Agostino Bruno Chirurgia Plastica ed Estetica

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05/03/2026

CAMBIO PROTESI MAMMARIE: IL RUOLO CHIAVE DELLA CHIUSURA DELLA VECCHIA TASCA – IL VIDEO – ATTENZIONE: IL VIDEO CONTIENE IMMAGINI FORTI TRATTE DALLA SALA OPERATORIA

Nel video a completamento di questo post viene illustrata una fase cruciale dell’intervento di cambio di protesi mammarie, una procedura sempre più frequente in chirurgia plastica. Le ragioni che portano a un re-intervento possono essere diverse: desiderio della paziente di modificare volume o forma, fenomeni di contrattura capsulare, o la necessità di correggere problematiche tecniche legate alla precedente mastoplastica additiva.

Nel caso clinico di oggi, è stata rimossa la vecchia protesi mammaria insieme alla sua capsula periprotesica. La protesi, infatti, era stata originariamente inserita in sede sottoghiandolare, cioè immediatamente al di sotto della ghiandola mammaria. Questa collocazione, sebbene un tempo fosse molto utilizzata, può comportare negli anni alcuni limiti: maggiore visibilità dei margini protesici, rischio più alto di rippling nelle pazienti molto magre e, in generale, un risultato meno naturale rispetto ad altre tecniche più moderne.

Per questi motivi, la nuova protesi è stata inserita in una tasca dual plane, una tecnica che combina i vantaggi del piano retromuscolare e di quello sottoghiandolare. In questo modo, la protesi beneficia della copertura del muscolo pettorale nella sua porzione superiore, mentre la ghiandola, scollata inferiormente, consente di ottenere un aspetto più naturale e armonioso.

Un punto fondamentale di questo tipo di intervento è rappresentato dalla chiusura della vecchia tasca sottoghiandolare. Se questa non viene chiusa accuratamente, infatti, esiste il rischio che la protesi, nel tempo, possa migrare dalla nuova sede dual plane verso la precedente tasca sottoghiandolare, con conseguente malposizionamento, asimmetria e necessità di ulteriori correzioni chirurgiche.

Nel video viene documentata proprio questa fase delicata: la sutura accurata della tasca sottoghiandolare, che garantisce la stabilità e la durata del risultato nel tempo. È un gesto tecnico che richiede precisione e attenzione, ma che rappresenta uno degli aspetti più importanti per il successo dell’intervento.
Il cambio protesi non è dunque un semplice “sostituire l’impianto”, ma un’operazione complessa che richiede valutazioni accurate e manovre tecniche raffinate. Solo così è possibile offrire alla paziente un seno naturale, stabile e in linea con le sue aspettative!

CAMBIO PROTESI: RIPRISTINARE LA BELLEZZA ORIGINARIA DEL SENOLa mastoplastica additiva è l’intervento più eseguito in chi...
05/03/2026

CAMBIO PROTESI: RIPRISTINARE LA BELLEZZA ORIGINARIA DEL SENO

La mastoplastica additiva è l’intervento più eseguito in chirurgia estetica e, se ben pianificata ed eseguita, offre risultati estremamente gratificanti sia dal punto di vista estetico che psicologico. Tuttavia, la longevità del risultato dipende da una serie di fattori che vanno ben oltre la qualità delle protesi impiantate.

La fase di pianificazione pre-operatoria è cruciale e deve tenere conto di numerosi aspetti:
- Dimensioni e forma della protesi, calibrate sui desideri della paziente ma anche sulle caratteristiche anatomiche del torace;
- Necessità di una mastopessi associata (periareolare, verticale, a J, a T invertita), che permette di correggere eventuali gradi di ptosi;
- Piano di inserzione protesica (sottoghiandolare, dual plane o sottomuscolare), da scegliere in base alla qualità dei tessuti e alla copertura ghiandolare.

Quando uno o più di questi fattori non vengono correttamente considerati, il rischio di risultati poco armoniosi è concreto, e in alcuni casi possono insorgere complicanze come ptosi precoce, rippling, bottoming out o malposizionamenti.

