotta compliance diaframmatica
alterazioni del ritmo cranio-sacrale
sintomi intestinali intermittenti (meteorismo, discomfort, alvo irregolare)
Le correzioni strutturali isolate sono spesso inefficaci se il viscerale non viene trattato.

Trattamento SOT: decompressione viscerale, riequilibrio fasciale, modulazione del sistema autonomico, facilitazione della regolazione cranio-sacrale.

Grado III

Disfunzioni neurologiche e croniche
Caratterizzata da iperattività cronica o ipotonia neurovegetativa, spesso associata a patologie neurologiche centrali o periferiche, postumi di traumi o cicatrici profonde.
La regione ileo-colica può presentare:
ipomobilità cronica
aderenze fasciali persistenti
ridotta motilità enterica e mesenterica
ipotono o disfunzione autonomica sostenuta
Qui il viscerale non reagisce più come driver primario, ma diventa zona di compenso e deposito di tensione che mantiene lo squilibrio globale.
Trattamento SOT: tecniche delicate di decompressione, lavoro sul ritmo cranio-sacrale, mobilizzazione fasciale lenta, stimolazione di autoregolazione autonoma; obiettivo non è “correggere” il viscere, ma riattivare i circuiti di adattamento e resilienza tissutale.
Sintesi clinica osteopatica per la regione ileo-colica
Ruolo della regione ileo-colica

Focus trattamento SOT

Reattiva, effetto secondario
Correzione strutturale sacro-cranio; viscerale migliora secondariamente
II Driver primario funzionale
Decompressione viscerale, riequilibrio fasciale, modulazione autonomica, supporto cranio-sacrale

Zona di compenso cronica
Mobilizzazione lenta, stimolazione autoregolativa, lavoro sul ritmo cranio-sacrale e fascia addominale

🔹 In tutti i casi, la regione ileo-colica è nodo di filtro neuro-fasciale, interconnessa con viscere, fascia, sistema autonomico e schemi cranio-sacrali.

🔹 Il trattamento non è mai “solo intestinale”: si lavora sul confine funzionale, sulla regolazione adattativa e sulla stabilità globale del paziente.

SCRARICA IL VIDEOCORSO ecco il link in descrizione

https://esmerise.com/osteopatiacaldarese/register?p=6831

🧠✨DOLORE CRONICO:QUANDO IL PROBLEMA NON E' IL TESSUTO .Quando il dolore dura nel tempo, molto spesso non è solo una ques...
13/01/2026

🧠✨DOLORE CRONICO:QUANDO IL PROBLEMA NON E' IL TESSUTO .

Quando il dolore dura nel tempo, molto spesso non è solo una questione di muscoli, articolazioni o tessuti “rovinati”.
In tanti casi il dolore diventa il risultato di come il sistema nervoso interpreta ciò che succede, mettendo insieme segnali del corpo, esperienze passate, contesto, emozioni e aspettative.

👉 Quindi no, non è “tutto nella testa”.
È tutto nel sistema.

🔒🌿 La sicurezza non è un’emozione: è uno stato biologico

“Sentirsi al sicuro” non significa solo stare tranquilli mentalmente.
Significa che il corpo entra in una condizione precisa, misurabile:

⚡ meno allerta e iper-vigilanza

🌬️ respiro più libero, digestione e recupero migliori

🧪 meno stress cronico

🔄 più capacità di passare dall’attivazione al rilassamento

Quando il sistema è in sicurezza, il corpo smette di difendersi e può finalmente riparare, adattarsi e riorganizzarsi.

⚠️🧱 Quando il sistema percepisce pericolo
Se il corpo sente minaccia, anche senza un vero danno attivo:
si irrigidisce
limita il movimento
alza il volume del dolore 🔊
Non perché “sbaglia”, ma perché sta cercando di proteggerti.
Il problema nasce quando questa modalità resta attiva troppo a lungo e diventa la normalità.

🧩🧠 Perché il dolore si amplifica?

Nel dolore persistente possono succedere diverse cose:
🎚️ i freni naturali del dolore funzionano peggio
🧠 il sistema diventa più sensibile (nociplasticità)
🔬 il sistema neuro-immunitario contribuisce all’amplificazione
💭 paura, anticipazione e catastrofizzazione fanno da moltiplicatore
👉 Così anche uno stimolo minimo può sembrare enorme.
💡🤲 Molte persone non hanno bisogno di “più forza”
Spesso non serve spingere di più, ma ricostruire fiducia nel corpo.
Il lavoro clinico diventa allora:
🚶‍♂️ ritrovare fiducia nel movimento, passo dopo passo
🫁 riconoscere i segnali del corpo senza allarme
🧭 dare spiegazioni chiare e percorsi prevedibili
🤝 creare una relazione terapeutica che trasmetta sicurezza

Quando il sistema sente: “posso muovermi senza pericolo”, cambiano dolore, postura, respiro e qualità del movimento.

👐➡️🧠 Non parte solo dalle mani

Il trattamento manuale è uno strumento importante, ma nel dolore cronico funziona davvero quando è inserito in un percorso più ampio:

📚 educazione al dolore
⚖️ carico ben dosato e progressivo
🌙 attenzione a sonno, stress e recupero
🎵 lavoro su ritmo, lentezza e controllo
💪 rinforzo dell’autoefficacia: “posso gestirlo”

Le mani aiutano, ma il vero cambiamento nasce dalla riorganizzazione del sistema nervoso.

✨🔚 In sintesi
Il dolore cronico è spesso la voce di un sistema sempre in allerta.
Quando riduci la minaccia percepita e restituisci sicurezza, il corpo smette di difendersi e torna ad adattarsi.
La guarigione non è solo “aggiustare un pezzo”.
È regolazione, fiducia e libertà di movimento 🌿











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