Esiste però anche un altro scenario, altrettanto frequente nella pratica clinica: un intervento inizialmente ben riuscito, con risultati gradevoli e soddisfacenti, che nel tempo perde di armonia. Le cause possono essere molteplici: oscillazioni di peso, gravidanze, allattamenti, modificazioni ormonali, invecchiamento cutaneo e perdita di elasticità dei tessuti. In queste circostanze, anche in assenza di problematiche legate alla protesi (come rottura o contrattura capsulare), molte pazienti scelgono di sottoporsi a un cambio protesi.
L’obiettivo, in questo caso, non è soltanto tecnico ma anche psicologico: ripristinare la bellezza originaria del seno, riportandolo a un aspetto armonioso, fresco ed equilibrato, come nei primi anni dopo l’intervento.
Il cambio protesi può quindi essere indicato sia per correggere esiti insoddisfacenti di una mastoplastica additiva, sia per mantenere o ritrovare un aspetto naturale e piacevole quando il tempo, le gravidanze o le variazioni di peso hanno alterato il risultato iniziale.

È il caso di cui voglio parlarvi oggi.

La paziente si era sottoposta oltre 20 anni prima, in un’altra sede, ad un intervento di mastoplastica additiva, con risultati soddisfacenti. Tuttavia con il passare degli anni il risultato si era perso:
- La sede sotto ghiandolare ha fatto sì che il peso della protesi gravasse solo sul tessuto sottocutaneo, con il risultato che il seno “scendesse” piuttosto velocemente;
- Con il passare del tempo le fluttuazioni di peso si era verificata una ptosi mammaria di grado medio
- Si era inoltre sviluppata una contrattura capsulare di grado medio (maggiore nel seno di sinistra).

È stato programmato ed eseguito un intervento di cambio protesi mammaria con mastopessi compensatoria che, più nel dettaglio ha consistito dei seguenti aspetti:
- Rimozione protesi mammarie con capsulectomia radicale; in caso di contrattura capsulare, infatti, è sempre fondamentale rimuovere la vecchia capsula nella sua interezza
- Allestimento tasca dual plane (è stato scollato il muscolo grande pettorale dalle sue inserzioni costali, preservandone quelle sternali)
- Chiusura vecchia tasca sotto ghiandolare (per evitare che la nuova protesi possa tornare nella vecchia tasca, è fondamentale che questa venga chiusa);
- Impianto nuova protesi mammaria (consona all’anatomia del torace della paziente e ai suoi desideri; in questo caso 425cc ad alta proiezione);
- Mastopessi compensatoria (per eliminare l’eccesso di pelle che con gli anni si era prodotto è stata programmata una mastopessi a T invertita).

Dal confronto fra le foto, potete osservare il risultato ottenuto; le protesi, di volume adeguato, sono ora collocate in alto; il loro impianto in sede dual plane consente un risultato più duraturo.

02/03/2026

COME L’ADDOMINOPLASTICA MODIFICA LA VASCOLARIZZAZIONE DELL’ADDOME: TUTTO QUELLO CHE C’È DA SAPERE!! - IL VIDEO - ATTENZIONE: IL VIDEO CONTIENE IMMAGINI FORTI TRATTE DALLA SALA OPERATORIA

Nel video che accompagna questo post potete osservare una fase della dissezione del lembo durante un intervento di addominoplastica. In particolare, viene messo in evidenza come appare una cicatrice da taglio cesareo vista dall’interno, nel contesto del pannicolo adiposo sottocutaneo.

La cicatrice non è solo una linea visibile sulla pelle: in molte pazienti, l’esito cicatriziale attraversa a tutto spessore il pannicolo adiposo, andando a modificare la normale architettura dei tessuti. Nella zona interessata, le fasce che separano i piani anatomici risultano scompaginate e meno distinguibili, con perdita della normale organizzazione tra la fascia superficiale (Scarpa) e quella profonda.

Questa alterazione non è solo un dettaglio anatomico: può avere anche una ricaduta sensoriale importante. In condizioni normali, le informazioni provenienti dall’interno del corpo (endocezione) e quelle provenienti dalla superficie cutanea (esterocezione) vengono elaborate in modo distinto dal sistema nervoso. Ma quando una cicatrice aderisce profondamente e unisce piani che normalmente sono separati, può crearsi una commistione patologica tra queste due percezioni.

Clinicamente, questo si traduce in un fenomeno che molte donne riferiscono: quando si toccano a livello della cicatrice, percepiscono la sensazione “all’interno” dell’addome, come se il tatto cutaneo fosse trasmesso direttamente agli strati profondi. Questo avviene perché le aderenze cicatriziali creano un ponte meccanico e nervoso tra piani superficiali e profondi, alterando la mappa sensoriale corporea.
Dal punto di vista chirurgico, durante un’addominoplastica è possibile liberare e correggere queste aderenze, ristabilendo una migliore separazione dei piani e, in alcuni casi, migliorando anche la qualità della percezione sensoriale. L’osservazione diretta di queste strutture durante la dissezione è preziosa per comprendere non solo l’anatomia modificata, ma anche i sintomi che molte pazienti descrivono nella loro esperienza quotidiana.

COME L’ADDOMINOPLASTICA CAMBIA LA VASCOLARIZZAZIONE DELL’ADDOME: COSA SUCCEDE DAVVEROL’addominoplastica è oggi una delle...
02/03/2026

COME L’ADDOMINOPLASTICA CAMBIA LA VASCOLARIZZAZIONE DELL’ADDOME: COSA SUCCEDE DAVVERO

L’addominoplastica è oggi una delle procedure più richieste in chirurgia plastica: è la quinta più eseguita al mondo. Negli anni le tecniche si sono affinate a tal punto che non si parla più solo di “rimuovere pelle e grasso in eccesso”, ma di un vero e proprio intervento di scultura corporea che corregge insieme difetti funzionali della parete e imperfezioni estetiche.
A grandi linee, l’intervento prevede un’incisione nella parte bassa dell’addome, il sollevamento della pelle e del tessuto adiposo fino alla base dello sterno, la correzione dei difetti di parete e la rimozione della cute in eccesso.�Facile intuire che un’operazione del genere modifichi in modo significativo la vascolarizzazione dell’addome. Ma per capire bene come e perché, dobbiamo prima vedere com’è distribuito il sangue in questa regione in condizioni normali.

L’addome si può dividere in tre zone, ciascuna con un proprio sistema di vasi sanguigni:
Zona 1 – Va dalla base dello sterno fino al p**e e lateralmente ai margini dei muscoli retti. È irrorata soprattutto dai vasi che arrivano dall’alto, cioè le arterie epigastriche superiori.
Zona 2 – Occupa la parte bassa, dal p**e fino a una linea immaginaria che passa per le spine iliache anteriori. È vascolarizzata dai vasi che arrivano dal basso, cioè le arterie epigastriche inferiori.
Zona 3 – Si trova lateralmente, oltre i margini dei muscoli retti, e riceve sangue dai vasi intercostali, lombari e dalla circonflessa iliaca profonda.

Durante un’addominoplastica, la zona 3 inferiore (quella che corrisponde alla losanga di pelle in eccesso) viene completamente rimossa. La zona 1 viene ampiamente scollata per poter accedere ai muscoli e correggere la diastasi: questo però interrompe molti vasi perforanti e riduce la perfusione. In più, la trazione e l’assottigliamento del tessuto riducono ulteriormente il flusso sanguigno.
Uno studio molto interessante, fatto con la videoangiografia e l’indocianina, ha misurato questo effetto: nella zona 1 la vascolarizzazione si riduce addirittura dell’82,8% rispetto alla zona 3, che rimane intatta.�Eppure, nonostante questa riduzione così drastica, il lembo addominale non va in necrosi nella maggior parte dei casi. Come mai?
�La spiegazione più probabile è che il calo di flusso stimoli il rilascio di sostanze vasodilatatrici, che “chiamano” sangue dalla zona 3 verso la zona 1. È un po’ come se il corpo attivasse un sistema di emergenza per garantire la sopravvivenza del lembo. Curiosamente, misurando la temperatura cutanea, si è visto che la zona 1 diventa più calda, segno che effettivamente il flusso sanguigno aumenta dopo un primo calo.
Se c’è una parte dell’addome a rischio sofferenza vascolare, quella è la piccola area centrale subito sopra il p**e. Qui il flusso è già di per sé limitato e ogni ulteriore riduzione può creare problemi: per questo in chirurgia si presta molta attenzione a non mettere troppa tensione e a mantenere un buon spessore del lembo.

La paziente di oggi, dopo due gravidanze, aveva sviluppato una diastasi dei retti e un marcato floppy wall, cioè una parete addominale lassa e poco tonica. Oltre a questo, presentava depositi di grasso in addome, fianchi e dorso, che non erano migliorati né con dieta né con allenamento.
Il suo desiderio era tornare a un addome tonico e a un punto vita definito.�Abbiamo eseguito:
- VASER Lipo di dorso e fianchi;
- VASER Lipoaddominoplastica;
- Correzione della parete con: plicatura progressiva interlocking, plicatura “a corsetto” con internal waist, per stringere il punto vita, plicature orizzontali “a stringhe” per migliorare la tensione verticale della fascia.

Il confronto tra le foto parla da solo: la paziente ha recuperato la silhouette pre-gravidanza e un punto vita nettamente più stretto. L’armonia generale del tronco è migliorata e la linea laterale è più slanciata e definita.

26/02/2026

MASTOPESSI, QUANDO LE PROTESI NON OCCORRONO: IL VIDEO – ATTENZIONE: IL VIDEO CONTIENE IMMAGINI FORTI TRATTE DALLA SALA OPERATORIA

Nel video a completamento del post, potete osservare una fase dell’intervento di mastopessi: in questo caso specifico era presente una asimmetria di volume: il seno di sinistra, infatti, era piu grande del destro. Questo ha quindi comportato una mastoplastica riduttiva di simmetrizzazione, sempre con cicatrice finale a J.

MASTOPESSI: QUANDO LE PROTESI NON OCCORRONOCon il passare del tempo, le gravidanze e le variazioni di peso, il seno tend...
26/02/2026

MASTOPESSI: QUANDO LE PROTESI NON OCCORRONO

Con il passare del tempo, le gravidanze e le variazioni di peso, il seno tende a scendere, diventando ptosico. In alcuni casi, il volume mammario diminuisce notevolmente; in altri, invece, il volume rimane, ma è semplicemente dislocato verso il basso. La valutazione del volume residuo è quindi un aspetto cruciale nella pianificazione chirurgica. Possiamo distinguere due grandi scenari:
1. Seno sceso e svuotato → richiede un aumento di volume tramite protesi (mastopessi con protesi).
2. Seno sceso ma non svuotato → richiede solo il riposizionamento della ghiandola mammaria, riducendo la pelle in eccesso (mastopessi).
Oggi ci concentriamo sulla mastopessi, l’intervento che consente di riportare il seno nella giusta posizione, preservandone il volume naturale. Anche in questo ambito ci sono state significative innovazioni tecniche:
• Cicatrice più corta: mentre un tempo si utilizzava una cicatrice a T invertita, oggi è possibile ricorrere a una cicatrice a J, più discreta e meno invasiva.
• Aspetto più naturale: le tecniche moderne permettono di dare proiezione al seno, evitando il tipico effetto “schiacciato” delle tecniche tradizionali.

La paziente di oggi, dopo gravidanze, lamentava un seno sceso ma di volume adeguato. È stata programmata una mastopessi a J a peduncolo superiore, eseguita con i seguenti passaggi:
• Riposizionamento della ghiandola mammaria e dell’areola (ridotta a circa 4,5 cm per diametro).
• Ancoraggio della ghiandola al muscolo pettorale mediante suture robuste per prevenire la ricaduta.
• Rimozione della cute in eccesso.
• Simmetrizzazione: il seno di sinistra infatti si presentava piu grande del destro: su questo lato è stata quindi eseguita una mastoplastica riduttiva di simmetrizzazione
• Creazione di due pilastri verticali, essenziali per conferire proiezione e forma naturale, a differenza delle tecniche a T invertita che tendono a schiacciare la mammella.
• Chiusura stratificata con sutura intradermica, senza drenaggi.
Dalle foto post-operatorie, il seno appare elevato, armonico e proporzionato alla corporatura minuta della paziente. L’intervento è eseguito in Day Hospital: non richiede fasciature, il ritorno a casa è in serata e i punti cadono spontaneamente.

Questa procedura dimostra come, in presenza di volume residuo sufficiente, sia possibile ottenere un risultato estetico eccellente senza ricorrere a protesi, con minima invasività e tempi di recupero rapidi.

23/02/2026

Addominoplastica secondaria: ripartire da un risultato insoddisfacente! – IL VIDEO – ATTENZIONE: IL VIDEO CONTIENE IMMAGINI FORTI TRATTE DALLA SALA OPERATORIA

Nel video che completa il post viene illustrata la situazione clinica della paziente, che si era sottoposta alcuni anni prima a un intervento di addominoplastica con risultati insoddisfacenti, sia dal punto di vista estetico sia funzionale. Era infatti presente una diastasi recidiva, una porzione di diastasi non corretta e un floppy wall non trattato.
Nel video viene inoltre descritta la pianificazione operatoria che ha guidato la correzione di questo caso complesso. Viene affrontato anche il tema dell’ombelico: nella miniaddominoplastica, di norma, l’ombelico viene reciso dal peduncolo vascolare; nel caso in oggetto, invece, era stato semplicemente trazionato verso il basso. Questo ha consentito di preservarlo, permettendone l’isolamento e l’incisione dall’esterno, proprio perché il peduncolo risultava integro.

Addominoplastica secondaria: ripartire da un risultato insoddisfacente!L’addominoplastica rappresenta, secondo le più re...
23/02/2026

Addominoplastica secondaria: ripartire da un risultato insoddisfacente!

L’addominoplastica rappresenta, secondo le più recenti statistiche della Società Americana di Chirurgia Estetica, il terzo intervento più frequentemente eseguito in chirurgia plastica. Nel corso degli anni, grazie al miglioramento delle tecniche chirurgiche, sono state sviluppate numerose varianti, fino ad arrivare a procedure altamente sofisticate, in grado di ottenere un rimodellamento corporeo significativo, impensabile fino a pochi anni fa in un unico tempo chirurgico.

Nonostante ciò, non è raro osservare esiti chirurgici insoddisfacenti, che possono compromettere sia l’aspetto estetico sia la funzionalità della parete addominale. In generale, i problemi legati a un’addominoplastica possono essere raggruppati in due categorie principali:

• Problemi estetici: cicatrici troppo alte o visibili, ombelico poco armonico o “a stampo”, accumuli di tessuto adiposo non trattati, asimmetrie della silhouette.
• Problemi funzionali: correzione incompleta di ernie, laparoceli, diastasi o lassità di parete (floppy wall), che possono compromettere ulteriormente il risultato estetico e la qualità della vita.
Se eseguita correttamente, l’addominoplastica è in grado di apportare benefici sia estetici che funzionali, ridefinendo la silhouette e ripristinando la tonicità della parete addominale.

Nel caso che presentiamo oggi, la paziente si era sottoposta anni prima, presso un’altra struttura, a una miniaddominoplastica con correzione dei difetti di parete post-gravidici. L’obiettivo originario dell’intervento era la correzione della diastasi e la rimozione dell’eccesso cutaneo. Tuttavia, gli esiti si sono rivelati insoddisfacenti. All’esame clinico, la paziente presentava:
• Cicatrice alta, difficilmente occultabile dalla biancheria intima o dal costume da bagno;
• Accumuli adiposi non trattati a livello dei fianchi, che appesantivano la silhouette;
• Diastasi recidiva, soprattutto in sede sopra-ombelicale;
• Floppy wall non trattato, responsabile dell’aspetto “spanciato” dell’addome;
• Ombelico innaturale: nella miniaddominoplastica, infatti, l’ombelico viene abbassato senza essere reciso. Questo, da un lato, ha il vantaggio di evitare la cicatrice peri-ombelicale, ma dall’altro, se l’ombelico viene abbassato eccessivamente, comporta un posizionamento otticamente troppo basso e, nel caso specifico, anche un allungamento verticale non armonico.

Per correggere questi esiti, è stato pianificato ed eseguito un intervento di addominoplastica secondaria, con una strategia completa e multidimensionale:
1. VASER LIPO del dorso e dei fianchi: il trattamento del dorso come unità estetica integrata con l’addome consente di ottenere una silhouette armonica e proporzionata, superando i limiti di interventi che si concentrano esclusivamente sulla regione addominale anteriore. Per questo motivo, integriamo sempre il trattamento del dorso all’addominoplastica.
2. VASER LIPO dell’addome: la paziente non aveva eseguito liposuzione in precedenza, presentando un pannicolo adiposo spesso. L’intervento ha permesso di ridurne lo spessore fino a circa 1 cm, migliorando significativamente il profilo addominale.
3. Abbassamento e simmetrizzazione della cicatrice: la cicatrice è stata riposizionata più in basso (con la nostra tecnica di cicatrice ultrabassa) e ancorata saldamente a tre strutture connettivali — legamento inguinale, fascia di Scarpa e fascia di Camper — per garantirne la stabilità nel tempo ed evitare la migrazione craniale.
4. Correzione dei difetti di parete: sono state trattate la diastasi recidiva e il floppy wall, responsabili della lassità addominale e dell’aspetto “spanciato”. La correzione ha previsto una plicatura a corsetto, utile a ridefinire il punto vita, associata a due suture trasversali per ridurre l’eccesso verticale della fascia e distribuire le tensioni in modo più funzionale.
5. Riposizionamento dell’ombelico: l’ombelico è stato ricollocato nella sua corretta sede anatomica. Durante l’intervento si è evidenziato che non era stato reciso dal peduncolo vascolare, ma semplicemente abbassato; ciò ha consentito di isolarlo e riposizionarlo senza rischio di comprometterne la vascolarizzazione.
Il risultato post-operatorio mostra un addome piatto, stabile e armonico, con una silhouette complessiva snella e proporzionata. La paziente ha recuperato sia la funzionalità della parete addominale sia un profilo estetico soddisfacente, dimostrando come un approccio accurato e multidimensionale sia essenziale nei casi di addominoplastica secondaria, soprattutto quando i difetti precedenti sono stati sottovalutati o trattati in modo incompleto.

Questo caso evidenzia ancora una volta l’importanza di una valutazione pre-operatoria approfondita, dell’impiego di tecniche avanzate di rimodellamento e della considerazione della parete addominale come un’unità funzionale ed estetica complessa, capace di restituire risultati eccellenti anche nei casi più complessi.

19/02/2026

LIPEDEMA AL PRIMO STADIO NELLE GIOVANI RAGAZZE: MEGLIO CORREGGERLO PRIMA O DOPO LE GRAVIDANZE? - IL VIDEO - ATTENZIONE: IL VIDEO CONTIENE IMMAGINI FORTI TRATTE DALLA SALA OPERATORIA

Nel video a completamento del post, viene evidenziato come il trattamento precoce del lipedema al primo stadio nelle giovani ragazze può prevenire la progressione della malattia, ridurre i sintomi funzionali e ottenere risultati estetici ottimali. L’intervento mirato, combinando VASER Lipo e PAL, permette gambe armoniose, naturali e una rapida ripresa, offrendo un beneficio significativo anche prima delle gravidanze.

Lipedema al primo stadio nelle giovani ragazze: meglio correggerlo prima o dopo le gravidanze?Il lipedema è una patologi...
19/02/2026

Lipedema al primo stadio nelle giovani ragazze: meglio correggerlo prima o dopo le gravidanze?

Il lipedema è una patologia tanto frequente quanto ancora poco conosciuta, nonostante colpisca in maniera significativa la popolazione femminile: secondo alcune stime, ne sarebbe affetta circa l’11% delle donne. La malattia si caratterizza per un accumulo patologico di tessuto adiposo a livello di gambe e, talvolta, braccia, con distribuzione simmetrica e resistenza alla dieta e all’esercizio fisico. Come molte patologie genetico-metaboliche, il lipedema si manifesta in diversi stadi: dai quadri iniziali, talvolta visibili solo all’occhio di un esperto, fino agli stadi avanzati, in cui i segni clinici diventano più evidenti e i sintomi funzionali più marcati.

La progressione della malattia nel tempo è generalmente prevedibile: i primi stadi compaiono spesso in giovane età e, se non trattati, tendono a evolvere verso stadi più gravi. Un aspetto fondamentale è la sensibilità del tessuto lipedematoso agli ormoni: cambiamenti ormonali, come quelli legati alle gravidanze, possono accelerare il peggioramento della condizione, aggravando il quadro clinico e i sintomi funzionali.
Per questo motivo, una delle domande più frequenti poste dai pazienti e dalle famiglie riguarda il momento più opportuno per il trattamento chirurgico: è meglio intervenire prima o dopo le gravidanze? La risposta, come sempre in medicina personalizzata, deve essere individualizzata: ogni paziente va valutata nel suo contesto clinico, familiare e funzionale. Tuttavia, esiste un principio generale che si sta affermando: un trattamento precoce del lipedema, anche al primo stadio, può offrire vantaggi significativi, sia sul piano funzionale che estetico, e può ridurre il rischio di progressione verso stadi più avanzati.

Per rendere più chiaro questo concetto, possiamo fare un esempio concreto. Immaginiamo una giovane ragazza nullipara a cui viene diagnosticato un lipedema al primo stadio. Se il trattamento chirurgico viene rimandato a dopo le gravidanze, esiste il rischio concreto che la malattia progredisca da uno stadio I a uno stadio II, con un peggioramento non solo estetico, ma anche funzionale, che si traduce in maggiore dolore, riduzione della mobilità e maggior rischio di complicanze secondarie, come edema e ritenzione linfatica.

Al contrario, se la paziente viene sottoposta a trattamento chirurgico già in questa fase iniziale, è possibile “retrostadiare” la condizione: il tessuto patologico viene rimosso in maniera mirata, riducendo i sintomi e migliorando la qualità della vita. Ovviamente, essendo il lipedema una condizione genetica, la patologia non viene eliminata definitivamente; tuttavia, dopo l’intervento, la paziente si troverà in una situazione simile a uno stadio 0, in cui le manifestazioni cliniche sono praticamente assenti. In caso di future gravidanze, la patologia potrebbe riemergere, ma difficilmente progredirebbe oltre lo stadio I, evitando così i peggiori effetti della malattia non trattata.

Un ulteriore vantaggio dell’intervento precoce è legato alla qualità del risultato estetico e funzionale. Intervenire su un lipedema di primo stadio consente di ottenere gambe più armoniose, con minore necessità di interventi aggiuntivi, una ripresa più rapida e un minor numero di sedute chirurgiche complessive. In altre parole, anche gli stadi iniziali della malattia beneficiano in maniera evidente della chirurgia.

Vediamo ora un caso concreto, estremamente rappresentativo. La paziente, giovane e di corporatura minuta, presentava un lipedema al primo stadio in fase di progressione, con una forte familiarità: anche la madre era affetta da lipedema. Per questa paziente sono stati programmati due interventi di decompressione funzionale per lipedema, uno dedicato alle gambe e uno alle cosce.
Il primo intervento è stato focalizzato sulle gambe, eseguito con la nostra tecnica combinata che prevede l’uso di due tecnologie complementari:
- VASER Lipo: per il pre-trattamento del tessuto lipedematoso, consentendo una rimozione selettiva e atraumatica, preservando strutture vascolari e linfatiche fondamentali.
- Power-Assisted Liposuction (PAL): per la correzione dei depositi più superficiali, garantendo uniformità, simmetria e una superficie cutanea liscia e naturale.
Grazie a questa combinazione, le gambe della paziente hanno mantenuto una morfologia naturale, senza indentazioni né irregolarità cutanee, e con un recupero funzionale rapido e sicuro.

Questo caso dimostra che il trattamento chirurgico per il lipoma non va solo riservato solo agli stadi più severi! Il trattamento chirurgico può infatti essere condotto anche negli stadi iniziali; un trattamento precoce del lipedema permette di prevenire la progressione della malattia, ridurre sintomi dolorosi e funzionali, migliorare l’estetica e ottimizzare i risultati a lungo termine.

Indirizzo

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Rome
00144

Telefono

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